GIGA

Video d’animazione di Vincenzo Gioanola con i quadri dipinti con il vino di Vincenzo Reda. Il sottofondo musicale è il IV movimento, Giga, del concerto per violino solo, Partita BWV 1004 in Re minore

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Sul Lungomare di Torino – All’Ombra del vino

Il libro si può acquistare ( 15 € + spese di spedizione e pagamento Pay Pal) contattandomi al mio indirizzo email: redavincenzo@libero.it

Questo è l’incipit del mio romanzo, appena uscito;

«QUEI TRE
Non so che viso avesse, neppure come si chiamava.
A dire il vero non si era presentato: era apparso, s’era materializzato di tra le nebbie di un mio qualche sogno e, senza sapere né come né perché, avevo immaginato il suo nome: Marlow; era del tutto evidente che quel nome non fosse il suo: un nome venuto a galla per caso, forse il primo che mi era venuto in mente. 
Marlow!».

Layout 1

E così finisce, dopo 199 pp. complicate:
«IO, finalmente io, riguadagnai il tavolino sotto i portici barocchi della grande piazza e, come al solito, dove finivano le dita della mia mano destra cominciava inevitabilmente lo stelo di un calice, ancora una volta pieno, per compiere il suo dovere di ristoratrice piacevolezza.
E mi sentivo un po’ così…
quasi triste, come i fiori e l’erba
di scarpata ferroviaria.
Il silenzio era scalfito solo dalle mie chimere
che tracciavo con un dito dentro ai cerchi del bicchiere».

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Michelangelo Massano, recensione “Sul Lungomare di Torino”

20200701_170658-2La struttura del libro è inusuale, molto originale. Il linguaggio e il periodare sono semplici e la narrativa scorre, fluida, con un dialogare intermittente e riflessioni essenziali.
La complessità iniziale della trama sorprende e poi avvolge e coinvolge nel viaggio “Sul Lungomare di Torino”.

Fa da guida Gilda, antica tartaruga marina, in un mare creato apposta, per la sua surreale presenza, nella curiosa copertina del libro, che ne coglie l’anima. Il viaggio comincia, fra poveri casolari di pietra, vicino ai pini dei verdi altipiani calabri, ove è nato Gregorio, che, ancora bambino, si trasferisce al Nord. Porta con sé, con bella raffigurazione creativa, un baule “preparato con un letto di aghi di pino, foglie secche di granoturco, qualche riccio aperto di castagna, zaffate di muschio, funghi freschi e una chitarra che sembrava una scopa”.

Approda in un cortile di periferia della grande città.
Confortano il suo iniziale disagio due Parrucchetti, che presto muoiono, con disperazione del bimbo.
Rimane, ben custodito, il baule, con il suo carico prezioso di profumi di bosco. Sono le sue radici.
Scorrono veloci i richiami agli anni di scuola e, in parallelo, alle lunghe partite a calcio con altri ragazzi venuti dal Sud, sui campi dell’oratorio o, negli spazi vuoti, attorno al vecchio “Comunale”. Anche i padri di quei ragazzi alla domenica si radunano a giocare a carte e “smadonnare” nel loro aspro dialetto, mentre stanno trasformandosi in “operai inurbati”.
Finiscono gli anni ’60. Il tram numero 10 porta al Liceo un ragazzino che ha un irrefrenabile desiderio di nuove esperienze.

Termina gli studi quando già lavora in un cantiere edile, ove si mescolano i dialetti del Sud, con quelli della prima migrazione veneta.
Affina la sua sensibilità artistica sentendo musica, leggendo libri, “anche i non soliti libri di scuola” che compera sulle bancarelle. L’antro dell’artigiano-artista Ivano, stimola la sua creatività. Per il ragazzo, diventato giovane, incombe la necessità quotidiana. E’ la Torino industriale e operaia dei primi anni ’70. Una mattina varca il cancello n. 3 di C.so Tazzoli. E’ un componente della prima squadra della linea della 127 in carrozzeria. La descrizione dell’anno di lavoro alla Fiat, è una delle pagine più intense, fra le tante già scritte sull’argomento. Coglie, con vivezza essenziale, gli aspetti esteriori e anche l’interiorità di un ambiente di lavoro e di chi ad esso si applica, soggiogato al ritmo della grande fabbrica. Dopo un anno ritorna libero. E riprende a nuotare insieme alla sua tartaruga. Cominciano i giorni e le serate negli Studi pubblicitari e fotografici, svolazzanti di personaggi con molto talento e poca cura per l denaro, vivacemente decritti. Un vortice di piccole società che nascono, si scompongono, si ricompongono per poi sparire. Le donne, “fra questa creatività tumultuosa ed incosciente”, hanno un rilievo importante, con personalità forti e volitive che si impongono nel lavoro e nella vita.

La tartaruga assiste agli incontri dell’autore con personaggi che avranno successo e altri che “imperterriti continueranno a seguire un destino di fallimento”.
Come ben evidenzia l’autore, questi “talentuosi” che popolano gli Studi e le Agenzie di pubblicità, di comunicazione, di marketing che si agitano fra il fascinoso richiamo delle scene teatrali e le prime Radio libere (fra cui indimenticabile e indimenticata Radio ABC 97 mhz) saranno l’avanguardia della trasformazione della città.
La città operaia diviene anche la città dei libri, degli editori, dei creativi.
La piccola tartaruga marina assiste in quegli anni ad una ulteriore evoluzione intellettuale e artistica del protagonista: nelle fotografie, nella musica, nella pubblicità, nella comunicazione. Coglie la bellezza evolutiva di un percorso interiore che porta l’autore a frequentare le lezioni della Scuola di Teatr0 all’Università ove affina la sua vasta e nomade cultura con l’approfondimento dei classici latini e greci, guidato da una donna che ha l’arte di insegnare e fare amare ciò che insegna.

E’ di questo periodo la bella descrizione degli incontri nel secentesco teatrino situato nei sotterranei di Palazzo Campana.

Il cammino professionale del protagonista prosegue: le sue doti innate, l’esperienza maturata, lo conducono ad essere Amministratore Delegato di importante Società. Vive il tempo del manager di successo. Conduce a traguardi sempre più prestigiosi la Società che dirige.

Ma incontra la delusione.
La tartaruga, come aveva visto i lestofanti senza talento, ma attenti al denaro, soppiantare la prima avanguardia dei talentuosi creativi, così vede accadere per l’autore.
Con il crollo del lavoro, crolla un fragile amore.
Ma, parafrasando Quasimodo, a primavera le gemme spaccano il tronco, “che pareva già morto”, con un verde più nuovo dell’erba”. Il verde si perpetuerà fra le navate gotiche di S. Domenico e il lavoro riprende in un mare più quieto. Lo accompagnano le nebbie di un tempo, umide e fredde, della città. E le nebbioline azzurrine di fumo del “Bar Roberto” di Via Po popolato dal “furore ciarliero” di una varia umanità impegnata in sproloqui sconclusionati e discussioni coltissime senza alcuna finalità.
Ritrova sistemazione stabile il baule, con ancora intatto il profumo di bosco di quando, bambino, lo portò con sé a Torino.
Gilda, la vecchia tartaruga Gilda, dai mille trascorsi, smette di raccontare e torna a nuotare nel suo etereo mare.
Il lettore, ormai pienamente partecipe della narrazione, sente la mancanza della surreale presenza dell’antica tartaruga di mare, che lo ha accompagnato di pagina in pagina.

