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Cocina fusion peruana e vini piemonteis

Di solito, i peruviani accompagnano i loro pasti con le loro ottime birre (Cristal, Cusqueña…), non possedendo tradizioni legate al vino (a parte le uve dedicate a produrre i mosti da Pisco, fin dall’inizio del XVII sec.); ma uno chef peruviano importante, e frequentatore autorevole di cucine tradizionali per il mondo, da anni nella sua catena Punta Sal (ben 6 ristoranti in Lima fin dagli anni Ottanta) è uso servire vini italiani e in particolare vini piemontesi che conosce e che ama: si chiama Adolfo Perret Bermúdez. Ma a nostro avviso la splendida cocina fusion peruana  si sposa in maniera magnifica con i nostri vini. Piatti peruani e vini piemontesi: Cebiche (gallinella cruda marinata)/ Riesling-Chardonnay 21012 di Oddero; Anticucho (spedini di cuore di manzo)/Grignolino 2014 di Spertino; Causa (polpo e gamberetti su patata)/Pitasso (Timorasso) 2013 di Claudio Mariotto. Al Lomo saltado ho accompagnato il Dolcetto 2014 di Brezza.Il tutto suggerito dallo chef Miguel Bustinza, ormai da anni a Torino con il suo Vale un Perù (zona San Paolo) e da Gloria Carpinelli, autrice del libro di cucina peruviana Il fiore della cannella (Ed. Il Punto, Piemonte in Bancarella).Il Pisco lo bevvi, la prima volta, nello stand del Perù in una qualche edizione degli anni Novanta alla Bit di Milano, dentro un bicchierino di plastica e non mi lasciò alcuna sensazione. Poi ne ho bevuto diverse volte, senza particolari attenzioni né con particolare interesse.

Il Pisco:  ho bevuto questo, regalatomi da Gloria Carpinelli.
E l’ho bevuto con i sensi allertati. E cambia tutto! Questo è un distillato puro di mosto ricavato da uve coltivate da secoli con il solo scopo di essere distillate per produrre Pisco. Ho bevuto distillati di ogni tipo, ma mi considero un esperto soltanto di whisky di single malt, per cui ho speso capitali e ne conosco almeno un centinaio. Mi è venuta la voglia di conoscere bene questo prodotto delicato e gentile, ma per parlarne con discernimento dovrei cominciare un percorso di comparazioni, di bevute, di chiacchiere, di letture.
Certo, questo che mi ha regalato Gloria mi ha messo delle voglie perniciose. Sul futuro, soltanto la volontà di qualche dio, magari Pachacamac…

Andrea Farinetti e il suo Borgogno 1761

http://www.borgogno.com/

Il ricordo è nitido: era il 19 febbraio 2007 e avevo concordato un’intervista, per Barolo & Co, con Oscar Farinetti che da pochissimi giorni aveva inaugurato il suo primo Eataly nel restaurato stabilimento Carpano dirimpetto alla mole incombente del Lingotto di Mattè Trucco. Oscar era appresso a degli ospiti americani e fu Luca Baffigo a guidarmi nella visita, salvo poi incrociare Oscar per caso e con lui continuare una rilassante chiacchierata, che si prolungò parecchio, affettando salami e bevendo calici… Ricordo con distinzione il giovane Francesco, primogenito di Oscar, dedicarsi con evidente entusiasmo alla mescita del vino sfuso.

Circa un anno dopo, era l’8 febbraio del 2008, incontrai Oscar per questioni di lavoro e sulla sua scrivania troneggiavano due bottiglie di Borgogno; a te posso anticiparlo, mi disse, sei il primo che lo sa: ho deciso di comprare Borgogno (cantine esistenti dal 1761), che ne dici?

Fui invitato nel novembre dell’anno successivo per festeggiare l’inaugurazione ufficiale – c’era un sacco di bella gente (vedi immagini) – delle Cantine Borgogno della famiglia Farinetti. C’ero anche nel 2013 quando venne festeggiata la prima bottiglia di vino figlio della nuova proprietà.

