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Umberto Eco, A passo di gambero

Di seguito la conclusione di un lucidissimo intervento di Umberto Eco del 2001 contenuto nel libro di cui sopra. Si tratta del tema del conflitto generazionale e di come questa faccenda stia evolvendo oggi alla luce dei sincretismi imposti dai media. Al solito, Eco è insostituibile punto di vista.

 

Sulle spalle dei giganti

[…] Stiamo entrando in una nuova era in cui, col tramonto delle ideologie, l’offuscamento delle divisioni tradizionali tra destra e sinistra, progressisti e conservatori, si attenua definitivamente ogni conflitto generazionale. Ma è biologicamente raccomandabile che la rivolta dei figli sia solo un adeguamento superficiale ai modelli di rivolta provvisti dai padri, e che i padri divorino i figli semplicemente  regalando loro gli spazi di una emarginazione variopinta? Quando il principio stesso del parricidio è in crisi, mala tempora currunt.

Ma i peggiori diagnostici di ogni epoca sono proprio i contemporanei. I miei giganti mi hanno insegnato che ci sono spazi di transizione, in cui vengono a mancare le coordinate, e non si intravede bene il futuro, non si comprendono ancora le astuzie della Ragione, i complotti impercettibili dello Zeitgeist. Forse il sano ideale del parricidio sta già risorgendo in forme diverse e, con le future generazioni, figli clonati si opporranno in modo ancora imprevedibile e al padre legale e al donatore di seme.

         Forse nell’ombra già si aggirano giganti, che ancora ignoriamo, pronti a sedere sulle spalle di noi nani.

Emberto Uco non conosce Umberto Eco e né io

INTRODUZIONE

Di Emberto Uco

Conosco Vincenzo da una vita e da una vita cerco di spiegargli che sarebbe più opportuno, e per lui più proficuo, se trovasse una buona volta la forza di mettere fine a quella sua prodigiosa curiosità che lo porta a essere dispersivo.

Archeologia, vino, cibo, letteratura, poesia, musica, pittura: troppa roba per un uomo solo!

Ma non c’è verso: io sono così, mi dice e se non ti piaccio hai soltanto da frequentare altre corti.

Il punto non è però questo, benedetto uomo: uscire dagli schemi, e per i libri uscire dai generi, è pericoloso perché poi il lettore si ritrova spaesato, disorientato.

In ogni campo gli uomini hanno bisogno di riferimenti e se non li trovano vanno in confusione, è un fatto ovvio; e in tempi come quelli che stiamo vivendo la gente cerca, sempre di più, rifugi angusti, aree limitate, settori specializzati in cui sentirsi a proprio agio, anche come evidente reazione a quella globalizzazione – pessimo neologismo – che tende a rendere tutto incerto, relativo, effimero.

Vincenzo va esattamente verso la direzione opposta: il mio modello, dice, è Alberto Savinio; i miei esempi inarrivabili sono i grandi dell’Umanesimo e del Rinascimento, quando gli scenari si estendevano a tutto tondo intorno a intelligenze aperte e flessibili, per le quali parlare di categorie e di generi era impensabile e cita gente come Pietro Aretino, Ficino, Pico, Bembo o lo stesso Piero della Francesca, grande pittore e insigne matematico. Per pudore non nomina Leonardo….

Caro il mio Vincenzo… i tempi sono altri da quelli che a lui piacciono e son tempi grami: forse non è sbagliato pensare all’approccio olistico nel considerare le faccende che succedono e che ci circondano, ma bisogna mai dimenticare che il linguaggio che si sceglie per comunicare con gli altri, agli altri chiaro dev’essere; così come chiaro dovrebbe essere il messaggio che il linguaggio ha da traghettare.

