Archive for Aprile, 2009
Presentazione Più o meno di vino al Bar Elena, con esposizione di alcuni miei dipinti col vino, 7 aprile 2009

Al Bar Elena, durante la presentazione del mio libro abbiamo bevuto Barbera e freisa delle Cantine Valpane di Ozzano Monferrato, prodotti dal mio amico Piero Arditi.

Enopolis, Ancona 29 aprile 2009

Nel magnifico centro storico di Ancona, nel ventre medievale di Palazzo Jona, dentro la placenta di mattoni pieni che proteggono i giusti con lo spessore dei secoli, con la complicità dello sguardo chiaro di Stefania e del suo essere di Luna, con l’assenso di amici preziosi si è consumato il rito della presentazione del mio libro in Ancona. Ancona è uno dei miei posti, Enopolis e Peppe lo sono diventati nell’occasione più opportuna. Bevendo Passerina, che è un bel bere e beneaugurante per giunta: per chi apprezza, nei modi dovuti, la Passerina.

Ritornerò da Peppe a Enopolis a Palazzo Jona dagli amici preziosi. Là dove c’è un pezzo piccolo e importante del mio cuore. E qualcosa di più grande del mio stomaco.

La Storia è una linea che s’annoda e s’ingarbuglia in apparenza: poi all’improvviso, come per incanto, tutto ridiventa per qualche momento lineare e comprensibile, logico addirittura. Allunai in Ancona nel ’96 per la prima edizione di Parco Produce e andai a mangiare, appena arrivato in città, in un posto che m’ispirava: Sot’aj archi. Ero con il mio giovane assistente Ilio e mi mandava in missione Sergio Musumeci per Oasis di Aosta, magnifica rivista di natura per cui lavoravo come consulente. Ho presentato il mio libro in Ancona subito dopo la presentazione in Aosta, nella brasserie La Cave, in pieno centro, situata dentro un cortile in cui, dirimpetto, c’è il locale che ospitava la prima, piccola tipografia rilevata da Musumeci per cominciare il suo cammino di stampatore e editore di qualità.

Anche stavolta sono stato a mangiare  (al) Sot’aj archi: il vecchio proprietario non è più, ma la moglie continua nello stesso segno. Ho mangiato un sontuoso piatto di spaghetti alle vongole e poi alcune polpose cicale sbollentate e condite con olio e prezzemolo. Ho accompagnato il tutto con una intera, da solo, bottiglia di Coroncino 2007: mangiare e bere da soli, divagando con sé stessi, se si è capaci e contenti di farlo, è una coccola speciale. Ogni tanto.

Radio Abc Italiana, 1978, una segretaria carina: mia moglie
Cazzo bicchiere/ Cock wine glass

Cazzo bicchiere (Youtube video)

PËR DËSMENTIE’ IJ SAGRIN (Per scordare i dispiaceri) canzone in piemontese di Roberto Balocco

PËR DËSMENTIE’ IJ SAGRIN (1969)

 

Për dësmentié ij sagrin

beivìa tuti ij dì

un bon bicer ëd vin,

e ‘l mond ‘m piasìa ‘d pì;

però pi passa ‘l temp

pì ‘l mond diventa brut:

l’hai pijà provediment,

‘n litrot lo bèivo tut.

 

 

Un lìter ëd vin bon

mi i bèivo tuti ij dì

për dësmentié che i son

mariame ansema a ti;

ma’d ti na vëddo tre

quand ch’i son bel pien:

purtròp còsa a peul fé

ël vin contra ‘l velen.

 

Sai nen cò i l’hai beivù

për dësmentié Lorens.

L’è n’òmo pien ‘d virtù,

m’amprësta ‘d sòld  sovens:

chi lo podrìa pensé

che pròpe mè amis

l’è col ch’am fa porté

j’arme dë Stupinis.

 

Dòp na bota nas e orije

as anvisco, i son lì lì;

dòpo doe ‘m fico a rije,

bon-a neuit, son già partì.

 

Doi  lìter ëd vin bon

mi i bèivo tuti ij dì

për dësmentié ‘l padron,

më sfruta sempre ‘d pì;

se spusso ëd vinass

però l’è ancora pes:

am nufia, ‘s vèd ch’a-j pias,

e am ciucia ‘l sangh istess.