Michelangelo Massano

 

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OSTERIA IL NANETTO di CARAGLIO (CN)

Se la vita è l’arte dell’incontro, la Piola, la nostra Piola di incontri ne prevede tanti e di tanti “tipi” differenti. Francesco l’ho incontrato al Bar Pietro – piola sardo-veneziana e, tra un bicchiere e l’altro, ci siamo conosciuti e apprezzati. Qui sotto mi racconta la genesi dell’Osteria Nanetto, il ristorante che ha aperto da poco. «Il Filatoio Rosso di Caraglio è stato edificato tra il 1676 ed il 1678 dalla famiglia Galleani (che possedevano setifici anche a Torino e Venaria). Vero e proprio insediamento industriale volto alla produzione del filo di seta, resta attivo fino a tutti gli anni ’30. Nel 1938 viene ceduto all’Esercito Italiano ed utilizzato inizialmente come caserma  per poi diventare negli anni un deposito, sede di attività artigiane ed allevamenti. La struttura resta priva di particolari utilizzi fino alla fine degli anni ’90 quando anche grazie agli eredi della famiglia Galleani viene restaurato. Il progetto che vede coinvolte istituzioni locali e fondazioni bancarie porta nel 2005 all’apertura del “Museo del setificio piemontese”. Il Filatoio diventa così spazio museale, espositivo e location per eventi.
La nostra società scopre il Filatoio nel 2019 durante un sopralluogo per un catering.  Il bando comunale per l’assegnazione della gestione del servizio caffetteria interno era andato deserto più volte, viste le potenzialità ci proponiamo immediatamente. Modifichiamo l’allestimento iniziale e sfruttando una saletta che veniva usata come magazzino (quella in cui abbiamo pranzato) creiamo uno spazio per fare ristorazione. Apriamo il 6 marzo 2020 ed il 9 siamo costretti a chiudere causa lock down nazionale. Tra chiusure e ripartenze continuiamo a crederci, investiamo realizzando una nuova cucina e grazie alla collaborazione con la Fondazione Filatoio Rosso di Caraglio (che gestisce la struttura) ci “allarghiamo” alla Sala delle Colonne. Solitamente utilizzata per gli eventi diventa una nuova con tavoli sono molto distanziati e spazi decisamente ampi».

«La cucina è affidata a Valerio Reynaudo, fossanese classe ’87 ha maturato una variegata esperienza nel nord e centro Italia. Dopo la scuola alberghiera di Dronero ha lavorato in vari ristoranti tra cui la Barrique di Torino, il Bellevue di Cogne e la  Ciau del Tornavento di Treiso,   La sua cucina guarda soprattutto al territorio, alle materie prime delle valli cuneesi e alle ricette tradizionali. Il plin, la battuta, il culumbot, i cruset e la finanziera trovano ciclicamente spazio in carta. La Liguria e la Costa Azzurra hanno da sempre un legame con Cuneo. Il mare che sembra lontano non lo è così tanto e allora in carta si trovano anche piatti di pesce. E’ sempre rigorosa la scelta della materia prima e il rispetto nel trattarla. 
Valerio coordina anche la cucina del Ristorante il Nanetto all’interno del Cristal Hotel di Madonna dell’Olmo. A supportarlo e sopportarlo c’è Armando Servidio. Classe ’96, cresciuto in provincia di Cuneo si occupa della cucina dell’albergo ma è sempre pronto ad intervenire in Osteria. Tecnico e appassionato ha uno spiccato interesse per la preparazione dei dolci».

Ho gustato alcune preparazioni sensazionali; innanzi tutto il piccione con foie gras e carote: soltanto per questo piatto sarei venuto a piedi da Torino a Caraglio. Poi una Finanziera davvero d’autore: perfetta, equilibrata, quasi gentile malgrado gli ingredienti di questo piatto tipico siano difficili da gustare per molti. Ottime, ma da queste parti è più facile che in altri posti, le carni e bellissima la proposta di entrée: due ciuffetti di cavolo e broccoli bolliti e innaffiati con un eccelso oilio ligure di Albenga per una delicatezza affascinante nella sua semplicità. Francesco e il suo socio Luca sono due quarantenni che arrivano da importanti esperienza nell’hotelerie, nell’accoglienza e nell’organizzazione di eventi e congressi. Il loro ristorante è senza dubbio un posto singolare e dal grande fascino storico. Quando voglio valutare la cucina di un locale tradizionale piemontese ordino sempre agnolotti del plin o tajarin, battuta di carne di razza piemontese e vitello tonnato. Ho evitato il vitello tonnato ma la battuta e, soprattutto, gli agnolotti li ho trovati superbi. La sfoglia del giusto spessore, il ripieno di carni e verdure delicato eppure sapido, la cottura perfetta: indimenticabili e io, giuro, ne ho gustati tanti e tanti. Eccellente la carta dei vini che copre benissimo Italia e Francia con tutte le etichette importanti, Noi abbiamo scelto un’Alta Langa di Ettore Germano e un Nebbiolo Sandrone 2018 entrambi di livello eccelso. Questo è un locale che, pur fuori mano, è da visitare soprattutto da quanti apprezzano la qualità quando si fa peculiare e sa esaltare il territorio.

Francesco Modaffari

Osteria de Il Nanetto

Via G. Matteotti, 40 – Caraglio (CN)

+39 392 0404100

www.osteriadeilnanetto.it

www.cristalhotel.cn.it

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PITTA CALABRESE E ALTRE SPECIALITA’

Secondo il più grande esperto di dialetti calabresi, il tedesco(!) Gerhard Rohlfs, il termine “pitta” deriverebbe dal greco; secondo altri invece deriva dal latino “picta”, che significa dipinta perché i Romani usavano offrire focacce dipinte ai loro dei. Comunque sia, stiamo parlando del più tipico pane calabrese (l’origine pare sia nel catanzarese), di antichissima tradizione: è un ciambellone piatto, con un buco in mezzo, di circa 30/35 cm di diametro; come tutti i piatti tradizionali ne esistono infinite varianti.La pitta è forse il pane che si presta meglio a essere farcito e i calabresi ci mettono in mezzo di tutto. Io consiglio la soppressata, piccante o dolce che sia e, ancora meglio, la Sardella di Cirò (bianchetto di pesce misto a polvere di peperoncino piccante): se trovate la Sardella (assai più buona e purtroppo più rara della famigerata ‘nduja), vi gustate una specialità straordinaria. Io ci ho bevuto il grande Cirò Dom Giuvà 2013 che produce il mio amico Giuseppe Ippolito: niente di meglio con questa specialità il vino che ne è stretto parente. Poi, giusto per non far torto a altre tradizioni calabresi, melanzane ripiene e un bel fico d’india (questo ottimo, ma siciliano).

