Archive for Febbraio, 2009
Kurt Erich Suckert/Curzio Malaparte, uno fuori moda…

curzio La pelle, un’opera inaudita, sconvolgente pubblicata nel 1949 e oggi quasi dimenticata, ignorata, declassata….

Ho appena finito di rileggerlo, dopo tanti anni e una lettura giovanile più che svogliata: ne sono rimasto folgorato….

Mi sentii umiliato dallo schifoso morbo proprio nella parte che in un italiano è più sensibile, nel sesso. Gli organi genitali hanno sempre avuto una grande importanza nella vita dei popoli latini, e specialmente nella vita del popolo italiano, nella storia d’Italia. La vera bandiera italiana non è il tricolore, ma il sesso, il sesso maschile. Il patriottismo del popolo italiano è tutto lì, nel pube. L’onore, la morale, la religione cattolica, il culto della famiglia , tutto è lì, fra le gambe, tutto è lì, nel sesso: che in Italia è bellissimo, degno delle nostre antiche e gloriose tradizioni di civiltà….”.

“(Al Generale Cork) piaceva sedere alla mia tavola con me e con Jack davanti a un bicchiere di vino di Capri, spremuto dai vigneti del Sordo. La mia cantina era ben fornita di vini e di liquori, ma al miglior Borgogna, al miglior Bordeaux, al vino del Reno o della Mosella, al più regale cognac, egli preferiva il semplice, schietto vino delle vigne del Sordo, sul monte di Tiberio. La sera, dopo cena, andavamo a sdraiarci davanti al camino, sulle pelli di camoscio che coprono le lastre di pietra del pavimento: è un immenso camino, e in fondo al focolare è murato un cristallo di Jena. Attraverso le fiamme si vede il mare sotto la luna, i Faraglioni sorgenti dalle onde, le rocce di Matromania, e il bosco di pini e di lecci che si stende dietro la mia casa…”.

Malaparte nacque a Prato il 9 giuno del 1898 e morì a Roma il 19 luglio del 1957. Fu per un breve periodo anche direttore de La Stampa. A un’adesione della prima ora entusiastica e superficiale al partito fascista, seguì il carcere e il confino a Lipari. Fu poi incarcerato anche dagli americani e dal governo Badoglio, salvo poi venire cooptato come ufficiale di collegamento dopo il 1943. I suoi libri ( da citare Kaputt, uscito nel 1944) ebbero enorme successo all’estero, meno assai in Italia: Curzio Malaparte, spirito libero e fuori di ogni formula preordinata, è ancora oggi considerato uno scrittore fascista: così vanno le cose, da noi. Leggete i libri di questo autore straordinario, unico e dimenticato.

L’Oscar Mondadori che è riprodotto qui sopra raffigura il ritratto dello scrittore dipinto nel 1933 da Massimo Campigli: bello assai, con la tavolozza peculiare del pittore in particolare evidenza.

KARMAN (KARMA)

 Poiché molti usano e abusano del sostantivo karman, i più senza conoscerne il significato, ritengo opportuno riportare il lemma tratto dal Glossario Sanscrito pubblicato da Asram Vidya.

Karma o Karman (sostantivo neutro): azione, attività, principio di causalità; effetti risultanti da un’azione; rito. Questa parola ha significati diversi: sacrificio, azione rituale, ecc. In special modo significa la serie causale che ci farà raccogliere nelle vite successive il risultato di ciò che abbiamo fatto e pensato. Il karma è frutto dell’azione (karmaphala) che determina l’individuazione di un soggetto agente (kartr); karma è l’inerzialità della massa mentale del soggetto, ed è ciò che lo sospinge ad agire., pensare, identificarsi, esistere in una data condizione. Il karma può considerarsi come “causa ed effetto” dell’azione, tale da coinvolgere e costringere l’essere nel perenne ciclo del divenire (samsara), dalla trasmigrazione da una condizione di coscienza-esistenza all’altra. Secondo il Vedanta ci sono tre tipi di karma: agaminkarma, prarabdhakarma e samcitakarma. Cfr. Vivekacudamani (“Il Gran Gioliello della Discriminazione”, è un testo fondamentale di Sankara, sostanzialmente un dialogo tra un Mestro advaitin e un neofita che desidera percorrere il sentiero del Vedanta Advaita). 

