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Storia dei mercati di Torino

I MERCATI DI TORINO: UNA VOCAZIONE STORICA

Sopra quella piana alluvionale che vede la confluenza di tre torrenti nel placido Po, a sorvegliare lo strategico imbocco dello Valle di Susa, le tribù celto-liguri dei Taurini, già qualche secolo prima di Cristo, abitavano diversi villaggi.                                   Gente bellicosa e imprudente: nel 218 a. C. si misero a questionare con Annibale che in due o tre giorni si liberò di loro in quattro e quattr’otto, radendo al suolo quegli insediamenti.                                                                                                     Nel 58 a.C. passò da quelle parti Giulio Cesare che, con tutta probabilità, lasciò un accampamento fortificato a presidiare quell’area strategica. Poco più tardi, nel 49, i Taurini ottennero la cittadinanza romana. Si legge ovunque che Torino fu fondata nel 28 o nel 27 a.C.: sono date arbitrarie, non sorrette da alcuna testimonianza storica né archeologica. Secondo serie e accurate analisi storiche, la nascita di Iulia Augusta Taurinorum si può ipotizzare avvenuta tra il 25 e il 14 a.C.                    L’insediamento romano non conobbe particolare interesse né sviluppo a fronte di centri assai più importanti come Susa, Pollenzo, Libarna, ecc. Nell’alto medioevo divenne sede vescovile (celebre la figura di San Massimo, intorno al IV secolo) ma continuò a essere poco importante nell’area piemontese.                                               Una data certa e fondamentale è il 30 giugno 1149: presso il notaio Oggero si redige un documento che attesta l’elezione dei consoli rappresentanti della popolazione del centro, è l’atto che sancisce la nascita del comune di Torino.                                     «Da tempo non precisabile, anteriore al 1034, metà del mercato torinese era nelle mani del grande monastero modenese di Nonantola, il quale possedeva inoltre “prope eodem mercato” case, orti, cortili e una cappella. Il fatto che quest’ultima – come sapremo da documenti successivi – fosse dedicata a San Silvestro, significa che, con tutta probabilità, era stata fondata almeno un secolo prima e perciò sin d’allora il monastero doveva essere giunto quasi a monopolizzare l’attività commerciale cittadina. Nel 1034 beni e diritti appartenenti a Nonantola passarono ai conti di Pombia e da essi, verisimilmente, alla famiglia marchionale torinese, la quale peraltro già in precedenza aveva manifestato interesse per l’area del mercato urbano […] Un altro importante monastero di recente fondazione, San Benigno di Fruttuaria, sin dal 1014 possiede beni non meglio precisati “in Taurino civitate, intus et foris” donatigli da illustri membri della famiglia arduinica: una porzione di essi doveva essere ubicata intorno al mercato, dove Fruttuaria apparirà in seguito in possesso della chiesa di San Benigno, già esistente nel 1080; nelle vicinanze, presso la chiesa di San Gregorio, nel 1096 possedeva beni immobili anche l’abate di San Solutore, e, da parte sua, il monastero femminile di Santa Maria di Brione, almeno dall’anno 1200, aveva una casa “in Taurinum in mercato”. Sono tessere sparse di un mosaico tutt’altro che completo, sufficiente tuttavia a dimostrare l’assiduo interessamento manifestato da grandi signori ed enti monastici (cioè, in sostanza, dai maggiori produttori di derrate alimentari) per il mercato cittadino sul quale smerciare le loro eccedenze: un segno di indiscussa vivacità commerciale e, per conseguenza, di sviluppo demografico ed economico cui, almeno dall’xi secolo, la città partecipava, non diversamente da quanto avveniva, nel medesimo periodo, nei più importanti centri dell’Italia settentrionale […] Proprio la posizione delle chiese, rimasta pressoché inalterata, permette di accertare che il mercato cittadino aveva la sua sede nell’attuale piazza Palazzo di Città, da dove si espandeva nelle piazze minori ad essa adiacenti e sui principali assi di attraversamento del centro urbano. La documentazione fornisce, per la seconda metà del XIII secolo, particolari che, almeno in parte, sono certamente retrodatabili a età anteriore. Nell’ultimo decennio del secolo davanti alle case private che delimitano la “platea fori comunis Taurini” sono sorti indebitamente “plura ruzolia” cioè veri e propri portici in muratura; a cose fatte il comune ne accetta l’esistenza purché “non possano essere chiusi”, non insistano sul suolo pubblico per uno spazio superiore a due “rasi” e mezzo (cioè circa 150 centimetri), siano sostenuti da pilastri in muratura, con un primo piano di tre “alne” (cioè circa 3 metri e 60 centimetri) e siano alti quanto basta per potervi cavalcare sotto o farvi passare un carro a pieno carico. La piazza del mercato appare pavimentata, percorsa da un canaletto (roeria) e con il perimetro segnato da una grossa trave (bordonale); una “via publica” metteva in comunicazione il “forum solatum” e la “curia grani”, cioè la vicina piazza di San Silvestro riservata al mercato delle granaglie. Un lato della via, sovrastato da archivolto, era vigilato da una torre, forse la stessa chiamata sin dal 1254 “turris de mercato”; lungo i muri, in corrispondenza di essa, stavano allineati banchi di vendita larghi due “rasi” e mezzo. Il complesso costituito dal “forum solatum” e dalla “curia grani” ha come appendice spazi riservati alla vendita della carne macellata (becharia) e delle calzature (caligaria). Quest’ultima era già divenuta insufficiente nel 1230 allorché il comune dispone l’allargamento della “via publica” o strata, “che si snoda accanto al mercato delle calzature ovvero dei negozianti di Torino”, espropriando e rimovendo i banchi di vendita (stationes) ivi disordinatamente tenuti da un gran numero di persone della città; costoro vengono indennizzati per il danno subito e hanno il permesso di ricostruire i banchi di vendita fissi raggruppandoli in un unico blocco. Essi devono essere coperti da un tetto, sostenuto dai necessari pilastri tanto alti e distanziati da consentire il passaggio di un uomo a cavallo, e la facile circolazione intorno ad essi. I negozianti possono disporne gratuitamente solo nei giorni di fiera e di mercato. Da analoghe strutture era costituita la beccheria della quale conosciamo soltanto particolari isolati. Nel 1214 viene lasciato in eredità un banco per la vendita di carne “in strata Taurino”, cioè lungo la strada centrale corrispondente all’odierna via Garibaldi; esso è costituito da un piccolo magazzino coperto (tale il significato da attribuire qui a receolum) davanti al quale è collocato il banco sovrastato da un tetto sostenuto da quattro pilastri. Simile doveva essere la banca “in becharia Taurini” di cui si ha notizia nel 1244. Al XIII secolo possono riferirsi le disposizioni statutarie che si preoccupano dell’igiene della “platea mercati rerum venalium”: a spese dei vicini essa deve essere ripulita dal letame e dal fango una volta al mese d’inverno e ogni quindici giorni d’estate; non deve essere ingombrata con carri e altri materiali, regole valevoli anche per la “strada che va da porta Segusina a porta Fibellona”. Grano e legumi, fieno, paglia e legname potevano essere esposti solo nell’apposita “piazza del grano” dove tali merci “si sono usate vendere fin dai tempi antichi”».                                                                              