Salute.

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Finalmente DI VIN! My stains book, il Libro delle macchie di vino.

Ritirato il  29 aprile 2021 da Enrico Tallone, dopo circa due mesi di lavoro.                                                                                                  21×24 cm, carta Magnani da 250 gr, 108 pagine, inserito in un cofanetto confezionato a mano di colore blu. Abbiamo deciso di intitolarlo Di Vin e comporre i testi in piombo con il rarissimo carattere Athenaeum, disegnato da Alessandro Butti per la Nebbiolo di Torino negli anni ’50.      Due copie soltanto: una per me e una per l’archivio Tallone. Sono soltanto tre gli scarni testi che introducono le sezioni del libro che, ricordo, è un lavoro eseguito con la tecnica, difficilissima, della macchia. Ci sono più o meno tutte le mie ossessioni. Domani porteremo a Mariuccia il mio libro dipinto con i suoi vini.               Ci saranno anche Enrico Tallone e Piero. Qui sotto alcuni particolari tecnici del volume: costa e cofanetto, dedica, copertina e frontespizio, colophon. La sensazione tattile che dona il rilievo del carattere in piombo che fissa, quasi bacia con sensualità, una carta pregiata (Magnani in questo caso) è qualcosa di indescrivibile.                      Superfluo sottolineare la soddisfazione di Mariuccia quando ha sfogliato il mio libro conoscendo di persona un Maestro come Enrico Tallone. Lorenzino e Piero erano i degni testimoni di un evento piccolino eppure epocale. Prossimamente il volume sarà mostrato, con molta attenzione, a persone che io valuterò abbastanza sensibili per avere il piacere di sfogliare le sofferte e uniche pagine di questo, non mi vergogno di dirlo, capolavoro dedicato a Bianca Bianconi Tallone.                            

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DI VIN, il mio libro delle macchie di vino

Oggi Piero mi ha accompagnato da Enrico Tallone a consegnare i quartini dei due libri, unici e fuori commercio, che ho dipinto con macchie dei vini di Cascina Castlèt di Mariuccia.

Sono stati i primi a vedere le opere nella loro interezza.

I loro commenti mi hanno emozionato.

Grazie all’insperato ma irrinunciabile, insostituibile e ineludibile aiuto di una qualche deità misteriosa e misericordiosa, questa mattina sono riuscito a rifinire i lavori dei miei due libri sulle macchie di vino. Il primo si compone di 21 quartini e 39 lavori, il secondo di 24 quartini e 45 soggetti. Ho usato soltanto i vini di Cascina Castlèt di Costigliole d’Asti e i libri saranno legati e rifiniti dalla Stamperia Tallone che ne custodirà una delle due copie. L’intero lavoro è dedicato a Bianca Bianconi Tallone, una Gran Signora della cultura italiana da poco scomparsa.

In mezzo a questa specie di impenetrabile foresta sincretica di simboli, religioni, segni (in)significanti, spero che sia stato Ptah a aiutarmi: è il dio che protegge le arti, gli artisti e gli artigiani. Certo, mi rendo conto che avere a che fare con simboli, lingue, linguaggi, credenze, miti così diversi e lontani tra di loro non è agevole. Ma io ho fatto un libro in due copie che soltanto pochissimi avranno l’opportunità di sfogliare e ancora meno saranno in grado di decifrare per intero. Ma proprio questo volevo: lavorare per pochi e selezionati, non mi intrigano le folle e la mia idea di successo è semplicemente quella di riuscire a realizzare quel che ho nel frullino delle mie immaginazioni.

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My Stains book, work in progress

Ptah (il rettangolo si legge “P”, il mezzo pane “Ta”, la corda intrecciata “H” con il determinativo di una divinità maschile: è il protettore delle arti e degli artisti. Adesso devo mettere insieme i quartini, scegliere come dividerli e come metterli in sequenza. Poi andrò a Alpignano per impostare la copertina, il frontespizio, la dedica e il colophon.

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Il mio libro delle macchie, My Stains book

Questo lavoro è stato realizzato a mano secondo la tecnica codificata da Gutenberg e poi messa a punto da geni come Manuzio e tanti altri, non escluso Alberto Tallone, papà di Enrico e sublime artigiano, sempre ispirato dalla sensibilità di sua moglie Bianca cui il libro è dedicato.

Il volume è stato realizzato con i vini di Cascina Castlèt, prodotti da Mariuccia Borio a Costigliole d’Asti e il lavoro è dedicato a Bianca Bianconi Tallone, madre di Enrico e persona a me particolarmente cara

I soggetti del libro sono semplici (ma a volte complicatissime) macchie di vino.

Erano anni che pensavo di realizzare quest’opera che sarà mostrata a pochi e in particolari occasioni.

Ovviamente non sarà in vendita perché non ha prezzo.

Ringrazio per l’aiuto il mio amico Piero D’Alessandro.

Due copie soltanto: una per me e una per l’archivio Tallone. Lavorando in questo periodo a comporre il mio favoloso libro delle macchie (prodotto soltanto in due copie), ho gustato tutta o quasi la produzione di Cascina Castlèt, prodotti di qualità elevatissima, soprattutto le Barbera (che ho adoperato a profusione insieme all’Uceline (vitigno Uvalino autoctono riscoperto da Mariuccia). Ebbene, oltre ai celebratissimi Litina, Passum, ecc., ho scoperto una Barberina leggermente frizzante, giovane, di beva facile ma tutt’altro che stucchevole: bevuta fresca, d’estate, è ideale per una bella merenda sinoira. Colore rosso rubino di media struttura, profumi delicati di frutta, buona acidità e una discreta persistenza soprattutto in bocca: si chiama Goj, che è una bella espressione piemontese che significa… andatelo a cercare. Ho interrotto le bevute dei vini di Mariuccia con un Nebbiolo giovane e austero prodotto a Monforte (Az. Vezza): è un vino che consiglio per l’armonioso equilibrio, il colore leggermente più carico dei Nebbiolo di Barolo e La Morra e con tannino delicati. Forse ancora un po giovane (2019), ma un vino che darà il meglio entro un paio d’anni. Parecchio interessante, consiglio.

Mentre scrivevo queste mie piccole notazioni, mi veniva fatto di pensare a certe descrizioni barocche di certi scribacchini avvinazzati: poco capiscono di vino e meno ancora hanno dimestichezza con l’italiano e soprattutto col fatto che chi legge ha bisogno di semplicità, di correttezza, di capacità di sintesi…..

Soltanto noi due potevamo concepire un’impresa simile.

L’avevo in testa da molti anni e finalmente ci sono riuscito.

Sono gonfio d’orgoglio e non ringrazierò mai abbastanza il mio grande amico Enrico Tallone.

