Posts Tagged ‘Vincenzo Munì’
Nebbiolo Brume 2015 Casabuffetto

brume-2015-17420A sorpresa oggi ho ricevuto il Nebbiolo Doc Terre Alfieri Brume 2015 prodotto in S. Damiano d’Asti da Paola Casabuffetto con il contributo irrinunciabile del mio grande amico, l’enologo Vincenzo Munì.
Ho tante volte – ogni volta che ne ho resa libera una bottiglia – cantato le lodi del Brume 2011, l’ultima è stata in occasione della Pasqua appena trascorsa.
Aspettavo il 2015 dopo 3 vendemmie afone.
E questo millesimo, anche grazie a un’annata assai favorevole (abbondante neve in inverno e caldo in estate), l’ho trovato anche migliore, se possibile, del 2011 che fu una vendemmia strana. Questo Nebbiolo si presenta con un colore particolarmente scarico, profumi importanti di frutti rossi direi surmaturi (marasca, mora ma anche leggere fragranze di fragole di bosco), poco alcol al naso (non si sentono i 14% vol.) e in bocca tannino di eccezionale morbidezza e una persistenza in bocca e in gola che lascia in trance. Certo, per me 5/7 anni sono l’età ideale per gustare al meglio un grande vino da uve Nebbiolo, anche Barbaresco e Barolo: io sono animale che predilige i vini giovani.
Mi è venuta in mente Audrey Hepburn: eleganza, classe, armonia. Non cercate le rotondità e le sensualità di certe maggiorate mozzafiato, qui siamo a tutt’altre rarefazioni.
Amici miei, grazie per le bottiglie, aspettando con trepidazione di gustarlo insieme, come si conviene.
Intanto io l’ho bevuto con uno dei piatti miei prediletti: patate ‘mpacchiuse (la pronuncia corretta è impossibile per i non calabresi).

brume-2015-17-4-20

La cena “geografica” per i miei 22280 giorni

Per una volta non ho festeggiato il mio compleanno in un ristorante .
Abbiamo realizzato una cena partendo da un concetto geografico: le due regioni e i due stati a me più cari (Calabria, Piemonte, Messico e India).

Dunque, per gli antipasti: battuto di fassone con insalata di porcini (ovviamente, per la carne ho scelto il meglio e i porcini erano piccolissimi, compatti e di profumo straordinario); soppressata e salsiccia tradizionali calabresi (la soppressata tradizionale è dolce, stagionatissima e grani di pepe nero; la salsiccia è meno compatta, piccante e con semi di finocchio).

Come primo piatto, il classico e messicano chili con carne (sempre di fassone ma spezzatino a pezzi piccoli)  fagioli borlotti e tanto peperoncino (sia cotto sia crudo).

Secondo piatto: gamberi rossi di Mazzara del Vallo e gamberoni del Tirreno con masala indiano originale (mistura preparata da Shaik Nazir apposta per il pesce).

Frutta di stagione: fichi d’india siciliani e melograno sgranato.

I vini: Foglino metodo classico (100% Pinot Nero), Damis 2005 (Cirò superiore Du Cropio) Brume 2011 (Nebbiolo di Vincenzo Munì, sempre portentoso), Barolo Bricco Sarmassa 2009 (Enzo Brezza), Le Formelle 2014 (Caparra & Siciliani) per fichi d’india e melograni a chiudere.

Fondamentale, come sempre, la scelta di materie prime eccellenti ( e i prezzi sono di conseguenza…).

Cena per tre persone costata, esclusi i vini, circa 90 euro. Comunque: formidabile!

Fantastico!

Casa Buffetto, Sabato 6 giugno 2015, Festa di primavera

Casa Buffetto, sabato 6 giugno:  come al solito, la classe e l’eleganza rilassata e rilassante di Paola, padrona di casa in questo luogo di rara piacevolezza, ha reso possibile un momento di tranquillo straniamento tra persone tutte dotate del giusto atteggiamento. Voglio significare: disponibilità franca senza mai assilli né invadenza eccessiva.

Bella giornata (ma è quasi sempre così), eccellente il menù, straordinari i vini di Vincenzo (su tutti, pare ovvio, il Nebbiolo 2011: posso dire il Mio Brume!).

