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Antonin Artaud, “Van Gogh il suicidato della società”

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«L’occhio di Van Gogh è quello di un grande genio, ma nel modo in cui lo vedo disseccare anche me dal fondo della tela da cui è sorto, non è più il genio di un pittore ch’io sento vivere in lui in questo momento, ma quello di un certo filosofo da me mai incontrato nella vita.

No, Socrate non aveva quell’occhio, prima di lui forse solo il povero Nietzsche ebbe questo sguardo che spoglia l’anima, che libera il corpo dall’anima, che mette a nudo il corpo dell’uomo, fuori dai sotterfugi dello spirito».

«E aveva ragione Van Gogh, si può vivere per l’infinito, soddisfarsi solo d’infinito, c’è abbastanza infinito sulla terra e nelle sfere per saziare mille grandi geni, e se Van Gogh non è riuscito ad appagare il desiderio di irradiarne l’intera sua vita, è perché la società glielo ha vietato. [...] Inoltre, non ci si suicida da soli. Nessuno è mai nato da solo. Così come nessuno muore da solo».
Antonin Artaud (Marsiglia, 4 settembre 1896 /Ivry-sur-Seine, 4 marzo 1948) scrisse questo saggio inaudito nel 1947, un anno prima di morire. Necessita ricordare che Artaud fu internato per nove anni in manicomio e da cui uscì nel 1945.

Se si ama Vincent Van Gogh, non si può ignorare questo scritto.