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NYC marathon, 1987

Il brano seguente è tratto dal racconto Country blowjob, pubblicato nel mio ultimo libro Quisquilie & Pinzillacchere.

Quest’anno (2012) la NYCM non si corre, purtroppo. Il mio pensiero va alla Città, uno dei luoghi più belli che ho mai visto. Il mio ricordo va a quel 1 novembre 1987 quando corsi per le strade di New York. Ancora ubriaco dalla sera prima: non so quanti Martini, guardando inebetito la sfilata di Halloween al Greenwich Village!

“Giovanni da Verrazzano, figlio illustre di una ricca famiglia fiorentina, fu il primo navigatore europeo che intorno al 1524, per conto di Francesco I, giunse dalle parti di  quel posto che oggi si chiama New York.

Gli hanno dedicato un ponte celebre da cui ogni anno, la prima domenica di novembre, prende il via la New York City Marathon: una delle corse su strada più belle del mondo che ho avuto la fortuna di correre nel 1987.

Giovanni da Verrazzano con tutta probabilità finì la sua vita dentro gli stomaci affamati di sconosciuti nativi americani intorno al 1527: al di là dei nostri comprensibili tabù, non è poi una fine così orrenda; forse è assai meglio finire i propri giorni essendo cibo per un uomo che diventare putrescente materia buona soltanto per alimentare vermi e batteri.

O no?

In ogni caso, il grande navigatore fiorentino accomuna, perlomeno nella mia immaginazione, la maratona di New York alla Cento chilometri del Passatore.

 

Questa corsa frequentata da veri pazzi, estranei a qualsiasi comune buon senso, prende il via l’ultimo sabato di maggio alle ore 16 dalla Piazza della Signoria, in Firenze: non c’è storia né paragone con il pur celebre e affascinante ponte di New York.

Questa gara, adatta soltanto, come ho detto sopra, per gente scriteriata, l’ho corsa 5 volte e in due circostanze sono riuscito a portarla a termine, nell’86 e nell’87: in quest’ultima occasione mi classificai 155°, in poco più di 10 ore.

Ricordo che quell’anno partimmo in circa 3.500 concorrenti e, fra questi, più o meno 1.200 sconclusionati riuscirono a guadagnare il traguardo di Faenza entro le 20 fatidiche ore stabilite come tempo massimo.

Quello stesso anno, a New York in novembre, eravamo oltre 21.000 partecipanti – fra cui 1.500 iscritti arrivati dall’Italia – ammassati in un caos irrisolvibile di lingue e di colori nei dintorni del ponte: stipati come acciughe in scatola e impossibilitati a muovere i primi passi di corsa se non dopo molti e molti minuti il sospirato botto sordo del via, emesso da un cannoncino anacronistico.”

Il cielo di Gilda

Questo è uno dei miei racconti preferiti. Tra quelli che ritengo meglio riusciti. Il concepimento e la scrittura occuparono un periodo piuttosto lungo, tra il 2006 e il 2010. Fu pubblicato in Quisquilie & Pinzillacchere (Graphot, Torino, 2010). E’ dedicato a Domenico Modugno, anche. E’ la storia di una tartaruga, Gilda, nata sulle spiagge sabbiose del lungomare di Torino….

«Domenico era un signore già avanti negli anni.

Domenico era brizzolato e aveva dei magnifici baffi ancora neri.

Domenico scriveva canzoni e quelle canzoni le cantava sempre, a volte a voce piena, altre volte, quasi vergognandosi, le sussurrava tra sé e sé: erano canzoni che parlavano di mare e di cielo, di pesci e di blu.

Domenico era l’unico che conosceva quella spiaggia prodigiosa di Torino: una spiaggia riparata, nascosta e dalla sabbia finissima che guardava il mare del Sud, un mare magico che mai era in tempesta: le onde lente, brevi, ossessive parevano lambire quella spiaggia come baci soffici con un rumore che qualcuno aveva scritto sopra un pentagramma sconosciuto.

Una musica malinconica, un’antica ballata dai ritornelli inesausti.

A Domenico piaceva passare le ore del tramonto e dell’alba su quella sabbia a cantare le sue canzoni, da solo, assorto e attonito: sbalordito dallo spettacolo che quel minuscolo angolo dimenticato sapeva regalargli ogni volta.

Domenico, si capisce, era un uomo semplice che riusciva a stupirsi e meravigliarsi col poco di quella spiaggia.