Nota: i termini sanscriti mancano dei simboli fonetici usati per la trascrizione.

Omaggio a Mercedes Sosa: Vuelvo al Sur e Gracias a la vida

Ripubblico uno scritto di qualche tempo fa. Oggi Mercedes non è più tra noi con la sua voce irripetibile. Sono tristissimo. E’ scomparso un pezzo del mio corpo. Ma resta la sua anima grande e le registrazioni della sua voce straordinaria. Straordinaria fuori, e ancor più straordinaria dentro. C’è una teca nel mio cuore, una teca speciale dove ci stanno soltanto Alcuni: da oggi, una in più.

HAYDÉE MERCEDES SOSA, di umili origini, nacque a San Miguel de Tucumán, Argentina, il 9 luglio 1935. La sua apparizione sulla scena del folclore argentino non fu comune. Radicata a Mendoza a metà degli anni ’60, assieme a suo marito, il musicista Manuel Oscar Matus e al poeta Armando Tejada Gómez, fu parte fondamentale del movimento del Nuovo Canzoniere che rinnovò le espressioni artistiche di radice popolare. Nell’autunno del 1966 uscì Io non canto per cantare, album con il quale iniziò la sua collaborazione con la Polygram – attualmente Universal – che ancora oggi, 43 anni dopo, continua. Il suo è un eccezionale caso di fedeltà alla sua casa editrice. Mercedes Sosa fu arrestata nel 1979 e dovette andare in esilio l’anno dopo, a Parigi. Ritornò a cantare in Argentina dopo la guerra, persa, delle Malvinas che decretò la fine della dittatura militare.Il 4 ottobre 1996, nella città di Aix-la-Chapelle, ricevette il Premio CIM-UNESCO 1996 del Conseil International de la Musique – UNESCO. La motivazione recitava: “La giuria ha deciso di concedere questo Premio non solo per la sua brillante carriera ma anche in riconoscimento ai suoi grandi valori etici e morali dei quali ha dato prova durante i tristi anni che conobbe l’Argentina, per la preoccupazione che ha avuto nell’opera di promuovere costantemente la difesa dei diritti umani”. Preoccupata sempre dalle condizioni dell’uomo, nel marzo 1997 partecipò alla riunione di Rio come Vicepresidente del Comitato di Redazione della Carta della Terra,  rappresentante di America Latina e i Caraibi.Era in tournèe in Italia a luglio del 2008, la mia amica Lisomar, giornalista brasiliana e sua grande amica, mi aveva invitato a conoscerla: questioni logistiche mi hanno impedito questo incontro. Mercedes ha molti problemi di salute e speriamo e preghiamo dio o chi per lui che ci permetta ancora a lungo di ascoltare la sua voce profonda. Mi piace di riportare tra i testi dei miei poeti queste canzoni che ella canta in maniera straordinaria. Meno conosciuta la prima; di Violeta del Carmen Parra Sandoval, poetessa e pittrice cilena, morta suicida nel 1967, la seconda celeberrima. La traduzione dallo spagnolo è opera mia.

Vuelvo al Sur

Vuelvo al Sur, como se vuelve siempre al amor,

vuelvo a vos, con mi deseo, con mi temor.

Llevo el Sur, como un destino del corazon.

Soy del Sur, como los aires del bandoneon.

Sueño el Sur, inmensa luna, cielo al reves.

Busco el Sur, el tiempo abierto, y su despues.

Quiero al Sur, su buena gente, su dignidad.

Siento el Sur, como tu cuerpo en la intimidad.

Te quiero Sur,

Sur, te quiero.

Vuelvo al Sur, como se vuelve siempre al amor.

Vuelvo a vos, con mi deseo, con mi temor.