Dirimpetto alle segnature dei Canti Orfici di Dino Campana che la stamperia Tallone sta finendo di stampare e legare, abbiamo composto il colophon, definito le dediche e concordato il titolo. Verrà un risultato straordinario che in pochi potranno vedere. Non potevo non chiudere la mia copia con questo quartino: MAAT e PTAH: Maat è un concetto egizio straordinario, unico e abbastanza complesso: l’ho dipinto con il suo ideogramma simbolo (la piuma di struzzo) e con i segni grammaticali e fonetici.

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DI VERSI by Vincenzo Reda

E’ in uscita il mio ultimo libro di componimenti poetici. Lo stampa, come al solito, l’Editore Graphot di Torino.

Questo ultimo mio lavoro conclude una trilogia cominciata nel 2013 con RIME SGEMBE e continuata nel 2017 con UN PO’ ETA.

E’ assai probabile che non pubblicherò più nulla: mi pare di aver esaurito tutto quel che mi premeva scrivere. Forse, perché nella VITA non si sa mai e nulla è definitivo fino a quando non si chiude.

Salute.

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Padre Dante e il vino

Apri alla verità che viene, il petto,         67
E sappi che, sì tosto come al feto
L’articular del cerebro è perfetto,           

Lo motor primo a lui si volge lieto         70
Sovra tant’arte di natura, e spira
Spirito novo, di virtù repleto,                    

Che ciò che trova attivo quivi, tira         73
In sua sustanzia, e fassi un’alma sola,                                                                                                                         Che vive e sente, e sè in sè rigira.      

E perché meno ammiri la parola           76                                                                                                                       Guarda il calor del sol che si fa vino,                                                                                                                         Giunto a l’omor che della vite cola!

(III Edizione Paravia 1960, commentata da Carlo Steiner, con revisione di Maria Dazzi Vasta).

Gli ultimi due endecasillabi della terzina che comincia col verso 76 del XXV canto del Purgatorio -l’ultimo dedicato ai golosi, meglio trattati dei lussuriosi che occupano la VII cornice, l’ultima del Purgatorio dantesco – è citata ovunque, e da cani e porci, per fornire esempio di come il Padre Dante abbia saputo, in maniera impareggiabile, comporre due endecasillabi che sono un capolavoro  della poesia dedicata al vino.

I versi sono quasi sempre riportati fuori del contesto: perché qui Dante del vino fa metafora di anima, a titolo di esemplificazione: se non ti bastano le parole che finora ti ho dette, guarda l’esempio della vite da cui vien fatto il vino a sintesi del calore del sole e delle sostanze della terra.

Dante, come racconta Giovanni Boccaccio, era parco nel bere e nel mangiare: malgrado il gran nasone, l’iconografia classica ce lo riporta sempre come una figura smunta e segaligna, uno che senza dubbio doveva avere dei grandi mal di stomaco. Non è l’Aretino o Rossini o il gran papa Paolo III Farnese che aveva Sante Lancerio come esperto di vini (e di donne).

D’altro canto, come può occuparsi di vino uno sciagurato che considera peggio i golosi che i lussuriosi?. Quando, bestemmiando, definisco sciagurato ( e la sua vita, ahilui, fu purtroppo piena di sciagure) Dante Alighieri, mi riferisco guardando la faccenda da una prospettiva di chi tiene in conto bere e mangiare come due tra le migliori occupazioni umane…..

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Alberi di Natale, Babbi Natale e altro dipinti con il vino.

 

Alcuni dei miei auguri dipinti con vini vari negli ultimi anni.

Auguri a tutti.

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My best wishes for Christmas and, above all, New Year

L’OM sanscrito è la preghiera universale, l’ho dipinta dentro un calice di vino pieno di speranza: che il 2021 sia meno peggio dell’anno che sta finendo, un augurio per tutti gli uomini di buona volontà

Ho usato una Barbera d’Asti Vinchio Vaglio Serra del 2019, un vino buono ma ordinario: speriamo porti bene.

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My last wine artworks: hearts. I miei cuori di vino.

Tecniche differenti e vini diversi ma stesso soggetto: il cuore.

Il cuore soprattutto come metafora dai molteplici significati. E poi ognuno può trovarci, se crede, le suggestioni che ama di più o quelle che gli fanno comodo: l’arte, come sempre, appartiene a chi ne fruisce non a chi l’ha creata.

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Autunno nel Canavese

Nelle vigne situate vicino a Levone, Canavese piemontese, i gialli del Nebbiolo si mescolano ai rossi dello Chatus (Nebbiolo di Dronero) in un’esplosione di colori unica e irripetibile se non in questo periodo dell’anno. Le vigne sono di proprietà di Lorenzo Simone, circa otto ettari in cui coltiva Nebbiolo, Barbera, Erbaluce, Chatus. Lorenzo è un ragazzo giovane di 27 anni, figlio di quella terra di eresia che è il Canavese. Laureato in agraria, ha creato da solo questo realtà di grande interesse. L’azienda si chiama Le Masche (Fantasmi femminili o streghe, in dialetto piemontese). I suoi vini prendono l nome dalle donne ritenute streghe e bruciate sul rogo verso la fine del XIV secolo.

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Vino su carta, i miei vecchi lavori

Ho ritrovato le stampe analogiche di alcuni miei vecchi lavori, antecedenti al 2005, anno in cui ho cominciato a lavorare in digitale anche per la riproduzione dei miei quadri.

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Gaja, la news letter.
Testo alternativo

In questo numero

1. Storia La porta dell’osteria, porta d’ingresso nel mondo Gaja

1.

Gentile VINCENZO 

 

Il mondo Gaja è un mondo fatto di storie, incontri, immagini e suoni che da oltre un secolo e mezzo narrano chi siamo e cosa produciamo.

Testo alternativo

Ti scrivo perché oggi abbiamo deciso di condividere tutto questo con un ristretto club di amici, a cui vogliamo aprire la porta del nostro mondo. Per questo è nato un nuovo progetto che sarà un momento di incontro, un viaggio nella memoria ma soprattutto il racconto di tante scommesse sul futuro, quelle che ogni generazione della nostra famiglia ha onorato guardando lontano.
Vi racconteremo da dove veniamo e le sfide che ci stanno più a cuore, dal cambiamento climatico alla biodiversità, dalla costante ricerca della qualità a quello che accade ogni giorno tra le vigne e in cantina.

Testo alternativo

Sono passati cento sessantuno anni ma per scendere in cantina, per entrare nella nostra casa, bisogna ancora varcare quella porta, passare in quella piccola sala dove, vendemmia dopo vendemmia, è cresciuta la nostra storia.
La posizione era strategica: Barbaresco si trova sulla grande ansa del fiume Tanaro, dove i barcaioli trasportavano da una sponda all’altra persone, carrozze, cavalli, bestiame carri coperti d’uva in autunno e carichi di botti e damigiane in primavera, e poi, con il nuovo secolo, le prime automobili.
Sopra il porto, all’ombra della torre, c’era l’osteria dove lavoravano tutte le donne della famiglia. Si fermavano notai, geometri, commercianti e medici che venivano a Barbaresco e nelle Langhe per lavoro. Molti restavano più di un giorno, così Giovanni aggiunse alcune camere per i viaggiatori, garantendo l’ospitalità.

