Archive for Gennaio, 2009
Giovanni Leopardi da noi

Giovanni e Vincenzo al Belvedere di La Morra con la Langa innevata. Stavamo aspettando di incontrare Angelo Gaja e la sua famiglia a Barbaresco, il 28 gennaio scorso.

Giovanni al mercato di Porta Palazzo, sabato mattina 31 gennaio.

Questo scatto è magnifico: Giovanni che cucina mentre ben 5 ottime cuoche guardano! Commento: finalmente un uomo lavora e 5 donne guardano. Eravamo da Lina e Mirio con amici e Giovanni si è prodotto in una cena straordinaria per noi.

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Quel tedesco ubriacone di Hermann… (Hesse)

Da Giacomuzzi

Mi piace a volte, silenzioso e solo,

bere tranquillo in un fresco locale,

con il mio vecchio vino prediletto

scambiare due parole d’amicizia e d’affetto.

Vagheggio allora che, sia anche nel dolore,

io e il mio pellegrinaggio sulla terra

ancora una volta conosciamo i giorni

della pienezza pura.

Mi sia concesso allora anche un amico

che il calice ricolmo della mia vita

onori con grato piacere indulgente,

del vino maturo degno bevitore.

“….ho apprezzato perciò l’enorme taverna di Giacomuzzi, divisa in tante minuscole celle separate, dove ho bevuto un Marsala e dove tornerò presto……..Verso le 12 ho preso un Vermouth da Giacomuzzi…….Per cena ho comprato pane, prosciutto e burro e sono andato nella mia cella da Giacomuzzi, dove sull’enorme tavolo di quercia mangio i miei panini accompagnati da un eccellente Chianti vecchio e scrivo queste righe…….Contando beatamente sul fatto che questo vino non fa star male, da Giacomuzzi mi sono preso una leggera sbornia e ho fatto fatica a rincasare.”

Io, invece, anch’io poèta, sono uno zingaro, tengo le mani nelle tasche dei pantaloni e scrivo i miei versi nei rari giorni in cui non lavoro per guadagnare e non sono ubriaco. Oltre ai libri, al vino e alle donne mi diverte una sola cosa: girovagare. Ora a piedi lungo i ruscelli in Svizzera, nel Giura, nella Foresta Nera, ora attraverso l’Italia, in terza classe con in tasca delle arance. Amo veder spuntare il mattino, con gli occhi offuscati dal vino, nelle vie delle grandi città illuminate dalla fioca luce dei lampioni – e amo il tramonto del sole, visto da una vetta alpina o ai remi di una barca di pescatori nella laguna o nel porto di Livorno. Detesto poche persone, ma la maggior parte mi pare insulsa o ridicola, in modo particolare Voi funzionari e signori vestiti alla moda, Voi che in fondo raramente sapete cos’è la cultura. E’ più facile trovarla frequentando le bettole, andando per i boschi, sul mare con la gente più svariata, se si mangia, sbevazza e dorme con loro, se si ascoltano le loro vecchie canzoni. Oh Venezia! Oh Ravenna! In questi luoghi, dove sono stato solo da estraneo, potrei forse vivere……”

Le citazioni qui sopra sono tratte dai diari dei viaggi in Italia compiuti da Hesse nelle primavere del 1901 e 1903: in questo secondo viaggio, a Venezia, nei pressi di piazza S. Marco orfana del Campanile caduto l’anno prima, egli scopre la taverna Giacomuzzi.

Nel 1901 Hesse aveva 24 anni scarsi ( nacque il 2 luglio 1877 a Cawl in Germania e morì il 9 agosto 1962 a Montagnola in Svizzera ) e un amore viscerale per il nostro paese: la lettura dei suoi diarii di quegli anni è un delizioso ripercorrere con gli occhi famelici e sensibili di un grande scrittore gli itinerari, le tele, gli affreschi, il paesaggio e la natura italiana come solo i tedeschi sanno apprezzare mescolati al vino, agli spaghetti, alle taverne, ai treni di terza classe, alle forme generose delle donne.

Non compì mai, nei suoi viaggi in Italia, che durarono con grandi intervalli fino al 1914, il vero “Grand Tour”: Orvieto fu infatti la città più meridionale che Hesse visitò, nel 1911.

Non è questa la sede per trattare l’opera di Hermann Hesse, che peraltro poco io conosco essendo arrivato tardi a leggerlo e mancando alla mia conoscenza capolavori come “Peter Camenzind” e “Narciso e Boccadoro”; non solo, m’interessa assai più quanto egli ha lasciato come viaggiatore e come esploratore delle profonde tematiche legate alla religione e alla religiosità.

Due parole bisogna comunque spenderle: nobel nel 1946, figlio di genitori missionari protestanti in India, un nonno noto orientalista, una nonna francese; tre matrimoni, grande passione per la musica, per l’Italia, per l’India, un vero cittadino del mondo con l’arte, propria del romanticismo tedesco, della Wanderung, il vagabondaggio creativo.

Fu il grande musicologo Massimo Mila a tradurre, tra il carcere e la Resistenza, il “Siddharta”, pubblicato nel 1945 da Frassinelli, libro che mi ostinai per decenni a non leggere perché tra la gente che io frequentavo non era pensabile non averlo letto; ovviamente, quando qualche anno fa le vicende della mia vita privata mi consigliarono di leggere quel libro, scoprii anch’io un grande testo, pur se devo confessare che apprezzo molto di più l’India che trovo in Kipling, che forse non a caso era un inglese nato a Bombay.