Quiero al Sur, su buena gente, su dignidad.

Siento el Sur, como tu cuerpo en la intimidad.

Vuelvo al Sur,

llevo el Sur,

te quiero Sur,

te quiero Sur…

Fernando E. Solanas (testo) – Astor Piazzola (musica)

(Torno al Sud come sempre si torna all’amore; torno a voi con il mio desiderio e le mie paure. Come un destino porto il Sud nel mio cuore. Appartengo al Sud come il suono del bandoneon. Sogno il Sud con l’immensa luna del suo cielo capovolto. Cerco il Sud, il suo clima pulito, i suoi futuri. Amo la dignità del Sud e la sua gente perbene. Ascolto il Sud come il tuo corpo più nascosto.Torno al Sud, lo porto dentro, lo amo, lo voglio……)

Gracias a la vida

Gracias a la vida que me ha dado tanto

me dio dos luceros que cuando los abro

perfecto distingo lo negro del blanco

y en el alto cielo su fondo estrellado

y en las multitudes el hombre que yo amo

Gracias a la vida que me ha dado tanto

me ha dado el oído que en todo su ancho

graba noche y día grillos y canarios

martirios, turbinas, ladridos, chubascos

y la voz tan tierna de mi bien amado

Gracias a la vida que me ha dado tanto

me ha dado el sonido y el abecedario

con él, las palabras que pienso y declaro

madre, amigo, hermano

y luz alumbrando la ruta del alma del que estoy amando

Gracias a la vida que me ha dado tanto

me ha dado la marcha de mis pies cansados

con ellos anduve ciudades y charcos

playas y desiertos, montañas y llanos

y la casa tuya, tu calle y tu patio

Gracias a la vida que me ha dado tanto

me dio el corazón que agita su marco

cuando miro el fruto del cerebro humano

cuando miro el bueno tan lejos del malo

cuando miro el fondo de tus ojos claros

Gracias a la vida que me ha dado tanto

me ha dado la risa y me ha dado el llanto

así yo distingo dicha de quebranto

los dos materiales que forman mi canto

y el canto de ustedes que es el mismo canto

y el canto de todos que es mi propio canto

Gracias a la vida, gracias a la vida

(Grazie alla vita che mi ha dato tanto: mi ha dato due occhi e quando li apro mi fanno vedere chiaramente il nero e il bianco e le stelle nel cielo profondo e l’uomo che amo tra la folla sterminata.

Grazie alla vita che mi ha dato tanto: mi ha dato l’udito capace di registrare i suoni della notte e del giorno, di grilli e canarini, di martelli, turbine, latrati, acquazzoni e la voce tenerissima dell’amore mio.

Grazie alla vita che mi ha dato tanto: mi ha dato il suono e l’alfabeto e con questo le parole che penso e dico forte: madre, amico, fratello e luce che illumina il cammino dell’anima che oggi amo.

Grazie alla vita che mi ha dato tanto: mi ha dato il passo dei miei piedi stanchi per aver camminato città e gore fangose, spiagge e deserti, montagne e pianure e poi la tua casa, la tua strada, il tuo cortile.

Grazie alla vita che mi ha dato tanto: mi ha dato il cuore che freme dentro la sua gabbia, quando considero i frutti della mente umana, quando vedo il bene tanto distante dal male, quando osservo il fondo dei tuoi chiari occhi.

Grazie alla vita che mi ha dato tanto: mi ha dato il sorriso e mi ha dato il pianto, sicché io distinguo la buona sorte dalla disgrazia che sono l’essenza del mio canto, che è il vostro stesso canto e il canto di tutti e quel che io canto.

Grazie alla vita…Grazie alla vita).