E con la solita lotteria/asta abbiamo messo insieme anche un po’ di quattrini da destinare a chi ne ha bisogno.

Alla prossima e sempre con piacere.

http://www.vincenzoreda.it/ca-d-bufet-casa-buffetto/

http://www.vincenzoreda.it/casa-buffetto-con-vincenzo-muni/

Vino in Valle di Fabrizio Gallino

L’ho letto tempo fa questo bel lavoro di Fabrizio Gallino, uno dei pochi, tra quelli che di vino scrivono sulla rete, che ho in stima. Perché è serio, è abbastanza competente e, soprattutto, segue quello che ha nei propri pensieri senza rincorrere chimerine effimere e poco raccomandabili.

Sono circa 160 pagine ben strutturate in cui Fabrizio raccoglie le notizie, quelle che servono (produttori, indirizzi, vini, vitigni e prezzi) e ci mette le proprie opinioni, evitando stupide classifiche. Costa 18 €, che sono ben spesi per chi vuol conoscere i vini, ma anche i prodotti d’eccellenza della Valle d’Aosta. Sta avendo un meritato successo e Fabrizio se lo merita.

L’occasione di scrivere questo breve articolo – che a Fabrizio avevo da tempo promesso – mi è stata fornita da un incontro in un bel posto – Casa Buffetto, due passi da S. Damiano d’Asti – con l’amico enologo Vincenzo Munì, Vincent Grosjean e Didier Gerbelle. Incontro stimolante, e poi è fatto raro che con le gambe sotto lo stesso tavolo ci siano ben tre Vincenzo (se togli CENZ, resto soltanto VINO…). Abbiamo parlato e bevuto: i rosati a base Nebbiolo di Casa Buffetto, i Fumin di Didier e di Vincent, il Nebbiolo (da vasca) che sta curando Vincenzo Munì. Dei vini di Didier e di Vincent tratterò a parte, quando li avrò bevuti, gustati e valutati a casa mia, senza distrazioni e con i miei soliti tempi lunghi. A ogni buon conto, è stato un incontro proficuo, come ogni tanto accade agli uomini di buona volontà (che usano bere vini buoni).

http://www.enofaber.com/

Biodinamico?

Biodinamico: aggettivo, singolare, maschile; dicesi di vino fermentato da frutta (uva) trattata secondo sistemi ispirati da Rudolf Steiner.

Vino biodinamico: sarà una “roba” buona o una “ciofeca”?

Biodinamico è una di quelle parole che scatenano reazioni che, di solito, sono proprie delle gradinate calcistiche stipate di tifosi integralisti.

Dal momento che io non sono né un integralista né un ultrà, quando mi viene offerto un vino definito biodinamico, innanzi tutto lo bevo. Poi lo valuto, a prescindere.

E prescindo anche se questo vino è figlio della passione di amici.

La premessa qui sopra per introdurre le mie personali valutazioni su due vini – un Cortese e una Barbera – che mi ha inviato Massimiliana Spinola (Castello di Tassarolo), figli che so diletti di Vincenzo Munì.

Si chiamano Titouan, nome del cavallo da tiro che sostituisce in vigna i normali trattori; sono fermentati da uve vendemmiate nel 2013 e sono entrambi biodinamici e privi di solfiti aggiunti.

Ebbene, sono entrambi due vini che mi sono piaciuti tanto. Vini eccellenti, per intenderci. Il Cortese è di un bel giallo paglierino di media intensità con spiccate note di pesca e di mela al naso e in bocca belle sensazioni sapide, larghe e con lungo e piacevole finale abboccato.

La Barbera è un vino dal colore rubino carico, al naso e in bocca note di mora di gelso e una bella acidità che finisce con un retrogusto particolarmente secco.

Due vini che mi sono piaciuti e che raccomando, molto semplicemente.

Salute.

http://www.vincenzoreda.it/castello-di-tassarolo-unemozione/

 

Ca’ ‘d Bufet, Casa Buffetto

Posta sopra un poggio panoramico in frazione Lavezzole (due passi da San Damiano d’Asti), questa tenuta – circa 4 ettari di cui un paio vitati a Nebbiolo e Barbera con un po’ di Pinot Noir – ha una storia lunga e affascinante.