Ma Domenico sapeva che ogni tanto, sotto la rena finissima, avveniva un miracolo: in certi posti, sempre quelli, che egli conosceva bene, la sabbia cominciava a smuoversi; prima in maniera quasi impercettibile, poi via via sempre più evidente.

E allora ecco che, con fatiche immani, goffe, quasi ridicole, spuntavano da decine di bianchissime palline da ping pong malamente sventrate degli esserini di quattro, cinque centimetri che, agitando le zampette già forti, annusando il mare, vi si rivolgevano col loro vigore di giovani urgenze di fresca vita.

I musetti spinti in avanti a sentire l’aria salmastra, le zampette frenetiche a spingere con disperato impegno quel caos di granelli di sabbia umida che parevano organizzati per respingerle verso la placenta rorida e granulosa che le aveva accudite e protette, dentro le palline bianchissime, per qualche decina di giorni.

Domenico rimaneva sbigottito, accoccolato sulle gambe, a osservare tutta quella tenue e minuscola frenesia; tutte quelle vite appena appena sorte di sotto la rena agitarsi, tènere e ostinate, rivolgersi al mare, anelare il mare, guadagnare il mare.

In verità, Domenico si preoccupava di vigilare, senza intervenire direttamente, affinché i crudeli e voraci gabbiani, come stuka predatori, evitassero di avventarsi in picchiate mozzafiato a stroncare sul nascere quel brulicare miracoloso di vita.

Era sufficiente la sua presenza perché i maledetti uccellacci rimanessero in quota, in agguato, sperando in un momento di distrazione di quella sentinella inflessibile; quando qualcuno tra quei volatili, temerario e degli altri più affamato o coraggioso, aveva il malaugurato azzardo di tentare un attacco, Domenico reagiva in modo tale che l’uccellaccio malaccorto non potesse far altro che ritirarsi urlando e imprecando male parole, forse anche qualche bestemmia e certo insulti all’indirizzo di quel farabutto intruso guastafeste.

Una volta, fra le tante, successe un fatto inconsueto: uno di quegli esserini minuscoli, appena sbucato affannato di sotto la rena, dopo pochi sbilenchi tentativi di avanzare verso il mare si era fermato, come pietrificato.

Domenico, avendo notato quello strano comportamento con l’occhio esperto di chi quelle attività conosceva da molti anni, s’era avvicinato e aveva cominciato a osservare l’animaletto imbambolato col capino minuscolo, ancora in possesso del piccolo rostro che gli era servito per rompere il guscio dell’uovo, rivolto all’insù.

Era strana quella creaturina, leggermente differente dalle altre: ci mise un po’ Domenico a capire che cosa c’era di diverso in quella tartarughina imbambolata a fissare il cielo.

Aveva gli occhietti più grandi delle altre, molto più grandi e più espressivi: e fissava il cielo dell’alba, forse le rare stelle che ancora si attardavano per morire, ultime, annegate nella luce del sole incombente.

Domenico stette a osservarla per un po’, preoccupato anche del fatto che così ferma potesse costituire un comodo bersaglio per un gabbiano più audace degli altri; la sua grande esperienza gli suggerì che doveva trattarsi di una femmina: era stata infatti una delle prime a sbucare e dunque doveva essere tra quelle che abitavano le uova più in superficie che, causa la diversa temperatura, danno origine alle tartarughe di sesso femminile.

E quella sciocchina continuava a rimanere imbambolata col capino spinto all’insù e gli occhioni a fissare il cielo, le stelle, forse quelle bianche sagome veleggianti che non riusciva a sentire minacciose.

Succedono fatti strani certe volte, nel corso della vita di ognuno: senza alcuna ragione Domenico, ancora accoccolato a osservare e a sorvegliare quel curioso e buffo progetto di tartaruga, si sorprese a dargli un nome.

Gilda.

Quella tartarughina si sarebbe chiamata Gilda, senza perché, o forse senza conoscerne l’insondabile perché: perché c’è sempre un perché, solamente che noi a volte, forse spesso, non lo conosciamo.

E Domenico, per la prima volta, si ritrovò indeciso e confuso su come agire: avrebbe forse dovuto spingere, con la delicatezza del caso, la neonata tartaruga verso il mare?

Avrebbe dovuto, molto più accorto, aspettare che l’esserino decidesse da solo di procedere verso quanto l’istinto primordiale gli stava ordinando?

Chissà.

Decise di aspettare. Di sorvegliare e di aspettare. E si mise a canticchiare una canzone che parlava di cielo, di blu.

