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La dedica di un Premio Nobel: Gao Xingjian

Me lo ha portato da Parigi il mio amico Beppe: con dedica personale. Non capita spesso di avere un libro con dedica da parte di un Premio Nobel. Un regalo magnifico che mi impegna a conoscere meglio questo straordinario artista e uomo di cultura cinese.

Nato a Ganzhou il 4 gennaio 1940, Gao Xingjian è in esilio a Parigi dal 1987; è stato insignito del Premio Nobel per la letteratura nel 2000, primo cinese.

Ha viaggiato in Italia: è narratore, drammaturgo, poeta, critico letterario, pittore e regista. Un artista  a tutto tondo, come quelli che piacciono a me. Il libro che mi ha dedicato è stato tradotto in Italia da Rizzoli nel 2002: La montagna dell’anima (1990). E’ un viaggio spirituale e reale alla ricerca del proprio Graal, poetico e lirico come è tipico della letteratura cinese alta.

Altre sue opere letterarie: Una canna da pesca per mio nonno (Racconti, Rizzoli 2001) e Il libro di un uomo solo (Romanzo, Rizzoli 2003). Ha inoltre scritto due pezzi assai importanti per il teatro: L’altra riva e La fuga.

ENOTECA da E. M. HEMINGWAY: vini liquori distillati e altro

Il confronto col ber vino non è così lontano come potrebbe parere. Il vino è uno dei maggiori segni di civiltà nel mondo e una delle cose naturali del mondo portata alla massima perfezione, e offre un  maggior campo di gioia e apprezzamento di qualunque altra cosa puramente sensoriale che si possa acquistare. Si può passar tutta la vita con grande gioia a studiare i vini e a perseguire l’educazione del proprio palato, e via via il palato diventa più educato e capace di apprezzamento e si accresce continuamente la gioia e l’apprezzamento del vino anche se magari si indeboliscono i reni, incomincia a dolere l’alluce e a irrigidirsi le giunture delle dita fino a che, proprio quando lo si ama di più, il vino viene assolutamente vietato. Proprio l’occhio, che all’inizio è unicamente un sano strumento, diventa capace, anche quando non è più così forte ed è indebolito e logorato dagli abusi, di continuare a trasmettere al cervello una maggior gioia in virtù dell’esperienza e dell’abilità a vedere che ha acquistato. Tutti i nostri corpi si consumano in un modo o nell’altro e si muore, e io preferirei avere un palato che mi dia la gioia di godere pienamente un Château Margaux o un Haut Brion, anche se gli eccessi a cui mi sono abbandonato per conseguirlo mi hanno procurato un fegato che non mi consente di bere Richelbourg o Corton o Chambertin, piuttosto che avere i ferrei intestini della mia fanciullezza quando tutti i vini rossi mi riuscivano amari tranne il Porto, e il bere consisteva nel processo di buttar giù abbastanza roba da sentirsi eroici. Naturalmente si tratta di evitare di dover rinunciare completamente al vino proprio come, con l’occhio, si tratta di evitare di diventar cieco. Ma in tutte queste cose ha gran parte la fortuna, e nessuno può evitare la morte con questi sforzi, o sapere a quale uso può reggere una parte del suo corpo finchè non l’ha provato.

(……)una persona a misura che cresce la sua esperienza e la sua educazione sensoriale può derivare dal vino gioia sempre maggiore, come la gioia di un uomo davanti alle corride può aumentare fino a diventare una delle sue maggiori infatuazioni, e tuttavia una persona che beve – che non gusta o assaggia, ma beve – il vino per la prima volta sa, anche se non gli importa di gustarlo o di essere in grado di gustarlo, se il vino gli piace o no, e se va o non va bene per lei. Per il vino, la maggior parte della gente all’inizio preferisce uve dolci, Sauternes, Graves, Barsac e vini frizzanti, come champagne non troppo secco e Borgogna frizzante, a causa delle loro qualità pittoresche, mentre più tardi li darebbe tutti per un campione leggero ma ricco e buono di Grand Crus di Médoc, anche se è in bottiglia semplice, senz’etichetta, polvere né ragnatele, senza nulla di pittoresco, e soltanto la sua genuinità e finezza e il suo corpo leggero sulla lingua, fresco in bocca e caldo appena bevuto.”

E’, questa sopra, una bella pagina che Ernest Miller Hemingway, americano di Oak Park, regione dei Grandi Laghi, dedica al vino in quell’opera di scrittura affascinante e astrusa che è “Morte nel pomeriggio”.

Volume pubblicato nel 1932 a oltre trent’anni d’età, già ricco e famoso sia come scrittore sia come personaggio.