Già di proprietà nobiliare, fu acquistata dalla famiglia Volpe nel 1919 e divenne la “home” patriarcale di una schiatta di gente concreta, sensibile e orgogliosamente contadina. Gente che con il passare del tempo si trasformò in quel ceto di medio-alta borghesia di provincia illuminata.

Venne ceduta, sono ormai molti anni, a una società svizzera che la trasformò in accogliente agriturismo.

Quattro o cinque anni fa una persona se ne innamorò perdutamente e la acquistò per farne una dimora in cui rilassare sé stessa. la propria famiglia e gli amici.

Oggi Vincenzo Munì, tra i miei pochi amici veri, ne cura da par suo le vigne preziose e il vino che da queste viene spremuto (ho già parlato del rosato di Nebbiolo, ma dovrò trattare di un certo Nebbiolo 2011 che mi ha stregato).

Ne tratterò di seguito con dovizia. Se lo merita questo posto, lo meritano i miei amici. E io pure.

 

Drink pink: soprattutto Nebbiolo

Fino a non molti anni fa i rosati erano vini estranei ai miei interessi.

Cominciò a cambiare qualcosa quando mi recai sul Garda per una mostra e incontrai il Chiaretto. Non dico che fu amore a prima beva ma qualcosa di assai simile. E cominciò il solito tarlo che mi rode quando scopro qualcosa di nuovo che non conosco e che m’induce a indagare, leggere, chiedere in giro, ecc.: è la mia condanna e, purtroppo, mi succede spesse volte e in settori i più disparati.

Qualche tempo dopo scrissi un articolo per Horeca Magazine incentrato proprio sui vini rosati che avevo bevuti e valutati  nel corso del Vinitaly 2011. Aziende prestigiose, soprattutto pugliesi: Leone de Castris, Botromagno, ecc. Che mi piacquero ma non mi entusiasmarono. Trovai invece davvero eccellente La Rose di Manincor: un rosato che è il risultato di un improbabile uvaggio di Lagrein, Merlot, Cabernet, Pinot Nero, Petit Verdot, Tempranillo, Syrah! Notevole per davvero.

Poi ho apprezzato il Melograno de La Marchesa di Lucera: rosato da Nero di Troia, più secco e complesso dei rosati di Primitivo e Negramaro. Mi è piaciuto e ne ho bevuto non poco.

Tutt’altro che malvagio il rosato di Sangiovese, gustato a Montemaggiore e con la mia etichetta.

E poi mi sono imbattuto nei rosati di Nebbiolo e qui sì è stato amore a prima vista. Soprattutto con il Rosato di Brezza, ma anche quello che sta sviluppando l’amico Vincenzo Munì (di cui ho parlato su questo sito) e infine, ma non certo il meno interessante, quello che ho appena bevuto di Gigi Rosso. Non c’è da discutere, anche per i rosati il Nebbiolo è  un frutto straordinario.

Con il successo che stanno avendo in tutto il mondo sarebbe bene tenerne conto e magari, visto che siamo i principali esportatori (e i francesi ne bevono più di quanto ne producono), proporre il rosato di Nebbiolo proprio a questo mercato di gente con la puzza sotto il naso: il Nebbiolo provvederebbe a levargliela, la puzza!

Vinitaly 2014

I numeri di quest’ultima edizione del Vinitaly sono, in tutta franchezza, impressionanti!

4.100 espositori di 80 paesi per un’area di oltre 100.000 mq.

155.000 visitatori (+6% rispetto alla scorsa edizione) di cui 56.000 buyer stranieri, con tedeschi e americani quasi appaiati al primo posto e seguiti da inglesi, canadesi, russi…

L’intervento del Capo del Consiglio dei ministri, Matteo Renzi, è stato un ulteriore valore aggiunto, così come le presenze di Maurizio Martina (Agricoltura), Giuliano Poletti (Lavoro) e Angelino Alfano (Interni). Chiaro che questa trionfale 48° edizione fa da prologo beneaugurante  al prossimo Expo 2015 (Vinitaly ne curerà il settore specifico). E speriamo tutti che il Nostro sbilenco Paese ritrovi una postura che gli sia più consona….

