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Castello di Pocapaglia (Piedmont, Italy)

Pocapaglia è un antico centro situato pochi km a est di Bra, circa 60 km a sud di Torino. E’ un paese di origini medievali, oggi ha poco più di 3.000 abitanti. Si trova nel territorio chiamato Rocche del Roero, sponda sinistra del Tanaro. Il suo castello risale al IX secolo d.C. ed è posto in posizione panoramica, in cima all’abitato urbano, come sempre. Fantasmi (tanti e davvero balordi), templari, re (Savoia), regine, crociate, stanze di tortura, cripte magiche, ecc. Di proprietà del signor Gandolfo, gentiluomo siciliano, venne acquistato circa una ventina di anni fa e restaurato in maniera stupefacente. Il portale è del Sansovino, ma dentro ci sono testimonianze del passaggio di Umberto II, del Card. Maurizio di Savoia e tanto altro ancora.

Pietro Aretino, Le Lettere

Aretino-1Pietro Aretino nacque in Arezzo il 20 aprile 1492, figlio di un calzolaio e di una celebre cortigiana, Margherita dei Bonci. Visse a Roma, Mantova e Venezia dal 1527 fino alla morte, avvenuta il 21 ottobre 1556, probabilmente a causa di un colpo dovuto a una solenne indigestione.

Non c’è dubbio che l’Aretino – molto conosciuto come poeta sconcio dei Sonetti Lussuriosi - sia stato uno dei giganti del ’500 italiano: per le opere, per il carisma. per la lucida veggenza, per i rapporti con artisti, intelletuali, religiosi e potenti.

Scrisse lavori importanti come i Ragionamenti, i Dubbi Amorosi, il Dialogo, le Vite dei Santi e sono molto apprezzate le sue commedie, tra le quali La Cortigiana e Il Marescalco. Ma è nelle Lettere che ha dato la prova più importante e ha lasciato la traccia più profonda: egli è il primo che concepisce questa forma, peraltro molto frequentata allora (ma quasi esclusivamente in latino), come opera letteraria: è da lui che trae origine il romanzo epistolare. E’ una lettura impegnativa e faticosa, ma sorprendente, zeppa di riferimenti, di commenti a fatti storici, di pettegolezzi, di apprezzamenti per cibo e vino, di tenerezza infinita per le figlie, Adria e Austria. Per chi volesse cimentarsi in una lettura di grande interesse e sommo piacere, e ne possiede com’è ovvio i mezzi tecnici (occorre conoscere molto bene l’italiano e districarsi in una lingua che non è quella degradata dei giorni nostri), questi due volumi (sono circa 1300 pp. e introduzione, note e indici analitici sono da leggere con particolare attenzione) della gloriosa Bur sono un mio consiglio particolare.

“..Mi rincrebbe il vostro non lasciare ogni altra cosa per comparir tra la graziosa caterva de i vertuosi che vi aspettavano e con il core e con l’animo, per la disputa che in materia de la solenne bevanda che per comandamento del Duca mi si mandò da Pesaro, si fece sopra le vertù del vino ottimo qual è quella, e non buono qual son gli altri. Onde si concluse, in laude della sua perfezzione, che tale soavità de liquore, temperatamente bevuta, moltiplica le forze, cresce il sangue, colorisce la faccia, desta l’appetito, fortifica i nervi, rischiara la vista, ristora lo stomaco, provoca l’urina, incita il sonno, discaccia la malinconia e rende l’allegrezza. Sì che «beva l’acqua chi vuole», disse un pedante a cui la taverna era suta scola; egli, insieme co noi, a caso allegava a lo Anechino che gli antichi non ne beevano mai, cosa che ai moderni va sì poco per fantasia, che ognuno in coppe, in chiari bicchieri e in gran Tazze giù lo tracanna, Francescamente, Tedescamente e Talianamente, imperoché, essendo come dee essere, sodisfa a la bocca col sapore, al naso con l’odore, a gli occhi con il colore e a l’orecchie con il favore del paese donde viene, per tor la sete, che è la prima ragione, per dilettare, ch’è la seconda causa, per torre altri dal senno, ch’è la terza pratica, per adormentare, ch’è è l’ultimo di lui miracolo ecc.”.

Questa lettera, la 589 (di oltre 700 che pubblicò in sei volumi), è stata scritta a Iacopo Tatti, detto il Sansovino perché allievo di Andrea Contucci, architetto e scultore nato a Monte San Savino (1467/1529) e amico del Vasari. Il Sansovino era, con Tiziano Vecellio, uno degli intimi di Pietro: con questo scritto lo rimbrotta per non essere stato presente alla grande bevuta, con altrettanto grande disputa (Luigi Anichini, citato, era un altro degli amici di Pietro e tra i più grandi incisori e orafi del tempo), della “solenne bevanda” mandata dal Duca di Urbino. E’ uno scritto da cui si comprende l’amore viscerale di Pietro per il vino, per la buona tavola, per gli amici, per i rapporti con i potenti. E la sua lingua è bellissima.