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L’origine del mercato

L’ORIGINE DEL MERCATO

«La piazza più grande è […] interamente circondata da portici, dove ogni giorno tra compratori e venditori ci saranno più di sessantamila persone; lì vi è ogni genere di mercanzia: viveri, gioielli d’oro e d’argento, di piombo, di rame, di stagno, di pietre, di osso, di conchiglie, di chiocciole e di piume […] C’è la strada della caccia dove si vendono tutte le specie di uccelli esistenti in quella terra […] Vendono anche conigli, lepri, cervi e piccoli cani, che allevano dopo averli castrati, per nutrirsene […] C‘è la strada delle erbe dove si possono trovare tutte le radici e le piante medicinali che crescono sulla terra […] C‘è ogni tipo di verdura: cipolle, crescioni, agli, porri, ramolacci, borragine, acetoselle, cardi e gobbi; e frutti abbondantissimi di ogni specie, come ciliegie e prugne, simili a quelle di Spagna. Vendono miele d’api, e cera e miele di canna di granturco, dolcissimi come lo zucchero […] Ci sono in vendita molte varietà di filati di cotone in matassa di tutti i colori, che ricordano i mercati delle sete di Granada e che anzi li superano per quantità […] Vendono granoturco in chicchi, macinato e lavorato come pane che supera in qualità e bontà quello delle isole e della terraferma […] Insomma nei mercati di Temixtitan si vendono tutte le cose che è possibile trovare in quella terra, che sono così numerose, oltre a quelle già descritte, che per non essere noioso e perché mi è difficile ricordarle tutte, e anche perché ne ignoro i nomi, tralascio. C’è una strada per ogni tipo di mercanzia e tutti sono rispettosissimi di quest’ordine. Le cose sono vendute a misura e numero, ma, per quello che ho visto, mai a peso. In questa grande piazza c’è una sorta di palazzo della giustizia dove siedono dieci o dodici persone, giudici, che dirimono le diverse cause che riguardano il mercato, e castigano i delinquenti. Sempre nella stessa piazza è possibile vedere delle persone che si aggirano nelle diverse strade e controllano attentamente la merce in vendita e in qualche occasione sono stati visti distruggere le misure false».                                                                                                      La citazione, straordinaria, è tratta dalla seconda lettera che il conquistador spagnolo Hernàn Cortés (1485/1547) inviò al suo sovrano, l’imperatore Carlo V, nei primi mesi del 1521.                                                                                                     Ho deciso di riportare il brano di cui sopra per alcune ragioni che ritengo funzionali alla trattazione dell’argomento di questo libro.                                                                                                                                            Tralasciando la meravigliata descrizione di un mercato immenso come forse non ne aveva mai visti, il colto capitano, dopo un incontro che si può definire avvenuto tra alieni in una terra aliena, ritrova nell’esposizione e nel commercio di quelle genti così diverse le analogie con le merci e i costumi della propria terra. La visita al mercato di Tenochtitlàn (Temixtitàn è l’errata trascrizione che ne fornisce Cortés), oggi Città del Messico, allora capitale dell’impero azteco con almeno 300.000 abitanti, è la prima sortita degli spagnoli dopo lo storico incontro tra civiltà aliene dell’8 novembre 1519: ed è proprio nel mercato che le enormi diversità delle due culture sembrano annullarsi.                                                                                                                                                                                  Necessita a questo punto tornare indietro nella storia dell’evoluzione dell’uomo e mettere in risalto che l’idea di mercato nasce quando dalla fase neolitica del villaggio la comunità, cresciuta in termini di numero, diventa così complessa da richiedere l’elaborazione di un’autorità centrale forte e un efficiente apparato burocratico, militare e sacerdotale di controllo. Ovvero: l’uomo ha inventato la città, lo stato e con essi la guerra e… il mercato                                                                                           Fino alla fase del villaggio non era possibile organizzare un esercito per combattere una guerra e, allo stesso modo, non era pensabile l’idea di un mercato: zuffe e baratto costituivano i semplici schemi con i quali si confrontavano le differenti comunità. Occorre un potere centrale forte che organizzi e sia in grado di controllare e governare eserciti e mercanti per mezzo di tutte quelle complesse funzioni che la civiltà ha provveduto a elaborare durante l’evoluzione umana.                                                                                                                                                           Le testimonianze dei primi mercati risalgono agli albori delle culture mesopotamiche ed egiziane, intorno a tre millenni prima della nostra era.                                                                                                                                                  Sono poi i Greci (l’Agorà) e i Romani (il Foro) a elaborare ulteriormente il concetto di mercato: si pensi a cosa potevano essere i mercati romani ai tempi di Adriano o Traiano, quando Roma raggiungeva, e forse superava, il milione di abitanti provenienti da Europa, Asia e Africa con la sterminata offerta di prodotti di ogni genere.                                                                                                                    Il collasso dell’Impero Romano determinò un ritorno a forme di commercio quasi primitive che implicavano ancora il baratto e la sussistenza di piccole comunità abbarbicate a castelli e conventi.                                                                      Occorre arrivare al basso Medioevo, intorno al X o XI secolo con la nascita dei Comuni, per assistere all’evoluzione di un nuovo concetto di mercato: nascono in quel periodo i commerci organizzati e controllati dalle singole gilde e corporazioni, distinti dalle grandi fiere a carattere periodico e campionario, in genere allestite in occasione di importanti feste religiose o scadenze stagionali.                                                                                                 I meccanismi delle esposizioni di commercio ambulante rimangono invariati almeno fino all’età della rivoluzione industriale: lo sviluppo della classe operaria in termini di capacità, pur minima, di generare reddito determina l’incremento dei consumi e la necessità di rendere i prodotti disponibili sull’intero territorio di città e paesi.      Nella seconda metà dell’Ottocento i mercati non sono più controllati dalle singole corporazioni, si diffondono nei tessuti urbani e sono in grado di offrire una diversificazione di prodotti in genere capace di soddisfare le esigenze quotidiane della comunità sulla quale insiste: questo è il mercato rionale.                                                                      Pure se questa non è la sede opportuna, pare utile  ricordare che ogni cultura capace di raggiungere lo sviluppo di una urbanizzazione complessa, con questa ha sempre elaborato un proprio concetto di mercato: il suq (oggi va di moda la trascrizione suk) arabo e berbero, i grandi mercati sudamericani, i meravigliosi marasmi di colori, suoni e odori dei mercati africani e asiatici.

