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Paolo Poli

Quello qui riprodotto è il biglietto, scritto di pugno, che ho ricevuto da Paolo Poli.

Il fatto che questo personaggio straordinario mi ringrazi e definisca il mio Quisquilie & Pinzillacchere un “bel libro” è faccenda che mi riempie di gioia e mi rende tanto orgoglioso. Conta poco o punto, dal punto di vista del successo del prestigio o del denaro, questo piccolo scritto: ma è una delle più belle soddisfazioni della mia vita. La soddisfazione di un attestato di stima che mi giunge da quello che per me è stato un mito, quand’ero adolescente e oggi – che vivo meno di miti che di giudizi ponderati – è senza dubbio uno dei giganti del Teatro contemporaneo, e non soltanto italiano.

Tante grazie Paolo, e che il Signore ti conservi (a lungo) la vista – come si dice qui da noi, in Piemonte.

Scaglie di Gianni Gagliardo

Scaglie“…Io sono uno dei tanti uomini cresciuti nel proprio tempo, plasmati in un impasto di rabbia, ambizione, sogni, vergogna, volontà, modellati da una società che premia le condizioni economiche e sociali più di ogni altra risorsa, ma sono molto felice di essere un povero ragazzo di campagna e per sempre voglio essere io, oltre le maschere che a ciascuno di noi tocca indossare.

Mi spio, mi giudico, mi sgrido e mi giustifico come farei con un figlio, mi accade spesso di considerarmi mediocre rispetto alla professione, alla famiglia, alla società. Non m’interessa brillare ma essere gradito.

Mi chiedo perché mi vergogno ad indossare le cose griffate, anche se so che la gente come me ha fatto il gioco delle griffes, dei locali notturni esclusivi, delle vacanze esotiche, delle grandi auto acquistate in leasing e forse anche delle aziende come la nostra: la gente come me, che magari andava a scuola con i vestiti rammendati, che nel ’68 voleva cambiare il mondo e che solo vent’anni dopo si è specchiata nell’oltranza dello yuppismo….”.

Non sono solito interrompere le mie letture “professionali”, pur impegnative come l’ultimo eccellente saggio antropologico di Jared Diamond. Però avevo da dare un’occhiata a questo libro donatomi da Gianni Gagliardo e pensavo di farne una rapidissima lettura redazionale. Il libro, se non altro, si presentava ben fatto dal punto di vista tecnico. Edito da Editrice Artistica Piemontese (Savigliano) nel 2002: 159 pagine di carta patinata opaca da circa 135 gr., bella scelta di carattere tipo Times e corpo 14 con interlinea di buon respiro; sovraccoperta plastificata con grafica elegante e un cartonato con sguardie e capitello come si deve. Formato classico 15×21 per 14,40 € di prezzo.

Ovvio che avevo qualche dubbio sul contenuto: di solito i libri autobiografici scritti da non professionisti non sono quasi mai una lettura stimolante. Ma comunque mi sarei applicato, se non altro per rispetto ai grandi vini che produce Gianni Gagliardo e all’amicizia, oltre alla stima professionale, che mi lega a Stefano, suo primogenito.

E invece ci ho speso una delle mie notti insonni e l’ho letto con interesse tutto d’un fiato. La scrittura è semplice e diretta ma con l’uso di una lingua corretta che non mostra sforzi fuori luogo di tipo letterario o poetico: una bella storia che testimonia di tempi e di luoghi oggi lontani. E racconta una vita di quelle dense, pregnanti: per certo non vissuta con leggerezza, non subita.

“…Gagliardo, giustappunto, appartiene all’ultima generazione che abbia assistito alla transizione neocapitalistica (il 1955 a far da spartiacque) potendo raccontare la sparizione di una vita durata intatta per secoli. E la sua ricostruzione ha proprio questo di buono: la capacità di fissare con occhi asciutti un modello al tramonto.

