Archive for Settembre, 2008
MIGUEL ÁNGEL ASTURIAS, Claravigilia primaveral

Nato a Guate il 19 ottobre 1899, morto a Madrid il 9 giugno 1974. Premio Nobel nel 1967. Questo poema epico (che attinge al Popol Wuj) fu composto in Italia tra il 1963 e il 1964.

Il ballo delle chimere

“…Il lago brilla, si ode la sua voce, mastica il suo copal,

ma prima di iniziar la danza parlarono i cacciatori:

«Come gli dei vogliono nutrirsi

delle loro creature e non esisterebbero

se le loro creature non li alimentassero esistendo

– esistere è nutrire gli dei,

la pittura esige il nutrimento degli occhi

e non esisterebbe se gli occhi non la nutrissero,

– solo vedendo si può nutrire la pittura –

e vedere non è vedere soltanto con le pupille degli dei-occhi,

ma vedere con gli occhi di tutti coloro che vedono,

la poesia esige il nutrimento degli orecchi

e non esisterebbe se gli orecchi non la nutrissero

– solo ascoltando si può nutrire la poesia –

e la scultura esige il nutrimento degli occhi

e non esisterebbe se gli occhi non la nutrissero

– solo guardando si può nutrire la scultura –

e la musica esige il nutrimento degli orecchi

e non esisterebbe se gli orecchi non la nutrissero

– solo ascoltando si può nutrire la musica –

e udire non è udire solamente con gli orecchi degli dei-orecchi

ma udire con gli orecchi di tutti coloro che odono…»”.

(«El lago brilla, su voz se oye, su copal masca,

hablaron los cazadores, antes de empezar la danza:

Pero asì como los dioses exigen el alimento

de sus criaturas y no existirían

si sus criaturas no los alimentaran existiendo,

existir es alimentar a los dioses,

la pintura exige el alimento de los ojos

y no existiría si los ojos no la alimentaran,

sólo viendo se puede alimentar a la pintura,

y ver no es ver sólo con las pupilas de los ojos-dioses,

sino ver con los ojos de todos los que ven,

y la poesía exige el alimento de los oídos

y no existiría si los oídos no la alimentaran,

sólo oyendo se puede alimentar a la poesía,

y la escultura exige el alimento de los ojos

y non existiría si los ojos no la alimentaran,

sólo mirando se puede alimentar a la escultura,

y la música exige el alimento de los oídos

y non existiría si los oídos no la alimentaran,

sólo oyendo se puede alimentar a la música

y oír non es oír con sólo los oídos de los oídos-dioses,

sino oír con los oídos de todos los que oyen..»).

Asturias, Poesia, a cura di Amos Segala, Edizioni Accademia, Milano 1971

Maximòn

Maximòn – pronuncia «mashimòn» -, “Colui che è legato”, oppure “Mam e San Simone”: dio maya e dio cristiano.

Insomma, un dio che è un pandemonio: il mio dio!

Maximon, il diodiavolo: pazzo e saggio; fumatore, ubriacone, dispensatore di saggezza e di pazzia.

Dio dei Maya, ma forse dio dei conquistatori: dio degli uni e degli altri.

San Simone e Giuda.

Dio di legno, con la cravatta e il doppiopetto o con tessuti coloratissimi dell’altopiano e due cappelli in testa; gli occhiali scuri, la sigaretta o il sigaro…..

Il dio più incredibile in cui si possa credere: santo patrono di Santiago Atitlan: origini oscure…..

J. Diamond, letture che servono


E’ noto, almeno per chi mi conosce, che io non leggo per diletto o per passatempo: non l’ho mai fatto.

Io leggo, e leggo tanto, solo  per sapere, per conoscere; spesse volte con fatica, spesse volte leggendo e rileggendo la stessa frase.

Attenzione: l’ultima mia pretesa e che “gli altri” debbano, come me, leggere per sapere, ci mancherebbe! Ognuno è libero di leggere, o di non leggere, libri o altro, con qualunque motivazione possibile.

E’, però, innegabile che se una persona legge per sapere, e legge circa argomenti che possono essere utili da conoscere e che in qualche modo portano beneficio a chi li conosce, ciò non può che essere considerata cosa virtuosa: è molto più utile leggere i testi di Jared Diamond che i romanzi di Wilbur Smith, a meno che uno non sia Wilbur Smith o faccia parte della sua cosca…., del suo business.