La lunga e preziosa citazione qui sopra è tratta dal volume: Storia di Torino – Dalla preistoria al comune medievale (a cura di Giuseppe Sergi, Einaudi, 1997).               Torino era allora un agglomerato di povere abitazioni costruite in legno con tetti di paglia, pochissime le costruzioni in muratura; si estendeva per poco meno di un chilometro quadrato e la sua popolazione non oltrepassava le 5.000 anime, assai meno di centri più importanti come Asti, Chieri e Vercelli.                                      Le vicende del centro cominciarono a mutare quando nel 1280 divenne proprietà dei conti di Savoia che ne affidarono il controllo ai cugini del ramo degli Acaia. Pur se il centro più importante era Pinerolo, Torino conobbe un periodo di crescita importante: l’ultimo dei principi d’Acaia, Ludovico (1366-1418), fondò l’Università nel 1404. Con l’estinzione degli Acaia il “Conte RossoAmedeo VIII riprese il controllo dei territori piemontesi che divennero parte integrante del neonato ducato (1416).                        Poco cambiò in termini di popolazione e urbanizzazione nel centro sabaudo (da ricordare la costruzione della chiesa del Corpus Domini e del Duomo) almeno fino al ducato di Carlo II (1486-1553 che durante i travagliati anni del suo dominio cominciò a spostare in baricentro dei suoi domini da Chambery a Torino. Ma fu suo figlio, Emanuele Filiberto “Testa di Ferro” (1528-1580), a trasferire la capitale del ducato nel piccolo ma strategico centro sulle rive della Dora il 7 febbraio 1563. E per Torino cominciò uno sviluppo che la vide finalmente diventare capitale di regno nel 1713 (Regno di Sicilia fino al 1720, dopo di cui la Sicilia venne scambiata con la Sardegna) sotto Vittorio Amedeo II (1666-1732). Prima i duchi Carlo Emanuele I e II e poi Vittorio Amedeo provvidero ad ampliare la città verso il Po e ad arricchirla di chiese ed edifici firmati dai migliori architetti del tempo: Castellamonte, Guarini, Juvarra. Pur dovendo sopportare pesanti epidemie di peste, la popolazione arriva a toccare le 50.000 anime verso la prima metà del XVIII secolo.                               Durante questo periodo le aree mercatali occupano la piazza delle Erbe, oggi l’area antistante il municipio, e la piazza del Corpus Domini; hanno cadenza settimanale e sono organizzate e controllate dalle corporazioni.                                                      Dopo la parentesi della dominazione napoleonica, importante per la costruzione del ponte che unisce la piazza Vittorio Veneto all’area precollinare su cui venne edificata la chiesa della Gran Madre (per festeggiare la restaurazione) e importante anche per la progettazione dell’attuale piazza della Repubblica, la popolazione di Torino passa in pochi anni da 80.000 a quasi 130.000 abitanti (1849). L’architetto G. Lombardi viene incaricato della realizzazione del progetto napoleonico relativo a Porta Palazzo sulla cui area, tra il 1826 e il 1837, vennero trasferiti tutti i mercati di Torino.           La tettoia dell’orologio venne edificata nella seconda metà del secolo (e ricostruita dopo il devastante incendio del 1910).                                                           Intanto Torino era diventata la capitale del Regno d’Italia (17 marzo 1861): durò soltanto circa tre anni fino a quando, tra la fine del 1864 e l’inizio del ’65, per volere dei Francesi la capitale venne trasferita a Firenze. Ci furono sollevazioni sanguinose tra la popolazione che viveva soprattutto sui bisogni della corte: dai 220.000 abitanti del ’64 si passò ai 190.000 del 1870. Torino conobbe una gravissima crisi che durò qualche decennio, periodo durante il quale la capitale sabauda dovette elaborare una differente visione di futuro: dopo le grandi fiere universali trovò nello sviluppo industriale, soprattutto automobilistico, la sua nuova identità.                                        La città abbracciò rapidamente i nuovi orizzonti: 400.000 abitanti nel 1911, 800.000 alla metà degli anni Cinquanta, un milione nel 1961.                                                Con gli impetuosi flussi immigratori, prima dalle campagne del Piemonte, poi dal Veneto e infine dal Meridione d’Italia, Torino conobbe uno sviluppo straordinario e ampliò notevolmente i suoi confini con la nascita dei nuovi borghi operai: San Paolo, Madonna di Campagna, Mirafiori, Vallette. Nel primo e nel secondo dopoguerra, per soddisfare le esigenze di questi nuovi insediamenti si sviluppano i mercati rionali; tra i primi, negli anni Venti, quello prestigioso della Crocetta.                                 Torino raggiunge l’apice dello sviluppo demografico nel 1972: 1.200.000 abitanti. Tra gli anni Settanta e i primi anni del nuovo millennio i mercati rionali conoscono il loro periodo migliore: oltre 40 sedi distribuite in ogni quartiere per quasi 8.000 esercenti, con l’offerta dei prodotti esotici sui banchi dei recenti immigrati extracomunitari: marocchini, cinesi, albanesi, romeni.                                             Dal 2005 in poi, ma soprattutto con la crisi del 2008,  anche in virtù dell’incontrollato sorgere di super e ipermercati, gli ambulanti di Torino vedono impoverire sempre più la loro influenza sul mercato.                                                                                  Oggi gli esercenti sono poco più di 5.000 di cui quasi un terzo non italiani: è un panorama sconfortante di involuzione anche, forse soprattutto, culturale che non prevede a breve alcuna inversione di tendenza, per la quale sarebbe opportuna una precisa e forte volontà politica: salvaguardare la cultura del mercato rionale a Torino dovrebbe costituire un obiettivo fondamentale, direi strategico, a carico degli amministratori della città.