 

Doe bote sors a sors,

e forse l’è ‘ncor pòch,

për dësmentié ij discors

ch’a fan certi fabiòch:

a son mach bon a crijé:

“Lavoro uguale pan”:

noi autri giù a sëmné,

e lor a cheuje ‘l gran.

 

Doe bote a basto pa

për dësmentié chi a dis

“giustissia e libertà”

e a rij sota ij barbis;

‘t lo fica ‘nt ël griseul,

viva la libertà!

A cacia pi ch’a peul:

giustissia? Si farà, si farà …

 

Se mi i cimpo ancora na bota,

ciao che ‘t diso, son finì;

la mia bocca si fa muta,

casco an tera e bogio pì.

 

Për dësmentié ij sagrin

Mi i cimpo adess come adess

Tre lìter circa ‘d vin,

ma ‘l mond l’è sempre pes;

ij mè guai a finiran

e mi i sarai a pòst

quand ch’am anfileran

un bel pigiama ëd bòsch.

 

(Traduzione italiana) PER SCORDARE I DISPIACERI

Per dimenticare i dispiaceri / bevevo tutti i giorni / un buon bicchiere di vino, / e il mondo mi piaceva di più; / però più passa il tempo / più il mondo diventa brutto: / ho preso provvedimenti, / un litro lo bevo tutto. / Un litro di vino buono / mi bevo tutti i giorni / per dimenticare che sono / sposato insieme a te; / ma di te ne vedo tre / quando sono ben pieno: / purtroppo cosa può fare / il vino contro il veleno. / Non so cosa ho bevuto / per scordare Lorenzo. / E’ un uomo pieno di virtù, /mi impresta soldi sovente: / chi lo potrebbe pensare /che proprio quel mio amico / è chi mi fa portare / un grosso paio di corna./ Dopo una bottiglia naso e orecchie / si accendono, son mezzo finito; / dopo due mi metto a ridere, / buona notte, son già partito. / Due litri di vino buono / mi bevo tutti i giorni / per dimenticare il padrone, / mi sfrutta sempre più; / se puzzo di vinaccio / però è ancora peggio: / mi annusa, si vede che gli piace / e mi succhia il sangue lo stesso. / Due litri presi a sorsi, / e forse son pochini, / per scordare i discorsi / che fan certi cretini; / sono solo capaci a gridare: / “Lavoro uguale a pane “: /noialtri giù a seminare / e loro a cogliere il giorno. / Due litri mica bastano / per dimenticare chi dice / “giustizia e libertà “ / e ride sotto i baffi, / te lo mette nel sedere, /viva la libertà! / Ruba più che può: / giustizia? Si farà, si farà… /Se io bevo ancora una bottiglia, / ciao ti dico, son finito; / la mia bocca si fa muta, / casco in terra e non mi muovo più. / Per dimenticare i dispiaceri / io bevo adesso / tre litri circa di vino, / ma il mondo è sempre peggio ; / i miei guai finiranno /ed io andrò a segno / quando mi infileranno / un bel pigiama di legno.

Autoritratto con Yashica biottica 6×6, Torino 1973

Autoritratto con Yashica biottica 1973

Vincenzo Reda al Caffè Elena Youtube

http://www.youtube.com/watch?v=IDUZFKrKGjg

In Viaggio con Vincenzo … o di vino e di amicizia di Luigi Bellucci

Luigi Bellucci, sul sito www.tigulliovino.it,  ha dedicato una recensione al mio libro.

Ne sono molto contento: qui sotto riporto il link.

http://www.tigulliovino.it/dettaglio_articolo.php?idArticolo=3593

Constantin Brancusi, Aforismi

Le cose d’arte sono specchi nei quali ognuno vede ciò che gli somiglia.

L’arte fa nascere le idee, non le riproduce. Ciò vuol dire che un’opera d’arte vera nasce intuitivamente senza una ragione preconcetta, perché l’arte è la ragione stessa e non si può spiegare a priori.

La semplicità non è un fine dell’arte ma si arriva alla semplicità malgrado sé stessi avvicinandosi al senso reale delle cose. La semplicità è la complessità stessa – ti devi nutrire della sua essenza per comprenderne il valore.

L’arte non fa che ricominciare.

La semplicità nell’arte è, in generale, una complessità.