In conclusione di questa mia premessa, che vuol essere anche una piccola tiratina d’orecchi e uno stimolo per il mio grande amico Vincenzo, è chiaro che il volume che si va a leggere è ben ripieno di molti di quei contenuti che a lui stanno a cuore e che i lettori che hanno avuta la ventura di leggere il suo volume precedente ben conoscono; ma c’è una prima parte, insolita per lui, che va considerata con molta attenzione.

Sotto la forma apparente di racconti, ma egli non è né vuol essere un narratore, si celano dei piccoli saggi che sono in verità punti di vista non propriamente soliti, direi desueti e di particolare interesse, rivolti verso questioni che nella norma vengono osservate e considerate in maniera affatto differente. Il lettore esperto e interessato faccia attenzione a quanto appena precisato: è probabile che riesca a meglio usufruire degli scritti, a volte in apparenza scombiccherati, del mio amico Vincenzo.

Buona lettura.

 

Vertigine della lista, Umberto Eco

Ho finito di leggere questo ennesimo lavoro di Umberto Eco, al solito ricco non soltanto di nuove e stimolanti conoscenze ma stimolo anch’esso verso aperture e prospettive attraenti, insolite. insondate.

E’ più che un libro un’antologia con un apparato iconografico almeno pari alla qualità delle citazioni scritte; una lettura impegnativa, non per molti.

Oltre 400 pagine per 40 euri scarsi bene assai spesi se da questa lista di liste si sappia estrarre l’elenco quello che più è nostro o la comparazione più ardua, quella cui mai s’era pensato; o compilare una lista di omissioni, di dimenticanze e, tra queste, una lista di liste omesse per scelta e un’altra lista di liste per necessità dimenticate.

Si trovano liste di angeli e dèmoni, di fiori e di gioielli, di libri e di condottieri, di animali. Liste omogenee, liste disomogenee, liste strampalate, liste surreali, liste poetiche. Brilla, com’è ovvio, tra le altre la lista degli animali di Jorge il cieco e su quella lista Eco chiude al meglio, non senza aver citato anche sé stesso – Il nome della rosa e l’irresistibile Baudolino.

Mi è rimasta una curiosità: Eco cita il cimitero di Edgar Lee Masters ma non accenna mai a quelle liste di caduti che in tutte le città e i paesi d’Italia, e del mondo, testimoniano di guerre, eccidi, massacri, eccetera. E non v’è traccia di quella lista straordinaria, per molti e molti versi, che costituisce il monumento, in Washington, ai caduti americani del Vietnam: mi piacerebbe sapere se è una omissione voluta oppure no.

Umberto Eco, Numero zero

ecohttp://www.vincenzoreda.it/umberto-eco-il-cimitero-di-praga/

Un pregio ce l’ha quest’ultimo romanzo di Umberto Eco: è davvero esiguo. Sono soltanto 218 pagine ma di corpo 14 e non più di 1600 battute per pagina. Meno male e non costa neanche troppo: 17,00 euro, comunque assai mal spesi.

Qui sopra c’è il link della mia impietosa recensione del penultimo lavoro di Eco, ero stato anche abbastanza buono e non avevo infierito troppo: non mi piacciono le stroncature e poi Umberto Eco è un autore (più saggista, senza dubbio, che romanziere) di cui ho letto qualche decina di lavori e che stimo, a prescindere.

Ora, non saprei dire se quest’ultimo romanzo del buon Umberto possa essere anche peggiore di quell’accozzaglia informe e inutile che è costituita dalle oltre 500 (!) pagine de Il cimitero di Pragaeco 1

 

La trama (?) tratta della  redazione di un improbabile quotidiano che forse nemmeno sarà pubblicato, si chiama Domani. I personaggi che compongono questa redazione sono soltanto dei nomi: nessun carattere, nessuna introspezione, nessun vero personaggio (ma questo è abbastanza caratteristico di Eco). Ma il peggio è costituito dal fatto che non esiste trama, che i soliti complotti cari al Nostro sono materia trita e ritrita, che la tesina finale è di una semplicità e di una banalità disarmanti (e non mi si venga a dire che il tutto è voluto!). Per davvero,  i 17 euro spesi per quest’accozzaglia di pagine riempite di caratteri ad minchiam, mi dispiace ma sono proprio mal spesi. Sprecati, se non dessero un poco di lavoro a redattori, stampatori e librai: consoliamoci con questo.

