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All’Harry’s Bar con Arrigo Cipriani, Venezia 11 marzo 2008

Il cellulare squilla improvviso: Cipriani mi chiede scusa e risponde in inglese.

Ha luogo una breve conversazione che non seguo; chiusa la comunicazione, Cipriani, con un sorriso disincantato, né beffardo né compiaciuto, mi dice: l’hanno preso, Il Grande Moralizzatore, quello che ci ha sempre massacrati…

??? di chi si tratta, mi scusi.

Il governatore di New York, non lo conosce?

Ma chi, Giuliani?

No, no: Spitzer, Eliot Spitzer, il governatore di New York: l’hanno beccato per una storia di prostitute di lusso. Proprio lui che perseguitava tutto e tutti con l’ossessione di moralizzare il Mondo.

Sono al primo piano dell’Harry’s Bar, ospite a pranzo di Arrigo Cipriani: avevo richiesto l’incontro dopo aver letto il suo ultimo libro “Harry’s Bar – L’impresa, la ristorazione, la salute”, appena pubblicato per i tipi di Spirali e di cui ho scritto per i lettori di Barolo & Co.Quando è possibile, gli autori di cui parlo desidero conoscerli di persona: è fondamentale, per me, conoscere lo sguardo, seguire la gestualità, sentire il tono di voce, osservare come vestono. Nulla di scritto e neanche nulla di mediato da fotografie, cinema, televisione può dirti di una persona quanto un incontro: è la più vera delle banalità.

Arrigo Cipriani è un uomo ovviamente non più giovane, veste un impeccabile doppiopetto celeste scuro di ottimo taglio: la camicia e, soprattutto, la cravatta – una regimental dai colori pastello – raccontano sense of humor come lo sguardo franco, chiaro, aperto senza essere fastidiosamente indagatore, racconta un carattere libero e disponibile.

Egli è nato quasi quando nacque il suo Bar e di cui, non a caso, porta il nome: certo che gli anni gli danno fastidio, certo che, si vede bene assai, invecchiare non gli piace; lo spirito è quello di sempre: libero, birichino, bisognoso di misurarsi con gli uomini, le cose, i fatti.

Di sé dice non essere un genio: i due Giuseppe, padre e figlio, essi invece sono geni autentici. Uno ha creato la Leggenda, e il Carpaccio e il Bellini, senza aver alcun talento per i denari; l’altro, suo figlio quarantenne, della Leggenda sta facendo un grande business di respiro mondiale, come i tempi richiedono.

Era in Dubai ieri e stamattina si è presentato a Venezia; sa, si è comprato un aereo personale, e non potremmo proprio permettercelo: il fatto è che quando si mette in testa una cosa, non c’è verso di fargli cambiare idea, e devo dire che ha sempre, o quasi, ragione. Come quando, lo seppi dai giornali, comprò per 28 milioni di dollari il primo palazzo a New York: tutti quei soldi ovviamente non li avevamo, ma egli seppe trovarli e aveva ragione! Ha un grande carisma, come suo nonno e anche con le donne…

Le donne: la mamma Giulia, la moglie Ina (Tommasina) e quelle che comunque non nasconde di apprezzare. Ho letto “Anch’io ti amo”, un librino pubblicato nel ’96 da Baldini & Castoldi: i due scritti più belli sono quelli che Arrigo Cipriani dedica alla moglie e alla madre; scritti non banali, anche amari, struggenti, non privi di un certo fascino letterario.

Ho sempre pensato che gli uomini che sono stati educati dalle donne, quelli che hanno vissuto tra e con le donne, sviluppano una sensibilità particolare.

L’astrologia, per quel che vale e per chi ci crede: Arrigo è un toro di maggio, il papà Giuseppe uno scorpione di novembre, il figlio Giuseppe un leone di agosto: certe volte sembra quasi una disciplina seria…

Sa, Gianni Agnelli mi chiedeva sempre come stava mia zia….io che magari non la vedevo da mesi. E Berlusconi, ha fatto una serata da noi con Amato e poi è arrivato anche il suo cantante Apicella, di persona è simpatico, coinvolgente. Come Naomi Campbell, tutta un’altra persona rispetto a quello che si pensa seguendo i media.