Sono trascorsi ben tre anni e incontro Andrea Farinetti – il terzogenito di Oscar, gemello di giugno, classe 1990: un millennial in tutto e per tutto nell’accezione positiva di questo neologistico anglismo. Dopo Francesco (1981) e Nicola (1984), Andrea è il pivello di famiglia, ma che pivello! Determinazione, preparazione, tigna autentica, entusiasmo, capacità di visione prospettica.                                                                                                                                     Ha preso in mano la cantina nel 2010, dopo il diploma conseguito un paio di anni prima all’Enologico di Alba. In questi 6 anni la cantina è passata da 80 a circa 300.000 bottiglie di produzione, quadruplicando il fatturato e incrementando in maniera determinante la quota dell’export. Dal 2013 usa quasi soltanto i fermentini in cemento e dal 2015 è passato alla gestione bio delle vigne con sperimentazioni di disinfettanti naturali e percentuali risibili di solforosa. In cantina Andrea e il suo responsabile Simone – già compagno di classe all’Enologico – usano la tecnica tradizionale del cappello sommerso e tendono a effettuare, per i vini importanti, macerazioni lunghe.                                                                                             Ho valutato il Dolcetto 2015 (18.000 bottiglie, 13%vol, 9.50 € a scaffale), il Nebbiolo No Name (60.000, 14%vol, 25,00 €), la Freisa secca 2014 (13% vol) e la Barbera d’Alba Superiore 2014 (15%vol): tutti prodotti più che eccellenti, capaci di raccontare il territorio in maniera piacevolmente leggibile nelle valutazioni organolettiche. Una citazione speciale per la Barbera: tra le migliori gustate negli ultimi tempi.

Notevoli il Barolo 2011 (25.000, 14,5%vol, 33,00 €) e i tre cru Fossati, Liste e Cannubi 2011 (6.600 per ciascuno, 15%vol, e prezzi dai 36,00 del Fossati ai 55,00 del Cannubi): sono Barolo eccelsi, dai tannini morbidi ma di grande equilibrio e eleganza: ottimo il Liste e formidabile il Cannubi!

Importante citare le due riserve cuvée di Barolo: il Borgogno 2009 (Fossati e Liste, circa 20.000 bottiglie che vengono immesse sul mercato a distanza di parecchi anni) e l’ultimo nato, il Cesare, frutto di un complesso assemblaggio delle annate 1982, 1996, 1998 e 2004. Un Barolo che definire peculiare è come usare un improprio eufemismo riduttivo.

Ma Andrea sta lavorando a un Timorasso (presi 3 ettari) di cui ho assaggiato i primi risultati (promesse davvero notevoli) dalla botte e a un Riesling 2015 che vedrà la luce nel 2017. E poi ci sono alcune altre faccende in avanzata fase di progettazione che saranno per davvero di grande suggestione: ma di queste non è opportuno parlare. Ho passato con Andrea alcune ore e sono rimasto impressionato dalle doti di questo ragazzo e dal suo atteggiamento sempre sicuro e mai sfrontato, capace di parlare con chiarezza e capace di ascoltare con attenzione. Mica poco…

Avanti così!

In Bianco

Per la prima volta ho avvertito netta la sensazione che anche nel campo dei vini bianchi i francesi li abbiamo acchiappati! Fino a ieri per me non c’era storia tra i vari Meursault (mio bianco preferito), Chassagne-Montrachet, Chablis, Rieseling alsaziani e i nostri.

Ebbene, comincio a ricredermi!

Chiamo a testimoniare il Petit Arvine  Vigne Rovettaz 2009 di Vincent Grosjean, il  Timorasso Derthona 2005 di Claudio Mariotto, il Timorasso Sterpi 2007 di Walter Massa, il Nascetta Anas-Cetta 2010 di Elvio Cogno, il Collaretto 2010 di Poderi Oddero, il Riesling Pétracine 2011 di Vajra, il Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico Riserva 2004 di Ampelio Bucci (e gli altri due Verdicchio quasi allo stesso livello: Pievalta e Fattoria San Lorenzo) e, dulcis in fundo, gli elegantissimi Etna Bianco Superiore (Carricante) Pietramarina 2010 e 2008 di Benanti.