 

Umberto Eco, Il falso e il vero

La faccenda assume toni surreali: Umberto Eco, vittima per una volta della medesima superficialità per cui accusa il web, prende in parola la recensione del mio libro in cui c’è scritto che egli è l’autore dell’introduzione del medesimo. E, come appare ovvio, mi accusa di aver abusato della sua firma senza alcuna autorizzazione. Oltretutto, non conoscendomi!

Ma, se il buon Professore fosse andato a verificare, avrebbe scoperto che l’introduzione di “Quisquilie & Pinzillacchere” l’ha redatta EMBERTO UCO! Che è simile a Umberto Eco, rispetto al quale presenta le vocali iniziali invertite: Ma non è lui. Il mio giochino fu architettato ben sapendo che qualche buontempone ci sarebbe cascato: molti leggono quel che pensano di leggere e non quel che è scritto (è un meccanismo mentale abbastanza noto, di cui tutti possiamo essere vittime). Comunque è un errore di superficialità. A me tutta questa faccenda poco porta, ma mi fa piacere che lo schema del giochino, come l’avevo concepito, si sia chiuso. Anche al di là di quanto pensavo potesse accadere. Poi, chi frequenta il mio sito ben sa che sono un estimatore di Umberto Eco, di cui ho letto tutti i romanzi e moltissimi dei suoi saggi, di cui su questo sito esistono diverse recensioni.

Salone del Libro di Torino, Umberto Eco

Lectio magistralis di Umberto Eco al XXIV salone del libro di Torino. Ma, Umberto Eco o…Emberto Uco? Che ridere.

Umberto Eco, Il Cimitero di Praga

La tesi – ma più che una tesi è una larga metafora – è la seguente: il falso verosimile è meno falso del vero inverosimile, a volte anche del vero verosimile. Inoltre, i segreti e le indiscrezioni sono tanto più interessanti quanto più vicine a ciò che si vuol sentire.

Umberto Eco è uno dei miei riferimenti: ne ho letti tutti i romanzi e larga parte della saggistica, a cominciare da Apocalittici e integrati. Questo suo ultimo lavoro, però, non mi è piaciuto.

Non è un romanzo e come feuilleton è poco credibile; non è un saggio storico: è un gioco raffinatissimo e coltissimo spinto oltre limiti accettabili.

Spesso noioso, spesso con riferimenti per i quali l’ironia – che a me tanto piace – di Eco pare fuori luogo; denso di troppi fatti, di troppi personaggi storici che sono nomi e cognomi ma non riescono a diventare personaggi letterari.

Lo stesso Simone (Simonino) Simonini – non può non essere colta l’assonanza con la simonia…- è un simbolo, non mai un personaggio letterario, come tutti gli altri del resto.

Eco è un saggista inarrivabile che ha saputo confezionare un capolavoro come Il nome della rosa che, in fondo, è una meravigliosa contaminazione – a diversi livelli di lettura – tra saggio e romanzo: ma in quel libro irripetibile ci sono personaggi, atmosfere, odori, colori, addirittura poesia – Eco tutto può essere, meno che poeta -, caratteristiche tutte che Il cimitero di Praga non possiede.

Ricorrendo all’ottica della geometria frattale, tutto il lavoro ha le medesime caratteristiche delle numerose ricette gastronomiche citate: precisissime, chirurgiche, con lingua e filologia curatissime, ma ricette che sono mere elencazioni, che non odorano, che non hanno colore, che non fanno venire l’acquolina.

