Archive for Marzo, 2009
“Più o meno di vino” alla libreria Coop di Torino, 1 aprile 2009
Presentazione Eataly 22 aprile 2009

Serata magnifica in Sala Punt e Mes di Eataly. La presentazione è stata introdotta dal padrone di casa, Oscar Farinetti, che ha avuto parole di imbarazzante elogio nei miei confronti; il libro gli ha fatto compagnia nel suo ultimo viaggio in Giappone e ha molto apprezzato quanto scritto su Gino Veronelli. E’ intervenuto poi Elio Archimede per elogiare la mia capacità di saper far parlare le persone di cui scrivo. Ho poi ricordato la mostra a Eataly, con il servizio della troupe di Coppola sulla mia scacchiera che, mandato in onda su ItalianAmerican Network, web tv di NY, ha permesso le conseguenti mostre personali negli Usa e poi, indirettamente, la mostra di questi giorni a New Delhi, al Radisson con l’amico Giovanni Leopardi. Ho ringraziato il giornalista di Repubblica Luca Iaccarino che fu l’unico a parlare della mostra a Eataly ed egli ha elogiato la mia flessibilità, la mia capacità di saper cambiare prospettiva e punto di vista. E’ poi intervenuto Giorgio Diaferia che mi ha invitato a parlare di ambiente e del’ “Intervista impossibile” al pianeta Terra, con la particolare posizione che mi vede assai critico nei confronti dei media e del modo di comunicare il rapporto tra l’umanità e l’ambiente. L’editore Walter Martiny ha ricordato l’attività di manager  che ho svolto nella sua casa editrice, oltre 15 anni fa. Ho letto “Il grande bevitore” e “13832322” che il numeroso pubblico ha dimostrato di apprezzare. La serata è finita con l’aperitivo offerto da Astesana con i vini di Castino e Cocchi.

Le strade del vino

La strada è, prima d’ogni altra significazione, una via di comunicazione.

Le abbiamo inventate noi, i Romani, le Strade, le Vie di Comunicazione; prima c’erano solo dei sentieri, degli sterrati quasi senza senso; i Romani ne hanno fatto delle opere d’arte, le hanno codificate, le hanno rese indispensabili, le hanno consegnate all’eternità: tutte le strade portano a Roma…

Oggi siamo soliti percorrerle dentro gli involucri stagni, impenetrabili delle nostre automobili, negandoci il piacere del tempo e dei sensi.

Arthur Rimbaud, a piedi, girava l’Europa; Arthur Rimbaud, a piedi cercava la libertà del tempo e dei sensi; Arthur Rimbaud, a piedi, lungo le strade interminabili, respirava Poesia: il Nulla l’imparò sulle strade inesistenti dell’Africa.

Un’esperienza è tanto più completa quanto più coinvolge i cinque sensi, e se questi diventano sei o sette, ancora meglio.

Siamo soliti privilegiare la vista, dimenticando l’olfatto, l’udito, il gusto, il tatto, l’intuito: abbandona, amico, quel miscuglio satanico rombante e deambulante di metallo, plastica e tessuti sintetici e lasciati trasportare dai sensi.

In primavera senti l’odore dei fiori del sambuco e delle robinie, lasciati solleticare dallo sperma soffice dei pioppi, abbandonati all’odore dell’erba nuova, dolciastro; meglio ancora al mattino, quando l’umidore della rugiada rende i profumi ancora più profondi, più persistenti.

Ascolta i silenzi del primo pomeriggio, lasciati carezzare dal tepore timido dei primi caldi.

Guarda i tralci avidi, verde tenero, della vite che si dona alla vita.

Le strade del vino.

