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Pancho Villa, Emiliano Zapata e altri ancora

 

La Rivoluzione messicana (1910/1920 circa) fu un’epopea che non ha eguali nella storia dell’uomo. Per parecchi motivi: le figure memorabili di alcuni personaggi assurti ormai all’onore del mito; per la crudeltà degli scontri e la totale assenza di qualsiasi regola; per il fatto che la rivoluzione fu combattuta attivamente da donne e bambini.                                                                                                                                                                                 Cominciò alla fine del 1910 contro l’ennesima rielezione del dittatore Porfirio Diaz, guidata da Francisco Madero cui si unì il già mitico Pancho Villa, bandito del nord. Diaz andò in esilio nel 1911 (morì ottantacinquenne in Europa nel 1915). Gli successe Francisco Madero che fu ucciso del suo generale Victoriano Huerta che rimase in carica fino al 1914 quando dovette fuggire in esilio (morì un paio d’anni dopo di cirrosi epatica a El Paso). A Huerta successe Venustiano Carranza, assassinato nel 1920. Alvaro Obregon, che aveva guidato la rivolta contro Carranza, fu assassinato nel 1928.                                                                                                                                                           Fino a oggi avevo sempre pensato Emiliano Zapata Salazar come il rivoluzionario perfetto e Pancho Villa come una sorta di bucaniere prestato per caso alla Rivoluzione. Ho cambiato questa mia idea, non tanto su Zapata quanto su José Doroteo Arango Aràmbula noto ai più come Francisco (Pancho) Villa, personaggio che è stato vittima di una leggenda “nera” che la sua vita non merita. Non è questo il posto per approfondimenti che sarebbero doverosi, ma una precisazione a esempio: Pancho era completamente astemio e non fumava… Pancho del nord (Durango), nato sotto il segno dei gemelli; Emiliano, di un anno più giovane, del sud (Morelos), leone di agosto. Furono entrambi assassinati a 4 anni di distanza: Emiliano nel 1919, ancora jefe indiscusso dei suoi; Pancho nel 1923 quando ormai si era ritirato a amministrare il suo ranch.                                    Le vicende della Rivoluzione (il libro migliore, anche se tutt’altro che storicamente esaustivo, è Il Messico insorge, dell’americano John Reed, 1914) sono stracolme di personaggi incredibili, per tutti il colonnello Peppino Garibaldi (figlio di Ricciotto e nipote di Giuseppe) che comandava una compagnia di stranieri tra i quali non si può non citare Dynamite Devil (Oscar Creghton), un americano che morì da eroe nel 1911. Però forse il generale Rodolfo Fierro (1880/1915) è uno dei personaggi più incredibili in cui mi è capitato d’imbattermi. Soprannominato “El Carnicero” (il carnefice), nei 3 anni scarsi che trascorse a fianco all’unica persona che riusciva a renderlo mansueto, Pancho Villa, uccise a sangue freddo molte centinaia di uomini. Coraggioso in battaglia come nessun altro, quando si ubriacava diventava una belva incontrollabile con supremo sprezzo della vita, sua e degli altri. Morì annegato perché s’intestardì a guadare un fiume a cavallo in un posto impossibile. Ma fu sempre fedele al suo Pancho Villa, astemio che fucilava chiunque dei suoi soldati si facesse trovare ubriaco. Tutti, tranne Rodolfo Fierro.

La storia della sua breve vita è una vicenda tragica fin dall’infanzia: meriterebbe una biografia appassionata.