Vi sono due tipi di semplicità: una è sorella dell’ignoranza e l’altra dell’intelligenza. La sorella dell’intelligenza è la complessità; la sorella dell’ignoranza è anche la stupidità.

Quando si è nella sfera del bello non c’è bisogno di spiegazioni.

Dio è dovunque. Dio è una scala musicale tonica.

Un gioiello: “Chi te vija….! Fulmini terreni calabresi

1Un libro che è delizioso: una raccolta quasi enciclopedica delle jestigne (o jestime) calabresi: un’usanza che va perdendosi, purtroppo.

Le invenzioni verbali, con profonde connotazioni linguistiche, antropologiche e etnologiche di questa ricerca, unica per ora, sono di grandissimo interesse e, per chi ha origini calabresi, di insostituibile stimolo ai ricordi, a certe intonazioni, a certi momenti, a certe stagioni, a certi stati d’animo, a certe persone che sono solamente più nei ripostigli preziosi dei ricordi.

Il libro è introdotto dall’amico antropologo Vito Teti e realizzato da Maggiorino Iusi per Cittàcalabriaedizioni del Gruppo Rubettino. L’ho scovato all’ultimo salone del Libro di Torino: a questo dovrebbe servire il Salone, a trovare libri utili e preziosi altrimenti introvabili. Non bisogna frequentare i grandi editori di cui si può trovare tutto e dappertutto: sono i piccoli editori, quelli del territorio che sono interessanti e che possono riservare sorprese come questa.

Chi vo’ fare l’urtima (Che tu possa compiere l’ultima azione della tua vita)

Chi vo’ ‘ntostare (Che tu possa irrigidirti, rigor mortis, immediatamente)

Chi vo’ ‘nciotare (Che tu possa diventare idiota)

Chi vo’ acciuncare (Tu possa diventare zoppo)

Esilaranti:

Chi ti se vo’ ‘ntippare ‘u grupu du culu (Ti si possa otturare il buco del culo)

Chi vo’ fare a puttana ppe’ ‘na cap’e sarda (Che tu possa prostituirti  e averne per ricompensa la testa di una sardina)

Questa, infine, è strepitosa:

Chi vo’ fare ‘u strhunzu cchiù gruossu du culu! (non occorre traduzione…)

E io ricordo, ragazzo a Cirò, una mamma strepitare al suo bambino:

“Chi ti vonnu sparare ‘ntru culu!

Vinitaly 2001, ricordo di Luigi Veronelli

In questa foto, ripresa nel 2001 a Verona durante il Vinitaly presso lo stand Veronelli, in cui erano esposte alcune mie opere, oltre al grande Gino, a fianco a me sulla sinistra, ci sono Alfredo Cazzola, Beppe Bitti, Giada Michetti e Gian Arturo Rota: si stava discutendo nel nascituro Salone del vino di Torino. Essendoci Cazzola in mezzo, tutto finì malamente e il Salone del Vino di Torino è quella roba inutile che si alterna, negli anni sfigati, al Salone del Gusto. Sic transit..ecc. ecc.

Veronelli-Cazzola

Raffaele Mattioli e i peperoncini dal libro “Famosi a modo loro” di Gaetano Afeltra

Il racconto che segue, dolcissimo e struggente, parla della passione per i peperoncini di Raffaele Mattioli (Vasto 1895 – Roma 1973), banchiere e umanista di enorme potere e di grandissima cultura, allievo di Croce, protettore di Gadda, antifascista e padre di tutto il sistema bancario italiano e maestro riconosciuto di Guido Carli, Enrico Cuccia, Ugo La Malfa e Giovanni Malagodi.

Nei pranzi che la moglie, signora Lucia, preparava nella sua casa di via Morone – ospiti abituali La Malfa, Tino, Bacchelli, Titta Rosa e l’architetto Zanini – dove la politica spesso diventava secondaria all’arte culinaria, e il pettegolezzo letterario generava risate clamorose e aneddoti sorprendenti, di peperoncini, oltre a quelli che la signora Lucia aveva «associato» alle pietanze, Mattioli ne teneva sempre due o tre a portata di mano da spezzare e aggiungere perché, come diceva lui: «Questo è fonte di salute». Fa bene alla mente, pulisce il fegato, è il più forte disinfettante intestinale e contiene tutte le vitamine». Sembrava, mangiando, che facesse una lezione di medicina. Ne parlava anche in banca, alla sera, quando intorno al suo tavolo Bombieri, Cingano, Russo, Braggiotti, Brusa, Corna – il vertice della Comit – esausti di economia, discutevano di libri e poeti, di edizioni Ricciardi e di Petrarca, di peperoncini e di Guicciardini, di Benedetto Croce e di belle signore.