Per quanto mi riguarda, a parte le questioni strettamente legate alla professione (un paio di faccende piuttosto importanti), i miei Vinitaly sono identificabili con gli incontri con i miei amici e qualche sorso, gustato finalmente insieme, dei loro spesse volte portentosi vini. Nelle fotografie sopra la documentazione esplicita di ciò, senza citare nello specifico nessuno in particolare, ma con la riflessione che ormai ho eletto a mio campo-base lo stand Du Cropio di Giuseppe Ippolito, ma qui la faccenda attiene alle radici, e con le radici né si ragiona, né si può venire a patti….

Il Rosato di Vincenzo

Questo rosato lo avevo bevuto domenica scorsa a Casa Buffetto in quel di San Damiano d’Asti (vedi link qui sotto) e mi era piaciuto, pur se mi pareva che avesse un residuo zuccherino leggermente elevato per i miei gusti. Ma, come sono solito dire, le valutazioni professionali di un vino esigono calma, concentrazione, silenzio e nessuna distrazione sensoriale: odori, sapori, suoni, visioni…

E dunque me ne sono portato a casa una bottiglia.

L’ho messa al fresco e mi sono fatto preparare un piatto particolare: petti di pollo al masala (curry) con peperoni, ulteriormente reso piccante da un paio di peperoncini freschi aggiunti a crudo.

L’ho aperta una ventina di minuti prima di cena, anche perché prendesse un poco di temperatura (8/10°).

Questo rosato è il primo esperimento del mio amico Vincenzo Munì: millesimo 2011 e vitigno Nebbiolo vinificato quasi in bianco, con pochissime ore sulle bucce prima dello svinamento. Poi soltanto acciaio.

Dunque: il colore è un tenue rosato che ricorda la buccia di una cipolla bianca, rosato leggerissimo con riflessi caldi giallo-arancioni. I profumi sono lievi di fragola e pesca con un leggero speziato che si apprezza con calma. Al palato quella che mi sembrava una nota abboccata è soltanto dovuta alla scarsissima acidità e alla quasi totale assenza di tannini, che infatti s’intuiscono più che sentirsi. Lascia la bocca piena ma pulita, con sensazioni di delicata complessità e un finale secco che, soprattutto in gola, permane a lungo. Come a dire e ribadire: ragazzi, qui si tratta comunque di Nebbiolo, mica uvettine qualsiasi! Sono 13% vol. di alcol che non si sentono per una produzione di qualche centinaio di bottiglie.

In conclusione: se domenica pensavo che questo primo esperimento dovesse evolvere in qualcosa di più complesso (vedi il magnifico rosato da Nebbiolo di Brezza), oggi sono convinto che invece è giusto insistere in questa direzione: levità, delicatezza, scarsa acidità per un rosato che può diventare una vera chicca anche per il mercato, oltre che per i pochi fortunati amici come noi. E magari avere un discendente diretto con le bollicine a metodo classico…

I vini di Vincenzo Munì, come sempre, possono piacere o meno ma sono sempre non banali come, del resto, la Barbera spremuta dalle uve della stessa tenuta: una Barbera secca, franca, pulita che è lontana parsec da certi omologati gusti internazionali e dalle banalizzazioni barriquiste.

Ma un piccolo appunto devo farlo: le etichette! Non sono brutte, per carità; ma semplicemente non sanno di vino, non raccontano il vino. Starebbero benissimo sopra una scatola di dolci, di cioccolata…

Comunque, Vincenzo, avanti così!

http://www.vincenzoreda.it/casa-buffetto-con-vincenzo-muni/

Casa Buffetto con Vincenzo Munì

In una giornata fredda e piovosa di metà settembre, accetto l’invito dell’amico Vincenzo Munì: dovrei fare la conoscenza di un’azienda di cui è consulente, nei dintorni di San Damiano d’Asti, paese che mi evoca sempre ricordi fastidiosi.

Sorpresa: l’azienda è in verità una magnifica proprietà privata circondata da un paio di ettari di viti Nebbiolo e Barbera e posta sopra un poggio in posizione panoramica sulle campagne circostanti, ripiene di campi di mais, boschi, vigne. Si chiama Casa Buffetto e non entro in dettagli che conosco poco ma di cui parlerò in seguito, con maggior cura e approfondimento.

L’occasione è un pranzo offerto dalla padrona di casa per una sua particolare ricorrenza.