Una cavalcata magnifica dentro una realtà produttiva che comincia ad apprezzare i vini bianchi da invecchiamento: e finalmente i francesi dovranno cominciare a preoccuparsi anche in questo campo particolare dove, fino a ieri, erano maestri indiscussi (ma hai voglia a essere bravo se non hai i terreni e le esposizioni dell’Etna o certi vitigni autoctoni come il Timorasso e il Verdicchio….).

Forza Italia ché stiamo andando bene (adesso bisogna convincere la ristorazione e i consumatori che i vini bianchi, quando sono come si deve, possono invecchiare quasi come i rossi)!!

Langhe Bianco 2011 di Cascina Ballarin

L’universo del vino è così vasto, così frammentato, così vario che è opera di presunzione pensare di conoscere tutto o anche soltanto di saperne abbastanza. Per la verità, ogni giorno può essere importante per venire a conoscenza di qualche cosa di nuovo e di rilevante, sopratutto considerando il fatto che il mondo enologico italiano è composto per la gran parte di aziende medio piccole e piccole: magari aziende familiari, anche di tradizioni annose, che producono vini di gran qualità in non più di poche decine di migliaia di bottiglie.

L1130578A questo proposito, ogni tanto passo da alcuni miei amici professionisti (preferisco quelli giovani e curiosi, oltre che – va da sé – appassionati) nel campo della ristorazione e mi faccio volentieri offrire un bicchiere di vino a loro scelta. Tra questi, uno di quelli che riesce sempre a sorprendermi con vini di particolare qualità e di prezzo sempre interessante è Alessandro Gioda, giovane contitolare e curatore di sala e cantina del ristorante Quanto Basta, situato nel cuore del Quadrilatero torinese.

Pochi giorni fa, di ritorno da una delle mie frequenti incursioni nel mercato prodigioso e meraviglioso di Porta Palazzo, sono passato in tarda mattinata a salutare Alessandro e Stefano, in via San Domenico, proprio di fronte al museo di arti orientali MOA. Alessandro, come al solito, mi ha offerto un bicchiere di vino bianco: Langhe Bianco DOC della Cascina Ballarin, località Annunziata di La Morra (Cuneo). L’ho trovato un vino di grande eleganza e di notevole complessità: Alessandro mi ha fornito qualche particolare. Prezzo sotto i dieci euro, produttore piccolo da me sconosciuto (pur di una zona che conosco, o penso di conoscere come le mie tasche: vedi quanto ho scritto sopra….), uvaggio di Nascetta e Chardonnay, poche bottiglie prodotte nella prima annata del 2011. Al mio interesse ha risposto offrendomene una bottiglia: gli ho ribattuto che avrei scritto al produttore chiedendo a lui direttamente una bottiglia.

Ho scritto a Giorgio Viberti chiedendo una bottiglia del suo Langhe Bianco 2011 con lo scopo di farne una valutazione professionale e un articolo conseguente (questo). La bottiglia mi fu gentilmente recapitata proprio presso il Quanto Basta.

L’ho gustata in un paio di giorni, come al solito, bevendone bicchieri con i più vari accompagnamenti ma soprattutto bevendone qualche bicchiere accompagnandolo soltanto con i miei pensieri (il migliore degli accompagnamenti possibili quando un vino mi piace per davvero).

12%vol. di alcol per un vino di colore giallo paglierino abbastanza carico. Naso di eleganza e complessità notevole in cui emergono note di foglia di limone e sentori erbacei di grande armonia. In bocca è un vino secco, molto secco, minerale e un poco spigoloso con acidità non molto spiccata e con grande persistenza soprattutto al palato (meno in gola). Un vino certo non di facile beva, non per quelli che amano le ridondanze di fiori e frutta. Questo millesimo è il primo risultato di un uvaggio composto da 40% di Nascetta e Chardonnay completato, direi in maniera opportuna, dal 20% di Rieseling. La vigna di Nascetta è stata piantata soltanto da circa 4 anni, mentre le altre uve sono raccolte da vigne più vecchie. La produzione non oltrepassa le 2.000 bottiglie vendute, come sopra detto, a un prezzo assai conveniente.

