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Ristorante Dadò di Chiara Antoniotti, Torino

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Chiara Antoniotti l’ho conosciuta nel maggio del 2016: era la responsabile degli eventi a La Piazza dei Mestieri nel cui ristorante (cuoco Maurizio Camilli) si tenne una mia mostra.

Nell’autunno dello stesso anno rilevò il ristorante di famiglia e iniziò a occuparsene in prima persona.

Cominciò in sordina, con ragazzi giovani: ricordo degli eccellenti maltagliati con vongole e frutti di mare.

Nel maggio di quest’anno  Chiara chiamò a dirigere le cucine il celebre chef stellato (Vintage 1997) Pierluigi Consonni. Questa collaborazione si è interrotta lo scorso Novembre.

Oggi dirige la cucina lo chef Massimiliano Nucera (già all’Oinos Vini di Torino).

Il locale è assai accogliente, caldo e rassicurante, ricavato in una foresteria ottocentesca dell’attiguo Santuario di Sant’Antonio. In un paio di ambienti di largo respiro accoglie circa 45 coperti. Il menù è in buona sostanza una rivisitazione moderna di piatti tradizionali. Ho mangiato una versione delicatissima del brandacujun ligure (stoccafisso mantecato ligure) con pane carasau e uova di Beluga, poi sono passato a un classico polpo grigliato sopra un’ottima crema di mais con un’interessante maionese, ricavata dalla riduzione dell’acqua di cottura del polpo; ho finito gustando una zuppa di cavolfiore con broccoletti, pane tostato e vongole: ecco un piatto insolito che mi ha stupito e per cui tornerei volentieri a sedere ai tavoli di questo ristorante che regala un’atmosfera abbastanza unica. Chiara offre un centinaio di etichette che coprono in maniera omogenea il territorio italiano con qualche ovvia presenza francese. Si spendono mediamente 30/40 € senza vino.

Credo che ci siano ancora alcune cose da mettere a punto, soprattutto in cucina: anche per la ristorazione il tempo (la pazienza) è una risorsa irrinunciabile. In ogni caso, in pieno centro della città (una traversa di corso Vinzaglio e a due passi dalla stazione ferroviaria di Porta Susa), Dadò è un’ottima opzione, sia per un brunch veloce sia per una cena rilassante.

Stefano Chiodi Latini a Villa Somis

Tra il XVII e il XVIII secolo la nobiltà torinese, al passaggio tra Granducato e Regno, prese a costruire sontuose e discrete dimore sulla collina torinese, spesse volte circondate da vigne ubertose in cui si coltivavano vitigni autoctoni (vedi il famoso Cari). Prima dell’assedio francese del 1706, se ne contavano almeno 150 di cui i francesi fecero scempio. Oggi rimangono ancora dimore come Villa Abegg, Villa Chinet, Villa Somis; le vigne sono scomparse, se si esclude la recente ripresa della Vigna della Regina, riportata in auge da un encomiabile progetto misto pubblico e privato affidato all’Azienda Balbiano di Andezeno che vi produce dal 2009 un’ottima Freisa di Chieri.

I conti Somis acquistarono verso la fine del XVII secolo una stupenda dimora situata in strada Val Pattonera (sulla sinistra, salendo verso Cavoretto). Lorenzo Francesco (1662-1736), musicista e medico di corte, fu il capostipite di una famiglia di valenti musicisti:  i figli Giovanni Battista (1686-1763) e Lorenzo Giovanni (1688-1775) furono violinisti virtuosi, direttori e compositori noti in Italia e in Europa.

Così come la stirpe dei Conti Somis diede i natali a valenti musicisti, altrettanto la famiglia Chiodi Latini è ormai celebre come stirpe di valenti ristoratori: Antonio è il titolare de I Nove Merli di Piossasco, Umberto (suo fratello) è lo stellato chef del Vintage 1997 di Torino e Stefano, figlio di Antonio, ha rilevato Villa Somis per trasformare questa splendida location in un luogo di alta cucina.

Ricordo Villa Somis perché nel 1996 ospitò un pranzo per festeggiare la pubblicazione della guida Mangiare a Torino: era una pubblicazione da me ideata e pubblicata dalla Proget, una delle mie imprese editoriali. Era una guida il cui intento era quello di indicare in maniera enciclopedica – senza fornire giudizi di sorta – i luoghi della ristorazione torinese dei quali si elencavano i recapiti, il tipo di cucina e la fascia di prezzo. Fu un bel successo.

Ritorno a Villa Somis, invitato da Stefano Chiodi Latini, con Mario BussoVinibuoni d’Italia, Touring Editore – e il dottor Flavio Boraso, collaboratore della guida de L’Espresso.

Il posto è di eleganza e bellezza sensazionale, situato in una posizione che nelle stagioni più favorevoli rendono esaltante. Ristrutturato nei colori e negli arredi, oggi permette sia di continuare la tradizione di grandi pranzi per celebrare matrimoni e convegni, sia di permettere una ristorazione più di qualità, più intima: la disponibilità di saloni e salette appartate può soddisfare le più diverse esigenze.

E poi la cucina di Stefano, che mi ha stupito: mi sbilancio, meglio del papà Antonio. A cominciare dall’astice su misticanza con fiori della celebre azienda olandese Koppert Cress. Per raggiungere l’apice con un salmone affumicato con foglie di tè che ci ha lasciati, concordi tutti e tre i commensali, per davvero stupefatti per finezza, complessità, eleganza, originalità di risultato per una materia prima tutto sommato banale. Tutte corrette le altre portate, pur se non memorabili come il salmone. Con la sorpresa finale di un sorbetto di sedano con mirtilli di nuovo epocale!

Ci ha servito uno champagne premier cru brut  Laurent Gabriel (due passi da Epernay) che ho trovato, e con me i miei amici, particolarmente acido, vinoso, lungo e tutt’altro che stucchevole. Abbiamo continuato e finito con uno strepitoso Sforzato del 1997: l’unico difetto (difetto?) la sua poca limpidezza, per il resto una bottiglia di quelle che ti restano nella memoria.

Servizio, tovagliato, posaterie, bicchieri e atmosfera all’altezza. In una serata nebbiosa, dolce: di quelle che la collina torinese sa donare d’inverno.

Bravo Stefano!

Esperienza da ripetere con calma e da consigliare, magari per una cena a due. Ovviamente, dite che vi mando io.

http://www.villasomis.it/it/default.asp

http://www.vincenzoreda.it/i-vini-del-collio-alla-maison-ai-nove-merli-di-piossasco/