Gli invitati sono una cinquantina, tutte persone di notevole interesse con alcune scoperte e riscoperte di rilievo. Inutile dire che il cibo e soprattutto i vini erano all’altezza della situazione: i vini di Vincenzo sono sempre come si deve, con particolare segnalazione per un Nebbiolo 2011 rosato di cui tratterò a parte.

Ho passato un bella domenica, lontano dai miei consumati ritmi e riti che sempre meno riesco a tralasciare.

Grazie, Vincenzo. E, per saperne di più, consiglio i link qui sotto.

http://www.vincenzomuni.it/index.html

http://www.geaviticoltura.it/sito/

 

 

 

 

‘A VITA: la rinascita del Cirò

Il mandante è sempre lui: Vincenzo Munì, piemontese di origini meridionali, enologo esperto di vini biologici e biodinamici. A lui devo la conoscenza dei Cirò sensazionali di Giuseppe Ippolito e a lui devo la conoscenza di questa, piccola ma di estremo interesse, realtà produttiva cirotana.

Francesco De Franco esercitava la professione, ben pagata, di architetto in quel di San Marino. Fu folgorato sulla via del Cirò, credo senza rovinose cadute da cavalli, si prese una seconda laurea in enologia nel prestigioso istituto di Conegliano e atterrò nelle terre dei suoi avi a ripeterne l’antico mestiere: produrre ottimi vini. Trascinò con sé e con la sua passione la compagna, friulana, Laura.

Francesco appartiene a un piccolo nucleo di giovani che si sono invaghiti delle straordinarie potenzialità del Gaglioppo e delle terre baciate dalle calde brezze dello Ionio intorno a Cirò: rappresentano oggi la nuova frontiera di questo antico, elegante, straordinario vino.

Innanzi tutto, prima di tutto: la vigna! Diffidate di quei produttori che parlano soltanto di cantina e dei loro vini: c’è qualcosa che non quadra; invaghitevi di quelli che vi aspettano con ansia e vi fanno apparentemente perdere tempo mostrandovi le loro vigne, magari girando per sentieri malandati con trappole meccaniche sporche di terra e male in arnese. Sono questi i produttori cui prestare attenzione.

Francesco mi aspettava per mostrarmi le sue vigne del Vallo: U Vallu, una valle scavata dal torrente Lipuda, situata tra Cirò e Torre Melissa che pare una piccola Langa, ovviamente, un poco meno verde, ma non poi così tanto poco. Sono terre pleistoceniche, non troppo profonde e ricche di argilla e limo con poco scheletro. Le sue vigne, pochi ettari, le tiene come gioielli e le cura con tecniche bio certificate. In cantina arriva un frutto perfetto che viene vinificato in maniera tradizionale, con macerazioni di pochi giorni e lungo affinamento. Senza chiarifiche e filtrature.

Qui si parla la lingua del Gaglioppo in purezza: un idioma che restituisce freschezza, franchezza, colori scarichi, sentori complessi e tannini raffinati. Vini che  a lungo permangono in bocca e in gola. E, ultima considerazione ma certo non di poco conto: rapporto qualità-prezzo straordinario (sempre meno di 15 € a scaffale per vini davvero grandi)

Ne ho bevute tre bottiglie: Rosso Classico 2010, Rosso Riserva 2008 e il Rosso F36P27 2008. Vini senza alcun dubbio al vertice delle rispettive tipologie e con la costante caratteristica della pulizia e dell’eleganza di cui è capace l’uva Gaglioppo quando a coltivarla, a spremerla e a fermentarla è un artigiano innamorato che lavora con coscienza e soddisfazione.

Chiaro che in futuro seguirò con estrema attenzione i vini di Francesco De Franco: per i suoi meriti, per la sua passione ma anche per i legami forti e radicati che ho con questa Terra, la mia.

http://avitavini.blogspot.it/

Castello di Tassarolo, un’emozione

Rudolf Steiner (1861/1925) è stato, per chi non lo sapesse, un grande filosofo e pedagogo austriaco. Grande ammiratore di Goethe, Schopenhauer e Nietzsche, fondò, nel 1919 a Stoccarda, la prima scuola Waldorf. Oggi, in Italia e nel mondo, sono centinaia gli istituti steineriani che seguono i suoi insegnamenti. A questo grande innovatore si ispira in maniera diretta l’agricoltura bionamica.