César Vallejo – El tungsteno

César Abraham Vallejo Mendoza nacque a Santiago de Chuco, sulle serre andine del Perù, il 16 marzo del 1892. Fu un autore peruviano, dichiaratamente schierato a sinistra. Ultimo di 11 figli, di famiglia poverissima, riuscì a laurearsi, dopo molte difficoltà di carattere economico, a Lima nel 1915. Lavorò nelle piantagioni di canna da zucchero e nelle miniere delle serre andine. Negli anni ’20 si trasferì in Europa, tra Madrid e Parigi, dove morì il 15 aprile del 1938 e fu il grande chef surrealista Luis Aragon a officiarne l’elogio funebre. La sua vita ebbe sempre, quasi come una dannazione, la caratteristica dell’invincibile difficoltà economica, pur avendo guadagnato grande stima negli ambienti letterari e politici e una certa notorietà internazionale. Numerosi furono i suoi viaggi, anche in URSS, dove ebbe modo di rafforzare le proprie intime convinzioni socialiste e marxiste.

Il romanzo breve El Tungsteno, pubblicato a Madrid nel 1931, è un’opera controversa: definita da alcuni opera a tesi predefinita, da altri lavoro di propaganda politica, da altri ancora romanzo di realismo socialista. Io lo lessi molti anni fa nella prima e, per quanto mi risulta finora, unica traduzione italiana, del 1976, nella collana di Cultura Politica di Savelli in Roma.

Il lavoro, un centinaio di pagine circa, è in realtà un romanzo breve di crudo realismo, scritto con una prosa semplice e diretta che racconta fatti accaduti attorno a una miniera, sulla serra andina, a capitale nordamericano, tra il 1916 e il 1917, circa.

Non sto a raccontare la trama, che in buona sostanza tratta di fatti drammatici sentiti mille volte sullo sfruttamento e la sopraffazione dei forti sui deboli: nella mia opinione questo romanzo breve, che è poi un insieme quasi scoordinato di tre o quattro racconti, addirittura indipendenti l’uno dall’altro, è un piccolo gioiello. Non solo, l’inarrivabile opera di Manuel Scorza non avrebbe visto la luce, due o tre decenni più tardi, senza questo precedente di sicuro riferimento.

La mia visione della storia di certo non marxista; la mia avversione al comunismo, maturata nel lontano agosto del 1968 a Rovale, in Sila, in casa del mio nonno stalinista; la mia conoscenza delle fonti della storia della conquista delle americhe, e, in questo caso, sapere che non esistono divisioni certe fra buoni e cattivi e fra torti e ragioni: tutto ciò mi permette di sentirmi recensore attendibile: è introvabile questo librino, però se a qualcuno interessa, e giuro che ne vale la pena, faccia di tutto per leggerlo. Sono disponibile a ogni confronto, com’è giusto.

Presentazione Più o meno di vino al King Kong, 5 febbraio 2009

Giorgio Diaferia, medico e giornalista, nonché conduttore della trasmissione televisiva Antropos – in onda su Quartarete Tv ogni mercoledì alle 23.00 – con Walter Martiny, Editore delle Edizioni del Capricorno e Roberto Marro, redattore e sommelier sul palco del King Kong di via Po, presentano il mio libro al pubblico.

Di quinta, a sinistra, come si conviene, ci sono io pure.

La serata è stata un successo, con la presenza di molti amici che non vedevo da anni: è stata degnamente conclusa a tavola, bevendo i Barbera Perlydia 2001 e Rosso Pietro 2005 di Piero Arditi, delle Cantine Valpane.

Le foto sono di Geeta Reda.

Cronaca Qui, 12.02.09 “Più o meno di vino”

Carmine Macchione, Quando si mangiava insieme

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La cipolla di Tropea

Tropea, quando era [sic] ragazzo, aveva una squadra di calcio molto valida. Era stato composto perfino un inno, che elogiava la capacità di parare tutto del portiere Manganelli o la velocità dei fratelli Papaleo. Tutte le volte che la squadra giocava in trasferta, veniva sempre apostrofata da motti sfottenti e ironici, tra i quali il più accettabile era cipujari, per riferirsi al fatto che Troppa era nota da sempre per la produzione di cipolle di particolare bontà.