Come tutti coloro che sanno andare lontano, è stata la lontananza a dettare il ritorno della memoria, a sollecitare l’urgenza di recuperare le radici che nessuna diaspora potrà mai estirpare (del resto solo chi parte può ritrovarsi). Il Gagliardo commerciante che nelle more dei suoi viaggi d’affari, nella sospensione dei voli da un luogo all’altro del globo, sente il pungolo di un esame di vita, di un bilancio d’esistenza, il desiderio di seminare le sue file di biro o i file del suo pc in andirivieni adulti assai più gioiosi di quelli compiuti da bambino col padre e la vaccherella Cita nel ripido podere di Monticello.”

Le parole qui sopra sono tratte dalla bella introduzione di Giovanni Tesio e mi sembrano esemplari.

Così come mi pare opportuno, invitando i miei lettori a cercare il libro – non so se sia ancora reperibile, ma credo che rivolgendosi alla casa editrice o direttamente all’autore la faccenda possa essere risolta – di riportare la conclusione di un mio scritto pubblicato su Quisquilie & Pinzillacchere (Graphot, Torino 2010). Il pezzo è  leggibile per intero sul mio sito (vedi link): Gianni e io, pur con la differenza di qualche anno a mio favore, apparteniamo alla stessa generazione. Quella che io ho imparato a definire: “La Generazione Fortunata”.

“Ma non ho neanche un dubbio, oggi ancora di più: la mia è stata la generazione più fortunata; non abbiamo subito le guerre, non abbiamo sofferto la fame, abbiamo potuto confrontare il quasi nulla col quasi tutto, il poco e il troppo: ieri col telefono a disco e lucchetto, oggi col palmare anche al cesso. Abbiamo avuto la fortuna di passare dal ciuccio e dalla vacca al motorino e all’auto; e poi dall’auto alla bicicletta…  Abbiamo vissuto il Sogno nell’età più bella: abbiamo potuto apprezzare quanto belli sono i sogni quando i sogni svaniscono e hai l’età giusta per poter capire tutto questo.   Sinceramente: penso che nessun’altra generazione – per certo non i nostri padri e non i nostri figli, purtroppo – nel corso della storia sia stata più fortunata della nostra, comunque vada a finire.”.

http://www.vincenzoreda.it/la-generazione-fortunata/

L’arnese del Geometra, dedicato ai miei amici juventini

Il testo qui sotto è parte di un racconto incluso nel mio Quisquilie & Pinzillacchere (Graphot, Torino 2010) e si intitola: L’arnese del Geometra:

Copertina Internet” [...] E venne un giorno che il Ragioniere dagli occhi di cielo ci convocò: si trattava di dare una mano al figlio del commendator Luigi Bertazzini da Cuneo, fotografo, da poco deceduto.

Erano i primi anni ottanta e l’architetto Bertazzini, figlio unico e unico erede del Commendatore, si ritrovava a dover gestire l’immenso archivio dell’illustre papà senza saper bene come uscirne.

La sede dello studio Bertazzini era situata in via Fratelli Calandra, quasi angolo con il corso Vittorio: era un grande interrato, una sorta di dedalo infernale, stipato con decine di migliaia di lastre negative in vetro, formato 9×12 e 13×18 e poi ancora migliaia e migliaia di negativi 6×6 e formato Leica che testimoniavano di fatti grandi e piccoli avvenuti nella Città nel corso di quasi cinquant’anni di cronaca diventata storia: matrimoni anonimi e matrimoni illustri, partite di calcio, corse automobilistiche nell’improbabile circuito del Valentino, ciclismo, concerti, eventi, mostre, sfilate di moda, visite di personaggi celebri. Insomma, un tesoro inestimabile di testimonianze.

Lavorammo come degli schiavi in quei sotterranei malodoranti di tiosolfato, di sali di alogenuri di argento, di iposolfiti e chissà cos’altro.

Catalogammo migliaia e migliaia di lastre e negativi; selezionammo parecchio materiale di sicuro interesse e destinammo alle discariche quantità bibliche di vetri e negativi inutili.

Ci industriammo per offrire delle testimonianze uniche a enti, istituzioni, privati della Città e non riuscimmo a trovare nessuno interessato: una selezione scelta di quell’immenso archivio fu acquistata per pochi soldi da un’azienda privata nordamericana; un tesoro buttato via, come succede spesso in questa Città ricca di tante cose ma debordante di provincialismo.