Ho conosciuto Vincenzo Munì un sabato di maggio di quest’anno a Gavi: un incontro fugace e dovuto al caso (ma cos’è il caso?) durante il quale si stabilì un’empatia particolare. Seguendo – certo di non sbagliare – il suo consiglio, ho visitato a Cirò Marina l’azienda Du Cropio e l’articolo che ho scritto su questo sito testimonia dell’importanza di questa visita.

Vincenzo si definisce: “Assistente della natura e non winemaker”. Albese di nascita ma siciliano di famiglia, ha compiuto i classici studi di enologia per dedicarsi, ormai da qualche anno, all’agricoltura biodinamica.

Nel 2006 avviene l’incontro con Henry Finzi-Constantine, londinese ma con genitori italiani e ciprioti, e la sua compagna: marchesa Massimiliana Spinola. Henry è un personaggio che ha girato il mondo, appassionato di cavalli da tiro e studioso di Rudolf Steiner. Massimiliana è l’ultima erede di una delle più antiche e prestigiose casate europee che ha deciso di tornare in Italia, dopo intense esperienze tra New York e Londra, e dedicare la sua vita alle proprietà terriere di famiglia, ereditate a Tassarolo, due passi da Novi Ligure.

Comincia così una storia di grande fascino che ho avuto l’occasione di approcciare in questi torridi giorni di luglio, accettando l’invito di Vincenzo e Massimiliana per una visita presso la sede dell’azienda.

Il posto è incantevole: situato a non più di 300 mslm, tra dolci colline che respirano l’aria del Mar Ligure, occupa diversi ettari di cui una ventina sono impiantati a vigneto e qui si tratta soprattutto di Cortese con qualche eccezione per uve a bacca rossa (Barbera, Cabernet Sauvignon, Petit Verdot). Nella proprietà è incluso un bacino naturale di una certa importanza che svolge un ruolo fondamentale nell’ecosistema.

Come si può facilmente intuire, qui la conduzione delle vigne è biodinamica, realizzata con sano buonsenso e priva di certe posizioni integraliste che spesse volte risultano insopportabili.

Ma quest’azienda ha una particolarità unica: i lavori in parti delle vigne vengono fatti con due meravigliosi cavalli da tiro di razza Comtois francese: il maschio di 5 anni Titouan e la femmina di 11 anni Nicotine. Sono animali intelligenti, forti, dolcissimi e tanto belli da vedere. Tra l’altro, l’azienda è aperta alle visite del pubblico e si insegna ai bambini a condurre, da terra, i cavalli.

Henry sta sviluppando un progetto di grande interesse che ha definito “Cavalavor”.

Quando si parla di agricoltura biodinamica, si intende definire un concetto fondamentale di rispetto del suolo e dei suoi equilibri naturali. Qui si usano il Cornoletame, il Cornosilice, il cumulo e i filari sono inerbiti con il sovescio. Non si effettuano potature verdi né, tanto meno, diradamenti. Per i trattamenti – soltanto quelli indispensabili – si usano rame e zolfo e, sempre di più, preparati a base di sostanze naturali.

In cantina le tecniche sono le più semplici: soltanto acciaio, chiarifiche a base di bentonite, filtraggio soft all’imbottigliamento.

Una parte importante della produzione viene realizzata senza solfiti aggiunti: è importante specificare che, durante le varie reazioni chimico-fisiche che permettono agli zuccheri di diventare alcol, viene naturalmente liberata dell’anidride solforosa che nella norma non supera mai i 10/15 mg/l, quando invece la legge permette di aggiungere, nei vini bianchi, fino a 200 mg/l. di solfiti (che poi sono la famosa causa dei cerchi alla testa….).

Ho bevuto di questi vini: hanno caratteristiche assai differenti dai vini “normali”; innanzi tutto il colore, assai più vivace. Poi naso più delicato e palato che viene blandito da note che riportano in maniera diretta al succo d’uva. E non è affatto vero che i vini biodinamici e privi di solfiti non sono buoni: se chi li realizza è capace, sono ottimi!

Tratterò in dettaglio di molti di questi vini quando il tempo mi permetterà di effettuare delle gustazioni accurate, come sono uso fare. Per ora voglio citare quelli che mi hanno colpito con effetto immediato.