Sì, Cipriani, ma a me non interessa che mi parli dei personaggi passati dall’Harry’s in tanti anni: ormai è tutto pubblicato e risaputo, la Leggenda è ormai proprietà dell’immaginario collettivo; mi parli di suo padre, mi parli di suo figlio…

Mio padre certe volte lo caricavo sull’auto, a me sono sempre piaciute le automobili veloci – oggi possiedo una AMG da più di 500 cavalli e sapesse come mi diverto ancora ai semafori: da 0 a 100 in 4 secondi! – a quei tempi avevo una Giulietta, e con  lui scorazzavamo per la provincia per un giorno intero, mangiando e, ancor più bevendo, in trattorie incredibili. Si tornava sempre con le gambe ben ben traballanti….

Di mio figlio, che vedo pochissimo perché è sempre in giro per il mondo, mi ricordo una volta in cui riuscimmo a stare insieme per sei ore consecutive e a parlare come non avevamo mai fatto: era una circostanza non bella, eppure la ricordo con piacere per quel lungo momento di intimità, di vicinanza.

Oggi, il nostro è un grande affare che occupa più di 1000 persone in diversi continenti: stiamo per aprire a Las Vegas e a Miami, e anche qui mio figlio Giuseppe ha saputo scegliere i posti migliori, e la sfida è rappresentata dalla necessità di valutare e incentivare al meglio i collaboratori cui delegare compiti importanti. Stiamo trasformando un’azienda familiare in una moderna organizzazione con strategie mondiali, e non è cosa semplice.

Pensi che Giuseppe ha comprato una grande azienda agricola in Uruguay, un affare come li sa fare solo lui: ci vado ogni tanto a trascorrere qualche bel momento con gli amici.

Siamo seduti in un tavolo d’angolo al primo piano del locale: l’Harry’s Bar è un localino piccino, proprio di fronte alla fermata S. Marco delle linee di traghetti veneziani. Colpisce lo spazio minuscolo, colpisce la straordinaria accoglienza, sempre discreta dei camerieri, i tavoli bassi, le comode poltrone, le piccole posate, i bicchieri quasi ordinari: Riedle, quando viene da noi si porta i suoi bicchieri, ma io non gliene ho mai comprato uno! Da noi si usano quelli che piacciono a me, non si discute. E non ci sono chef, non ci sono tendenze da seguire, cucine novelle o sifoni da rincorrere: da noi si viene perché siamo noi.

Ovviamente, la discussione viene a toccare l’argomento guide e giornalisti e critici enogastronomici di cui Arrigo Cipriani non ha grande considerazione: e come dargli torto! Non c’è un grande editore che pubblichi una guida vera del settore – parlo di Editori come li ho conosciuti io,  Giulio Einaudi, Mario Lattes, Gianni Merlini – perché posti come Il Bar dovrebbero occupare una sezione hors categorie: non si danno voti alle Leggende. Anche il mio amico Gino Veronelli, grande personaggio di questo mondo ma certo non grande editore, ebbe i suoi bravi torti. Cipriani mi racconta di una battaglia a suon di anagrammi: trovò un bel Er vinello  che non piacque molto al buon Gino; si riappacificarono in un incontro casuale a New York…

Due aneddoti prima di concludere: una volta a New York a  Silvester Stallone che si lamentava di essere da molto in attesa di un tavolo, Giuseppe Cipriani replicò che per vedere un suo film aveva dovuto fare due ore di coda, e dunque che lasciasse perdere…

Gael Green, giornalista esperta di enogastronomia ma anche di faccende inerenti il sesso, fu mandata dal New York Magazine a scrivere un pezzo su uno dei locali di Cipriani: ne scrisse malissimo e a torto; Arrigo spedì una lettera al giornale dicendo che la signora aveva mangiato dimenticandosi di togliere il preservativo dalla lingua. E la lettera venne pubblicata integralmente, con grandi complimenti di tutti gli addetti ai lavori al sarcasmo opportuno del buon Arrigo.

Concludo parlando della pasta all’uovo, confezionata nel pastificio di proprietà in Veneto – non più di qualche quintale al giorno con una macchina ideata da Cipriani stesso – di qualità eccelsa, preparata con un ragout ineccepibile. Così come di ottima qualità la tartare guarnita con una buona salsa tonnata. Una bottiglia di un giovane Cabernet ha svolto il suo compito in modo adeguato – Arrigo Cipriani mi ha fatto notare che a Venezia non si possono avere cantine in cui tenere i grandi vini e ci si deve attrezzare in altro modo.