 

L’origine del mercato

L’ORIGINE DEL MERCATO

«La piazza più grande è […] interamente circondata da portici, dove ogni giorno tra compratori e venditori ci saranno più di sessantamila persone; lì vi è ogni genere di mercanzia: viveri, gioielli d’oro e d’argento, di piombo, di rame, di stagno, di pietre, di osso, di conchiglie, di chiocciole e di piume […] C’è la strada della caccia dove si vendono tutte le specie di uccelli esistenti in quella terra […] Vendono anche conigli, lepri, cervi e piccoli cani, che allevano dopo averli castrati, per nutrirsene […] C‘è la strada delle erbe dove si possono trovare tutte le radici e le piante medicinali che crescono sulla terra […] C‘è ogni tipo di verdura: cipolle, crescioni, agli, porri, ramolacci, borragine, acetoselle, cardi e gobbi; e frutti abbondantissimi di ogni specie, come ciliegie e prugne, simili a quelle di Spagna. Vendono miele d’api, e cera e miele di canna di granturco, dolcissimi come lo zucchero […] Ci sono in vendita molte varietà di filati di cotone in matassa di tutti i colori, che ricordano i mercati delle sete di Granada e che anzi li superano per quantità […] Vendono granoturco in chicchi, macinato e lavorato come pane che supera in qualità e bontà quello delle isole e della terraferma […] Insomma nei mercati di Temixtitan si vendono tutte le cose che è possibile trovare in quella terra, che sono così numerose, oltre a quelle già descritte, che per non essere noioso e perché mi è difficile ricordarle tutte, e anche perché ne ignoro i nomi, tralascio. C’è una strada per ogni tipo di mercanzia e tutti sono rispettosissimi di quest’ordine. Le cose sono vendute a misura e numero, ma, per quello che ho visto, mai a peso. In questa grande piazza c’è una sorta di palazzo della giustizia dove siedono dieci o dodici persone, giudici, che dirimono le diverse cause che riguardano il mercato, e castigano i delinquenti. Sempre nella stessa piazza è possibile vedere delle persone che si aggirano nelle diverse strade e controllano attentamente la merce in vendita e in qualche occasione sono stati visti distruggere le misure false».                                                                                                      La citazione, straordinaria, è tratta dalla seconda lettera che il conquistador spagnolo Hernàn Cortés (1485/1547) inviò al suo sovrano, l’imperatore Carlo V, nei primi mesi del 1521.                                                                                                     Ho deciso di riportare il brano di cui sopra per alcune ragioni che ritengo funzionali alla trattazione dell’argomento di questo libro.                                                                                                                                            Tralasciando la meravigliata descrizione di un mercato immenso come forse non ne aveva mai visti, il colto capitano, dopo un incontro che si può definire avvenuto tra alieni in una terra aliena, ritrova nell’esposizione e nel commercio di quelle genti così diverse le analogie con le merci e i costumi della propria terra. La visita al mercato di Tenochtitlàn (Temixtitàn è l’errata trascrizione che ne fornisce Cortés), oggi Città del Messico, allora capitale dell’impero azteco con almeno 300.000 abitanti, è la prima sortita degli spagnoli dopo lo storico incontro tra civiltà aliene dell’8 novembre 1519: ed è proprio nel mercato che le enormi diversità delle due culture sembrano annullarsi.                                                                                                                                                                                  Necessita a questo punto tornare indietro nella storia dell’evoluzione dell’uomo e mettere in risalto che l’idea di mercato nasce quando dalla fase neolitica del villaggio la comunità, cresciuta in termini di numero, diventa così complessa da richiedere l’elaborazione di un’autorità centrale forte e un efficiente apparato burocratico, militare e sacerdotale di controllo. Ovvero: l’uomo ha inventato la città, lo stato e con essi la guerra e… il mercato                                                                                           Fino alla fase del villaggio non era possibile organizzare un esercito per combattere una guerra e, allo stesso modo, non era pensabile l’idea di un mercato: zuffe e baratto costituivano i semplici schemi con i quali si confrontavano le differenti comunità. Occorre un potere centrale forte che organizzi e sia in grado di controllare e governare eserciti e mercanti per mezzo di tutte quelle complesse funzioni che la civiltà ha provveduto a elaborare durante l’evoluzione umana.                                                                                                                                                           Le testimonianze dei primi mercati risalgono agli albori delle culture mesopotamiche ed egiziane, intorno a tre millenni prima della nostra era.                                                                                                                                                  Sono poi i Greci (l’Agorà) e i Romani (il Foro) a elaborare ulteriormente il concetto di mercato: si pensi a cosa potevano essere i mercati romani ai tempi di Adriano o Traiano, quando Roma raggiungeva, e forse superava, il milione di abitanti provenienti da Europa, Asia e Africa con la sterminata offerta di prodotti di ogni genere.                                                                                                                    Il collasso dell’Impero Romano determinò un ritorno a forme di commercio quasi primitive che implicavano ancora il baratto e la sussistenza di piccole comunità abbarbicate a castelli e conventi.                                                                      Occorre arrivare al basso Medioevo, intorno al X o XI secolo con la nascita dei Comuni, per assistere all’evoluzione di un nuovo concetto di mercato: nascono in quel periodo i commerci organizzati e controllati dalle singole gilde e corporazioni, distinti dalle grandi fiere a carattere periodico e campionario, in genere allestite in occasione di importanti feste religiose o scadenze stagionali.                                                                                                 I meccanismi delle esposizioni di commercio ambulante rimangono invariati almeno fino all’età della rivoluzione industriale: lo sviluppo della classe operaria in termini di capacità, pur minima, di generare reddito determina l’incremento dei consumi e la necessità di rendere i prodotti disponibili sull’intero territorio di città e paesi.      Nella seconda metà dell’Ottocento i mercati non sono più controllati dalle singole corporazioni, si diffondono nei tessuti urbani e sono in grado di offrire una diversificazione di prodotti in genere capace di soddisfare le esigenze quotidiane della comunità sulla quale insiste: questo è il mercato rionale.                                                                      Pure se questa non è la sede opportuna, pare utile  ricordare che ogni cultura capace di raggiungere lo sviluppo di una urbanizzazione complessa, con questa ha sempre elaborato un proprio concetto di mercato: il suq (oggi va di moda la trascrizione suk) arabo e berbero, i grandi mercati sudamericani, i meravigliosi marasmi di colori, suoni e odori dei mercati africani e asiatici.