Parlo del Gavi DOCG Sparkling Spinola 2011 e del Monferrato Rosso DOC Cuvée 2011.

Il primo è un piacevolissimo vino frizzante (metodo Martinotti), di buona acidità, fresco e delicato di 12,5%vol, uve Cortese in purezza. Il secondo è un rosso da uve Barbera e Cabernet Sauvignon al 50%. Il colore è sbalorditivo: un viola intenso che non mi ricordo di aver mai visto. In bocca è un vino grasso, generoso, schietto. Questo rosso, in aree che poco sono consone a vini di questo genere, mi è davvero piaciuto assai. Un vino che pare antico, che sa di uva, per 13,5% vol di alcol.

Cito anche il  Gavi DOCG Titouan 2011, che però non ho ancora valutato: questo è il vino spremuto dalle uve che provengono dai filari lavorati soltanto con i cavalli, il cui nome appunto fa riferimento al giovane maschio.

Per finire, la quasi totalità della produzione (120/150.000 bottiglie) è esportata soprattutto in Germania, Paesi scandinavi, Inghilterra e Giappone.

In Italia si possono trovare questi vini soltanto presso alcune catene specializzate nella distribuzione di prodotti bio. Oppure rivolgendosi direttamente in azienda (e magari andando a visitarla, per provare un’esperienza emozionante).

Azienda Agricola Castello di Tassarolo

Località Alborina, 1 – 15060 Tassarolo (AL -) Italia

Telefono: +39.0143.342248

Fax: +39.0143.342907

http://www.castelloditassarolo.it/

Cirò Du Cropio

«[…] Quindici sono i nomi delle ditte che non devo visitare a Cirò. Mi ero chiesto dove sarei andato a sbattere. E avevo risolto il problema nel modo più semplice: telefonando all’Ispettorato agrario di Cirò Marina, e avvertendo della mia visita. Mi presento adesso all’Ispettore. E lui si presenta a me: “Giovanni Ippolito, dottore in agraria…”.

“Ippolito?! Un momento, scusi.” E consulto febbrilmente il mio taccuino. Dopo di che osservo: “Scusi. Ma, Ippolito, c’è anche una ditta di vini, o sbaglio?”.

“Lontano parente. A Cirò gli Ippolito non si contano.”

[…] Giovanni Ippolito è un tipo che va bene: franco, pratico, spicciativo, generoso. Sul vino Cirò sa tutto: ma non per questo si dimostra avaro del proprio sapere. […]

“Il Cirò ha bassa acidità fissa, quindi invecchia poco. Ma è ricco di tannino. Ultimamente si preferiva vinificarlo lasciandolo poco o niente sulle bucce, ossia si tendeva al rosato. Oggi, grazie al cielo, si sta tornando all’originale, tradizionale rubino intenso. Secco, ma di corpo, e parecchia glicerina. L’ideale dell’invecchiamento, per berlo, va da uno a tre anni.”.

[…] Il dottor Ippolito, intanto, mentre parlavo, non mi aveva approvato completamente, però mi aveva capito. E subito dopo  mi domandò: “Sa come mi chiamano qui? Il medico deu cròpio. Siamo una provincia della Magna Grecia. Il Crimissa è il nome greco di un torrente che si getta nel mare qui vicino e che oggi si chiama Lipuda. Crimissa era anche il nome di uno dei più famosi vini dell’antichità: era il vino offerto agli atleti che tornavano vittoriosi dai Giochi Olimpici. Ebbene, in greco, il letame si dice cropìa, e per metatesi, nel nostro dialetto, ancora oggi, cropìa e cropìo. Dunque, il medico deu cròpio è il medico del letame: un termine scherzoso con cui cirotàni e marinòti, ossia quelli di Cirò Superiore e quelli di Cirò Marina, definiscono il dottore in agraria. Come medico deu cròpio sono vicino, vicinissimo alla terra […]”».