Com’è noto, esistono diverse varietà di cipolle (quella di Certaldo magnificata dal Boccaccia, quella di Breme e altre ancora), ma quella rossa di Troppa è fra le più apprezzate e conosciute in tutto il mondo e recentemente, il 14 luglio 2007, dopo anni di battaglie burocratiche estenuanti, il comitato per la protezione della “rossa” è riuscito a ottenere il marchio DOP e del consorzio di tutela. La Col diretti ha comunicato l’avvenuta pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale delle Comunità europee della domanda di riconoscimento DOP. Se non verranno sollevate obiezioni (e di norma non vengono mai sollevate), entro i prossimi sei mesi si procederà all’iscrizione della “rossa” di Tropea nell’albo delle denominazioni di origine dell’Unione Europea, con un logo raffigurante l’Isola di Tropea su cui sorge il Santuario Benedettino della Madonna dell’Isola.

La cipolla appartiene al genere Allium, una liliacea, verosimilmente originaria della Turchia, dell’Iran e dell’India. Il suo nome botanico è Allium cepa, nome celtico, che significa all=caldo, ardente, che brucia (anche se la “rossa” di Tropea è fra quelle che fa lacrimar di meno per l’equilibrio armonico dei suoi costituenti solforati), e cepa=da caput, in quanto è la specie più importante fra le capitate. Il nome cipolla deriva probabilmente dal latino tardo cepulla, diminutivo di cepa edè (sic), un bulbo a tuniche sovrapposte (frasche). Ricordiamo che la lacrimazione secondaria al taglio della cipolla è dovuto al gas lacrimogeno (C3 H6 OS) che si libera per induzione enzimatica e si scioglie nel liquido lacrimale.

Nei tempi antichi bisognava raccoglierla a luna calante, quando era sottratta all’azione malefica della dea Ecate e dei suoi demoni.

Per gli antichi Egizi, la cipolla era una pianta sacra e veniva data come energetico agli operai che erigevano le piramidi (una lapide ritrovata nella piramide di Cheope dice che per l’acquisto di cipolle e altri vegetali furono spesi 1.600 talenti d’argento). Gli Egizi pensavano che la cipolla stimolasse la fame e la sete e che facesse piangere. Essi, pertanto, vietavano ai soldati e nei giorni festivi e in quelli di digiuno, di mangiare cipolla, in quanto nei giorni di festa non è bene piangere e in quelli di digiuno non si doveva mangiare e bere. Credenza questa che era ironizzata da Giovenale «empio violare il porro e la cipolla»). Gli Ebrei, sia durante il loro esilio in Egitto sia dopo il ritorno in Galilea, non attenevano alle restrizioni egiziane ed erano golosi di cipolla «ci ricordiamo dei pesci che mangiavamo in Egitto gratuitamente, dei cocomeri, dei meloni, dei porri, delle cipolle e dell’aglio» (Numeri 11:5).

Per gli antichi Greci la cipolla simboleggiava la tristezza, forse perché faceva lacrimare.

Si ritiene che la cipolla sia stata introdotta in Europa dei fenici. La “rossa” di Tropea si presenta sotto tre diverse forme caratteristiche: la tondo-piatta o precoce, la mezza campana o medio precoce e quella allungata o tardiva (a mò di grossa oliva). La cipolla è costituita da varie tuniche concentriche carnose di colorito bianco con involucro rosso ed è commercializzata in quattro differenti tipologie:

. cipollotto, prodotto fresco, di colore bianco rosato con coda di circa 40 cm, venduto in mazzetti di 5-10 bulbi di 20-40 mm;

. cipolla da consumo fresco di colore bianco rosato, non scollettata, coda da 60 cm, venduta a mazzi di 5-8 kg con bulbi da 40-100 mm;

. cipolla da serbo scollettata, di colore rosso violaceo, disidratata al sole da almeno 7 giorni, privata delle code e posta in sacchetti o cassette;

. cipolla da serbo intrecciata, di colore analogo al precedente. Una volta disidratata al sole, la coda non viene recisa, ma viene intrecciata con quella di un’altra cipolla. Le reste di cipolle, sono, analogamente a quelle dei peperoni, una delle caratteristiche dei balconi tropeani e dei muri prospicienti i vari negozi di generi alimentari locali. Rosseggiano appese, anche per non avere l’aroma di cipolla all’interno.