Devo precisare e ribadire che non conosco gli altri prodotti di questa piccola azienda: le notizie che ho ricavato dalla rete e dalle parole di Giorgio Viberti mi informano che si tratta di una realtà produttiva di 7/8 ettari situati tra La Morra e Monforte con quattro etichette di Barolo, Nebbiolo, Barbera, Dolcetto e due etichette di Langhe Bianco. E’ una vecchia azienda familiare che produce vino fin dal 1928 (Pietro Viberti fu l’avo fondatore) e, come facilmente intuibile, esporta la gran parte della produzione. Mi riservo di fare una visita, peraltro già concordata, in loco e approfondirne la conoscenza (soprattutto per quanto riguarda i Barolo).

Per concludere, io di Nascetta ne ho bevute molte: a cominciare da quella prodotta da Elvio Cogno. Ho parlato e scritto con dovizia di particolari (e entusiasmo) del Marin 2009 di Fontanafredda (50% Nascetta e Rieseling), ebbene, questo Langhe Bianco mi ha davvero entusiasmato e mi conferma che quest’uva da poco riportata agli onori delle tavole, in purezza o in uvaggio (e il Rieseling è a mio parere il compagno ideale),  può diventare importante nella crescita dei prodotti a bacca bianca piemontesi. Personalmente trovo che debba essere bevuta dopo almeno 2/3 anni di invecchiamento e può evolvere anche per qualche anno in più (copiamo pure i maestri francesi, ma con le nostre uve). La mineralità, l’eleganza, la raffinata armonia di sentori erbacei, più che floreali, che esprime il vino spremuto da quest’uva sono straordinari e in prospettiva possono ambire anche a superare i successi che stanno premiando il Timorasso (vino completamente diverso da questo: più morbido, più abboccato, più armonico ma meno elegante e complesso). E dunque prepariamoci a smentire il luogo comune che vuole il Piemonte regione di grandi vini soltanto rossi e offriamo da bere vini bianchi che sappiano essere assai più interessanti della maggioranza di stucchevoli Arneis, Favorita, Cortese (anche se tra questi si può, con qualche difficoltà, trovare qualità).

Salute.

http://www.cascinaballarin.com/

http://www.vincenzoreda.it/boca-2007-di-cascina-montalbano/

http://www.vincenzoreda.it/quanto-basta-per-star-bene-in-via-s-domenico-12b/

Visita a Claudio Mariotto

Recarsi a far visita a Claudio Mariotto è sempre una faccenda assai gradevole. Occorre però non dover trovarsi a fare i conti con il tempo e con limitazioni di grado alcolico…Stavolta, in compagnia di Matteo c’erano altri tre amici: tutti granata sfegatati e tenerli a bada è durata fatica, pur se il vino, prima di Elisa e poi di Claudio, è servito a stemperare l’irrisolvibile e antitetica fede sportiva. Poi occorre dire che la compagnia era piuttosto insolita e variegata: Matteo (uno storico che fa anche il ristoratore), Francesco (torinese che lavora in campo ambientalistico, ma grande appassionato di vino), Nicola (da Roccaverano, che alleva oche da destinare a ottimi salumi e paté), infine Marco di Acqui Terme che lavora con grande passione con i fiori! La giornata è stata proficua, soprattutto in termini di gradazione alcolica e di simpatia. Non mi dilungo oltre a parlare dei vini di Claudio Mariotto: ne ho trattato a sufficienza; devo però segnalare l’eccezionale Timorasso 2011 ancora da imbottigliare. Stavolta ho anche apprezzato meglio alcuni suoi rossi per i quali occorre un certo distacco dialettico: qui il Territorio è davvero importante e definisce questi vini con caratteristiche particolari che sono di evidente riconoscibilità.

http://www.ocainlanga.it/

http://www.claudiomariotto.it/index.php/it/

 