 

 

 

La Fassoneria a Torino

https://www.facebook.com/Fassoneria?fref=ts

Localino piccino, non più di 30 coperti, situato nella magnifica piazza Emanuele Filiberto (al n. 4) in un seminterrato di fascino particolare dalle cui ampie finestre si gode lo spettacolo di questa storica piazza torinese, compresa nel Quadrilatero romano, che tanto sa di Parigi. A due passi da Porta Palazzo e due passi e mezzo dal Balon.

In due abbiamo preso una tagliata di manzo, una battuta, crocchette di patate e poi, pare ovvio, abbiamo dovuto per forza di cose assaggiare uno dei magnifici hamburgher: la scelta è caduta sul Pepperburger ed è stata una scelta azzeccata!

Dunque: servizio rapido, efficiente e cortese. Materia prima di qualità eccellente (la carne è ottima per davvero), preparazioni mai banali con accostamenti delicati e sapori mai truculenti: una vera sorpresa.

Poche etichette per vino e birra ma scelte di ottima qualità con una citazione speciale per la birra: ho preso la Ambrata e devo ammettere che mi ha sorpreso.

In due, senza esagerare ci si riempie con 15/20 euro a testa: cosa’altro?

Andateci sereni, e non ve lo dico soltanto io: il successo di questo localino testimonia della sua qualità.

Elogio della mortadella

mortadella

La mortadella arrivava da Porta Palazzo insieme agli insopportabili lezzi delle forme di pecorino sardo che tanto piaceva a mio padre. La mortadella era ancora priva di polifosfati e il giorno dopo era quasi immangiabile, ma invece dei grani di pepe nero, a volte, c’erano i pistacchi e a me pareva più buona.

Più tardi cominciammo a comprarla in salumeria e poi al supermercato o in gastronomia: i tempi continuavano a cambiare.

C’erano le gite scolastiche o le domeniche in montagna, i bagni nel Sangone dei primissimi anni sessanta, i lunghi viaggi in treno dei ritorni verso il Sud: erano fette di pane imbottite di mortadella o panini, biove, rosette, bocconcini avvolti nella carta stagnola che li manteneva soffici per qualche ora o fino al giorno dopo.

In cantiere non mangiavo panini: c’era il baracchino e quel cibo che sapeva di baracchino, che puzzava di baracchino, che aveva una consistenza di baracchino.

paniniBisognava usare il baracchino di acciaio e mangiare quei cibi scaldati che sapevano di disgusto: ma era necessario mangiare la pasta e la pietanza perché il lavoro era duro e faticoso e a sedici o diciassette anni c’è bisogno di mangiare tanto.

I panini, o le fette di pane toscano che si mangiava a casa mia, imbottiti di mortadella ritornarono in auge nella stagione di Mirafiori: è vero, lì c’era la mensa e si poteva anche usare il baracchino, ma a me non piaceva di perdere tempo in mensa a ascoltare le discussioni sempre eguali e noiosissime in cui si annodavano i miei colleghi operai, tutti più vecchi di me e quasi tutti con famiglia a carico e dunque dentro problemi e argomenti lontani da me anni luce.

Io restavo giù in catena, mi rinserravo dentro una scocca a masticare, veloce, i miei panini, bevevo una birra, sfogliavo, finalmente solo, il mio giornale – La Stampa – tutti i santi giorni; se rimaneva, dei quaranta minuti di pausa, un po’ di tempo, cercavo di ricuperare del sonno, verso cui ero in debito perenne.

Non era poi malaccio dormire in quelle scocche penzolanti e dondolanti e sforacchiate: avevo la sensazione di essere nascosto e protetto. Prediligevo le centoventisette bianche in principio di catena, fresche di lastroferratura e verniciatura, ancora pezzi di lamiera saldati e colorati, prima di cominciare a divenire autovetture, macchine, prigioni ambulanti, debiti, abitudini, assassine, strumenti di satana….

Venne poi la stagione dei bar e dei tramezzini, raramente mortadella perché non era di moda negli anni settanta: tramezzini con pancarré ripieni di tonno e pomodori, tonno e carciofini, insalata russa o capricciosa e birra, tanta, a volontà.

La mortadella la ritrovai, ormai manager in carriera, in certi ristoranti di Modena o di Bologna: tagliata a pezzettini spessi, come antipasto, da infilare con gli stuzzicadenti: mi piaceva anche così, ma continuavo a preferirla in fette sottilissime da mangiare dentro al pane, qualsiasi tipo di pane.

Con il benessere economico i viaggi non si attrezzavano ormai più con vettovaglie preparate  dalle mamme oculate e sparagnine: ci si fermava negli autogrill, come succede ancora oggi, a consumare sfilatini ripieni di, quasi sempre, ottima mortadella.

Ho nella memoria un localaccio lungo la statale che da Livorno si percorreva per andare a Piombino e imbarcarsi alla volta dell’Isola d’Elba, un itinerario che negli anni novanta mi è successo di frequentare assai spesso.

Era una sorta di bar o locanda in località La California, patria del leggendario “Grillo” Bettini, il ciclista sempre all’assalto: facevano delle schiacce, versione toscana della focaccia o pizza bianca, generosamente imbottite con una mortadella memorabile.

Non era un posto particolarmente attraente, a parte quel cibo e gli stupenti pini marittimi di cui era circondato: mi successe, un bel giorno, di avere una urgenza e di dover frequentare il bagno di quel posto e mi ritrovai in uno dei peggiori cessi della mia vita, quasi asfissiato da sporcizie e fetori che nemmeno Mastro Dante avrebbe organizzato meglio per uno dei suoi gironi infernali.

Eppure la schiaccia con la mortadella era di bontà assoluta e nessuna parentela, neanche lontana, pareva spartire con quel cesso orripilante.

