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Becuét di Giuliano Bosio

Accompagnando i miei adorati bucatini alla carbonara e poi una semplice insalata – di cui sono ghiotto: soltanto olio come si deve, sale e un po’ di aceto mio – ho gustato alcuni sorsi del primo Becuét in purezza Ël Prussian 2019 di Giuliano Bosio che  qualche giorno fa mi ha portato l’amico Piero D’Alessandro.
Non mi basta un primo assaggio, ho bisogno di ritornarci ancora qualche volta, come sempre.
Comunque: è un vino dal colore rosso rubino intenso con riflessi violacei; al naso si presenta con un profumo netto di ciliegia matura che nel finale tende alla confettura; i tannini sono leggeri, non mostra un gran corpo ma in bocca dona una sensazione di “fruttato rustico” assai piacevole. Il finale è leggermente abboccato con 12,5% vol. A tutta prima lo consiglierei per accompagnare agnello, bolliti e affettati non troppo stagionati. Ma ci ritornerò sopra con più calma.                                                       Pochi giorni dopo ho potuto ancora gustare il Becuét 2019 Ël Prussian in compagnia di Piero D’Alessandro.Questa volta eravamo sulla terrazza della casa con annessa cantina di Giuliano a Almese, sopra uno splendido balcone che sorveglia l’imbocco della Valle di Susa. Mi sono ritrovato a arzigogolare tra me e me, interrogandomi su quale fosse quel particolare profumo che sentivo nel calice, profumo che il palato corrispondeva appieno. Mentre così mi arrovellavo, ho alzato lo sguardo e ho notato dirimpetto, in alto, l’Abbazia della Sacra di San Michele; eureka! quel vino aveva i profumi e i sentori propri dell’Abbazia di San Michele!!
Il vitigno Becuét è originario delle valli di Savoia Isère dove si conosce da oltre un paio di secoli con il nome di Persàn. Nelle valli delle Alpi Cozie è citato a partire dal 1877 con le varianti Becoutte (beccuccio) o Berla ‘d crava (deiezione di capra.
E’ un vitigno delicato dai grappoli piccoli, così come gli acini ovoidali e assai pruinosi. Maturazione medio-tarda e potatura lunga sono caratteristiche di questa varietà di solito usata per migliorare l’Avanà. In purezza è un vino di rustico fruttato e soprattutto dal colore rubino intenso davvero tipico.

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Un’americana alla corte dei Savoia, 1861-1865

Libro delizioso pubblicato nel 2004 da Umberto Allemandi & C.. Editore in Torino.

E’ in 8° grande, cartonato e con sopracopertina plastificata, bella carta avoriata di almeno 115 gr. per 286 pagine e 25 €.

Il sottotitolo recita: Il diario dell’ambasciatrice degli Stati Uniti in Italia dal 1861 al 1865. L’autrice è in verità la moglie Caroline dell’ambasciatore George Perkins Marsh, arrivati a Torino il giorno del funerale del conte Camillo Benso di Cavour, venerdì 7 giugno 1861. Il testo ripropone un terzo circa del diario originale, che arriva ai primi mesi del 1865, con lo spostamento della corte – e quindi anche delle ambasciate – a Firenze. Qui il diario s’interrompe bruscamente.

Il periodo che occupa questo piccolo gioiello è cruciale: il neonato Stato Italiano deve affrontare non soltanto i nuovi temi e i problemi legati alla fresca Unità, ma soprattutto la morte improvvisa dell’unico uomo di Stato capace di pensare e di agire con visione e prospettive nazionali e europee. Deve affrontare il problema Garibaldi, vedersela con l’influenza della Francia per Roma e dell’impero asburgico per Venezia e Trieste.

L’ottica, tra impressioni politiche e notazioni di costume, è quella di una donna liberale, che ama Lincoln e adora Garibaldi; un’americana del New England che trova i costumi della corte sabauda provinciali, arretrati, legati a concetti di nobiltà fuori del tempo; ma che subisce il fascino di una Città straordinaria e di alcuni personaggi di grande cultura: incontra Garibaldi, il Re, Ricasoli, Rattazzi, Plana, l’abate Baruffi, Sella e ancora Manzoni, D’Azeglio, Cantù…Davvero una chicca che apre uno spaccato inconsueto sul neonato Stato in quella che fu una fase storica cruciale. Ne riporto alcune brevi citazioni.

“Ogni giorno ci arrivano nuove richieste di impiego nell’esercito americano. Sembra davvero strano che tanti ufficiali italiani dell’esercito abbiano perso il posto per aver seguito Garibaldi. Non si può credere che, dopo aver raccolto tanti frutti per il loro coraggio, il governo non sappia chiudere un occhio per il modo irregolare con cui l’hanno dimostrato( 27 luglio 1861) [...] I contadini in generale mangiano carne solo tre volte all’anno. Nella piena stagione, quando il lavoro è più pesante, iniziano la giornata alle quattro di mattina, alle sette circa consumano un pezzo di pane accompagnato a volte, ma raramente, un po’ (sic) di vino (30 luglio 1861) [...] Stamattina abbiamo avuto una dimostrazione dell’ingegnosità degli italiani e del loro patriottismo. Pensavo di aver visto il tricolore, bianco, rosso e verde, in ogni possibile combinazione, forma, materiale e prodotto usciti dall’immaginazione  degli italiani, fino a che stamattina ci è stata presentata una novità: un’insalata tricolore fatta di barbabietole, patate e olive preparata con un chiaro riferimento alla bandiera. Mi chiedo se le stelle e strisce americane siano mai state vezzeggiate in questo modo (17 dicembre 1862) [...] [Carrie, segretaria dell'Ambasciatore] E’ affascinata dalla cultura che ha trovato a Napoli, dal talento (l’attività intellettuale è molto più intensa che a Torino) e dall’emancipazione molto più consistente che altrove. I piemontesi al seguito della duchessa non volevano nemmeno ammettere la bellezza naturale di quei posti ed erano impazienti di ritornare non tanto alle loro belle montagne (pochi di loro sembrano sapere di averne), ma alle loro piccole cerchie di amici e alle loro abitudini (9 giugno 1863) [...] Mi era sembrato così improbabile che qualcosa di serio potesse aver luogo senza un maggiore tumulto. Stamattina, però, abbiamo appreso con grande stupore e dolore di molte persone morte o ferite: la gendarmeria aveva sparato alla gente (alcuni dicono per ordine di Peruzzi) e la Guardia Nazionale aveva poi sparato alla gendarmeria, arrestando e ferendo molte persone. Una parziale barricata era stata eretta in piazza San Carlo e si era tentato di armare tutti i cittadini, ma verso mezzanotte era ritornata la calma (22 settembre 1864).”