Ma riecco l’Hesse che mi garba:

“Dopo aver gustato una zuppa di verdura e una trota del Garda annaffiate di buon vino, ero nel migliore dei miei umori di viaggio e uscii nella notte, a dispetto della pioggia, per dare una prima occhiata alla città (Treviglio)”.

E per finire, una chicca:

“Dunque, al Cavaletto. Mangiamo una zuppa di fagioli e tonno arrosto e beviamo Chianti…….Alle dieci la trattoria chiude. Portiamo con noi in gondola un cesto pieno di bottiglie di vino e continuiamo la nostra bisboccia un po’ all’aperto e un po’ nella mia stanza. Verso le undici la conversazione diventa profonda e patetica: si parla delle Madonne veneziane, della civiltà del Rinascimento, di Nietzsche, di Jacob Burckhardt, di Ruskin.

I tre tizi ingurgitavano Asti come fosse stata birra e verso mezzanotte ho dovuto metterli all’aria aperta. Alla fine poco è mancato che dimenticassi le buone maniere, da tanto mi vergognavo di quei giovanotti germanici che, sbronzi e vocianti, incespicavano verso il loro hotel attraverso i meravigliosi vicoli notturni di Venezia.”.

Chissà che Asti era quel vino!

Vincenzo Reda

P.s.: e comunque Hesse, a pagina 118 della celebre edizione Adelphi, fa ubriacare anche Siddharta……

Bibliografia:

“Dall’Italia. Diari, Poesie, Saggi e Racconti” – Oscar Saggi, Mondadori 1990

“Siddharta” – Piccola Biblioteca, Adelphi 1994 (52° edizione)

Quasi-poesia, parodia

Quasi-poesia

Nessuno sta solo sul cuor della terra

trafitti dai raggi degli altri

nemica ci attende la sera.

 

Vincenzo Reda, 13 marzo 2009

W il 2009!!!

 

Dipinto col Dolcetto 2007 di Flavio Roddolo

Dipinto col Dolcetto 2007 di Flavio Roddolo

I miei auguri dipinti col Dolcetto 2007 di Flavio Roddolo

 

Recto e verso del biglietto d'auguri dipinto col Dolcetto 2007 di Flavio Roddolo in 82 esemplari

Recto e verso del biglietto di auguri dipinto col Dolcetto 2007 di Flavio Roddolo in 82 esemplari.

Ecco i miei auguri di quest’anno: ringrazio Andrea Scanzi per aver favorito la mia conoscenza del Dolcetto di Flavio Roddolo: davvero eccellente. Di seguito i testi in inglese e spagnolo. Salute a tutti.

This is the eleventh year I paint my greetings cards for my friends with Dolcetto wine, every year a new Dolcetto, my red favorite wine, from Piedmont.

“These are the three letters of the holy mantra, AUM (OM), synthesis and essence of  the all prayers: my greetings card painted for you with Dolcetto wine 2007 by  Flavio Roddolo from Monforte (Cuneo).”

Esto es el once año que yo pinto el mi augurio para mis amigos con vino tinto Dolcetto, el mio preferido: cada año un Dolcetto diferente. 

“Estas son las tres letras del sagrado mantra, AUM (OM), síntesis y esencia de cada  oración:  es el mi augurio pintado este año con el vino Dolcetto 2007 de Flavio Roddolo, desde Monforte (Cuneo).”

 

Mariano, il mio amico genio


Mariano se ne andò il 13 settembre del 1980.

Era innamorato del sua Ducati Scrambler 350, serbatoio giallo e decorazione argentea con due lunghe aste che reggevano gli specchietti retrovisori.

Mariano non era stato progettato per guidare le moto: s’era da poco sfasciato una gamba su quella maledetta motocicletta.

Guidava col casco e andava piano.

Nei dintorni di Pont S. Martin, sulla Torino-Aosta, quella mattina di un sabato di settembre, andando piano, gli fu fatale una di quelle due aste prominenti che reggevano gli specchietti retrovisori.

Avrebbe dovuto essere sulla mia centoventisette rossa, ma io avevo preferito andare a giocare a tennis con Alberto: mi faceva comodo risparmiare i soldi della benzina per quel fine settimana in Val d’Aosta.

Eravamo sul punto di cominciare un sodalizio imprenditoriale: Mariano art-director, io fotografo.

Aveva 29 anni, io ne avrei compiuti a giorni 26.

Mariano era un figuro allampanato, alto, sghembo; coltissimo, sensibilissimo, sempre a malpartito con le donne.

Parlava bene, ma sopra ogni altra cosa si esprimeva disegnando: un genio, e io ho avuto la fortuna di conoscerne tanta di gente in gamba.

Mariano era un genio per davvero: quel fatto tragico ha cambiato la mia vita, non so se per il bene o per il male. Certo, i nostri rapporti erano complicati, spesso erano scontri epocali e musi duri per giorni: ma tra noi c’era una stima e un affetto al di sopra delle, a volte inconciliabili, differenze di punti di vista e di carattere.

Impiegai almeno un paio di mesi per uscire dall’angoscia sorda di quella perdita, anche perché un poco mi sentivo in colpa, pure se non è parte del mio pensiero abbandonarmi ai rimpianti e a quello che avrebbe potuto essere e mai sarebbe stato.

E’ giusto che qui io metta qualcosa di suo.

Come questo: seguire le mode…….

Invito presentazione “Più o meno di vino”

invito