Altri orizzonti, altri tempi, altra mortadella memorabile: Vinitaly, a Verona.

Mi toglievo dalle orge vinifiche, dalle degustazioni selvagge e spesse volte ossessive e addirittura fastidiose accompagnate dai soliti, corretti grissini, per gettarmi su quelle montagne di panini imbottiti con generosa abbondanza di fette tagliate spesse e in modo irregolare di mortadella: accompagnare il panino con una buona birra fresca, bionda e abbondante era una coccola per un palato che di vini e grissini davvero spesse volte non ne poteva sopportare oltre.

Ecco, se c’è un pregio da sottolineare con piacere nella manifestazione che, a titolo personale – nessuno me ne voglia, certo sono consapevole del valore che nel mondo ha guadagnato un evento certo unico e impareggiabile, per molti versi – non amo in modo particolare, questo è proprio il gusto e l’abbondanza di mortadella dei panini del Vinitaly: una meraviglia.

Il massimo della goduria – dopo aver mangiato un panino all’olio o al latte, una focaccia, due fette di pane pugliese non freschissimo, due fette di pane toscano ancora caldo di forno, un panino dolce o un semplice grissino rubatà, insomma una qualsiasi di queste varietà di pane accompagnato con sottili fette di mortadella al pistacchio – è di prendere a mani nude un’intera fetta della suddetta mortadella e cacciarsela in bocca alla brutta, senza pane, e godersela come il miglior cibo di questa parte periferica della galassia, senza ritegno e senza vergogna.

Sui banchi i verdi voluttuosi

Vado pazzo per le fave, soprattutto crude. E in maniera speciale in questo periodo, quando sono tenere e hanno un sapore che presto perderanno.

Queste arrivano dal sud, qui da noi bisogna aspettare fine maggio.

Papà lo sapeva e quando l’ùortu cominciava a regalare i primi belli e grossi e voluttuosi bacceli mi chiamava e correvo. Correvo a inzaccherarmi tra i solchi per godermi quelle magnifiche primizie. Certo i sapori di quelle fave sono scritti nella memoria…

Insieme alle espressioni del volto di mio padre. Un volto che sapeva, senza retorica, di terra. E che s’illuminava quando mi osservava mangiare voluttuoso, quasi stravolto, le sue fave.

E non c’erano parole.

Non servivano.

Per le faccende importanti per davvero le parole non servono.

Direi che possono anche far danni.

Viadellafucina A.I.R. 1° edizione 2012

Di grande soddisfazione è stato per me l’incontro con gli artisti coinvolti a Torino in questa iniziativa che prevede un lavoro sul campo di 4 coppie di artisti, italiani e stranieri, e che ha come teatro il mercato di Porta Palazzo con tutte le sue straordinarie valenze.

Sono stato invitato a raccontare Torino e Porta Palazzo come li ho vissuti, come li vivo e come li ho scritti e descritti. Ho trovato un gruppo di persone colte e sensibili con cui ho interloquito in maniera approfondita e mai banale. Davvero con grande soddisfazione e interesse.

Seguirò questo progetto da vicino e ne renderò conto su questo sito.

Un ringraziamento particolare a Nicoletta Daldanise: napoletana verace (Vomero) precipitata – pare con pieno interesse e apprezzamento – in questa nostra Torino, sempre sghemba e fascinosa.

Summer fruits colours

E’ arrivata l’estate e al mercato di Porta Palazzo, a Torino, sfavillano i colori delle frutta e degli ortaggi di questa stagione: è un piacere visivo, ma anche olfattivo. La fragorosa bellezza dei colori di un mercato ortofrutticolo mi lascia sempre stupefatto e non so resistere a cercare di fissarne le immagini. In ogni stagione, e l’estate è una stagione speciale.

 

Moussaka al Cecchi Point

Nell’ambito delle iniziative che vanno sotto il nome di “Sotto il cielo di Fred“, organizzate ormai da qualche anno e dedicate a Fred Buscaglione, l’associazione Conservatoria delle Cucine Mediterranee del Piemonte ha proposto un incontro, al Cecchi Point di via Cecchi, 17, con cena multietnica – antipasto piemontese classico, orecchiette con cime di rape, moussaka e dolcini secchi arabi – durante la quale Francesco Vietti e io – presentati da Marcella Filippa – abbiamo raccontato alcune faccende relative al cibo e alla storia del mercato di Porta Palazzo e del suo stratigrafico rappresentare e sintetizzare tutte le successive immigrazioni che hanno toccato la nostra Città negli ultimi sessanta anni. In particolare, è stato delizioso il racconto di Francesco relativo a un certo ingrediente misterioso che serve a cucinare in maniera perfetta e alla tradizione araba – non alla greca, anche se oggi questo piatto viene associato alla cucina greca, ma di origini dell’area curda dell’Iraq – la moussaka. Una serata assai gradevole e partecipata con calore dal numerosissimo (sala piena) pubblico.

E’ un fatto spiacevole che le grandi valenze culturali di questo mercato, il più vasto d’Europa e per molti versi unico al mondo, non siano sfruttate in maniera più proficua per questioni turistiche, come succede per altri mercati famosi in Europa e nel mondo. Nella nostra splendida e provinciale Torino questi aspetti culturali di valenza estrema sono considerati quasi dei disvalori, quasi cultura di “serie B”. Invece sono i valori autentici di ogni popolo e testimonianza unica e diretta, senza mediazioni, delle nostre caratteristiche e della nostra storia.

http://www.conservatoria.eu/

Porta Palazzo

http://www.vincenzoreda.it/porta-palazzo-il-mercato-piu-grande-deuropa/

Molto ho scritto, sia su questo sito sia altrove, di Porta Palazzo. Questo mio grande affanno, questa mia dedizione al Grande Mercato – unico al mondo per molti versi – giunge a una piccola soddisfazione: sono invitato a parlarne in una occasione particolare  e con le gambe sotto una tavola apparecchiata. Qui sotto i ritagli di “Specchio” de La Stampa del 10 febbraio 2012. Ne parlerò con maggior diffusione nei prossimi giorni.

Un bicchiere di Cari e Fragolino per Stupinigi

Questo è il lavoro, assai complicato dal punto di vista tecnico, che ho creato apposta per il convegno e la mostra alla palazzina di caccia di Stupinigi che si inaugura il 25 settembre 2010.

