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Amedeo Guillet

Conoscevo abbastanza la vita straordinaria di Amedeo Guillet: sul web si possono trovare diverse notizie in proposito. Ma il fatto di aver scovato sulle mie solite bancarelle questo libro, e di averlo letto in un amen, mi ha permesso di conoscere a fondo questa figura leggendaria e troppo poco apprezzata nella nostra trasandata Italia di quest’epoca scialba e sbrindellata.

GuilletIl volume è stato scritto da un giornalista inglese amico di Amedeo: pubblicato nel 2002 da Rizzoli (392 pp. 18,50 €, cartonato con sovracoperta 14×22) con Amedeo ancora in vita, è per la maggior parte frutto dei ricordi raccolti dalla viva voce, e dalla straordinaria memoria, del protagonista già ultranovantenne. Amedo Guillet era nato a Piacenza, da una famiglia piemontese di alto rango, il 7 febbraio 1909. E’ deceduto il 16 giugno 2010 a Roma e riposa nella tomba di famiglia dei Gandolfo a Capua.

Sarebbe sufficiente soltanto l’episodio bellico di Cheru per giustificare l’interesse e l’ammirazione per questa figura leggendaria. Il 21 gennaio 1941, presso questo forte nel nord dell’Eritrea, il Comandante Diavolo, alias Ahmed Abdullah al Redai, alias Amedeo Guillet, carica a cavallo le artiglierie e i carri pesanti inglesi alla testa del suo reggimento di irregolari libici, abissini e yemeniti. Sul suo cavallo bianco, Sandor – un berbero grigio – seguito dai suoi 1.700 fedelissimi semina il panico tra gli inglesi increduli. Perde 800 compagni e tra questi alcuni dei suoi amici più cari, ma permette al grosso dell’esercito italiano in rotta un disimpegno vitale. Quella di Cheru fu l’ultima carica di cavalleria della storia militare.

Ho citato questo straordinario episodio a esempio di una vita prodigiosa, ma la sua storia d’amore con Kadija meriterebbe un intero romanzo e il suo matrimonio con la cugina Bice Gandolfo (mancata nel 1991) un altro ancora…Amico di Montanelli (che lo stimava come pochi altri), fu combattente e decorato nella guerra civile spagnola, partecipò alla campagna d’Abissinia nel 1936 e fu l’unico italiano a non arrendersi mai agli inglesi in Africa Orientale. Fuggì in Yemen, dove fu accolto dal sovrano che a malavoglia gli permise di rientrare in Italia dove continuò a operare come ufficiale di collegamento con gli alleati. Terminata la guerra si dimise e intraprese una straordinaria carriera diplomatica: fu ambasciatore in Yemen, Giordania (amico personale di re Hussein), Egitto (apprezzato da Sadat), India (Indira Gandhi lo stimò come nessun altro). Si ritirò a allevare cavalli in Irlanda dove molti vecchi nemici inglesi presero a frequentarlo e a essere onorati della sua amicizia.

Ma le sue gesta alla testa del Gruppo Bande dell’Amhara in Eritrea restano memorabili: un pazzo piemontese a cavallo di un bianco stallone che carica alla testa di centinaia di uomini di etnie, le più varie, senza paura: “Ca costa lòn ca costa (Costi quel che costi, in piemontese)!”.

Fosse stato un inglese sarebbe diventato un altro Lawrence. Da noi è un eroe dimenticato.