A La Colombera con Elisa Semino

Elisa l’avevo incontrata un paio di anni fa al Vinitaly, i suoi vini – soprattutto Timorasso e il Suciaja(Nibiô) – me li aveva fatti conoscere Matteo a La Tana del Re. Sono andato a farle visita in quel di Vho, a due passi da Tortona, dove i circa 20 ettari dell’azienda si estendono a non più di 300 m. di quota sopra dolci colline argillose. Durante gli assaggi sono rimasto assai colpito dalla Barbera DOC Colli Tortonesi Vegia Rampana 2009: le Barbera di quihanno caratteristiche del tutto particolari, anzi bisognerebbe che neanche si chiamassero con questo nome perché assai differenti da ciò che ci si aspetta quando si dice Barbera e si pensa al Monferrato o alla Langa. Questo è un vino con frutto spiccato al naso e ancor più in bocca, rotondo, quasi amabile e con un colore rubino carico. Il 2009 ha 14% vol. che si sentono poco e un corpo notevole. Ma ripeto: bisogna dimenticare le Barbera classiche! Mi hanno sorpreso anche i vini che vendono sfusi a una clientela orami da anni affezionata. La Colombera ha una caratteristica abbastanza rara in Piemonte: una gran parte del fatturato è composta dalla vendita diretta di questi vini, soprattutto rossi: Freisa, Barbera, Dolcetto e anche un poco di Cortese. A poco più di un euro al litro si bevono vini schietti, semplici, vinificati correttamente e anche di una qualità tutt’altro che bassa! Chiaro, il Timorasso e il Suciaja sono altra cosa, ma anche – ovvio – altro prezzo. Mi stupisce sempre la simpatia e la passione di Elisa, persona schietta come i suoi vini.

http://www.lacolomberavini.it/

Il Nibiö o Nibiô

Tempo fa, il mio amico Matteo, a La Tana del Re, mi aveva fatto assaggiare un vino particolare che mi era piaciuto non poco: era il Suciaja di La Colombera, azienda conosciuta soprattutto per essere uno dei 3/4 produttori eccellenti di Timorasso (insieme con Walter Massa, l’amico Claudio Mariotto e Franco Martinetti). Durante il mio soggiorno a Gavi, e grazie soprattutto a Alessandra Poggio che me ne ha fatto dono di due introvabili bottiglie, ho scoperto che in verità la zona di questo vitigno (la cui grafia è riportata con le due forme  Nibiö e   Nibiô) è compresa nei comuni di Tassarolo e Gavi, quindi un poco più a sud di Tortona. Questo vitigno è parente del Dolcetto, ma con il Dolcetto ha poco a che fare: è molto antico (vi sono citazioni già prima del X secolo, quando queste terre appartenevano alla Repubblica di Genova), predilige terre argillose, presenta tannini gentili, basse rese e ama essere bevuto vecchio di qualche anno (4/8). Alessandra Poggio ne vinificava circa un ettaro posto a ridosso del suo agriturismo: 5.000 bottiglie circa che ha smesso di produrre nel 2006. Da allora conferisce le sue uve alla sorella Francesca che, per l’azienda Il Poggio, produce un Rosso del Poggio che è un uvaggio in cui, oltre al Nibiö, c’è anche Dolcetto del Monferrato. Io mi sto godendo, con piccoli assaggi a distanza di ore, l’ultimo millesimo prodotto da Alessandra, il 2006. Il vino è delizioso e si presenta con un colore rosso aranciato scarico con riflessi giallognoli. Al naso è complesso con prevalenza di spezie e confettura di frutta rossa; al palato è di corpo gentile, buona acidità, franco e di lunghissima persistenza. Si capisce il nome: questo vino somiglia più a un Nebbiolo che a un Dolcetto! Presso il comune di Tassarolo (poco più di 500 abitanti, a pochi chilometri da Gavi) si è costituita un’Associazione di una quindicina di produttori che hanno la finalità di preservare la produzione di questo vino davvero notevole. Non posso che augurare loro di riuscire al meglio in questa operazione di alta cultura contadina. Così, qualche instancabile curioso e buongustaio come me avrà l’opportunità di apprezzare questo nobile e antico vino. In loco, come si conviene.