Accadde un altro fatto inspiegabile: dopo qualche parola e qualche nota, più sussurrate che cantate, di quella magica canzone la tartarughina abbassò la testa e rivolse verso di lui gli occhioni, non più stupefatti o attoniti: era per certo uno sguardo curioso e interessato.

A quella vista Domenico alzò un poco il volume della voce e prese a cantare in maniera più convinta, quasi interpretando il testo mentre pian piano si moveva verso il bagnasciuga: Gilda, sempre fissandolo, cominciò a seguirlo.

Occorse una quantità di tempo che Domenico non riuscì a computare, ma alfine riuscì a portare la tartaruga a ridosso delle onde più lunghe.

Allorché pareva aver concluso quell’operazione in qualche modo estenuante, e cominciava a sentirsi esausto e anche stanco di ripetere gli stessi versi e le stesse note di quella pur magnifica canzone, a pochi centimetri dalle prime onde, quelle che con fatica e quasi al rallentatore bagnano i lembi di sabbia più lontani, Gilda si arrestò.

Voltò la testolina verso l’ultima luce rimasta eroica nel cielo, che ormai s’era schiarito aspettando l’arancia lucente del sole spuntare da dietro le dune, sul fondo della piccola spiaggetta oppressa dai palazzi incombenti della città, e ristette ancora imbambolata con i suoi grandi occhi a fissare quella luce ormai tenue.

E non era una stella.

Era un pianeta, forse Venere?

Ma no, Venere calava da tutt’altra parte del cielo!

Eppure era un pianeta, sicuro: il pianeta di Gilda.

Domenico s’era fatto muto, di colpo.

Osservò Gilda fissare il suo pianeta, sbattere le palpebre, quasi sospirare come rassegnata, abbassare la testolina, osservare il frangersi delicato delle onde, volgersi ancora a guardare Domenico, di nuovo sbattere le palpebre.

Poi chiuse i suoi grandi occhi e si avventò, quasi con frenesia, incontro al mare che, ormai esausto di aspettare, l’accolse nel ventre confortevole, salato, nutriente.

Domenico rimase come inebetito, attimi eterni, a contemplare un puntino invisibile ingoiato dal mare.

………..

 Anni passarono, forse secoli o millenni o ere, chissà

E Gilda tornò.

Ma Torino non aveva più la sua spiaggetta portentosa, e il mare s’era fatto lontano lontano: risalì fiumi putrescenti, rivoltanti, popolati di mostri e carogne.

Nuotò per parasanghe e parasanghe che parevano mai finire, sempre seguendo quella magica voce senza suono.

E ritrovò, esausta, quello stesso posto ch’era stata la sua spiaggia in riva al mare.

Domenico, anch’egli, era svanito e con lui le sue canzoni di mare e di cielo e quella, quella che parlava del blu: non c’era più.

E il cielo non era lo stesso e il suo pianeta: tutto finito, tutto scomparso, tutto cambiato.

Un laghetto minuscolo, popolato da tante tartarughe che mai avevano veduto il mare, occupava quella che era stata la sua magica placenta umida e granulosa.

Un rumore di fondo, come una sorta di cacofonia sporcava l’aria e il cielo era diventato di un colore strambo: violaceo, marrone, terreo, orribile.

Mille luci confuse, disordinate, slabbrate pareva litigassero in quell’oscurità fangosa.

Gilda ebbe un moto di sconforto.

Abbassò la grande testa e trasse un profondo sospiro dal suo becco robusto.

I suoi occhi, i suoi grandi occhi si chiusero per un attimo eterno.

Poi, come d’incanto, le palpebre si misero a sbattere con frenesia: gli occhioni si spalancarono, la testa si alzò verso il cielo sul corto collo proteso e rimase impietrita.

Aveva sentito una vecchia canzone.

Si ritrovò ancora sbigottita a fissare il suo amico pianeta che lumicava di lassù.

Percepiva, pur senza vederlo, Domenico, con i grandi baffi neri, vicino a vigilare per  tenere lontani i gabbiani predatori.

E pensò: ecco, sono a casa.».

Quisquilie & Pinzillacchere, Inno al culo (Bar Elena)

APPENDICE

 

 

La poesia qui sotto, che si intitola “Inno al Culo (Bar Elena), è stata aggiunta quando questo libro era già in fase di correzione delle bozze. Non ho potuto ometterla perché in verità mi pare che il suo posto più giusto sia questo lavoro: non so se nel futuro questa poesia potrebbe essere accolta così bene come lo è qui.