Da tutto quel mare oceano di istanti congelati su vetro e pellicola spuntò fuori, per caso, un negativo formato 6×6, senz’altro ripreso con una Rolleiflex biottica che per decenni aveva costituito la camera standard per i reportage dei reporter sportivi – prima delle reflex 24×36 formato Leica, molto più piccole e flessibili, attrezzate con super grandangolari e iper teleobiettivi capaci di prestazioni inimmaginabili per i poveri operai delle gloriose e ingombranti Rollei a ottica fissa e si tratta di marchingegni di epoche che rispetto a quelli odierni, elettronici e digitali, sono da considerarsi alla stregua di preistoria o protostoria della tecnica fotografica.

Quel negativo era un prodigio.

Ripreso da una prospettiva di tre quarti posteriore, il Geometra, nudo come l’aveva fatto sua madre, era nell’atteggiamento di chi si sta pesando su una di quelle bilance meccaniche a base rettangolare con pesi e contrappesi: spuntava, davanti alla coscia destra un pezzo, piccolino, del suo pisellino….

Che scoop: il Geometra nudo col pistolino di fuori: ne avremmo potuto ricavare una bella cifra offrendo il negativo in pasto a una di quelle riviste di gossip…

Ma qui venne fuori la mia statura etica di juventino a denominazione di origine controllata e certificata: mai avrei avuto l’ardire sacrilego di permettere alla mala stampa di esporre le nudità del grande Geometra – Presidente esimio, vettore insuperabile di quantità ineguagliate e ineguagliabili di trofei nella bacheca della gloriosa Vecchia Signora – al pubblico ludibrio.

Mi misi in contatto con il buon Camin, Vladimiro Camiti, siciliano, onesto scribacchino di Tuttosport e grande tifoso della Juventus; gli esposi il caso e gli comunicai la volontà di tenere quel negativo a disposizione del Geometra, con un desiderio: avrei voluto portargli personalmente in gentile e gratuito omaggio sia il negativo sia una stampa realizzata all’uopo.

Camin fu molto disponibile, comprensibile e gentile: si offrì di informare il Presidente e si impegnò a fare in modo che il mio desiderio potesse essere realizzato.

Per me si trattava di un piccolo sogno: poter conoscere personalmente il grande Giampiero, Geometra e Presidente ineguagliabile e rendergli un favore senza prezzo; neanche mi preoccupai di pensare a come il grande ex campione e attuale dirigente avrebbe potuto reagire: se avesse apprezzato il gesto, se poteva in qualche modo provvedere a riconoscermi un compenso e di quale entità o natura.

Ero in maniera infantile assai felice di poter rendere un grande favore a un personaggio che io stimavo molto di più che appartenere a un semplice mito.

Nel ricordo malcerto pensavo che il fatto fosse accaduto in un giorno di primavera dell’85: ho una foto proprio mentre sto entrando nella sede storica dell’ultimo piano di Galleria S. Federico, 54 e i miei personali riferimenti iconografici mi riportavano a quel periodo, senza dubbio precedente il 29 maggio 1985; giorno funesto in cui mi ritrovai, inebetito dentro un incubo senza fine, all’Heysel di Bruxelles: e da quel giorno il calcio, tutto il calcio, non fu più per me quel meccanismo meraviglioso che era stato fino a quel momento, pur se rimasi sempre appassionato di quel gioco – assurdo e affascinante, euclideo e levantino; progettato per pirati e cavalieri; corsari e gentiluomini; eroi e bucanieri; nobili e tagliagole; beati e figlidiputtana – e tifoso della mia squadra.

Ho ritrovato recentemente la copia di una lettera che spedii al Geometra nel febbraio del 1985 e nella quale parlavo dell’incontro, avvenuto nel luglio dell’84, in cui gli avevo consegnato negativo e stampa: lettera senza risposta, dettata dal bisogno, infantile e ingenuo, di aver in qualche modo e in maniera ufficiale un ringraziamento formale che il Tanghero, uno dei tanti a cui tutto è dovuto, mai si sognò di elargirmi.