Ho pensato spesso, leggendo, a Il pendolo di Focault – assai meglio riuscito -, ho pensato a Baudolino – uno dei libri più divertenti che abbia mai letto. Sono andato con la memoria a un piccolo gioiello che pochi o punti ricordano e che a me piacque assai: L’isola del giorno prima.

Stimando Umberto Eco, posso dire che qui ha spinto il gioco, mi ripeto, troppo in là e non so quanti di quelli che questo libro hanno comprato lo leggeranno tutto e ne capiranno appieno la metafora di fondo o potranno apprezzarne appieno la coltissima – e pur stucchevole – struttura.

Umberto Eco

Il Cimitero di Praga

Bompiani, 523 pp, € 19,50

Umberto Eco, Sei passeggiate nei boschi narrativi

Non mi riusciva di capire perché Eco -nelle varie marchette televisive che occorre fare, anche a lui, per lanciare libri film calendari et caetera – parlasse sempre di cinque passeggiate, a proposito di questo libro, pubblicato nel 1994, e non di sei.

L’ho capito: ho finito di rileggerlo e la sesta passeggiata si intitola: Protocolli fittizi; a pagina 166 del volume si legge:

“Il libro di Barruel non conteneva alcun riferimento agli ebrei. Ma nel 1806 Barruel ricevette una lettera da un certo capitano Simonini che gli ricordava come Mani e il Veglio della Montagna (notoriamente alleati dei Templari originari) fossero ebrei anch’essi, che la massoneria era stata fondata dagli ebrei, e che gli ebrei si erano infiltrati in tutte le società segrete. Sembra che la lettera di Simonini fosse stata forgiata da agenti di Fouché, il quale era preoccupato dei contatti di Napoleone con la comunità ebraica francese….”.

Poi, a pagina 172, la figura 14 illustra in buona sostanza lo schema de Il Cimitero di Praga: dunque, la sesta passeggiata del libro rappresenta la genesi dell’ultimo romanzo di Umberto Eco (che ho già in casa e che leggerò prossimamente, con calma). Diavolo d’un Eco!

Questo lavoro, che riporta alcune conferenze che Umberto Eco tenne negli Usa nel biennio 1992/93, è – come tanti dei suoi lavori – fondamentale, soprattutto per chi si occupa di scrittura e di comunicazione; ma anche soltanto per chi desidera crescere come semplice lettore. Avevo appena finito di rileggere Apocalittici e Integrati (ancora oggi un testo formidabile): Umberto Eco è uno dei pochissimi che riesce sempre a stupirmi, interessarmi, darmi spunti sempre nuovi o prospettive che ancora non avevo sondato. Mica poco, in questi nostri mala tempora.

Umberto Eco, Apocalittici e integrati

Questo è un libro che Eco pubblicò nel 1964, poco più che trentenne (Umberto Eco è nato a Alessandria il 5 gennaio del 1932). La mia edizione è la III dei Tascabili Bompiani del 1982.

L’ho riletto dopo anni: ebbene, questo è un testo che dovrebbe essere bibbia per chiunque professi qualunque mestiere che attiene alla comunicazione, all’arte, allo spettacolo. Un testo non soltanto più che valido ancora oggi, a distanza di quasi mezzo secolo: un testo che traccia metodi di ricerca, definisce parametri di giudizio, delinea angoli prospettici attraverso i quali osservare fenomeni e fenomenologie anche di là da venire.

Alcuni dei capitoli di questo lavoro fondamentale sono un riferimento irrinunciabile: il capitolo dedicato al kitsch, i due capitoli dedicati ai personaggi, alcuni passi profetici della parte che indaga il fenomeno, allora fresco, della musica di consumo. Infine tutta la parte che tratta della fenomenologia della Televisione che, ricordo, allora non aveva ancora compiuto 10 anni di vita nel nostro Paese.