Giovanni Gaja capì subito che l’osteria era il miglior biglietto da visita per il suo vino e per la sua cantina: chi lo assaggiava a tavola poi ne poteva ordinare una damigiana che gli sarebbe stata consegnata a casa. Così il vino di Gaja iniziò a diffondersi attraverso il passaparola, il miglior marketing per quei tempi, le damigiane viaggiavano in tutto il Piemonte e in Valle d’Aosta e la clientela si allargava. Presto, accanto al vino sfuso, arrivarono le bottiglie con l’etichetta, considerate il non plus ultra, un salto di qualità.

Testo alternativo

Fin da subito la scommessa fu sul quel vino che nell’Ottocento veniva chiamato Nebbiolo di Barbaresco ma che già nel passaggio di secolo diventò solamente Barbaresco. Era il fiore all’occhiello della cantina, come ci racconta il menù di un pranzo organizzato nel 1914, alla vigilia della Prima Guerra Mondiale: ad accompagnare gli agnolotti, il fritto piemontese, il filetto di bue e l’arrosto di capretto c’erano dolcetto e Barbaresco. Nel menù a prezzo fisso i vini erano compresi: “Dolcetto una bottiglia ciascuno, Barbaresco 1909 produzione propria una bottiglia ogni quattro persone”. Non solo si specificava già l’annata, ma si sottolineava l’esclusività di una bottiglia a cui era attribuito un valore quattro volte superiore al più comune vino da pasto di allora.

L’osteria è rimasta aperta fino al 1933, ma a chiuderla non fu la crisi economica della Grande Depressione e nemmeno il ponte costruito più a valle che permetteva di arrivare a Torino molto più velocemente, ma il successo della cantina. Era appena stata presa in mano da un altro Giovanni, il nipote del fondatore, la terza generazione della famiglia. Fu lui nel 1937 a stampare sull’etichetta le quattro lettere del cognome Gaja in rosso e in una dimensione superiore alla denominazione del vino per rivendicare l’eccezionalità di una produzione e la scommessa sulla qualità.

Da allora sono spariti i tavoli, le sedie e la cucina, ma la porta in legno dell’osteria è rimasta l’ingresso principale alla cantina, che nei decenni ha continuato ad allargarsi. Quella porta, con le sue scanalature create da un’antica lavorazione chiamata “grissinatura” è stata di ispirazione per le cassette porta vino nate dal dialogo tra Angelo Gaja e il grande designer del vino Giacomo Bersanetti. La nostra idea è che ogni volta che si apre la cassettina di legno con la grissinatura è come se si aprisse la porta dell’osteria per entrare nel mondo Gaja.

Testo alternativo

E così, adesso, aprendo questa porta potrete ricevere i nostri racconti
e a novembre il report dell’annata,
un diario della terra, della vigna
e del nostro lavoro. Questo viaggio sarà fatto anche di brevi comunicazioni,
ve le manderemo ogni volta che accadrà qualcosa che vale la pena partecipare: l’immagine di una nevicata,
i suoni della vigna d’estate, una nuova etichetta, un avvenimento speciale.

Vi aspettiamo

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Cucina giapponese: Miyabi a Torino, non soltanto sushi