La sua genesi, lunga vari mesi, è stata assai laboriosa, pur se l’idea – o l’ispirazione di fondo – fu folgorante. Ci ho messo un paio di settimane a scriverla e a correggerla e mi piace di puntualizzare che è nata come una piccola sceneggiatura cinematografica,  durante le mie interminabili serate e notti trascorse sotto i portici di piazza Vittorio Veneto a Torino, ai tavoli dello storico Caffè Elena, di fianco al Cinema Empire, un piccolo gioiello liberty. Due sono i riferimenti precisi: Aldo Palazzeschi e Federico Fellini (Amarcord).

Inno al Culo (Bar Elena)

Affacciato al mio tavolino

Respirando i portici antichi

Dentro quei rari infiniti,

Ospiti inattesi che mi lasciano ebbro e tramortito,

Incollo i miei ragionamenti a questo fluire

Ora lento ora ticchettante ora nervoso

Di carovane

Carovane estenuanti di culi.

Culi sicuri

Timidi culi

Culi che sospirano

Culi che parlano

Culi che cantano culi che urlano

E son culi soprani

Culi baritoni

Culi a cappella.

Culi bugiardi

Culi sinceri

Culi sereni

Culi nevrotici.

Culi insonni

Culi dormienti

Culi che raccontano storie

Culi che tacciono ostinati.

Culi che ricambiano gli sguardi

Culi che passano silenti e sdegnosi

Culi che ridono

Culi che piangono

Culi lamentosi.

Culi smorfiosi

Culi impettiti.

Culi atei

Culi cristiani

Culi musulmani

Culi politeisti

Culi buddisti

Eretici culi anelanti roghi.

Culi a bizzeffe

Culi a folate

Ondate di culi

Valanghe di culi

Inquadrati in falangi in legioni in reggimenti

O disordinati sparpagliati solitari

Anarchici culi.

Culi pluralisti liberali fascisti democratici

Comunisti.

Incapaci tutti di allontanare i miei occhi

Adolescenti

Critici analitici sistematici

Che ai pensieri regalano matite colorate

Per disegnare ghirigori inutili.

Ho appiccicato pupille puntute a

Culi nebbiosi a

Culi incerti a culi dubbiosi.

Ho inseguito

Culi tremolanti

Culi secchi

Progetti di culi

Culi invidiosi.

Ho assaporato culi immensi come province

Culi sterminati culi infiniti

E culi piccini culi graziosi

Culi infantili.

Ho degustato culi profumati

Culi fragranti olezzanti ritmi tropicali

Culi di sabbia

Culi a strapiombo culi verdi come acque

O blu profondi insondabili culi colorati di mistero.

E tutto questo affannarsi di culi

Ho rimirato inseguito anelato

Affacciato al mio tavolino

Tra rare sorsate d’infinito

Tracannate respirando i portici amici.

Mood Café, presentazione di Quisquilie & Pinzillacchere

Alcuni scatti a illustrare la serata al Mood Café dove, con Giorgio Diaferia e Angelo Conti, ho presentato Quisquilie & Pinzillacchere, parlando anche di Più o meno di vino. Nella saletta di questo posto intelligente – caffè e libreria insieme – una piccola mostra di miei lavori con il vino (6 quadri tra cui il mio ormai celebre Lingam) fungeva da scenografia. Ho poi dipinto un pezzo dedicato al Mood e al mio amico Paolo Porzio, conosciuto ai tempi del Gruppo Giovani dell’Unione Industriali di Torino, Associazione nella quale abbiamo entrambi ricoperto ruoli istituzionali. Per questo lavoro ho usato l’ottimo Dolcetto d’Alba 2009 dell’Azienda Damilano in Barolo. Nella foto di gruppo, insieme a me e a Paolo (primo da sinistra) ci sono il produttore Guido Damilano e la responsabile dell’Ufficio Stampa, Claudia Rosso.

Quisquilie & Pinzillacchere, Introduzione di Emberto Uco


INTRODUZIONE

Di Emberto Uco

Conosco Vincenzo da una vita e da una vita cerco di spiegargli che sarebbe più opportuno, e per lui più proficuo, se trovasse una buona volta la forza di mettere fine a quella sua prodigiosa curiosità che lo porta a essere dispersivo.

Archeologia, vino, cibo, letteratura, poesia, musica, pittura: troppa roba per un uomo solo!

Ma non c’è verso: io sono così, mi dice e se non ti piaccio hai soltanto da frequentare altre corti.