Con la mia ossessione per i valori della filologia, ho scelto un vino del torinese: un vino che vanta una bella storia anche se oggi dimenticato. E’ un vino dolce, a bassa gradazione alcolica che le coppiette usavano bere prima di andare a infrattarsi, protette dai boschi lenoni della collina torinese, per consumare ritualità di baci e carezze e sospiri.

Cavour, amante oltremodo delle grazie femminili, lo chiamava «vino ciularino»: e se ne intendeva parecchio, pare.

Ho detto sopra tecnicamente difficile: il Cari è un vino di colore scarico, dunque poco tannico e con pochi antociani e molti zuccheri che danno scarso colore e fanno fatica a penetrare le fibre della carta e a asciugare. Un lavoro del genere richiede molto tempo e tanta pazienza. Ho usato un Cari delle Cantine di Castelnuovo Don Bosco del 2008 che sono riuscito a trovare in quel magnifico negozio di Porta Palazzo che si chiama “Da Marco”: un ottimo indirizzo se si cerca un vino o un distillato difficile da reperire altrove.

Per il contorno del bicchiere ho invece usato una vecchia spremuta di uva fragola, del 2001, che coltivava mio padre nel suo piccolo terreno di Beinasco: rappresenta una sorta di retaggio ereditario, essendo l’ultima uva della sua vita onorevole. Non avevo mai usato questo liquido prezioso e a modo suo simbolico. Mi auguro che sia di buon auspicio per una mostra che mi onoro di realizzare nel contesto di uno degli edifici più significativi della storia di Torino e d’Italia: l’opera sontuosa di un artista siciliano, migrante come me dal Sud, che in terra sabauda ha dato il meglio di sé, l’abate messinese Filippo Juvarra (e mi si perdoni, per una volta, l’enfasi colpevolmente – ma consapevolmente – retorica).

Porta Palazzo, il mercato più grande d’Europa

Fiat.

No, non era la marca dell’automobile, che del resto la mia famiglia non possedeva, e ci volle qualche anno, fu una 500, di mia madre, perché mio padre non riuscì mai a prendere la patente e questo fu sempre motivo di malumori familiari; Fiat era la marca del frigorifero.

Un frigorifero smaltato di bianco, di quelli con gli angoli tutti arrotondati, fine anni ’50; Fiat perché lo slogan allora era:”Terra mare cielo”.

La Fabbrica totale, ovunque, a generare e soddisfare prima di tutto i bisogni dei propri dipendenti, secondo il vecchio modello fordiano; e quanto ho invidiato qualcuno dei miei amichetti il cui papà lavorava alla Fiat e che abitava le bellissime Casefiat e a Natale la Fiat gli regalava anche i giocattoli.

Il frigorifero Fiat – forse il primo dei nostri elettrodomestici, perché anche il televisore arrivò qualche anno più tardi, quando mio padre smise di portarci dai vicini o al bar a guardare “Campanile sera” o “Mare contro mare”- si apriva ogni tanto con un tanfo per me insopportabile: pecorino sardo!

Significava che mio padre era riuscito a trovare a Porta Palazzo una maledetta forma di quel formaggio che per me era come la Kriptonite per Nembo Kid  che ci mise qualche anno a farsi chiamare, più correttamente, Superman.

Altre volte, e ne ero più che felice, arrivava a casa con la mortadella che bisognava mangiare subito, perché il giorno dopo aveva un sapore e un odore strano e poco gradevole, non come oggi, ché la mortadella riesce a stare in frigo 4 o 5 giorni e nitrati e polifosfati la mantengono quasi come nuova.

Anche la mortadella arrivava da Porta Palazzo, per me, bambino, un luogo della fantasia dove si poteva trovare ogni meraviglia e ogni  porcheria di questo mondo.

Qualche anno più tardi, era precisamente l’autunno del 1968, mi spedirono a frequentare la prima liceo scientifico in quella sede che allora era la succursale del Galileo Ferraris, oggi è un commissariato di polizia, un palazzo brutto e tetro dirimpetto alle Porte Palatine, 50 metri dal grande mercato di Porta Palazzo ( non posso non ricordare che facevamo ginnastica in un locale posto sotto il Duomo, e il nostro professore, calabrese con qualche stranezza di linguaggio e di comportamento, era il papà di Roberto Gervaso).

La fermata del tram numero 10, che mi riportava a S. Rita, dove abitavamo, era situata in corso Regina, davanti al cinema-teatro Alcione: all’uscita di scuola mi toccava attraversare tutto il mercato dalla parte delle bancarelle di frutta e verdura, passare in mezzo ai banchetti dell’abbigliamento, davanti al mercato del pesce, e infine attraversare il corso.

C’era una specie di rosticceria dove mi fermavo spesso a mangiare una fumante e saporosissima farinata: nel ricordo quel sapore e quell’odore sono associati a alcune canzoni di Fabrizio De Andrè e alla pubblicità di una marca di orzo con la cui canzoncina martellante la radio mi svegliava tutte le mattine.

Com’è ovvio, in quei giorni poco mi curavo dello spettacolo che il mercato offriva: ero stanco, distratto dalle fantasie galoppanti di ogni adolescente e le mie, di fantasie, erano vere fuoriclasse nell’arte del galoppo; come tutti gli adolescenti, in preda a dubbi, preoccupazioni, sogni.

Certo, non mi sfuggiva Maurizio, l’alzatore di pietre gigantesche, catanese che rompeva le catene, o meglio il sottile fil di ferro tra una maglia e l’altra, gonfiando l’immenso torace di omaccione-orco.

Qualche anno più tardi lo conobbi meglio in un famoso bar di via Po in cui ho pascolato per ogni sera di tanti anni; narra la leggenda, in parte vera, che Pasolini lo volle in un suo film, alla prima del quale egli invitò l’intera corte dei miracoli di Porta Pila e dintorni, salvo poi non trovare neanche una sua pur insignificante apparizione: il buon Pierpaolo non aveva montato neanche una delle inquadrature che lo riguardavano.

Maurizio fu poi uno dei protagonisti di “Trevico-Torino…Viaggio nel Fiatnam”, pellicola d’esordio di Ettore Scola, del ’73, girata in 16 mm. e cosceneggiata dal non ancora celebre sindaco Diego Novelli.