Se come sosteneva Ludwig Feuerbach (filosofo tedesco,1804/1872): «Siamo quel che mangiamo», i giapponesi, con oltre 85 anni di aspettativa media di vita, mangiano proprio bene!                                                                                                                           Il Giappone (Nippon, nella loro lingua) è un arcipelago che si estende lungo circa 3.500 chilometri nell’oceano Pacifico, quasi parallelo alle coste cinesi, coreane e russe. Composto da migliaia di isole, il 97% della superficie totale (377.000 kmq) appartiene alle quattro principali: HonshūHokkaidōKyūshū e Shikoku. Con una popolazione di oltre 127 mln di abitanti, il paese è una delle prime economie mondiali.                                                                                                                                  Abitato già in epoche antichissime, l’arcipelago, secondo la tradizione leggendaria, si costituì in Impero attorno al VI/VII secolo a.C. Il buddismo venne introdotto nel VI secolo della nostra era e segnò in maniera importante le tradizioni giapponesi. Durante il medioevo fiorì la cultura dei samurai e degli shogun che, di fatto, detenevano il potere. Furono i portoghesi, nel XVI secolo, i primi occidentali a conoscere queste popolazioni che fino a quel momento erano vissute abbastanza isolate.                                                                                                                                                                           Fondamentale la guerra civile, 1866/1868, che portò alla restaurazione Meiji: gli shogun cedettero il potere  all’imperatore e questi aprì le porte del paese al resto del mondo.                                                                                                                                 Dopo la pesante sconfitta della Seconda Guerra mondiale, il popolo giapponese seppe ripartire con prontezza e in maniera efficiente: per almeno quattro decenni il Pil del paese crebbe ininterrottamente alla media annua di oltre il 10%!                L’arcipelago nipponico si sviluppa sopra una linea di faglia che costituisce la principale caratteristica tettonica dell’oceano Pacifico: dunque, paese devastato da terremoti, tsunami, eruzioni vulcaniche. Sono oltre un centinaio i vulcani attivi di cui il celebre Fujiyama, o Fujisan, è il più alto (circa 3.800 mslm).                                                                                                             Con le premesse di cui sopra, è comprensibile quanto le caratteristiche della cultura giapponese siano peculiari, raffinati e complessi. E, poiché la cucina tradizionale di un popolo ne rappresenta la sintesi storico-geografica, si capisce quanto quella giapponese sia altrettanto unica, sofisticata, multiforme.                                                                                                        Oryza sativa: è il nome scientifico del riso e la varietà che si coltiva più a nord si chiama japonica, a differenza di quella, indica, che alimenta le popolazioni del sud-est asiatico. Il riso fu domesticato dai cinesi intorno al VI millennio prima della nostra era e si diffuse rapidamente in tutta l’Asia, Giappone compreso. Qualche millennio più tardi furono le proteine della soia (Glycine max) a integrare la dieta dei primi insediamenti neolitici e permettere lo sviluppo di una civiltà importante; ovvio poi rimarcare il fatto che le popolazioni di un arcipelago solevano aggiungere alla loro alimentazione vegetale tutto quanto riuscivano a ricavare dal generoso mare che le circondava. Assodato quanto sopra, il sushi, ovvero riso e pesce, si può considerare il piatto simbolico e più rappresentativo del Giappone. Ma, attenzione: ridurre la cucina giapponese al sushi è un po’ come sostenere che la cucina italiana sia soltanto maccheroni e pizza…                                                                                               Nori sushi e nigiri sushi sono le due differenti maniere con cui questa specialità viene preparata; la prima è quella più conosciuta: rotelle di riso contenenti porzioni di pesce crudo, avvolte nell’alga nori; il nigiri sushi, invece, si presenta come polpettine di riso sopra le quali è adagiato il pesce. Bisogna precisare che il riso per il sushi è sempre trattato con aceto di riso fermentato.                                                                                                                                                                                                L’altro piatto assai noto è il sashimi: semplice pesce crudo, in genere tonno, maguro, (il taglio più pregiato è la ventresca che viene chiamata: otoro), insaporito da particolari salse.                                                                                                                       Tra queste, insieme a quelle rinomate di soia, occorre ricordare il wasabi: è ricavata dalla radice di una brassicacea – famiglia che comprende senape, cavolfiori, verze, ecc. – Eutrema japonicum, spesso chiamata Wasabia japonica, coltivata a climi freddi e in acque purissime; viene poi trattata e raffinata usando come grattugia la pelle di squalo: non è semplice trovare in Italia il wasabi originale, parecchio costoso…                                                                                                                          Il brodo di pesce, dashi, le numerosissime alghe, i poco conosciuti noodles o spaghetti (ramen, soba, udon) di grano, grano saraceno, riso e soia; le innumerevoli zuppe e la carne (a esempio, il tonkatsu: cotoletta di maiale con cavolo e il costosissimo manzo di Kobe dalle carni marezzate) sono alcune specialità giapponesi non abbastanza note. La tempura, verdura e pesce fritto in pastella, è un piatto di contaminazione portoghese.                                                                                      I giapponesi usano bere sakè (riso fermentato con lieviti koji) e tè, ma apprezzano il vino e, curiosità, sono grandi intenditori e ottimi produttori di whisky  di malto. Parlando di cucina giapponese non si deve dimenticare la raffinata arte della coltelleria che permette di usare in tavola le bacchette, hashi. Altrettanto fondamentale è l’arte di impiattare secondo precisi dettami che armonizzano volumi e colori dei piatti.                                                                                                                      Il giovane Masanori Tezuka, nel suo ristorante Miyabi, aperto da circa un anno a Torino – due passi dalla chiesa della Gran Madre – mi ha guidato nella conoscenza della tradizione cucinaria giapponese e aiutato a scegliere alcuni vini piemontesi con cui accompagnare al meglio i suoi piatti eccellenti.                                                                                                                   Masanori, da quasi otto anni in Italia, è un maniaco nella scelta delle materie prime: pesce, verdure (che spesso coltiva da sé), alghe e riso sono sempre di prima qualità e, quando possibile, importati dal Giappone.                                                        Abbiamo cominciato con un piatto a base di germogli di bambù biologico che ho accompagnato con un Cortese di Gavi DOCG biodinamico, senza solfiti aggiunti, che ho gustato anche con una magnifica ombrina marinata con alghe kombu, erba shungiku e limone giapponese yuzu. Un altro Cortese, questo soltanto bio, ha con grande dignità accompagnato una gelatina di sesamo insaporita con wasabi. Per gli spaghetti di grano saraceno, con gamberi e piccoli asparagi, ho scelto un Timorasso di un paio d’anni di gran corpo, lunghissimo: magnifico.                                                                                                     Per tenere compagnia a un nigiri sushi, memorabile, ho scelto due ottimi Riesling: uno di La Morra e l’altro di un grande produttore di Serralunga; i nostri bianchi, quando sono figli di grandi produttori, reggono il confronto con vini assai più blasonati! Gustare  capesante di Hokkaido, salmone scozzese con relative uova, gambero rosso di Mazzara con uova di pesce volante, ombrina e fettine di tonno affumicato e fermentato, bevendo un grande Riesling di Langa è un bel modo di onorare sé stessi, chi ha preparato i piatti e chi ha spremuto da par suo le uve…                                                                                 Ho finito bevendo Freisa di Chieri, sia frizzante sia ferma, con un semplice petto di pollo reso sublime da una salsa di riso fermentato: credo che anche un giovane Nebbiolo, magari roerino, non avrebbe fatto brutta figura.

 

 

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Ho compiuto 66 anni

Il 1° ottobre 2020 ho compiuto ben 66 anni, non pensavo di arrivarci.

Ho passato questa giornata tra amici, parenti più stretti e i miei vini. Non avrei potuto fare di meglio!

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Love/Amore

Ecco alcune tra le mie ultime poesie dedicate all’Amore. Quello con la A maiuscola.

 

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Angelo Gaja: Il colore della crisi

Ricevo da Angelo Gaja e volentieri pubblico.

img_5972IL COLORE DELLA CRISI 

E se fosse il 2021 la continuazione dell’anno orribile del vino italiano? Le premesse non mancano. In Italia si suonano le trombe per la vendemmia 2020 che promette di essere la più ricca di uva al mondo. Non è un primato invidiabile in presenza di una crisi dei consumi senza precedenti che si abbatte su tutti i mercati e coinvolge TUTTE le cantine del mondo gonfiandone le giacenze. Per fronteggiare la quale il ministro Bellanova aveva stanziato misure di distruzione dell’uva e del vino (distillazione) finanziabili con 150 milioni di euro di denaro pubblico, giunti però in ritardo ed utilizzati appena per un terzo. L’errore, però, non è affatto della Bellanova, bensì dei suggeritori esterni che fanno capo ad associazioni varie e presenziano alle tavole di concertazione. Quelli che dapprima non volevano sentire parlare di distillazione, per poi concederla ai soli vini da tavola mentre ad averne necessità sono i vini IGP e DOP. Quelli che preferivano misure in favore dello stoccaggio, incoraggiando ad accumulare scorte in cantina confidando nella rapida fine della crisi e pronta ripresa dei consumi, che invece non ci saranno e si prolungherà l’agonia. Quelli che avanzavano mille riserve, rallentando e rendendo intempestiva l’entrata in vigore delle misure di intervento pubblico facendole perdere di efficacia. Il comparto del vino conoscerà una crisi più lunga legato com’è all’Ho.Re.Ca ed al turismo. Fino ad ora è stata una pioggia di numeri reali- stimati-probabili-farlocchi, anche da fonti autorevoli, a commentare il procedere della crisi. Solo a fine anno si conosceranno le giacenze totali di vino nelle cantine italiane e si attendono pessime notizie in merito. Sempre a fine anno, a fronte del preoccupante calo in volume, si registrerà il più drammatico e vistoso calo in valore dell’export del vino italiano. A piangere saranno i fatturati. Quando nella primavera 2021 verranno resi pubblici i bilanci delle mega cantine italiane e verranno svelati i numeri veri, si evidenzierà che per molte di esse le perdite di fatturato rispetto al 2019 supereranno il 20%. A perdere di più, però, saranno i viticoltori venditori di uva e le cantine artigianali dalle dimensioni piccole e medio piccole, il settore più numeroso e fragile. E’ a questi che il ministro Bellanova deve pretendere di destinare maggiori risorse durante il confronto che condurrà con i suggeritori esterni. 