Nato il 21 lug1io 1899 da ottima famiglia borghese, era stato accolto come un eroe al ritorno dalla sua partecipazione volontaria e breve, seppur fortunata, alla Grande Guerra sul fronte italiano. Ferito, decorato per atto di eroico coraggio, curato da un nugolo di crocerossine americane a Milano ( c’erano più infermiere che infermi americani), innamorato corrisposto da una di loro: per questo bel figuro, ragazzo del ‘99, a vent’anni la vita non si prospettava poi malaccio. Oltretutto, l’esperienza della Grande Guerra in Italia gli aveva fatto mettere da parte un bel po’ di materiale per opere successive.

Non mi è mai piaciuto Hemingway: e tutti a dirmi, ma come? a uno come te che ama Melville e Conrad e Stevenson e London e Fante non piace Hemingway! ma se neanche lo conosci.

Sempre risposto: non ho bisogno di conoscerlo, per quel poco che ho letto, non mi piace, non mi racconta niente di interessante, non mi ci ritrovo.

E infine stufo, ho deciso di leggere tutto o quasi quello che il grande Ernest ha scritto ( non ho avuto il coraggio e  il masochismo di spolparmi “Per chi suona la campana”).

Ebbene? Hemingway continua a non piacermi: un buon scrittore di racconti, un bel racconto lungo ( “Il vecchio e il mare”, del 1952, suo ultimo romanzo pubblicato in vita); un’opera sorprendente, ma che è in sostanza una sorta di saggio autobiografico sul mondo delle corride: “Morte nel pomeriggio”; eppoi niente d’altro di interessante, dal mio punto di vista, va per inteso.

Partiamo da “Fiesta”, suo primo romanzo e immediato successo, del 1926: un librino esile che letto e riletto oggi non lascia nulla, se non l’odore di alcol, di svagato sesso, di noia: che sono gli ingredienti del suo successo negli anni venti: “La generazione perduta”. Mah.

Pubblicò successivamente “Addio alle armi”, decoroso ma diseguale e rozzamente autobiografico (1929); “Verdi colline d’Africa”(1935), un papocchio insignificante sulle cacce grosse di annoiati borghesi, anche questo autobiografico fino all’inverosimile; “Avere e non avere” (1937), una sorta di unione di tre racconti che hanno l’unica attrattiva di puzzare di ottimo rum rurale diluito a volte con cola, più spesso con nafta e sangue.

“I quarantanove racconti”  è una raccolta che Hemingway dà alle stampe nel 1938, insieme alla commedia “La quinta colonna”. Certo, alcuni racconti di questa raccolta, scritti nell’arco di una decina d’anni, sono più che buoni: ma il tutto è sopravvalutato, a cominciare dalla famosa tecnica di scrittura che Hemingway elaborò. Una scrittura scarna, priva quasi di aggettivi, poco descrittiva. Il punto è che a me non è mai piaciuta quella che io chiamo mancanza di ritmo, e non soltanto.

Alcuni di questi racconti sono celeberrimi, con fortunate riduzioni cinematografiche e tutto il resto: ai mie lettori consiglio “Vino dello Wyoming”.

Pubblica ancora “Per chi suona la campana” nel 1940, “Di là dal fiume e tra gli alberi”, secondo me il suo peggior lavoro, nel 1950 e, infine, “Il vecchio e il mare”, pubblicato su Life : 5.318.650  copie che vengono esaurite in 48 ore e che rendono nel 1952 Ernest Miller Hemingway una star internazionale, da quel momento in poi inseguito ovunque da turbe di ammiratori, ammiratrici, giornalisti, opportunisti, uomini politici di ogni fazione, fisco…..

Nel 1954, in gennaio, durante un ennesimo safari in Africa, gli capita l’ennesimo incidente, questa volta quasi mortale. Lo danno per morto, se la cava, gli conferiscono il Nobel – ho sempre pensato che gli Accademici di Svezia, in occasione delle riunioni nelle quali decidere il conferimento dei nobel per la letteratura, profittassero per alzare il gomito (certo vinacci da supermercato) o per sperimentare qualche nuovo allucinogeno, alcaloide o roba sintetica – che non ritira di persona perché a pezzi da qualche parte. In quel benedetto anno io nasco, per inciso, e lui comincia irrimediabilmente a morire: il fisico devastato dai mille incidenti della sua vita di coraggioso, generoso e maldestro ( aveva cominciato a piantarsi un pezzo di legno in gola a sette o otto anni), la mente annebbiata dagli abusi alcolici di ogni tipo, dalle ormai inefficaci medicine e, per ultimi ma certo non meno devastanti, dagli elettroshock che gli azzerano la prodigiosa memoria.

Ernest Miller Hemingway riesce, dopo ripetuti tentativi sventati dalla quarta moglie, a piantarsi due pallottole di fucile in testa all’alba del 2 luglio 1961, nella sua casa di Ketchum (Idaho).