Cito, non a caso, questo film perché costituisce, più che un grande esempio di cinema (il modello, mal copiato, era il cinema di Zavattini ), un documento certo straordinario e unico di quegli anni a Torino; tra l’altro, una delle figure di spicco della corte dei miracoli che zonzolava tra Porta Palazzo e Porta Nuova, presente nel film, era la leggendaria Maria, Regina della stazione.

Andavo in una vecchia casa di ringhiera, fatiscente, abitata dagli ultimi immigrati calabresi, siciliani, pugliesi, quelli che usavano le vasche da bagno per coltivarci l’insalata o il basilico, situata tra il mercato e la caserma dei Vigili del Fu co

( dall’insegna mancava la “o”), appresso a loschi figuri – che anch’io avevo prudentemente provveduto a copiare e a rendere il mio aspetto il meno raccomandabile possibile – a comprare le stecche di sigarette “Turmac” di contrabbando: mi piacevano perché avevano il pacchetto bianco e piatto e si distinguevano dalle “Muratti” e dalle “Malboro” che fumavano tutti i miei compagni.

Di Porta Palazzo ben poco m’importava e anche del Balon, che alcuni dei miei amici intellettuali cominciavano a frequentare in quei primi anni ’70: la maggior parte di loro era borghese, di sinistra, mentre io ero un figlio di contadini calabresi inurbati con la speranza, fortunatamente insoddisfatta, della Fabbrica, un figlio anarcoide, scontroso, controcorrente sempre, mai snob.

Marinavo spesso la scuola che mi annoiava: partivo dalle Porte Palatine e camminavo via Garibaldi e via Po, per finire, lungo il fiume, all’orto botanico, dove in pace leggevo i miei poeti o saggi di archeologia messicana….

Finisco questa lunga introduzione necessariamente autobiografica, che stabilisce la mia stretta parentela con il luogo di cui quest’articolo tratta, con due fatti importanti: per sposarmi ho scelto la chiesa di S. Domenico ( la più antica di Torino, dei primi del XIII secolo, sede più tardi dell’Inquisizione), situata all’angolo di via Milano; per vivere sono stato chiamato da una vecchia casa di ringhiera che sta di fronte alla chiesa della S. Sindone, a pochi passi da Porta Palazzo, il mercato dei miei acquisti e anche, quando posso, del mio girovagare, apparentemente a vuoto, tra i banchi.

Un poco di storia.

Il quadrilatero romano ( Torino ha origine da un castro romano intorno al 30 a.C. ) è delimitato a nord-est dall’attuale via Giulio, confine che rimase fino agli inizi del XVIII secolo: nel 1706, nei pressi della Dora, in quello che oggi è chiamato Borgo Vittoria e il nome è diretta conseguenza del fatto, Vittorio Amedeo II sconfisse le truppe francesi che posero fine al famoso assedio ( Pietro Micca fu l’involontario eroe di quell’epopea).

L’esistenza di un mercato poco fuori la Porta è testimoniata fin dal 1752, ma il progetto dell’attuale piazza, nato sotto il dominio napoleonico, si realizza tra il 1826 e il 1837 su disegno dell’architetto Gaetano Lombardi: pianta ottagonale e superficie di 51.300 mq sull’asse delle vie d’Italia ( oggi via Milano ), di S. Barbara ( verso il Po) e San Massimo ( verso le Alpi ), diventate dal 1879 corso Regina Margherita.

La piazza venne intitolata a Emanuele Filiberto, nome sostituito poi con quello attuale di piazza della Repubblica.

Tra il 1828 e il 1835 vennero trasferiti nell’area tutti i mercati torinesi, i più importanti dei quali, quello di piazza delle Erbe ( Palazzo di Città ) e quello di piazza del Corpus Domini, erano distribuiti sulla via davanti al Palazzo del Municipio: dal divieto di esporre le merci in quel posto, davanti al “Palazzo”, e di spostare tutto nella nuova piazza ha dato origine alla denominazione non ufficiale, ma da ognuno usata, di Porta Palazzo; non ho trovato una spiegazione per l’altro toponimo con cui da sempre viene denominata la piazza: Porta Pila.

Nella seconda metà dell’800, vennero costruite, prima in legno e poi in metallo ( la piazza fu danneggiata da un violento incendio nel 1910 ) le tettoie, tra le quali celebre è quella dell’orologio; nel 1963 fu realizzata la tettoia per il mercato dell’abbigliamento che oggi è stata demolita per un ammodernamento in corso d’opera che prevede parcheggi sotterranei e strutture adeguate alle nuove esigenze di un moderno mercato.

All’epoca, e le tracce ne sono ancora testimoni, esistevano immense ghiacciaie scavate sotto il suolo, a più piani, per la conservazione delle derrate.

E’ chiaro che l’immenso mercato è sempre stato magnifico humus di coltura di ogni possibile attività umana, lecita e non: l’aneddotica di Porta Palazzo è vastissima.

Per tutta la corte dei miracoli che vi è sempre esistita ( oggi sostituita da magrebini, neri africani, invisibili cinesi, bianchi dell’est europeo, ecc. ), cito il leggendario “Cichin”, Francesco Pignata, che intorno al 1860 aveva fondato una scuola per borseggiatori, attività proseguita dal figlio Nicolino e che addestrava i vari “Lofio”, “Ciciu”, “Forciolina” ecc. nelle arti complicate del borseggio.

Nei primi anni del ‘900 s’era anche creata la tradizione di eleggere la Regina di Porta Palazzo: la prima fu una certa Margherita Rosso.

Anche oggi, come sempre e come in ogni luogo, attività non troppo lecite vengono svolte con innegabile successo da altri “Cichin”, magari con la pelle più scura e qualche scrupolo in meno: ma non per questo il mercato di Porta Palazzo può definirsi un posto pericoloso, anzi.

Tommaso Leonetti, ormai alla terza generazione dietro un banco di verdura, si lamenta del fatto che i torinesi vengono sempre meno a comprare al Mercato: tutti gli snob e gli intellettuali girellano al Balon, pericoloso più o meno come Porta Palazzo; solo extra comunitari e gente comune vagola tra i profumi, i colori, i suoni dei banditori che mischiano consonanti calabresi, con aspirate arabe, gutturali nigeriane, sibilate orientali e, neanche troppo raramente, quei suoni poggiati, rotondi e un poco trascinati tra cui è difficile distinguere il torinese dal langarolo o dal monferrino.