Il brano qui sopra riprodotto è tratto da “Vino al vino” di Mario Soldati (I ed. Grandi Classici Oscar Mondadori, Milano 2006). Il viaggio del buon Mario a Cirò ebbe luogo nell’ottobre del 1975, nel corso del suo ultimo e terzo itinerario: “Alla ricerca dei vini genuini”. Mario Soldati era ossessionato da questa sua mania e proprio non riusciva a capire che il vino non è soltanto suggestione, mito, poesia. Il vino è anche prodotto, ricerca, marketing, innovazione e, soprattutto, regole. So bene che mi faccio dei nemici, ma su Mario Soldati, di cui apprezzo tantissime sue qualità, la penso come Paolo Monelli: non è che di vino, alla fine dei conti, ne capisse moltissimo (cfr. “O.P. ossia il Vero Bevitore”, ed. Longanesi).

Questa mia lunga premessa mi serve per raccontare la visita alle Cantine Du Cropio di Cirò Marina e la conoscenza di Giuseppe Ippolito, figlio del grande agronomo Giovanni (il secondo in Italia iscritto all’Albo, laurea a Perugia nel 1952), autore del disciplinare della DOC Cirò (1969, prima DOC del Sud, di recente modificata abbassando la percentuale di uve Gaglioppo dal 95 all’80%: non entro nel merito….).

Dovendo recarmi a Cirò per visitare alcuni miei parenti stretti, a cui sono assai legato, mi ero riproposto di visitare almeno una delle Aziende suggeritemi dall’amico enologo piemontese Vincenzo Munì, un esperto di vini bio. Dopo alcune telefonate necessarie per questioni organizzative, Giuseppe viene a prendermi con la sua auto a casa di mio cugino Antonio, dirimpetto al porto di Cirò. Antonio Martino appartiene a una famiglia storica del paese ed è assai conosciuto (meglio noto come “Tom Jones”, ma la storia sarebbe lunga), dunque scopro che i due si conoscono bene. Si parte per una visita alle vigne e con noi c’è anche Stefano, figlio di Antonio. Le vigne sono poste a un’altezza compresa fra i 250 e i 350 mslm, tra Cirò Superiore e Cirò Marina, proprio dirimpetto al mare con esposizione sud, sud-est. E sono vigne tenute a cordone speronato e viti abbinate come ne avevo viste forse soltanto un’altra volta: sesti d’impianto tra i 7.000 e i 10.000 ceppi per ettaro, con produzione di non oltre un chilo di frutta a pianta!!. Concimazione naturale, pochi trattamenti e cura delle viti ossessiva. Sono circa 25 ettari da cui Giuseppe ottiene 150/200.000 bottiglie destinate per la maggior parte all’esportazione (Usa e Germania, soprattutto). E infatti l’Azienda Du Cropio non è conosciuta in Italia come Librandi, Caparra & Siciliani, Ippolito 1945, Iuzzolino,, ecc.

Tutti marchi eccellenti che però io non amo più di tanto, essendo il mio Cirò favorito quello prodotto da Francesco Siciliani, Fattoria San Francesco (Donna Madda e Ronco dei Quattro Venti): anche per motivi familiari, essendo stato mio zio Stefano, per tanti anni, l’uomo di fiducia in vigna di questa storica cantina.

Sono rimasto sbalordito dagli assaggi dei vini di Giuseppe Ippolito: Dom Giuvà (Dom, da Dominus…), Serra Sanguigna e soprattutto dal Damis 2005: Gaglioppo in purezza raccolto la prima settimana di ottobre. 30 giorni di macerazione in acciaio a temperatura controllata, stabilizzazione in botte grande e almeno 6 mesi di bottiglia. Nessuna chiarifica, nessuna filtrazione per un vino elegante, con tannini dolci, di un bel rosso rubino con tenui riflessi aranciati. Tanta frutta al naso e in bocca, con note erbacee e un lungo, lunghissimo retrogusto minerale. Eccellente, davvero. Difficile da trovarsi in Italia (basta rivolgersi al produttore…), prezzo a scaffale intorno ai 18/20 €.

Ci sarebbe tanto da dire ancora su questo produttore di qualità: in futuro mi occuperò ancora di Giuseppe Ippolito e dei suoi straordinari Cirò.

Vini Du Cropio 
Azienda Vitivinicola “Du Cropio”
Via Sele n° 5—Cirò Marina (kr) – Italia
tel. (+39) 0962/31322
tel. Mobile (+39) 347/5744934
E-mail : ducropiovinery@gmail.com

http://www.viniducropio.it/home.html