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Spagnolino, peperoncino, capsicum anuum

SPAGNOLINI, RIMEDIO PER OGNI MALE

Cristoforo Colombo, già nella relazione del suo primo viaggio, nomina il peperoncino appena scoperto nelle isole caraibiche: lo chiama axì e lo descrive piccante come il pepe e consumato in abbondanza da quelle nuove popolazioni che reputano l’ortaggio dotato di grandi proprietà medicinali.

Durante il secondo viaggio del 1494, sarà il medico personale dell’Ammiraglio, Diego Alvarez Chanca, a occuparsi di portare e diffondere in Spagna i semi e le piantine di quella portentosa spezie.

Pochi sanno che il peperoncino, una solanacea – come pomodori, patate e melanzane – del genere Capsicum, è stata la prima pianta del nuovo mondo a diffondersi in Europa e, in maniera assai rapida, in tutti gli altri continenti: si può affermare che il peperoncino sia stata la prima pianta globale del mondo.

Mais, pomodori e patate entrarono nell’uso quotidiano della cucina europea a partire dalla seconda metà del XVII secolo e soltanto dopo il 1750, circa, si può cominciare a ragionare di cucina mediterranea come la intendiamo oggi.

All’epoca di Colombo le specie del genere Capsicum erano poche decine, oggi sono senza dubbio circa un centinaio; quella più comune e usata da noi è la Capsicum annuum, una piantina annuale che non cresce più di 80/90 centimetri, ama il caldo e presenta piccoli fiorellini bianchi da cui spunteranno i preziosi frutti, prima verdi e poi rossi.

La capsaicina, che è l’alcaloide che costituisce il principio piccante del frutto, è la sostanza cui si attribuiscono tutte le innumerevoli, vere o false che siano, proprietà medicinali associate al peperoncino.

Bisogna precisare che i nostri antenati, prima della scoperta di Colombo, conoscevano già il pepe del genere Piper, piante di origine indiana conosciute in Europa fin dal V secolo a.C. ma entrate nell’uso quotidiano in epoca imperiale, insieme alle mode e ai costumi orientali che, già in quei tempi, stuzzicavano appetiti bisognosi di faccende esotiche.

Dalla parola sanscrita pippali, che significa bacca, traggono origine etimologica, in tutte le lingue europee, i termini che indicano il pepe e il peperoncino.

Un gioiello: “Chi te vija….! Fulmini terreni calabresi

1Un libro che è delizioso: una raccolta quasi enciclopedica delle jestigne (o jestime) calabresi: un’usanza che va perdendosi, purtroppo.

Le invenzioni verbali, con profonde connotazioni linguistiche, antropologiche e etnologiche di questa ricerca, unica per ora, sono di grandissimo interesse e, per chi ha origini calabresi, di insostituibile stimolo ai ricordi, a certe intonazioni, a certi momenti, a certe stagioni, a certi stati d’animo, a certe persone che sono solamente più nei ripostigli preziosi dei ricordi.

Il libro è introdotto dall’amico antropologo Vito Teti e realizzato da Maggiorino Iusi per Cittàcalabriaedizioni del Gruppo Rubettino. L’ho scovato all’ultimo salone del Libro di Torino: a questo dovrebbe servire il Salone, a trovare libri utili e preziosi altrimenti introvabili. Non bisogna frequentare i grandi editori di cui si può trovare tutto e dappertutto: sono i piccoli editori, quelli del territorio che sono interessanti e che possono riservare sorprese come questa.

Chi vo’ fare l’urtima (Che tu possa compiere l’ultima azione della tua vita)

Chi vo’ ‘ntostare (Che tu possa irrigidirti, rigor mortis, immediatamente)

Chi vo’ ‘nciotare (Che tu possa diventare idiota)

Chi vo’ acciuncare (Tu possa diventare zoppo)

Esilaranti:

Chi ti se vo’ ‘ntippare ‘u grupu du culu (Ti si possa otturare il buco del culo)

Chi vo’ fare a puttana ppe’ ‘na cap’e sarda (Che tu possa prostituirti  e averne per ricompensa la testa di una sardina)

Questa, infine, è strepitosa:

Chi vo’ fare ‘u strhunzu cchiù gruossu du culu! (non occorre traduzione…)

E io ricordo, ragazzo a Cirò, una mamma strepitare al suo bambino:

“Chi ti vonnu sparare ‘ntru culu!