[…]Si partiva in primavera da Torino per andare a Agliano a prendere le damigiane di vino: chi ci forniva di quella merce era un contadino che non sapeva parlare in italiano e che comunicava benissimo con mio padre che preferiva esprimersi in calabrese. Ricordo i paesaggi, i colori, i profumi e quella cantina di vasche di cemento e quel grignolino che sembrava dolcetto e le fette di salame che il contadino ci offriva tra un bicchiere e l’altro, spillati direttamente dalle vasche: e i profumi, i profumi pesanti, meravigliosi, di quella cantina.

Quel signore di Agliano, spero sia ancora vivo e se no che riposi in pace nel suo paradiso che certo si è guadagnato, aveva un figlio che chiedeva al mio amico Alberto, siciliano, che gli portasse dei francobolli dalla Sicilia…..

Quella strada, quelle strade me le ricordo ancora e ancora sono vive, bisogna avere il coraggio, la forza, la voglia, la tigna di cercarle e cercarle ancora, scendendo dalle automobili, consumando le scarpe, sperando nel proprio intuito e negli dei dello star bene e in pace con se stessi e col mondo.

Noi abbiamo bisogno di loro e le strade hanno bisogno di noi.

Le strade hanno l’anima, per chi non lo sapesse, e parlano, parlano una lingua che pochi sanno ascoltare e capire, ma è semplicissima da intendere: è sufficiente aver voglia di capirla.

Ogni strada ti indica il giusto cammino: è stata creata apposta, per comunicare agli uomini. Via di Comunicazione: cosa c’è di meglio per comunicare tra uomini se non una strada?

Ascolta le strade amico, le strade raccontano storie antiche, le storie degli uomini a cui hanno consumato le suole e le cui suole hanno consumato le loro pietre prima e poi gli asfalti. Le strade uniscono gli uomini agli uomini, gli uomini ai luoghi, i luoghi ai luoghi.

E gli uomini mangiano e bevono lungo le strade e si raccontano storie, amano e odiano, vivono e muoiono. Non è retorica, è semplicemente la Vita, amico.

E sapete qual è la verità, la più profonda, la più preziosa?

Le strade sono felici quando vengono consumate dalle suole di uomini di buona volontà, di uomini semplici, di persone che amano camminare inseguendo la conoscenza o anche, molto più banalmente, un buon bicchiere di vino, una succulenta pasta e fagioli, una storia bizzarra, un profumo d’infanzia.

 

 

Estratto da Barolo & Co, pubblicato sul mio Più o meno di vino

 

 

Isola di Elephanta, il tempio scavato nella roccia

Elephanta è un’isoletta a circa un’ora di barca da Bombay, proprio in mezzo alla grande baia da cui prese il nome la metropoli che oggi gli indiani chiamano Mumbai, ma la cui etimologia originale è portoghese: buona baia. Sopra quest’isola selvaggia, tra il IX e il XIII secolo della nostra era, sotto le dinastie hindu Rashtrakuta e Silhara, furono scavati diversi templi nella roccia dedicati a Shiva, Brahma e Vishnu. I portoghesi oltre a rinominare l’isola con il toponimo attuale (in origine il nome dell’isola era Gharapuri), fecero scempio delle meravigliose sculture in altorilievo. La più bella è quella denominata Trimurti-Sadasiva: una statua che rappresenta i tre volti di Shiva, alta 6 metri che troneggia nel grande tempio sacro che si estende per oltre 5.500 mq. dentro il cuore della montagna. Assai numerose sono le sale, in forma di tempietti, dedicate al sacro membro del dio, il Lingam.

2008: pittura con vino

“Il vino l’hanno creato gli dei: in colpa per aver riservato agli uomini un destino stento e meschino, con questo dono hanno cercato di alleviar loro le pene del sopravvivere quotidiano.

Il vino è fatto per essere bevuto.
Il vino naturalmente io lo bevo.
Il vino, io, dopo averlo bevuto, qualche volta e la notte specialmente, lo stendo su certe carte che conosco e aspetto che si compia il miracolo, ché per certo di miracolo si tratta.