E nulla ho contro questa prodigiosa e inutile industria del libro, tanti libri sono meno interessanti: una delle faccende che più mi urta è confondere il mezzo con il fine: i libri non sono più virtuosi di televisione o internet in quanto libri.

La virtù sta nei contenuti e nei loro fini, non certo nel mezzo tramite cui i contenuti sono diffusi.

E veniamo a noi.

“ Il mio ultimo motivo di speranza è frutto di un’altra conseguenza della globalizzazione. In passato non esistevano né gli archeologi né la televisione: nel XV secolo, gli abitanti dell’isola di Pasqua che stavano devastando il loro sovrappopolato territorio non avevano alcun modo di sapere che, in quello stesso momento, ma a migliaia di chilometri, i vichinghi della Groenlandia e i khmer si trovavano allo stadio terminale del loro declino, o che gli anasazi erano andati in rovina qualche secolo prima, i maya del periodo classico ancora prima e i micenei erano spariti da due millenni. Oggi, però, possiamo accendere la televisione o la radio, comprare un giornale e vedere, ascoltare o leggere cosa è accaduto in Somalia o in Afghanistan nelle ultime ore. I documentari televisivi e i libri ci spiegano in dettaglio cosa è successo ai maya, ai greci e a tanti altri. Abbiamo dunque l’opportunità di imparare dagli errori commessi da popoli distanti da noi nel tempo e nello spazio. Nessun’altra società del passato ha mai avuto questo privilegio. Ho scritto questo libro nella speranza che un numero sufficiente di noi scelga di approfittarne.”.

Con queste parole Jared Diamond, professore settantunenne della Ucla di Los Angeles, nato a Boston, conclude il suo “Collasso”, scritto nel 2005.

L’illustre biologo aveva già scritto “Armi, acciaio e malattie” nel 1997, Premio Pulitzer nel 1998 e buon successo editoriale, anche se lontano anni luce dai numeri di gente come Wilbur Smith e Joanne Kathleen Rowling e Michael Crichton e Dan Brown.

Testi, quelli di Diamond, preziosi, basilari: testi che resteranno nella storia della nostra cultura, quale che sia l’evoluzione dei tempi tristi che ci aspettano.

Invito chi mi segue a comprare e leggere con attenzione queste dure 900 pagine circa dei due volumi, certo di rendere un grande servizio.

Non mi dilungo a dare ulteriori indicazioni: non ve n’è motivo.

Leggetevi i libri, poi ne riparliamo, se sarà il caso.

Nel frattempo, io mi sto recando nelle terre dei Maya, a inseguire – invitato come giornalista dal governo del Guatemala, per conto di Archeo – un sogno della giovinezza; e anche di questo, a tempo debito e a dio piacendo, parleremo.

 

 

Jared Diamond

Armi, acciaio e malattie – Breve storia del mondo negli ultimi tredicimila anni.

Pp. XII – 400

Einaudi Super ET

12,00 €

 

Jared Diamond

Collasso – Come le società scelgono di morire o vivere.

Pp. X – 566

Einaudi Super ET

14,80 €

 

Vincenzo Reda

Ottobre 2008

Giochi con una vecchia diapositiva, Patrizia 1975

La diapositiva originale, credo una Kodak Ektacrome per luce diurna (5.500°), fu scattata con una Minolta Srt 101 e ottica da 20 mm. in un teatrino di via Carlo Alberto che oggi credo sia una specie di locale notturno. Il nostro insegnante di teatro e cinema era Adriano Cavallo, un grande personaggio. Il soggetto è Patrizia. I giochi sono un divertimento virtuale sopra un ricordo tenero e un’immagine che ritengo per davvero notevole e non avevo ancora 21 anni. Mica male no?

Duonnu Pantu sul letto di morte

Questa è una delle mitiche storie che mio padre soleva raccontare sul Prete Poeta e porcellone.

Le fonti storiche dicono che egli morì intorno ai trentasei anni, più o meno, ma l’immagine che io ricordo dal racconto era quella di un vecchio in agonia, steso sul letto e circondato da prefiche e beghine, vecchie e giovani, piangenti, preganti, supplicanti e nerovestite.