Suo padre s’era sparato un colpo di pistola in testa una trentina d’anni prima.

Hemingway, quattro mogli e tre figli, era un americanone grande e grosso, generoso, coraggioso, forse spaccone, pieno di sé, un poco balbuziente, malaccorto e maldestro, uno scrittore famoso per i suoi incredibili errori grammaticali eppure capace di una grande applicazione, di un metodo ferreo: comunque uno scrittore tragico i cui libri puzzano, tutti, di morte.

Il suo miglior romanzo è stata la sua vita: è questa che esce e entra in tutti i suoi lavori, quelli buoni e quelli brutti e che esalano tutti, invero, un insopprimibile profumo di alcol. C’è tutto l’alcol dell’universo dentro gli scritti di Hemingway, un alcol quotidiano, abituale, ritmico, mai rituale o mitico. A partire da Fiesta, si beve a ogni ora, ogni cosa, qualunque abbinamento, roba buona, anche ottima e roba semplice, spesso scadente: è importante che si beva e non poco, per favore. E mi pare che ogni suo titolo abbia una propria devozione alcolica: il vino di “Addio alle armi”, il rum di “Avere e non avere”, brandy e gin in “Fiesta”, champagne dentro quel brutto “Oltre il fiume e tra gli alberi”.

Nel “Il vecchio e il mare” niente alcol, solo sapore di sale, di umido, di ostinazione, di sconfitta, di morte.

Io non amo Hemingway, ma anch’egli qualche cosa me l’ha regalata.

(Il brano riprodotto è tratto dall’edizione Mondadori, collana I Meridiani: “Ernest Hemingway Romanzi” a cura e con traduzione di Fernanda Pivano, che consiglio vivamente a chiunque volesse conoscere o conoscere meglio l’opera di Hemingway. Ricordo che Fernanda Pivano ebbe modo di frequentare lo scrittore e fu da lui non soltanto assai stimata, ma anche coccolata e viziata, per certo fra i suoi traduttori prediletti – Fernanda era da giovane una gran bella ragazza, oltre che una grandissima esperta di letteratura nordamericana.).

Rabindranath Tagore

Rabindranath Tagore nacque a Calcutta il 6 di maggio 1861 e morì in un villaggio del suo amato Bengala il 7 di agosto del 1941. Ebbe nel 1913 il Premio Nobel della Letteratura. Si chiamava Thakhur per la verità: cognome che trasformò dopo un soggiorno di studio durato tre anni in Inghilterra. Era un uomo molto bello e dolce, figlio di un ricco bramino in odore di santità.

E’ un poeta che ho sempre amato, conosciuto, tradotto e apprezzato in tutto il mondo; la sua è una poesia che parla di natura, di bellezza, di amore e di armonia. E sono parole semplici, a volte quasi preghiere.

Ho da poco finito di leggere questa piccola antologia di poesie e di scritti, pubblicata da Guanda nel 2005 e da poco uscita in seconda edizione: sono letture rilassanti, che rassicurano. Oggi ne abbiamo particolare necessità.

“Ciò che ritorna più spesso nella mia mente, ripensando alla mia infanzia, è il mistero che circonda la vita e il mondo del fanciullo. Qualche cosa di sconosciuto e d’inafferrabile si nascondeva dovunque, e sempre ci domandavamo con inquieta insistenza:«Quando, oh, ma quando potremo saperne di più?» E ci sembrava come se la natura tenesse un segreto chiuso nella mano e ci domandasse sorridendo:«Che ho qui?» Quello che era impossibile che avesse era ciò di cui non avevamo ancora idea. Ricordo benissimo il seme di annona, che avevo piantato con tanta cura nell’angolo occidentale della veranda, innaffiandolo ogni giorno. L’idea che esso si sarebbe trasformato in albero mi riempiva di meraviglia; il melo seguitava a germogliare, ma oggi non desta più in me quel senso di profondo stupore: la differenza non è nell’albero, ma nel mio modo di pensare.”

“…il suolo, che non solo aiuta l’albero a crescere, ma mantiene la sua crescita entro certi limiti. L’albero deve provare l’avventura della vita, innalzare e allargare i suoi rami da ogni parte, ma i suoi più profondi legami sono con la terra, e ciò l’aiuta a vivere. Anche la nostra civiltà deve avere il suo elemento passivo, una base larga e stabile; non dev’essere solo crescita, ma crescita armonica. essa deve avere un tempo, una misura di tempo. Il tempo non è un ostacolo; è ciò che le sponde sono per il fiume: esse guidano la corrente che altrimenti si perderebbe nella palude. E’ un ritmo, il ritmo che guida il mondo, nei suoi movimenti, verso la verità e la bellezza.”