Di cibo e di vino ho parlato poco: non sono stato ospite di Arrigo Cipriani per giudicare la qualità della ristorazione, peraltro impeccabile: spesse volte ci si dimentica che la ristorazione è solo un mezzo.

Il fine naturale è nutrirsi bene.

Il fine delle persone, quelle che piacciono a me, è invece quello d’incontrare altri uomini, sensibili e curiosi ( non tralasciando le donne, naturalmente…).

Torino 17 marzo 2008

Vincenzo Reda

 

Burano

Burano fa parte di quel gruppo di isole a nord-est di Venezia (Torcello, Mazzorbo, Mazzorbetto e Isola dei Laghi) che costituirono i primi insediamenti fissi nella laguna veneta delle popolazioni in fuga dalle città romane (Altino, Aquileia) devastate da Unni e Longobardi, tra il V e il VII secolo. Il primo documento ufficiale che parla di Burano è dell’840. Fu comune fino al 1923, quando venne assorbito nella municipalità di Venezia.

Oggi conta circa 2.700 abitanti distribuiti su quattro isole separate da tre canali per un totale di 21 ettari. Una chiesa soltanto (San Martino, che ospita una tela importante del Tiepolo) con caratteristico campanile pendente. E una piazza dedicata al compositore (caro a Benedetti Michelangeli) buranese dell’XVIII secolo, Baldassarre Galuppi. Curiosità: a Burano è nato anche, nel 1941, il cantautore Pino Donaggio.

Burano è collegata a Mazzorbo da un ponte, mentre Torcello dista qualche centinaio di metri. Celebre per i suoi merletti, è caratterizzata dalle sue coloratissime case: se ne ignora il motivo. E’ possibile mangiare e dormire bene sia a Burano sia, soprattutto nello splendido resort Venissa della famiglia Bisol sull’isola di Mazzorbo.

Un consiglio personale: andateci in autunno e rimaneteci almeno tre giorni: saranno indimenticabili. Parola mia.

http://venissa.it/

Quel tedesco ubriacone di Hermann… (Hesse)

Da Giacomuzzi

Mi piace a volte, silenzioso e solo,

bere tranquillo in un fresco locale,

con il mio vecchio vino prediletto

scambiare due parole d’amicizia e d’affetto.

Vagheggio allora che, sia anche nel dolore,

io e il mio pellegrinaggio sulla terra

ancora una volta conosciamo i giorni

della pienezza pura.

Mi sia concesso allora anche un amico

che il calice ricolmo della mia vita

onori con grato piacere indulgente,

del vino maturo degno bevitore.

“….ho apprezzato perciò l’enorme taverna di Giacomuzzi, divisa in tante minuscole celle separate, dove ho bevuto un Marsala e dove tornerò presto……..Verso le 12 ho preso un Vermouth da Giacomuzzi…….Per cena ho comprato pane, prosciutto e burro e sono andato nella mia cella da Giacomuzzi, dove sull’enorme tavolo di quercia mangio i miei panini accompagnati da un eccellente Chianti vecchio e scrivo queste righe…….Contando beatamente sul fatto che questo vino non fa star male, da Giacomuzzi mi sono preso una leggera sbornia e ho fatto fatica a rincasare.”

Io, invece, anch’io poèta, sono uno zingaro, tengo le mani nelle tasche dei pantaloni e scrivo i miei versi nei rari giorni in cui non lavoro per guadagnare e non sono ubriaco. Oltre ai libri, al vino e alle donne mi diverte una sola cosa: girovagare. Ora a piedi lungo i ruscelli in Svizzera, nel Giura, nella Foresta Nera, ora attraverso l’Italia, in terza classe con in tasca delle arance. Amo veder spuntare il mattino, con gli occhi offuscati dal vino, nelle vie delle grandi città illuminate dalla fioca luce dei lampioni – e amo il tramonto del sole, visto da una vetta alpina o ai remi di una barca di pescatori nella laguna o nel porto di Livorno. Detesto poche persone, ma la maggior parte mi pare insulsa o ridicola, in modo particolare Voi funzionari e signori vestiti alla moda, Voi che in fondo raramente sapete cos’è la cultura. E’ più facile trovarla frequentando le bettole, andando per i boschi, sul mare con la gente più svariata, se si mangia, sbevazza e dorme con loro, se si ascoltano le loro vecchie canzoni. Oh Venezia! Oh Ravenna! In questi luoghi, dove sono stato solo da estraneo, potrei forse vivere……”

Le citazioni qui sopra sono tratte dai diari dei viaggi in Italia compiuti da Hesse nelle primavere del 1901 e 1903: in questo secondo viaggio, a Venezia, nei pressi di piazza S. Marco orfana del Campanile caduto l’anno prima, egli scopre la taverna Giacomuzzi.