Ho ricordi vaghi di una grande stanza in penombra, arredata in modo semplice e con una scrivania scura, enorme, dietro cui due strette fessure emettevano un chiaro e tagliente raggio laser che percorse e percosse la mia figura dall’alto in basso e da sinistra a destra, più volte.

Poche parole di circostanza emesse da una maschera di marmo chiaro che non assunse alcuna espressione alla vista delle sue grazie giovanili evidenziate sulla foto in bianco e nero.

Un istante durò quell’incontro, con il Camin, adorabile, visibilmente imbarazzato e riverente.

Ne ricavai un distintivo in oro, tre cravatte, di cui una ufficiale, di Jack Emerson e una serata, indimenticabile, con annessa insipida cena, in compagnia di vecchi campioni.

Ricordo bene un’imponente e imbolsito John Charles, ricordo il grande Teobaldo Depetrini, mediano del quinquennio; ricordo un elegante e signorile Umberto Colombo, mediano sinistro, quello del famoso centrocampo degli anni cinquanta: Emoli, Cervato, Colombo.

Ricordo Pietro Anastasi, Petruzzu, siciliano, centravanti: l’eroe di noi ragazzini immigrati dal sud.

Sono certo, non c’era il mio capitano Giuseppe Furino, il Furia di quel brav’uomo, onesto cronista sportivo che tentava malamente di scimmiottare il Gran Giuan, che rispondeva al nome di Vladimiro Caminiti, Camin, siciliano.

No, Giampiero Boniperti non mi ha mai detto grazie per quel mio piccolo favore: mi dispiace un poco, ma in fondo quella foto io gliela portai non per averne in cambio una qualche forma di riconoscenza.

Ebbe a essere soltanto una mera questione di etica: era un dovere verso me stesso, mica verso il Geometra o, meno ancora, verso il suo arnese….

In quella lettera del febbraio 1985, mi dolevo un poco col Presidente per il fatto di non aver avuto l’anelato ringraziamento e concludevo augurandogli un anno indimenticabile di ricche soddisfazioni sportive.

Che vennero, insieme con quella giornata del 29 maggio a Bruxelles.

Dove, ripeto, io c’ero: e maippiù il calcio ritornò a essere per me com’era prima.”.

 

BAROLO&Co. dicembre 2010 – anno XXVIII – numero 4

Sull’ultimo numero appena uscito del trimestrale Barolo & Co., per il quale scrivo fin dal 2003, è stato pubblicato il mio articolo che riguarda la vendemmia di Villa della Regina, a proposito della quale su questo sito ho pubblicato alcune fotografie. Ma c’è anche la notizia dell’evento di Stupinigi (25 settembre scorso) e c’è una bella recensione di Quisquilie & Pinzillacchere, nella rubrica curata da Andrea Tedaldi, che ringrazio. Per la verità, questo mio libro ha una caratteristica che pochi sono in grado di cogliere (non per incapacità, ma perché non conoscono – ma questo è ovvio – faccende che sono assai personali): non soltanto è dedicato a una certa persona, ma E’ FATTO (nella fattispecie, è scritto) come quella persona, intendo sia per i contenuti sia per la forma.

http://www.vincenzoreda.it/vendemmia-alla-vigna-della-regina/

http://www.vincenzoreda.it/laltro-tartufo-del-piemonte/

Presentazione di Quisquilie & Pinzillacchere al Cinema Empire

Il 9.11.2010 – per curiosità, sono gli stessi numeri della fatidica data 11.9.2001…- alle 19.30, più o meno, il mio amico Dr. (in senso medico, naturalmente) Giorgio Diaferia – batterista jazz insigne – ha presentato con me Quisquilie & Pinzillacchere. Con Freisa di Chieri e Bonarda di Balbiano i non molti ma fortunati presenti hanno potuto gustare una classica merenda sinoira preparata come si deve (strepitose le acciughe al verde) e un ottimo risotto al barolo, in cui il Barolo era vero e non fittizio.

Grazie a tutti gli intervenuti.

Qualora ci fossero delle difficoltà a reperire il libro, i riferimenti dell’editore sono:

Graphot editrice, Lungodora Colletta 113/10 bis – 1053 Torino   Tel. 011 2386281  Fax  011 2358882         www.graphot.com graphot@graphot.com