La cipolla ha numerose proprietà medicamentose, dovute al contenuto di sostanze solforate, di cui il più importante è il disulfuro di allipropile (C6 H12 S2) e di flavonoidi e, fra tutti i vegetali, ha il maggior contenuto di quercetina (da 284 a 486 mg/kg).

Cento grammi di ortaggio contengono 91,1 di acqua, 1 gr di proteine, 0,1 di lipidi, 5,7 di carboidrati (sono fra gli ortaggi più zuccherini) e 1,1 di fibre e producono 26 calorie. Le cipolle contengono molti minerali, quali ferro, potassio, sodio, calcio e fosforo e numerose vitamine (A, B, C, ed E).

Le proprietà medicamentose della cipolla, in sintesi, sono:

. antifiammatoria;

. batteriostica;

. ipolipemizzante (abbassa il colesterolo);

. colagogo-coleretica;

. flebo tonica (tonica [sic] le vene e riduce il rischio di malattia varicosa ed emorroidaria);

. antiaterogena (limita la formazione di placche aterosclerotiche all’interno delle arterie e, in tal senso, previene l’infarto del miocardio, l’ictus cerebrale e le arteriopatie periferiche);

. ipotensiva;

. ipoglicemizzante;

. ipourecemica (riduce l’acido urico, per cui è indicata nei soggetti gottosi;

. lassativa;

. sedativa;

. antitumorale;

. afrodisiaca: nella “rossa” è stato selezionato uno dei componenti del viagra.

La cipolla è controindicata nelle gastriti, nella flatulenza e nell’alitosi.

Si raccomanda in cucina di togliere soltanto il guscio secco esterno; l’eliminazione del primo strato carnoso determina una perdita in flavonoidi pari al 70%.

Questa lunga citazione dal bel volume di Carmine Macchione, soprattutto per rendere omaggio al prodotto più caratteristico del suo paese di origine.

Me lo ricordo giovane medico di famiglia negli anni sessanta a Torino: divenuto oggi un luminare di geriatria nell’esercizio della professione.

Si legge una grande passione nelle sue pagine e un grande attaccamento alle tradizioni della sua terra, della sua famiglia, delle sue origini.

Il fatto, non secondario, di essere medico gli permette tra una ricetta e l’altra di condire le sue parole di preziosi suggerimenti e suggestioni dedicate alla scienza della salute.

Carmine è una persona colta, un ricercatore appassionato e attento che scrive con arguzia e sufficiente chiarezza di cucina.

“U cucinatu”, le preparazioni cucinarie che egli cita dalla storia della sua famiglia e di quella della sua sposa, di nobili origini, sono da ritenersi nel segno della più classica delle tradizioni di uno degli innumerevoli campanili del nostro paese. E ogni ricetta trova ambientazioni corrette nelle feste, nella stagionalità, nel più prezioso folclore del territorio.

La cucina calabrese non gode in ambito nazionale di una grande stima, eppure può vantare alcune caratteristiche di tipicità e unicità altrove sconosciute.

Raccomando i capitoli dedicati alle melanzane, ai maccheroni, alle erbe della macchia mediterranea.

E, infine, da elogiare e ricordare memorabili le ricette della pasta e patate e della pasta e ceci.

Quando si mangiava insieme

(antiche ricette del vibonese e della cipolla di Tropea)

Di Carmine Macchione

Calabria Letteraria Editrice, Soveria Mannelli (CZ), pp 338, € 18,00

La poesia secondo Skarmeta/Troisi

“La poesia non è di chi la scrive. È di chi gli serve”.

Battuta, uno straordinario anacoluto, di Mario Ruoppolo/Massimo Troisi nel film Il Postino, parafrasando Antonio Skarmeta (El cartero de Neruda)

Paolo Girola del TGR intervista a casa mia Giovanni Leopardi