 

 

 

Tatuaggio 1989 – Tattoo

 

Non andavano ancora di moda i tatuaggi, in quegli anni Ottanta: io, però, ne volevo uno, uno particolare che definitivamente – come dev’essere per ogni tatuaggio – mi marcasse, mi marchiasse; che mi permettesse di stabilire un punto, una linea di divisione: la vita prima e quella dopo.

Volevo un tatuaggio, un tatuaggio speciale e in quegli anni erano pochissimi capaci di fare un tatuaggio come lo volevo io: lo scovai dopo averlo cercato per qualche mese.

Costui era un personaggio ancora giovane, non doveva avere più di trentacinque o quarant’anni, ma già sufficientemente malandato. Bruno, macilento, l’occhio incavato ma profondo, la pelle non propriamente levigata né scevra di chiazze e macchie varie, l’eloquio incerto, l’andatura sbilenca: anche per tramite degli abiti, sciatti e trasandati, comunicava tutta la sua esistenza di sbandamenti più incuranti e incurabili che deliberatamente devianti.

Aveva imparato l’arte del tatuatore a New York, o almeno così andava dicendo: me lo aveva presentato, completamente ubriaco, il mio amico Coniglio, una sera, una delle tante sere gettate via in una qualche squallida birreria stracolma di figuri, straripante di storie contorte, stipate in ore impossibili dentro il ripugnante lezzo di fritto e di fumo.

Coniglio, un idealista puro e ingenuo tipico dei tempi miei, conosceva tutti: erano tutti suoi amici, anche quelli che non lo erano, anche quelli che mai avrebbero potuto diventarlo, anche quelli che mai aveva conosciuto.

Non mi ricordo il nome del tatuatore e non mi ricordo neanche che cosa mi disse; certo, Coniglio fu al solito generoso di indicazioni circa lo sghembo e strambo  personaggio; fatto ovvio che si premurò di  avvertirmi che quello, se non gli fosse piaciuto ciò che volevo farmi tatuare, non si sarebbe prestato alla bisogna, ché per lui non era una questione di soldi.

Non era ubriaco quando mi recai all’appuntamento nel luogo convenuto per procedere al lavoro, c’era con lui un ragazzino che mi toccava continuamente i muscoli con evidente, gentile piacere. Allora ero in forma fisica smagliante, ancora in attività nelle mie interminabili corse a piedi: era comprensibile che avessi una bella pelle.

Piacque al tatuatore il soggetto, anzi ne fu entusiasta, non scordando di sottolineare la facilità di lavorare su quella pelle così bella.

E non c’era nulla di morboso in tutto ciò, affatto nulla di fastidioso.

Stese la velina sul deltoide sinistro e tracciò i contorni del soggetto.

Avevo ricavato questo da una moneta d’argento di 200 pesos che mi ero portato appresso l’anno prima dal mio viaggio in Messico: era il simbolo mèxica dell’aquila posata sul cactus che stringe tra gli artigli e il becco un serpente.

La mitica aquila la cui vista avrebbe segnalato alle genti di Aztec, guidate da Huitzilopochtli crudele, il luogo promesso in cui fondare la loro capitale: Tenochtitlàn, dopo secoli di stente peregrinazioni.

Attese al lungo e delicato lavoro con cura e passione, preoccupandosi di non farmi provare dolore eccessivo; lavorava con insospettabile perizia, manovrando la pistola a aghi con disinvolta abilità.

Impiegò circa tre ore e mezza, il risultato mi parve sublime; alfine, indolenzito e non poco estenuato, mi sentii per certi versi un’altra persona: avevo cominciato in quel marzo 1989 – oggi sono più di vent’anni – un capitolo nuovo del mio me.