Il vino non è un colore (e neanche un semplice miscuglio di sapori e di odori) il vino è una storia che comincia dallo sfaldamento delle rocce in ere geologiche, che continua con l’evoluzione del clima e la crescita di una pianticella tenace e delicata, che si conclude con l’inizio di un’altra storia, questa volta popolata di uomini.” Non sono un pittore che dipinge col vino. Non sono un pittore. Chi sono? Forse Aldo Palazzeschi potrebbe rispondermi, o Marcel Duchamp.”

“Bordeaux, Bourgogne, ma anche Barbera d’Asti, Lambrusco di Parma, Primitivo di Manduria, Morellino dell’Isola del Giglio, Colorino di Claudio Gori, Carbonaione di Vittorio Fiore, Darmagi di Angelo Gaja e alcuni straordinari vini del nostro sud.

Sono i miei colori che ho annusato, che ho toccato, che ho osservato, gustato e infine digerito (mentre il senso dell’udito, eccitato, si perdeva nei silenzi di Monk e Davis e Chopin); colori che sono diventati bicchieri perché i bicchieri sono semplicemente una mia ossessione e perché costituisce un fatto naturale, quasi ovvio, dipingere bicchieri col vino.

Ciò che stupisce e che incuriosisce nasce dal prodigio che sulla carta, evaporati l’alcol, l’acqua e le altre sostanze volatili, restano quelle decine e decine di composti organici e minerali che costituiscono uno dei tanti miracoli che sa compiere il vino, un liquido che nuoce solo a chi non lo sa bere.

Voglio precisare che io uso solo e nient’altro che vino, sempre vino che ho bevuto e che conosco bene, sempre partendo dal liquido contenuto in bottiglia. Negli anni con una ricerca non sempre facile ho messo a punto alcune tecniche che mi permettono di utilizzare qualsiasi vino. Alcune di queste tecniche richiedono molta pazienza e soprattutto molto tempo, a volte molti mesi per ottenere i risultati desiderati.

Quel giorno in cui Enrico, Vasco e io…

Era luglio, un luglio caldissimo di quelli in cui tutto è immobile, fermo, opprimente.

Era un luglio dei primissimi anni novanta.

Enrico mi aveva chiamato per fare quattro chiacchiere nella sua tipografia magica, fuori del tempo, a Alpignano.

C’era anche il suo amico Vasco, infermiere, e s’era immediatamente stabilito di andare a prendere un boccone in una trattoria su per la Valle, la Val di Susa, all’ombra dell’incombente Musinè, quella montagna spoglia che veglia su Torino con fare a volte rassicurante, a volte minaccioso.

Non era stato un gran mangiare in quell’osteria e il caldo era per davvero tanto.

Al solito, se il cibo non era stato soddisfacente, una razione abbondante di vino aveva provveduto a svolgere l’onesto e consumato compito di stonarci un poco più del normale e togliere di mezzo ogni residua voglia di tornare alle rispettive incombenze lavorative.

Così, un po’ a causa del caldo, un po’ perché eravamo leggermente stonati, avevamo deciso di passare il resto del pomeriggio rinserrati in una delle cantine, freschissime, della grande casa di Alpignano, sotto la stamperia, a contar fesserie, disquisire sui massimi sistemi, blaterare di va’ a sapere che cosa…

E, di già che non si può chiacchierare a lungo senza ungere le gole riarse, avevamo continuato a sbevazzare in compagnia di pane e salame al fresco accogliente e rassicurante di quel sottosuolo segreto, in una penombra per certo complice.

E il tempo aveva smesso di scorrere, per noi.

Uscimmo dalla tana che s’era fatto buio, barcollanti, stonati, le menti sgombre da ogni cura, da ogni preoccupazione: leggeri, svolazzanti, purificati, pacificati; nessuno al mondo poteva paragonarsi alla nostra straordinaria sensazione di pace e di appagamento.