In questo momento di grave emergenza occorrono misure straordinarie. La prima preoccupazione deve essere quella di cercare di riequilibrare il mercato dando la priorità ad un ampio-e-mai-visto- prima progetto di distillazione che includa anche i vini IGP e DOP, da avviare SUBITO per consentire il recupero già entro il 2020 dei quasi 100 milioni non spesi nella misura precedente, per poi concluderlo nel 2021. Prendendo ispirazione da quanto saggiamente aveva già fatto prima di noi la Francia. 

Sarebbe utile inoltre introdurre in Italia per i prossimi due-tre anni il divieto di impiego del Mosto Concentrato Rettificato, che costituisce per chi ne fa uso l’incentivo per eccellenza a produrre maggiori volumi di uva in vigneto.
Bene la richiesta di maggiori finanziamenti per la promozione consentendone l’accesso anche ai progetti di investimento contenuto. Non scordando che, nei prossimi due-tre anni, sarà baraonda sui mercati internazionali perché le cantine di tutto il mondo avranno il vino che uscirà loro dalle orecchie e saranno sui mercati per cercare di collocarlo. Occorrono idee nuove, pensare di utilizzare solamente gli strumenti del passato non sarà di grande giovamento prima del ritorno alla normalità. 

Angelo Gaja
7 settembre 2020 

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La cucina siciliana

Si può affermare che la Sicilia rappresenta, senza tema di smentita, l’eccellenza di quanto offre la macchia mediterranea: grano, olivo, vite, agrumi, ortaggi, erbe e spezie, frutta secca. Inoltre, in Sicilia sono presenti allevamenti di pregiate razze ovine, caprine e, nella provincia di Ragusa, bovine (senza dimenticare il maialino nero dei Nebrodi). A queste ricchezze bisogna aggiungere la tradizione delle marinerie siciliane di cui Mazzara del Vallo (nettamente la più importante d’Italia) è la più celebre, con le flotte di Sciacca, Trapani, Scoglitti, ecc. Le tonnare e le saline del trapanese sono tradizioni consolidate. In epoca romana l’isola era indicata come il granaio di Roma e vi si coltivava il grano duro (Triticum durum) che  gli Arabi elaborarono nella pasta secca che oggi conosciamo: i pastai siciliani erano attivi, con il loro grano, a Genova già a partire dal XII secolo. La cultura musulmana portò in Sicilia gli agrumi (alcuni erano conosciuti già in epoca romana), le melanzane, i primi distillati (gli Arabi inventarono l’alambicco, termine che deriva dalla loro lingua). Poi venne il tempo dei Normanni che fecero conoscere agli isolani il gusto per la selvaggina. Gli spagnoli introdussero i frutti e gli ortaggi americani: mais, peperoncino, pomodori, zucche e zucchine, fagioli, fichi d’India. Molti di questi prodotti agricoli – pomodori, melanzane, arance dolci, ecc. – entrarono nelle ricette siciliane assai tardi, non prima del XVII secolo. Ricordo la tradizione del vino Marsala che ebbe origine nel 1773 per merito dell’inglese John Woodhouse e poco più tardi del calabrese Vincenzo Florio. Nel 1969 questo vino guadagnò la prima DOC siciliana. Da ricordare Francesco Procopio Cutò o Coltelli, nato a metà del XVII secolo, che trasformò il tradizionale sherbet (sorbetto) arabo nel moderno gelato e, emigrato in Francia, nel 1686 fondò il primo e più celebre caffè parigino: Le Procope. Da non dimenticare il fenomeno dei pomodori di Pachino: ebbe origine soltanto nel 1989, quando un’azienda israeliana selezionò gli ibridi Noemi e Rita da cui discendono i celebri pomodorini. Dopo aver ricordato lupini e legumi vari, insieme ai noti pistacchi di Bronte, comincio a esaminare gli innumerevoli antipasti siciliani e tra questi scelgo la caponata e l’arancino. La prima è una delle specialità tradizionali legata alla melanzana (con parmigiana e pasta alla norma); si tratta di dadi di melanzane leggermente stufati e fritti con pomodoro, olive, cipolla, sedano, capperi. Come tutti i piatti tradizionali ne esistono moltissime varianti a seconda di dove la si gusta. Una versione assai diffusa è quella bianca, ossia priva di pomodoro o di salsa. Può anche essere considerato un contorno. Tra gli antipasti si può annoverare l’arancino o arancina: attorno a questa specialità i siciliani si azzuffano sia per il nome sia per l’origine, senza comunque arrivare a un accordo: maschile nella Sicilia centrale e orientale, femminile nel palermitano e trapanese. Si tratta di una sorta di supplì: riso con zafferano impanato e fritto, ripieno in genere di piselli e ragù. Oltre che sul nome e sull’origine, i siciliani litigano anche sulla forma, sferica o conica, e sul ripieno, che può essere il più vario. Anche questa specialità è di probabile origine araba e forse dolce nella sue versioni più arcaiche. Tra le infinite ricette di primi piatti, oltre alla pasta alla Norma (maccheroni con sugo e melanzane fritte) e alla pasta e sarde (spaghetti o pasta corta con sarde e pan pesto tostato), mi piace ricordare una specialità etnea semplicissima: penne rigate con ragù di pistacchio. Si pestano nel mortaio pistacchi freschi e si stemperano con olio di oliva extravergine, si aggiunge qualche spicchio di cipolla e si soffrigge appena, saltandoci la pasta scolata. Garantisco un piatto di eccezionale sapore. Tra i classici secondi, oltre alla parmigiana (melanzane fritte, formaggio e sugo di pomodoro) ormai diffusa in tutta Italia e alle più esclusive sarde alla beccafico (sarde aperte a libro, impanate, farcite e infornate: ne esiste una varietà catanese e, manco a dirlo, una versione palermitana), mi piace ricordare il cous cous alla trapanese (con mandorle) o semplicemente di pesce. In estrema sintesi, è una zuppa di pesce (la scelta di pesci e/o crostacei e molluschi è oggetto di infinite diatribe) a cui si aggiunge il classico cous cous di semola. I dolci siciliani sono tantissimi e assai conosciuti: cassate, brioche e granite, pasticceria a base di mandorle e pistacchi, ecc. Scelgo di citare l’ormai universale cannolo: una semplice cialda fritta ripiena di ricotta di pecora e canditi.