Nel 1901 Hesse aveva 24 anni scarsi ( nacque il 2 luglio 1877 a Cawl in Germania e morì il 9 agosto 1962 a Montagnola in Svizzera ) e un amore viscerale per il nostro paese: la lettura dei suoi diarii di quegli anni è un delizioso ripercorrere con gli occhi famelici e sensibili di un grande scrittore gli itinerari, le tele, gli affreschi, il paesaggio e la natura italiana come solo i tedeschi sanno apprezzare mescolati al vino, agli spaghetti, alle taverne, ai treni di terza classe, alle forme generose delle donne.

Non compì mai, nei suoi viaggi in Italia, che durarono con grandi intervalli fino al 1914, il vero “Grand Tour”: Orvieto fu infatti la città più meridionale che Hesse visitò, nel 1911.

Non è questa la sede per trattare l’opera di Hermann Hesse, che peraltro poco io conosco essendo arrivato tardi a leggerlo e mancando alla mia conoscenza capolavori come “Peter Camenzind” e “Narciso e Boccadoro”; non solo, m’interessa assai più quanto egli ha lasciato come viaggiatore e come esploratore delle profonde tematiche legate alla religione e alla religiosità.

Due parole bisogna comunque spenderle: nobel nel 1946, figlio di genitori missionari protestanti in India, un nonno noto orientalista, una nonna francese; tre matrimoni, grande passione per la musica, per l’Italia, per l’India, un vero cittadino del mondo con l’arte, propria del romanticismo tedesco, della Wanderung, il vagabondaggio creativo.

Fu il grande musicologo Massimo Mila a tradurre, tra il carcere e la Resistenza, il “Siddharta”, pubblicato nel 1945 da Frassinelli, libro che mi ostinai per decenni a non leggere perché tra la gente che io frequentavo non era pensabile non averlo letto; ovviamente, quando qualche anno fa le vicende della mia vita privata mi consigliarono di leggere quel libro, scoprii anch’io un grande testo, pur se devo confessare che apprezzo molto di più l’India che trovo in Kipling, che forse non a caso era un inglese nato a Bombay.

Ma riecco l’Hesse che mi garba:

“Dopo aver gustato una zuppa di verdura e una trota del Garda annaffiate di buon vino, ero nel migliore dei miei umori di viaggio e uscii nella notte, a dispetto della pioggia, per dare una prima occhiata alla città (Treviglio)”.

E per finire, una chicca:

“Dunque, al Cavaletto. Mangiamo una zuppa di fagioli e tonno arrosto e beviamo Chianti…….Alle dieci la trattoria chiude. Portiamo con noi in gondola un cesto pieno di bottiglie di vino e continuiamo la nostra bisboccia un po’ all’aperto e un po’ nella mia stanza. Verso le undici la conversazione diventa profonda e patetica: si parla delle Madonne veneziane, della civiltà del Rinascimento, di Nietzsche, di Jacob Burckhardt, di Ruskin.

I tre tizi ingurgitavano Asti come fosse stata birra e verso mezzanotte ho dovuto metterli all’aria aperta. Alla fine poco è mancato che dimenticassi le buone maniere, da tanto mi vergognavo di quei giovanotti germanici che, sbronzi e vocianti, incespicavano verso il loro hotel attraverso i meravigliosi vicoli notturni di Venezia.”.

Chissà che Asti era quel vino!

Vincenzo Reda

P.s.: e comunque Hesse, a pagina 118 della celebre edizione Adelphi, fa ubriacare anche Siddharta……

Bibliografia:

“Dall’Italia. Diari, Poesie, Saggi e Racconti” – Oscar Saggi, Mondadori 1990

“Siddharta” – Piccola Biblioteca, Adelphi 1994 (52° edizione)