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Monsù Barolo: Massimo Martinelli

La Langa a metà ottobre ti assedia le narici con i suoi profumi di vinacce che ne pervadono ogni angolo. La Langa a metà ottobre lascia sulle viti ancora verdi pochi grappoli di uve nebbiolo ancora da vendemmiare. La Langa preserva ancora Uomini che ti sanno raccontare storie interessanti: uomini che ti parlano di altri uomini che non ci sono più fisicamente ma che – se ne sei capace – vedi ancora girellare per le vigne. Massimo Martinelli, enologo e pittore, oggi mi racconta di Renato Ratti e Bartolo Mascarello; mi racconta  di come con lo zio materno Renato, in realtà più fratello maggiore che zio (c’erano soltanto 9 anni di differenza), misero insieme L’ Abbazia dell’Annunziata; di come cominciarono a usare la fermentazione malo-lattica (molti langhetti dicono ancora “mano-lattica”); di come furono i primi a vendere direttamente al pubblico….E dopo molte storie di cui parlerò ancora, si beve e si beve come si deve: noi non degustiamo, noi beviamo. Un consiglio: se lo trovate (ma se si cerca si trova) leggetevi il più bello e completo libro scritto sul Barolo, “Il Barolo come lo sento io” di Massimo Martinelli; l’ultima edizione, di Sagittario Editore (Elio Archimede, per intenderci), è del 1993. Auguri.

Questo link rimanda al sito che descrive il posto felice dove Massimo Martinelli ha scelto di vivere e di produrre il suo Dolcetto Doc Langhe Monregalesi Bricco Mollea:

http://www.relais-art.com

Sperss: un sogno di “Nostalgia” ovvero…I have a dream

Il periodo era quello tra le due guerre. La severa valsusina Clodilde (Tildìn, in famiglia) mandava il figliolo Giovanni a vendemmiare i Nebbiolo in quel di Serralunga, ovviamente dopo la vendemmia delle vigne di proprietà in Barbaresco. E lì Giovanni si divertiva, gli piaceva lavorare senza il pesante assillo degli occhi di famiglia: e gli davano anche qualche soldo. E ancora: vendemmiare uve che sarebbero diventate Barolo costituiva una sorta di valore aggiunto per chi dai grappoli Nebbiolo spremeva da sempre Barbaresco. (continua…)

La stirpe dei Gaja festeggia il 150° compleanno, Milano Westing Palace, 25 settembre 2009

L’incipit è folgorante, biblico addirittura: “Io sono impastato con questa terra…”.

Sullo sfondo della saletta elegante del 5 stelle Westing Palace Hotel di Milano è proiettata una diapositiva in cui la piramide perfetta del Monviso sorveglia austera la Langa. Pensavo, confuso tra gli ospiti, per lo più sommelier milanesi – essendo l’evento organizzato dall’AIS Milano – chissà quanti di questi saprebbero indicare la differenza tra un girapoggio e un rittochino… E chissà se qualcuna di queste belle persone sa cos’è una marza o ha mai visto fare un innesto. Ma questi sono i miei soliti pensieri oziosi di chi non ama, sbagliando, i sommelier.

Così, con questo biblico incipit, Angelo Gaja comincia la sua chiacchierata di un’ora abbondante che costituisce la prima parte dell’evento milanese, organizzato per celebrare il secolo e mezzo di vita dell’Azienda di famiglia.

E, dopo aver letto due brani di Cesare Pavese (da La luna e i falò) e di Beppe Fenoglio (racconto folgorante, in cui la passione per il gioco e per le donne dei Langhetti è stemperata nel fatalismo contadino), Angelo parte per davvero a raccontare la sua famiglia.

Ricordo Gianni Agnelli cominciare le sue interviste e i suoi discorsi, spesse volte con: “Mio nonno…”. Fortunato colui che ha un nonno importante, non importa come, da tenere nel cuore.

È da Clotilde – Tilde, Tildìn….- Rey, la nonna, montanara di Salbertrand, alta Val Susa, che parte il racconto di Angelo.

Angelo mi piace perché parla poco di vino nei suoi interventi pubblici: è di uomini, di persone che egli racconta.