Il punto non è però questo, benedetto uomo: uscire dagli schemi, e per i libri uscire dai generi, è pericoloso perché poi il lettore si ritrova spaesato, disorientato.

In ogni campo gli uomini hanno bisogno di riferimenti e se non li trovano vanno in confusione, è un fatto ovvio; e in tempi come quelli che stiamo vivendo la gente cerca, sempre di più, rifugi angusti, aree limitate, settori specializzati in cui sentirsi a proprio agio, anche come evidente reazione a quella globalizzazione – pessimo neologismo – che tende a rendere tutto incerto, relativo, effimero.

Vincenzo va esattamente verso la direzione opposta: il mio modello, dice, è Alberto Savinio; i miei esempi inarrivabili sono i grandi dell’Umanesimo e del Rinascimento, quando gli scenari si estendevano a tutto tondo intorno a intelligenze aperte e flessibili, per le quali parlare di categorie e di generi era impensabile e cita gente come Pietro Aretino, Ficino, Pico, Bembo o lo stesso Piero della Francesca, grande pittore e insigne matematico. Per pudore non nomina Leonardo….

Caro il mio Vincenzo… i tempi sono altri da quelli che a lui piacciono e son tempi grami: forse non è sbagliato pensare all’approccio olistico nel considerare le faccende che succedono e che ci circondano, ma bisogna mai dimenticare che il linguaggio che si sceglie per comunicare con gli altri, agli altri chiaro dev’essere; così come chiaro dovrebbe essere il messaggio che il linguaggio ha da traghettare.

In conclusione di questa mia premessa, che vuol essere anche una piccola tiratina d’orecchi e uno stimolo per il mio grande amico Vincenzo, è chiaro che il volume che si va a leggere è ben ripieno di molti di quei contenuti che a lui stanno a cuore e che i lettori che hanno avuta la ventura di leggere il suo volume precedente ben conoscono; ma c’è una prima parte, insolita per lui, che va considerata con molta attenzione.

Sotto la forma apparente di racconti, ma egli non è né vuol essere un narratore, si celano dei piccoli saggi che sono in verità punti di vista non propriamente soliti, direi desueti e di particolare interesse, rivolti verso questioni che nella norma vengono osservate e considerate in maniera affatto differente. Il lettore esperto e interessato faccia attenzione a quanto appena precisato: è probabile che riesca a meglio usufruire degli scritti, a volte in apparenza scombiccherati, del mio amico Vincenzo.

Buona lettura.

Quisquilie & Pinzillacchere, Indice


INTRODUZIONE di Emberto Uco


QUISQUILIE (Cronache immorali)

Un genio ingenuo

Country blowjob

La bugiarda

Altro che John Holmes

La sfiga

La saga di nano

Va’ dove ti porta il culo

Il cielo di Gilda

L’arnese del Geometra

Elogio della mortadella

A Uxmal

Duonnu Pantu

Spagnolini, rimedio per ogni male

Appendice

Inno al Culo (Caffè Elena)

PINZILLACCHERE (Altri scritti)

(Dalle parti del vino e dintorni)

Alberto Mazzoni (Il signor Verdicchio)

Il Pelaverga di Verduno

Le vigne di Pompei di Mastroberardino

Il Banchiere Raffaele Mattioli e i peperoncini

Storie da ridere e ricette da morire

Due grifoni con una fava (Arpino e Veronelli)

Echa’ (Cibo in lingua maya)

La chianina

Del cibo dalle Upanisad

Padre Dante e il vino

Ulrich Von Hutten

Note di cucina di Leonardo da Vinci

Il dilemma dell’onnivoro (di Michael Pollan, Adelphi)

I vini di Più o meno di vino

Muffato 2004 Armonia d’Autunno di Giacomo Marengo (la mia etichetta più bella)

I vini di Papa Paolo III Farnese raccontati da Sante Lancerio

‘Omar Khayyam: la preghiera del vino

François Villon

Testi per i miei Bicchieri di vino

Quel giorno in cui Enrico, Vasco e io….

A proposito di Mussolini e dei Futuristi

Kurt Erich Suckert/Curzio Malaparte, uno fuori moda…

Quando si mangiava insieme di Carmine Macchione

Barbera del Monferrato, Cantine Valpane 1994

ALTRE PINZILLACCHERE

(Dalle mie parti)

La generazione Fortunata

Tatuaggio

Dei sensi

Arpa magica

Lo Guarracino

Grazie alla vita, ritorno al Sud

Un gioiello

Leo Chiosso (Certe volte Torino)

Chi sono

NOTA AI TESTI