Il saggio – nella parte finale che dà il titolo a tutto il volume, Da Pathmos a Salamanca - con la vicenda del personaggio archetipico Milo Temesvar è un testo che rivela le capacità di un intellettuale e di un autore che sarà in grado di scrivere libri, ormai veri Classici,come Il nome della rosa o Baudolino.

Franco Cardini/Umberto Eco, strenne per pochi

Franco Cardini

Io e Te – Il Cristiano e il Saraceno

pp. 109 © 2006 Ente Contesa del Secchio – Sant’Epidio a Mare

Andrea Livi Editore – Fermo

Questo librino, per cui debbo ringraziare Giovanni Martinelli, uomo di grande passione per il Medioevo e per le rievocazioni storiche, è una perla delle tante del Prof. Franco Cardini: persona di profonda umanità e studioso di valenza più epocale che mondiale. Difficile da trovare perché fuori commercio, ma opera di straordinario interesse, se non altro per la rara capacità di rendere in sintesi la complessità di tre o quattro secoli poco insegnati nelle nostre scuole e poco frequentati dai divulgatori, ancorché di enorme influenza sullo sviluppo della cultura occidentale e sui rapporti interculturali tra Oriente e Occidente.

“Il tema dell’alterità, nel modo medievale, si riassume anzitutto nel contrasto derivante dalla diversità religiosa. La Cristianità medievale conosce un ‘Altro interno a se stessa’, il mondo ebraico, e un ‘Altro esterno’, l’Islam. Il tema dei rapporti tra modo cristiano (o mondo occidentale postcristiano) e mondo musulmano è di drammatica attualità: ed è notevole che, con il riemergere sotto forma diversa di rapporti e di contrasti che sembrano antichi, e che a uno sguardo superficiale potrebbero apparire sempre uguali a se stessi o ciclicamente ripresentatisi, riaffiorino anche toni polemici che sarebbe logico ritenere – e tali fino a pochi anni fa erano - morti e sepolti.

“… Fondamentali furono, per l’Europa, le traduzioni del Liber de intellectu di al-Kindi e dei commenti di al-Farabi, che aveva confrontato le tesi di Aristotele con quelle neoplatoniche, soprattutto di Porfirio. Ma importantissime furono le traduzioni di Ibn Sina, che per gli occidentali è Avicenna, cui si devono tanto il celebre Canone – un’opera medica che nel Cinquecento venne più volte stampata e che, usata ancora nelle università europee del Seicento, rese Avicenna (accanto ad ar-Razi), autore di scritti di scienze mediche più noto in Occidente dopo i classici Ippocrate e Galeno – quanto i trattati filosofici (soprattutto il Kitab as-Sifa) che restarono fondamentali nella vita universitaria due-trecentesca e senza il quale la riflessione filosofica di Tommaso d’Aquino e di Bonaventura da Bagnoreggio ci resterebbe incomprensibile.

“….Solo un altro Maestro musulmano può stargli al confronto nell’influenza sul pensiero occidentale: il cordobano Ibn Rushd al-Hafid, notissimo fra i latini col noime di Averroè, condannato come «empio» e «nemico del Cristo» da alcuni teologi ma venerato da altri che lo consideravano il vero e autentico interprete di Aristotele. Così pensava del resto lo stesso Alberto Magno, maestro di Tommaso d’Aquino, per quanto la forte componente neoplatonica che gli era propria lo conducesse lontano da Averroè.”.

Non per tutti e di difficile reperimento: ma se qualcuno tra i vostri amici nutre passioni che possono essere riportate agli argomenti cui si fa riferimento, questo è un librino preziosissimo.

Umberto Eco

Dall’albero al labirinto – Studi storici sul segno e l’interpretazione

pp. 575, € 25, novembre 2007, Bompiani

“Le nozioni di dizionario ed enciclopedia sono da tempo usate in semiotica, linguistica, filosofia del linguaggio, scienze cognitive e computer sciences per individuare due modelli e due concezioni della rappresentazione semantica, modelli che rinviano a una rappresentazione generale del sapere e/o del mondo”.