 

 

 

Vinitaly 2012 prime immagini
Claudio Mariotto vignaiolo in Vho (Tortona, Alessandria)

Insieme con Matteo del ristorante La Tana del Re sono andato a trovare Claudio Mariotto nella sua dimora posta sulle alture di Vho, a poca distanza da Tortona. Con noi c’era anche Nicola, ex broker e ora allevatore di oche in Roccaverano, specialista nel preparare stupendi salami (che devono essere insaccati nella pelle dell’oca e poi cotti) con le carni delle sue bestie. Claudio è oltretutto un assaggiatore e dunque grande intenditore di salumi che prepara con il suo norcino, altro bel personaggio. Abbiamo cominciato a bere e a discutere dei suoi diversi (tutti eccellenti, qualcuno strepitoso) Timorasso: il Derthona (nome romano di Tortona), il Cavallina (2008, primo esperimento di macerazione di Timorasso sulle bucce), il fantastico Pitasso. Abbiamo bevuto sia in orizzontale, sia in verticale risalendo fino al 2004. Abbiamo bevuto i rossi, li abbiamo confrontati con quelli di Elisa Semino (La Colombera) e di Walter Massa. Abbiamo discusso animatamente e senza peli sulla lingua, inframezzando parole sapide su calcio, donne e cibo…come si fa tra buoni amici. Dalle 11.30 del mattino siamo riusciti ad arrivare alle 19, direi con assoluta leggerezza. Claudio Mariotto non lo si può descrivere, bisogna conoscerlo e bere con lui qualche bicchiere per poi percepire la netta sensazione di aver a che fare con un uomo fuori di ogni possibile classificazione. Giornata indimenticabile.

P.s: Il 2 dicembre presenterò il mio libro “101 Storie Maya che dovresti conoscere prima della fine del mondo”, Ed. Newton Compton, al ristorante La Tana del Re (via Vincenzo Virginio, 2 a Torino): i vini dell’aperitivo saranno quelli di Claudio Mariotto, pare ovvio e scontato.

http://www.vincenzoreda.it/il-timorasso-di-claudio-mariotto-a-la-tana-del-re/

Il Timorasso di Claudio Mariotto a La Tana del Re

Conosco abbastanza bene il Timorasso, vino e vitigno del Dertonese da qualche anno riportato alla luce da intrepidi vignaioli (vedi Walter Massa e l’Azienda Colombera). Vino bianco piemontese di qualità eccelsa, l’unico: molto distante ci stanno Erbaluce e Cortese, gli altri non esistono (la Nascetta di Novello promette bene, ma occorre aspettare qualche tempo).

Non conoscevo Claudio Mariotto e i suoi vini.

Claudio è persona semplice, diretta, franca e i suoi vini, a cominciare dagli ottimi cortese Coccalina 2009 (vivace, da 12,5°, bollicine charmat, buona persistenza e buona personalità) e Profilo 2009 (fermo, 13°, anche questo persistente, di buon corpo, assai gradevole).

Mi ha stregato il suo Timorasso: Pitasso, ne ho bevuto i millesimi 2006 (14°) e 2007 (14,5°). Vini con naso delicatissimo, senza quei profumi di frutta che ti stordiscono e non si sente la notevole alcolicità. Di colore giallo dorato intenso, ottima acidità, lunghissimi entrambi, grassi al palato. Molto più elegante il 2006, di annata meno calda, più aggressivo il 2007. Vini bianchi da bere aspettando qualche anno: mi sono fatto promettere una verticale e non mancherò la promessa, con il dovuto entusiasmo. Un grazie particolare a Matteo, Silvia e Amid che nel ristorante accolgono e presentano i miei lavori a un pubblico di particolare affezione che ama proposte di ottimi vini e una buona cucina cilentana.

 

Vinitaly 2011
Due guide utili e oneste: i miracoli a volte capitano

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Ho conosciuto Romano Raimondi sul Gargano: il responsabile del villaggio dove vado tutti gli anni a passare le vacanze, come ben sa chi mi segue, venne un giorno a dirmi che un cliente nuovo desiderava conoscermi perché aveva visto il mio sito e gli era particolarmente piaciuto. Era Romano, responsabile commerciale della Longo di Legnano, azienda seria, da molti anni impegnata nella selezione seria di prodotti enogastronomici da proporre, business to business, nei settori  di regalistica, gadget e, credo, incentives. Gente competente e di certo affidamento: gente che viaggia molto e che, fuori dalle solite strategie editoriali, obsolete fastidiose e inutili – quando anche non controproducenti – ha ideato questo manuale/guida.