E dalla nonna, severa, austera, che insegna l’importanza della qualità al nonno Angelo, passa a raccontare con fervore, con amore del papà Giovanni: è costui che con fede cieca nel suo Barbaresco impone il marchio Gaja come garanzia di qualità.

Ci sono poi i ritratti e i conseguenti racconti su Gino Cavallo – persona di fiducia della famiglia per oltre cinquant’anni – Renato RattiGiacomo Bologna, Luigi Veronelli: ognuno di questi uomini è stato, a vario titolo, importante per Angelo e gli aneddoti (quello dei tappi di Giacomo, quello della bottiglia preferita di Gino, ecc.) sono ormai famosi.

Ma stupisce sempre l’ardore, l’amore di quest’uomo verso le persone che sono state importanti per lui, e non soltanto: con il suo tipico modo di gestire, misurando mille volte a passi nervosi il piccolo palco, Angelo comunica passione e di lui traspare l’argento vivo di cui è composto, la volontà ferrea di mettersi sempre in gioco ( e non di giocare, come i vecchi Langhetti…).

E poi racconta di Elio Altare e della sua mania di diradare in vigna che gli causò il diseredamento dei terreni che successivamente dovette riacquistare. E con passione crescente parla di Domenico Clerico, delle sue traversie e di come è sempre in attività frenetica, nonostante tutto. E tanti altri suoi colleghi non cita ma comunque loda e dice essere in molti capaci, seri, professionali: gente che vale.

Di passaggio, narra della nascita dell’etichetta classica: 1978, con un grafico della Baratti & Milano (azienda di cioccolato che ha aperto uno dei più bei locali storici italiani a Torino, in piazza Castello), per un risultato la cui pulizia e eleganza restano insuperate.

Tra gli aneddoti, non posso dimenticare le 220 casse di Barbaresco vendute nel 1966 all’elegante comm. Angelo Pozzi del Savini, in Galleria a Milano: fu il successo!

Ancora gli uomini di Gaja, Claudio Rivella, l’uomo del vino con cui ha diviso tanti successi e qualche insuccesso: l’introduzione della barrique, il Darmagi, l’insuccesso del novello (è un ossimoro il novello di nebbiolo), lo Chardonnay in Langa, i tappi da 58 e 63 mm…..

E ancora, Giovanni Bo, l’architetto cui Angelo ha sempre concesso ampia delega, autore del progetto a Bolgheri della cantina di Camarcanda.

Non bisogna dimenticare che Angelo cita, come sempre, Edward Steinberg e il libro che ha scritto sul Sorì San Lorenzo: 500.000 copie vendute, di cui 80.000 negli Stati Uniti, 8 traduzioni….

E da citare, altrettanto, l’aneddoto del rumore del sonno (1974, spaziando sulla Langa, da La Morra: “qui dormono tutti, è ora di svegliarsi!”) legato a Robert Mondavi: uno dei pezzi forti di Angelo.

Conclude la sua chiacchierata raccomandando di guardare all’Europa, conclude invitando i giovani a “cantare l’inglese”, conclude dicendo che ha un sacco di cose ancora fare…

Di sopra ci aspettano le degustazioni di 30 etichette, Gaja e Gaja distribuzione: io odio le degustazioni, odio il concetto stesso di degustazione. Ma io non faccio testo e, infatti, il pubblico, composto di sommelier, ristoratori, giornalisti, s’è gettato con comprensibile entusiasmo e interesse nella frenetica e irripetibile, vista l’occasione, attività.

Conoscendo molti dei vini di Gaja, ho bevuto soltanto 4 o 5 etichette: non posso non parlare della magnum di Chardonnay 1985 Gaja & Rey! Quell’anno fu il primo e devo dire che 24 anni di un bianco italiano non li avevo mai assaggiati; purtroppo due dita di vino, bevuti in piedi e un poco di fretta, non sono per me il massimo della vita; in ogni caso, quelle due dita di Chardonnay mi rimangono indimenticabili.

E, infine, goduto questo quasi come si conviene: Barbaresco cru Sorì Tildìn, 1996.

Qui si abitano le vette più alte. Altro non c’è da dire.

P.s: bisogna che prima o poi Angelo Gaja conceda a qualcuno di scrivere le storie dei suoi uomini (perché se no si perdono, e questo non è un bene)….