Così comincia quest’opera fondamentale di Umberto Eco: per certo troppo interessante e troppo impegnativa per essere un best seller; ma senza ombra di dubbio un long seller su cui si può scommettere.

“Di fronte al già dato noi ci muoviamo per congetture, e ci adoperiamo perché queste congetture siano accettate anche dagli altri. Il che equivale a dire che confrontiamo pubblicamente la nostra congettura con quello che gli altri sanno del già dato. Può darsi che questo atteggiamento non definisca un pensiero ‘forte’ nel senso in cui si vogliono pensieri forti i vari tribunali della Ragione e della Fede (più parenti di quel che sembrino). Ma certamente definisce un pensiero che urta continuamente contro delle ‘forze’ che gli si oppongono. E siccome le corse migliorano le razze, un pensiero della congettura, se non sarà forte, non sarà neppure debole perché sarà ben temperato.

Se Vattimo ammettesse che la sua ‘debolezza’ è anch’essa una metafora per un pensiero ben temperato, allora potrebbe entrare a far parte della mia setta. Ma dove tutto è metafora, si può ancora riconoscere una metafora come tale?”.

Così finisce Eco la sua trattazione dopo oltre cinquecento pagine tanto impegnative quanto interessanti.

Se qualcuno tra voi o tra i vostri conoscenti si occupa di comunicazione a alto livello e possiede gli strumenti culturali per affrontare una lettura come questa, il lavoro di Umberto Eco è a dir poco straordinario, un vero piacere.

Eco e Cardini: due giganti che abbiamo la fortuna di leggere nella nostra lingua e mi ripeto: non buttate via i soldi comprando libercoli di nessun interesse!

Dicembre 2008

Uno degli ultimi lavori per le mostre a New Delhi

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(Dolcetto d’Alba Gemme di Billia 2008)

“Mi sono detto che un’immagine così voleva dire qualcosa, anche se non so proprio cosa voglia dire, ma sai com’è, tu fai una figura e poi quello che vuole dire lo inventano gli altri, tanto va sempre bene.”

Umberto Eco, Baudolino (uno dei libri più divertenti che mi sia capitato di leggere)

Non sperate di liberarvi dei libri, J.C. Carrière e Umberto Eco

senza-titolo-1JCC: “La nozione di filtraggio di cui discutiamo mi fa spontaneamente pensare a quei vini che filtriamo prima di bere. Oggi esiste un vino che presenta la qualità di essere non filtrato. Conserva tutte le sue impurità, che certe volte portano un sapore che con un filtraggio poi si perde. Forse a scuola abbiamo assaporato una letteratura troppo filtrata, priva di sapori impuri.”

UE:”… mostro la mia collezione a pochissime persone. Una collezione di libri è un fenomeno masturbatorio, solitario, e si trovano raramente persone che possono condividere la tua stessa passione. Se possiedi dei quadri molto belli, la gente verrà da te per ammirarli. Ma non troverai mai nessuno davvero interessato alla tua collezione di libri antichi. Non capiscono perché dai tanta importanza a un libretto senza alcuna attrazione, e perché ti è costato anni di ricerche…..è un vizio solitario. Per ragioni misteriose, l’affezione che possiamo avere per un libro non è in alcun modo legata al suo valore. Ho dei libri cui sono molto legato e che non hanno un grande valore commerciale.”.

Ovvio dire che il libro in questione è non solo di grande interesse per chiunque abbia in qualche modo a che fare con i libri, ma è un gioiello creato dalle conversazioni di due intelligenze, e sensibilità, tra le più alte che oggi percorrano questo stanco pianeta. Assimilare il libro alla ruota, alla semplice e insuperabile invenzione della ruota, è uno dei tanti stimoli che abitano questo volume. Insieme a molte altre riflessioni di grande lucidità e profondità. Un libro più che interessante: direi necessario. Soprattutto a quelli come noi.