Non è diffide immaginare che il Prete morente, avendo per fine quello di procedere al bene delle proprie parrocchiane – com’ebbe egli stesso a mettere chiaro e forte in versi -, non solamente le avesse tutte comunicate e confessate e benedette: certo i conforti, con tutte – belle e brutte, giovani e vecchie, grasse e magre, sposate vedove e zitelle – dovevano essere stati totali, senza risparmio e senza requie, a ogni ora del giorno e della notte, in ogni luogo dove l’impellenza del momento ne dettasse l’urgenza.

Quando s’era ormai quasi alla fine e il morente pareva non dare più segni di vita, a una delle povere devote piangenti e sconsolate capitò di non trattenere un filo d’aria…

Mio padre non seppe mai specificare se ci fu effetto sonoro o se il soffio interessò le nari dell’assemblea vegliante: questo particolare è avvolto nel mistero.

Fatto si è che la faccenda produsse il miracolo di risvegliare improvvisamente il Poeta morente.

Gli occhi chiusi, certo, ma il volto si sciolse come in un vago, impercettibile compiacimento e, in un sussurro appena appena udibile, egli farfugliò:

“Chi è che mi chiama con questa vocina suadente e sensuale. Chi è che mi vuole.

Chi è che mi anela…..”

Furono le sue ultime geniali parole.

Mi ricorda il testamento di Abu Nuwas: seppellitemi, dice, vicino alle vigne e alle cantine, così che possa sentire, quando si pigia l’uva, il calpestio dei piedi – è il momento in cui nasce il vino.

E mo chi sì Puetune, anzi Puetazzu,

Famme na rima a stu grupu de culu,

E nu suniettu a stu curmu de cazzu.

(Da Suniettu, di Duonnu Pantu alias Domenico Piro)

Un Poeta: Francesco Guccini

“Bella di una sua bellezza acerba, bionda quasi senza averne l’aria, quasi triste come i fiori e l’erba di scarpata ferroviaria: il silenzio era scalfito solo dalle mie chimere che tracciavo con un dito dentro ai cerchi del bicchiere….”. (Autogrill, da Guccini,1983)

E ancora:

“La tristezza poi ci avvolse come miele…. Le luci nel buio di case intraviste da un treno…”. (Incontro, da Radici, 1972).

E infine:

“La voce triste del silenzio abbraccia gli angoli del tempo, si è fatto giorno, ed è già sera…”. (La verità, da Due anni dopo, 1970).

Sono versi straordinari di tre vecchie canzoni di Francesco Guccini. Solchi che hanno tracciato il campo della mia vita – allora il campo giovane della mia vita acerba – e che ho amato come poche  cose, di poesia o altro.

E Francesco Guccini è tutto lì: solamente lì dentro; non ci può, né ci deve essere altro che la potenza lirica di quei versi.

Lo scrittore Francesco Guccini è poca cosa al confronto.

L’uomo Francesco Guccini l’ho incontrato, non conosciuto: forse addirittura deludente.

Ma chi può cancellare la potenza di quei versi, indissolubilmente legati alle armonie, alle melodie, ai ritmi di quelle canzoni?

E il modo “canzone” non può per alcun verso essere giudicato in maniera riduttiva: la grandezza prescinde dai “modi”.

“Keaton, quello vero, l’ultima volta che l’hanno visto, passeggiava lungo le strade di Roma durante le pause di un film con Franchi e Ingrassia, aveva in corpo mille litri di alcool (sic), la faccia la solita, senza allegria; si ubriacava ogni giorno con la troupe borgatara alla faccia della cirrosi epatica, perché lui ci teneva al suo pubblico, più che al suo fegato, e gli elettricisti sono gente simpatica; gli urlavano ınfatti ‘anvedi s’è forte sto’ (sic) Keaton‘ bevendo il bianco misterioso dei colli di Roma o quello forte del sud che fa assaggiare l’infinito a tutta la gente di bocca buona”.(Keaton, scritta con Claudio Lolli, da Signora Bovary, 1987).

E’ chiaro che di Guccini si può citare e parlare, come molti hanno fatto, assai più a lungo e in maniera più approfondita e più tecnica: queste mie poche parole desiderano essere null’altro che un piccolo omaggio per un autore dei miei, che non potevo non far comparire sul mio sito.

Dicembre 2008