Peccato che i nostri rispettivi familiari avevano nel frattempo messo in subbuglio mezzo mondo preoccupati della nostra scomparsa senza alcun preavviso.

Mogli, fidanzate, figli, madri e parenti vari avevano arroventate le linee telefoniche cercando notizie dei tre sciagurati che erano diventati introvabili.

Il ritorno tra i vivi s’era rivelato un incubo di rimproveri, di male parole, di indicibili stupori densi di risentimento verso tre tangheri che non avevano trovato di meglio che interrarsi al fresco di una cantina per annullare il caldo e il tempo a sparar fesserie, bere e spiluccare pane e salame!

Come vanno, a volte, le faccende del mondo: non avevamo fatto niente di male, niente di male a nessuno, solo del gran bene a noi stessi e tutti quelli che affermavano di volerci bene si erano risentiti e ci avevano aspramente rimproverati. Potevate avvertire, almeno! Ma avvertire di cosa? Spiegare che cosa?

E qualcuno non ci aveva neanche creduti, come se fosse cosa straordinaria il fatto di rinchiudersi, tre amici, al fresco di una cantina a blaterare, bere e mangiare pane e salame scappando dal peso del caldo, del quotidiano, del banale, della noia.

Che giorno, quel lontano afoso giorno di luglio, nei primissimi anni novanta, sotto la stamperia Tallone, in Alpignano!

17 marzo 2009 (oggi a Alpignano ero con Enrico nel pensatoio esclusivo dello zio Guido, pittore eccelso…)

RIGOBERTA, I MAYA E IL MONDO. Rigoberta Menchù Tum Giunti, 1997

R. Menchù-1


“Cabeza clara, corazón combativo y puño solidario de los trabajadores del campo”


“(Il premio Nobel) effettivamente mi ha cambiato la vita. Da un altro punto di vista, però i cambiamenti non sono stati molti: la mia faccia da povera, la mia faccia da india, la mia faccia di donna india, difficilmente avrebbe potuto cambiarmela, e questa la porto ancora con me, la porterò con me per tutta la vita. Il premio Nobel vale per tutta la vita, ma anche le mie convinzioni e le mie origini valgono per tutta una vita. Ragion per cui, il premio Nobel dovrà rassegnarsi a convivere con me così come sono, per tutta la vita.”.

Rigoberta Menchù Tum, maya Quiché (o, meglio: K’iche’), nata nel villaggio di Chifel nel 1959, ha ricevuto il premio Nobel per la pace nel 1992. Nel 2007 è stata la prima donna del suo paese a essere candidata alle elezioni presidenziali. La sua vicenda umana è la storia dello sterminio della sua famiglia da parte dei militari al servizio dei poteri forti nel Guatemala della guerra civile, finita nel 1996. Il suo primo libro, Mi chiamo Rigoberta Menchù, del 1987 (Giunti, per l’Italia) è ormai diventato un testo di culto.

“I nostri mayores e anziani sono il risultato di una lunga esperienza, di una lunga vita. E dunque la nostra educazione si basa su altri punti di riferimento: comincia dalla necessità di rispettare i processi naturali, anche un piccolo e anonimo fiore. «Figli», diceva sempre mio nonno, «c’è per tutti noi il tempo per essere bambini, il tempo per essere adolescenti, il tempo per essere giovani, il tempo per essere adulti e il tempo per essere anziani». C’è un tempo per morire e un tempo per rinascere. A ciascuna età corrisponde una tappa, e in ciascuna di queste tappe noi siamo protagonisti di qualche cosa. Credo che nella nostra vita quotidiana avvenga la stessa cosa.

Noi ci siamo sempre considerati come una pannocchia: se alla pannocchia manca un chicco, quell’assenza si nota, si vede uno spazio vuoto, perché quel chicco aveva un suo posto, un posto particolare. Siamo, allo stesso tempo, individui e attori collettivi.”