Si ringraziano i locali:

https://ortigiabistrot.it      https://iltabisca.it

E, inoltre, la gelateria https://www.facebook.com/vintagegelateria/?ref=page_internal

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Enrico Tallone, la sua stamperia e i suoi treni

Conobbi Enrico Tallone e la sua mamma Bianca a fine del 1989, ero vicepresidente dei Giovani Imprenditori dell’Unione Industriale di Torino: l’occasione la offrì l’istituzione di un premio per i piemontesi che si erano particolarmente destini nella loro attività. Il premio fu istituito in occasione del 30° anniversario della costituzione del nostro gruppo (il primo in Italia, tanto per cambiare). Successivamente conobbi la splendida moglie di Enrico, Maria Rosa e i tre figli, Eleonora, Elisa e Lorenzo. Era ancora in vita il fratello maggiore di Enrico, Aldo Tallone, scomparso prematuramente pochi anni dopo. Confesso che ho avuto e continuo a avere per la signora Bianca Bianconi – che Alberto Tallone conobbe e sposò a Vinci – una vera e propria adorazione: lo merita una delle donne più grandi che mi è capitato di conoscere, e sia come madre sia come grandissima esponente della cultura italiana del ‘900. Con Enrico trovai un’immediata empatia che mi spinse a chiedergli di fare il mio testimone di nozze nel 1990. Poi vennero tante giornate memorabili e nella stamperia e in giro per il Piemonte e l’Italia, sempre onorate da ottimi cibi e vini eccezionali, e sempre con persone di grande interesse e singolare formazione. Per comprendere il valore di questo monumento dell’editoria e della stampa mondiale, occorrerebbe conoscere la storia della famiglia Tallone e soprattutto la vita dei tre fratelli Alberto (padre di Enrico e già stampatore in Parigi negli anni ’30), Cesare Augusto (accordatore di pianoforti e uomo di fiducia di Arturo Benedetti Michelangeli) e il celebre pittore Guido Tallone. I tre fratelli, figli di Cesare, erano appassionati di treni e non trovano altro che sistemarsene un paio nel giardino della stamperia in Alpignano.

www.talloneeditore.com

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I piatti da gustare a Rimini

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Cucina marchigiana

 

Ho avuto modo, a cavallo tra gli anni Novanta e i primi Duemila, di frequentare per motivi professionali soprattutto Ancona e i suoi dintorni e ho scoperto una Terra che offre bellezze paesaggistiche, storia, arte e tradizioni enogastronomiche di grande suggestione. Nell’immaginario collettivo sono celebri i borghi storici dell’Umbria e le città d’arte toscane, ma qui ho scoperto la bellezza di luoghi come Ascoli, Camerino, Urbino, Fabriano, le gole del Furlo, le grotte di Frasassi, i litorali di Numana e Sirolo e la macchia mediterranea di Monte San Bartolo e del bellissimo Conero. E poi, ultima in ordine di elencazione ma forse prima per quanto riguarda i miei interessi, la ricchissima e variegata tradizione enogastronomica.                          In questa mia breve trattazione desidero esplorare una sorta di vero ossimoro: accompagnare alcuni piatti tradizionali di una Terra celebre per i suoi vini bianchi proprio con i vini bianchi di una Terra celebre per i suoi vini rossi! I nostri bianchi piemontesi, che oggi sempre più stanno conoscendo un sorprendente ma meritatissimo successo, per accompagnare quattro piatti tradizionali marchigiani: i vincisgrassi, il baccalà anconetano, le cicale di mare e le chioccioline in umido.           Ma prima di entrare nel merito delle mie scelte, mi è d’obbligo una rapida descrizione dei prodotti e delle tradizioni enogastronomiche di questa Terra ricchissima che cerca in tutti i modi di nascondere i propri tesori. Comincio col citare l’eccellente tartufo bianco di Acqualagna che poco o punto ha da invidiare al nostro più celebre Bianco d’Alba; il ciauscolo, salame molle da spalmare sul pane, il salame di Fabriano, la salsiccia di fegato, ecc. Tra i formaggi: il Raviggiolo, la casciotta di Urbino e i numerosi formaggi di fossa. Eccezionale l’agnello della razza Vissana e i manzi di Vitellone bianco marchigiano, così come non si possono dimenticare i maccheroncini Igp di Campofilone e le produzioni di lenticchie, cicerchie e fave del parco dei Monti Sibillini. Una trattazione a parte meriterebbero le ormai modaiole e banalizzate olive ascolane. Fino a venti, trent’anni fa non le conosceva nessuno fuori delle Marche, oggi sono diventate una delle più conosciute specialità di quello che si chiama street-food ma che poco hanno da spartire con le olive ascolane preparate nelle famiglie con la Dop Tenera ascolana (oliva che arriva a pesare fino a 10 gr.) e farcite con una crema ricavata da varie carni, formaggio, spezie e poi fritte con una panatura di pane e uovo. Se la cucina marchigiana dell’entroterra può essere abbastanza simile alle limitrofe tradizioni laziali, umbre e abruzzesi, le specialità legate alla pesca sono abbastanza assimilabili ai piatti diffusi lungo tutto il litorale adriatico, da Trieste a S. Maria di Leuca. Le quattro marinerie da pesca marchigiane (basate a Fano, Ancona, Civitanova e S. Benedetto del Tronto) sono seconde per tonnellaggio soltanto alle flottiglie siciliane. Sulle coste marchigiane si cucina il celebre brodetto, che è poi la solita diffusissima zuppa di pesce (bouillabaisse, cacciucco, buridda, quatara, ecc.) con le tipiche, infinite piccole o grandi varianti dovute alla stagione o agli usi consolidati dei retaggi familiari. A questo punto ecco le mie scelte e i vini piemontesi che propongo per accompagnarle. Comincio dai vincisgrassi: sono semplici lasagne la cui particolarità è rappresentata dal ragù che dev’essere preparato con carni diverse (manzo, pollo e/ agnello) e soprattutto con rigaglie e frattaglie di pollo e/o agnello. Le variazioni sul tema, anche per questo piatto, sono tantissime. È una di quelle specialità che definire di digestione impegnativa è usare una vergognosa metafora…Per un simile cimento, oltre ai nostri scontati rossi come Freisa secca di Langa o anche la più gentile Doc di Chieri, io suggerisco di affrontare una fatica come questa con un apparente sacrilego accostamento: un abbondante calice di un nostro Alta Langa 100% Pinot noir, provare per credere! Lo stoccafisso alla anconetana è un piatto rustico che risale alle tradizioni marinare delle genti di Ancona che solcavano mari lontani fino alla Norvegia. Merluzzo affumicato ammollato con acqua e latte, alternato a strati di patate e stufato con passata di pomodoro, gusti vari e con l’eventuale aggiunta di olive. Un bel nostro Timorasso invecchiato di qualche anno mi pare un suggerimento sfizioso, anche se è chiaro che rossi leggeri come Grignolino, Nebbiolo giovane o Pelaverga di Verduno non ci starebbero male, anzi!                                                       Per le chioccioline in umido, antipasto di cui sono ghiottissimo, la mia indicazione è un Cortese di Gavi ben strutturato e non giovanissimo; uno sfizio azzardato potrebbe essere quello di sorseggiare, tra una chiocciolina e l’altra, un Brachetto secco. Le cicale di mare (o pannocchie, o canocchie), semplicemente preparate al forno o bollite, sono una delle migliori offerte con cui il mare ci conquista; un piatto delizioso, saporito e delicato allo stesso tempo che è bene preparare quando, soprattutto in autunno, questo crostaceo è particolarmente ricco di polpa. Con una simile ghiottoneria io propongo uno dei nostri Riesling di Langa: oggi da questo vitigno i vignaioli langhetti stanno producendo vini di qualità  sempre più eccelsa che non fanno certo torto ai loro cugini alsaziani e renani.

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