Senza voti, soltanto con tutte le informazioni, chiare e sintetiche, che possano servire al viaggiatore,  stancato dai noiosi e faticosi chilometri autostradali e desideroso di evitare i parapiglia di scarsa qualità degli autogril, che desidera un posto non troppo lontano dal proprio itinerario in cui mangiar bene, pagare il giusto e riposare un momento.

E’ stata molto ben recensita e ne hanno parlato tutti in maniera favorevole: a proposito e con il giusto merito, direi.

L’idea è tanto semplice quanto geniale – come quasi tutte le faccende che funzionano – e, oltretutto, serve a chi ne fa uso: non è la solita occasione di fare del business sul nulla o sulle ali di una moda – che è stessa cosa.

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Idea sì geniale e  utile, ma anche realizzata con grande  onestà e competenza: sintetica, semplice e dunque di facile consultazione.

Oltretutto, pur non essendo editori, i Longo hanno evidentemente chiamato i consulenti editoriali giusti e li hanno usati al meglio.

Complimenti per davvero! Una guida, ripeto e sottolineo, soprattutto utile, agile e onesta, che serve tenere in auto a chi viaggia molto e molto per lavoro.

Mica una roba che succede tutti i giorni, almeno nel campo delle guide enogastronomiche…

E passiamo a esaminare l’altra piacevole sorpresa di questi primi giorni, ancora troppo caldi, di settembre: ne avevo sentito parlare, ma non avevo trovato alcuno stimolo per un approfondimento serio.

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Anche per pigrizia mentale; perché se uno, come me, è mal disposto a valutare le guide, pensa: la guida è una mala pianta infestante che cresce in ogni terreno e non patisce nulla; difficile – se non lo si è obbligati per lavoro – appassionarsi alle sempre più frequenti proposte del mercato che, va da sé, sono inutili, malfatte e disoneste (non tutte, ma quasi…). Mario Busso me lo ha presentato il mio amico Vincenzo Vita: un aperitivo nel tardo pomeriggio al tavolo di uno dei miei bar in via Garibaldi, a Torino. S’era portato appresso la sua guida che ha provveduto a regalarmi. E allora me la sono guardata per benino e ho avuto la sorpresa di una faccenda fatta bene da gente competente e onesta, il cui business è soltanto quello di trarre profitto dalle vendite di un prodotto che soddisfa e serve il lettore che lo compra e dalle ovvie entrate pubblicitarie di produttori che non subiscono alcuna pressione né ricatti di sorta, come purtroppo è deleterio costume dei classici editori di guide (tutti: chi più, chi meno).

Va precisato che su questo lavoro hanno diritto a comparire soltanto le cantine che producono vini da uve autoctone, e che sono considerate tali le viti coltivate sul nostro territorio da almeno 300 anni. Le valutazioni sono eseguite su bottiglie in commercio e non con vini provenienti da botti o vasche. La guida è costruita su concetti semplici e i simboli scelti sono di facile lettura e direi che forniscono  le informazioni che un tale prodotto editoriale deve essere in grado di trasmettere. E’ strutturata su base regionale e per ordine alfabetico. Nella terza edizione, 2009, si tratta di 1080 cantine e di 3600 vini. Il volume è stampato con il marchio prestigioso del Touring Club Italiano: storica Associazione che della cultura del territorio ha fatto bandiera.

E’ chiaro che per me leggere di Mayolet, Avanà, Timorasso, Cesanese, Tintilia, Fiano Minutolo, Susumaniello, Nerello mantellato, Carricante e via dicendo, costituisce musica dolce. E raccontatemi gli australiani o i cinesi che si mettono a copiare il Bianchello del Metauro, la Pecorina o il Bianco d’Alessano….Sono questi i valori che a noi è richiesto, da chi ci ha passato il testimone, di difendere: è un dovere preciso. A chi ha scelto di competere a colpi di milioni di bottiglie, di marketing, di controllo di gestione e di ottimizzazione delle rese e della distribuzione vada tutta la nostra stima – non ne hanno molto bisogno, in verità; al piccolo  produttore che non arriva ai dieci ettari e alle 50.000 bottiglie di vino autoctono vada invece il nostro impegno, la nostra dedizione, il nostro aiuto. Si può e si deve guadagnare anche con la poesia. E tra poeti ci si intende, ci si riconosce e ci si dà una mano.