Monumento al Conte Verde Amedeo VI

La piazza – piazza Palazzo di Città – fu risistemata da Benedetto Alfieri intorno alla metà del XVIII secolo. Pelagio Palagi realizzò il gruppo bronzeo circa un secolo più tardi: è la piazza di Torino che accoglie il Municipio, una delle più antiche piazze della Città. Le luci d’artista sono un omaggio ai colori della nostra Bandiera. Io le ho fotografate così.

Stupinigi

La mia sterminata Biblioteca custodisce il più bel libro, forse, mai pubblicato sulla Palazzina di caccia di Stupinigi. Me lo regalò Sergio Maranini negli anni Novanta, egli era allora Direttore Generale o Amministratore Delegato della Tipografia Torinese che il volume, curato da Luigi Mallè, aveva pubblicato nel 1981.

E’ un bel cartonato in 4° con sopracopertina e interni in carta patinata opaca di almeno 135 gr. e di oltre 516 pagine; è introdotto da un saggio bellissimo di Luigi Firpo – oggi troppo trascurato -che traccia un profilo indimenticabile di Re Vittorio Amedeo II, uno dei pochi Savoia di grande statura politica. Ne cito le prime righe.

“L’11 aprile 1729 l’assenso regio pose in esecuzione il progetto elaborato da Filippo Juvarra per l’erezione di un padiglione di caccia nella piana di Supinigi. L’opera d’arte vagheggiata dall’artista poteva così tradursi, nel fervore del cantiere sonante, in maniera corposa destinata a durare nel tempo, accampata nello spazio coi suoi volumi mossi, le superfici scandite dalla luce e dall’ombra, i ritmi delle partiture, la concretezza viva della realtà.

Ma la genialità felice dell’artista cinquantenne, che da tre lustri ormai, con inventiva e operosità prodigiose, stava mutando il volto della capitale sabauda, appare ancora una volta come lo strumento duttile di una volontà che, nell’esaltarla, la impiega con determinazione metodica per scopi di cui l’arte è puro mezzo, quasi le tocchi esprimere col suo linguaggio affascinante non soltanto le intuizioni della bellezza, ma i sillogismi della ragion di Stato.

Per questo, prima di entrare nell’atmosfera sottile e incantata della Palazzina, prima di decifrare ogni sua suggestione e allusione, credo si debba fermare un momento il pensiero su chi la volle, cioè sulla ragione profonda del suo esistere, là e così deliberatamente, quale proiezione di una decisione personale, meditata e assoluta. Quando ne approvò l’esecuzione, Vittorio Amedeo II, primo re della sua Casa, aveva sessantatré anni e da cinquantaquattro cingeva la corona, ricco ancora di indomite energie morali, ma prostrato nel fisico, stanco, disamorato. Era nato a Torino il 14 maggio 1666, da Carlo Emanuele II e da Maria Giovanna Battista di Nemours; di complessione gracilissima, più volte dato per spacciato dei medici, che lo assistevano con premure oppressive e sottili pozioni, si irrobustì poi con la vita semplice, l’esercizio fisico e le cure sode di un tal Pecchio, medico di Lanzo, che prescrisse l’abbandono di tutte le medicine e una dieta intensiva di pan grissino. Fanciullo indocile, testardo, capriccioso, fu allevato dal padre a suon di frusta e crebbe con modi ruvidi, spinto da una innata violenza di impulsi, che presto ebbe a dissimulare e a  reprimere in interno furore. A nove anni la morte prematura del duca lo fece erede della corona, ma sotto la pesante tutela della madre ambiziosa e frivola. Unico suo interesse genuino la vita militare, le parate, le ordinanze, gli esercizi; ha già un suo reggimento e ne è orgogliosissimo; l’incisione di Antonio De Pienne del 1675 lo ritrae appunto fanciullo esile, in vesti pompose, in sella al gran cavallo da parata impennato, di fronte alla mole dell’Accademia militare che suo padre aveva istituito e sulla quale egli avrebbe vegliato con vigili cure.

[…] Il 10 aprile 1732 il vecchio sovrano, per suo desiderio, venne trasferito in lettiga a Moncalieri: percorrendo le placide strade alberate fra Dora e Sangone avrà forse scorto in lontananza le strutture ormai delineate della Palazzina, nella quale non avrebbe mai messo piede. Era ridotto a una larva, che si trastullava con giochi puerili, bamboleggiando, senza più lasciare il letto.

Morì la sera del 31 ottobre…”.