Leonetti, che per me è una specie di memoria storica, mi dice che sulle 270 concessioni dei banchi di frutta e verdura ( licenze rilasciate fino agli anni ’50, epoca da cui non sono stati concessi ulteriori permessi ), sono rimasti titolari circa il 30% di piemontesi, il che poi, tutto sommato, non è poco, tenendo conto di quali flussi migratori abbia sopportato la Città.

I banchi del mercato di frutta e verdura sono i miei preferiti: è l’appagamento dei cinque sensi, certo con la vista privilegiata: gli accostamenti di colore, certe sequenze di prodotti allineati sui banchi o ammonticchiati con cura, tagliati a spicchi a fette….Il trionfo della geometria del colore.

Purtroppo, è sempre Leonetti che me lo fa notare, con la fine degli anni ’70, e la conseguente esplosione delle attività intensive delle serre ( fino ad allora le serre erano utilizzate esclusivamente per le colture floreali ), è un po’ finita la stagionalità di frutta e verdura; non solo, con l’avvento di quella che viene malamente nomata “globalizzazione”, anche la primizia ha cambiato significato, nel senso che oggi le primizie ci sono sempre, benché poi i prezzi, e i sapori, rendano giustizia al naturale corso delle stagioni.

Caratteristica unica da sempre di Porta Palazzo è il mercatino dei contadini, situato dietro la tettoia dell’orologio: poche decine di produttori che arrivano da tutto il Piemonte espongono e vendono la merce che viene direttamente dalle loro terre, e sono frutti e verdure di stagione che, non sempre a dire il vero, hanno un gusto diverso, e colori diversi, e fragranze diverse; ripeto non sempre, però, perché il solo fatto di essere contadino non certifica dell’assoluta onestà e correttezza di ognuno.

I due mercati coperti della carne e dei formaggi sono oggi un inno alle diverse tradizioni culturali e religiose che caratterizzano le cucine delle varie etnie che comprano a Porta Palazzo: trovi tutto.

Dal montone macellato secondo l’uso musulmano, alle carni affumicate di tradizione romena o slava; dalla vera soppressa calabrese al pecorino sardo, al formaggio di fossa, alla finocchiona e addirittura ai salumi spagnoli, o ai nostri insaccati di Cinta senese.

Io mi delizio a guardare interminabili file di salsicce, di prosciutti, di provole, penzolare dalle volte dei banchi a comporre quasi delle mantovane, delle quinte che emanano però insinuanti e promettenti fragranze.

Nulla a che spartire con quelle farmacie o corsie ospedaliere che sono gli ipermercati di cui hanno saturato le periferie e che diventano il ricettacolo di pensionati perdigiorno che impiegano il loro tempo a cercare di rubacchiare creme da barba e cioccolatini; di giovincelli assatanati, rumorosi, incerottati dentro indumenti falsi che espongono loghi tanto famosi quanto brutti e omologanti che cercano il refrigerio dell’aria condizionata e alimentano la frustrazione e l’invidia di non poter comprare quell’ultima scarpa ipertecnologica o quel palmare che fa tutto, anche farti sentire bello biondo alto ricco e famoso……

O le massaie con carrello, e bambino dentro, che comprano tutto a memoria, con percorso, tempo e spesa programmata…..

No, a Porta Palazzo ci vai per rinnovare i cinque sensi; ci vai perché la gente è diversa, parla urla ride commenta s’indigna si lamenta e lo fa in tutte le lingue che tutti capiscono, perché la gente basta guardarla in faccia per capire quello che dice, quale che sia la lingua.

Ma bisogna saper guardarla la gente per capirne il senso delle parole.

E poi, in mezzo a quell’orgia dei sensi, ogni tanto alzi gli occhi, oltre le righe rosse e bianche dei teloni che coprono i banchi, e scopri gli occhi di una finestra barocca che ti guata, un poco malandata, un poco scolorita e ancora, poco più in alto, la cupola della chiesa dei SS. Maurizio e Lazzaro che da sempre sorveglia il Mercato.

Chiudo con i 18 banchi meravigliosi del mercato del pesce, il più grande d’Europa, rifatto una decina d’anni fa.

Quando si va a fare la spesa io vado avanti e indietro per delle mezze ore tra un banco e l’altro: la scusa è quella di trovare il pesce migliore al prezzo più conveniente, ma è una bugia, perché a me, pescatore di mare, semplicemente piace osservare i pesci, i crostacei, i polipi di scoglio, i gamberoni, le cicale, le cozze, i calamari…..

E’ l’unico posto dove ogni tanto riesco a trovare tordi, perche, saragotti , donzelle e scorfanetti ( quelli piccoli e di colore scuro che vivono sotto gli scogli in tre o quattro metri d’acqua e hanno un sapore…) per la zuppa che piace a me.

Inutile dire che il pesce è spesso freschissimo, non sempre però ( anche se devo ammettere che in fatto di pesce io sono molto esigente ), e a prezzi di assoluta convenienza.

Poco mi piace aggirarmi nell’angolo dei banchi dell’abbigliamento: mancano i colori di frutta e verdura, gli odori del pesce, i suoni dei banditori; tutto sommato abbigliamento e accessori mi coinvolgono di meno, non mi fanno nessuna promessa i pantaloni, non la trovo insinuante una camicia e le scarpe tutto sommato sono solo delle prigioni per i piedi che, anche loro, amano la libertà.

Chiudo con una piccola curiosità storica: il corso Giulio Cesare che continua oggi la via Milano, si chiamava via Mosca, in onore di Carlo Bernardo Mosca, da Occhieppo Superiore (Vercelli), costruttore del ponte omonimo sulla Dora, una meraviglia costruita in pietra che all’epoca era unica al mondo.

Una delle tante ignorate di questa Città.

Bibliografia:

Mille saluti da Torino. 1990, Edizioni del Capricorno

Mille ricordi da Torino. 1992, edizioni del Capricorno

I Misteri di Torino. Edizione Piemonte In Bancarella

Memorie di Pietra, 1991, Ass. Servizi Demografici Città di Torino