Nelle sue frequenti visite in America, Mattioli aveva il suo punto d’appoggio in Nelson Rockefeller col quale si era creata un’amicizia a entrambi molto cara. Nelson Rockefeller era stato primo governatore dello Stato di New York e poi vicepresidente con Gerald Ford alla Casa Bianca. Erano quasi sempre a pranzo insieme, a tavola ristretta e qualche volta a banchetti ufficiali, e così Rockefeller poté notare che Mattioli, non appena servitagli la pietanza, tirava fuori dalla tasca una cosa rossa che spezzettava e mischiava al cibo. Sarà una medicina, pensava Rockefeller. Possibile che debba prenderla a ogni portata? Una sera si arrivò alla confidenza. Rockefeller prese una pillola che ingeriva un’ora prima di coricarsi. «Raffaele, vedi, anch’io ho le mie medicine.». «Io no», reagì Mattioli e sono certo che, infastidito, dovette fare di nascosto gli scongiuri. L’americano, bonario come può essere bonario e ragazzone anche in età avanzata un americano amico, gli disse: «Ma allora vuoi dirmi che medicina ti ho visto mettere nei piatti?». Erano nella sua camera al ventiquattresimo piano dell’Hôtel Pierre. Mattioli tirò fuori dalla valigia un piccolo vaso di cristallo pieno di peperoncini e fece la sua lezione di medicina culinaria. La signora Lucia sorrideva soavemente. «E tu che ridi a fare?». La conversione avvenne sulla parola. «Prova e vedrai, te ne lascio venti.»: Tre giorni dopo il ritorno a Milano, Mattioli trovò sul tavolo un telex. Arrivava da New York. Diceva: «O.K. Manda subito paparoncini. Nelson Rockefeller».”

Jorge Luis Borges

Da “Cuaderno San Martìn” (1929)

Barrio Norte

……

Quel disperso amore è il nostro sconsolato segreto.

Una realtà invisibile sta morendo nel mondo,

un amore non più esteso di una musica.

………..

Da “El otro, el mismo”

La noche cìclica

………..

Lo sapevan gli astrusi scolari di Pitagora:

sia gli astri che gli umani tornan ciclicamente;

gli atomi fatali ripeteran l’urgente

Afrodite di oro, i tebani, le àgore.

In epoche venture opprimerà il centauro

col solìpede zoccolo il petto del Làpide;

quando Roma è ormai polvere, nell’infinita stride

notte del suo palazzo, afroso, il minotauro.

Ogni notte d’insonnia tornerà: minuziosa.

………….

Nel 1955 Franco Lucentini tradusse,ne La biblioteca di Babele, J.L. Borges per la prima volta in Italia. L’editore era, ancora una volta, il Principe: Giulio Einaudi. La collana era “I gettoni” diretta da Elio Vittorini. Quando sono in crisi e non mi bastano più cibi e vini e amici e parenti, cerco nelle parole dei Miei – i Giganti, quelli che quasi tutti oggi abitano praterie sconosciute – nelle loro parole cerco lenimento, conforto, conoscenza di altre domande: ogni porta che mi schiudono introduce nuove stanze abitate da altre porte chiuse che attraggono curiosità ataviche. E’ una condanna dolce. Uno strazio a cui mi sottopongo con colpevole masochismo, non conoscendo altra fede che la crudeltà bugiarda dello specchio. Soltanto ieri sera una memoria, le memorie sono preziose e insostituibili, mi raccontava una storia – ancora una volta di sconvolgente impatto – nella quale Gustavo Rohl aveva svolto il suo ruolo affascinante, misterioso, fuori da ogni schema di rassicurante scienza e conoscenza. Una storia vera. C’è nel giovane poeta Jorge Luis qualche cosa di inquietante, una sottile lama che incide sicurezze e sversa liquidi dubbi che inquinano le limpide gore del quotidiano….