Archive for Luglio, 2009
I Maya del Petén

Ogni anno, più o meno verso la metà di novembre, si tiene a Paestum la Borsa mediterranea del turismo archeologico. È un momento sempre affascinante in cui in quattro giorni si confronta e si verifica tutto il mondo, letteralmente, dell’archeologia.

Presso il centro espositivo dell’hotel Ariston, centinaia di addetti ai lavori e migliaia di visitatori, studenti e semplici appassionati, si incontrano nelle sale dei convegni e nei numerosi stand.

Ebbene, tutti gli anni lo stand, pure di modeste dimensioni, più affollato è sempre il solito: quello del Guatemala, dove l’impareggiabile Enzo Brilli, responsabile Inguat per l’Italia, intrattiene giovani e meno giovani con i suoi braccialetti maya e le trovate che ogni anno rendono sempre simpatica e interessante una visita al piccolo spazio espositivo del Guatemala.

Quanto sopra mi serve per introdurre il viaggio nella Terra dei Maya effettuato alla fine di ottobre 2008: l’idea di questo viaggio nasce appunto nello stand di Paestum, chiacchierando con Enzo Brilli; dopo due anni di attesa, finalmente siamo riusciti a organizzare questo evento che per me si è rivelato, a conferma delle aspettative, più che memorabile.

Parlare di Guatemala significa parlare di Maya, ma bisogna precisare che il territorio in cui fiorì, in varie epoche, la cultura maya abbraccia 350/400 mila chilometri quadrati situati tra gli stati di Messico, Guatemala, Belize, Honduras e Salvador.

Lo stesso territorio è abitato ancora oggi in maniera importante dalle varie nazioni maya: però occorre precisare che se negli altri stati ci sono anche i Maya, in Guatemala non si parla di Maya, ma di Quiché, Cakchiquel, Mam, Kekchí…., ossia delle varie etnie, e relative lingue – che sono quasi una trentina – maya.

Il Guatemala è un paese grande un terzo circa dell’Italia (108.000 Kmq) con 13 milioni di abitanti: quasi la terza parte del paese si estende nella regione del Petèn, il che significa foresta vergine pluviale. Il resto del territorio è montagnoso e ricco di vulcani attivi con una storia rovinosa di terremoti ed eruzioni.

“Nessun’altra nazione ha mai dedicato al tempo un interesse così intenso; e anzi nessun’altra civiltà ha prodotto una specifica concezione di un tema, parrebbe, così poco popolare[…] Per i Maya il tempo era l’oggetto di un interesse assorbente. Ogni loro stele ed altare aveva lo scopo di indicare il flusso del tempo, di celebrare la chiusura di un periodo[…] Per i Maya i giorni non erano in rapporto con gli dei, ma erano dei; e lo sono tuttora per gli abitanti di remoti villaggi di montagna nel Guatemala dove vige ancora il calendario degli antichi Maya”.

Così J. Eric S. Thompson, grande archeologo americano, sintetizza l’essenza della cultura maya nel testo che è fondamentale per chiunque voglia approcciare seriamente la conoscenza di questa tappa della storia umana: La civiltà maya, Einaudi.

Parlare di cultura maya significa essenzialmente capire quel che Thompson sintetizza in poche righe: l’ossessione del tempo.

I Maya non erano, come si crede, grandi astronomi: erano invece grandi astrologi, ovvero le osservazioni astronomiche al servizio di vaticini e profezie.

A partire da due, forse due millenni e mezzo, prima dell’era volgare, primitivi agglomerati urbani che lottavano con la foresta pluviale tra il Petèn, il Chiapas e il Veracruz (Thompson riteneva che la cultura Olmeca fosse stata probabilmente elaborata da genti maya) erano capaci di mantenere caste privilegiate di sciamani evoluti che osservavano i complicati cieli tropicali ed erano in grado di predire noviluni, pleniluni, eclissi, periodi secchi, alluvioni.

Gli sciamani divennero sacerdoti e le loro parole si trasformarono in religione che regolamentava sviluppi urbani, dimensioni e proporzioni degli edifici, primitive scritture, decorazioni ceramiche, pitture murali, stele.

Sempre in lotta perenne con la foresta pluviale, generosa con frutta, radici, foglie e animali di  ogni tipo e crudele nel riappropriarsi dei terreni appena appena lasciati incolti.

Fino a pochi anni fa si pensava che il culmine della cultura maya fiorisse nel classico (250-900 d.C.), oggi vi sono tracce del raggiungimento di uno sviluppo almeno simile nel precedente periodo preclassico medio e tardo (400 a.C.-200 d.C.): le recenti campagne di scavo a El Mirador e le scoperte dei murales di San Bartólo fanno arretrare appunto a questa epoca il raggiungimento di traguardi che si pensavano di molti secoli più tardi.

È soprattutto per verificare personalmente questa straordinaria nuova frontiera della conoscenza della cultura maya che ho affrontato con grande entusiasmo il viaggio in Guatemala: per poter successivamente rendere conto ai lettori di Archeo di quanto oggi stiano progredendo queste conoscenze. E, avendo conosciuto bene il Messico e lo Yucatán, rendere completa la soddisfazione del sogno di un adolescente.

La mia ricetta: minestra di polipo e fagioli

polpoOccorre un polipo di scoglio di 6/700 gr. pescato fresco da voi o da vostri amici. E’ fondamentale pescare anche due o tre pesci di scoglio tipo sciarrani o tordi che servono a insaporire il brodo del polipo. Mettere le bestiole dentro una pentola, avendo cura di preparare il polipo in maniera adeguata – non entro in questo merito, perché ogni pescatore o cuoco pretende di conoscere l’unico metodo giusto per sfibrare questo gentile e sfortunato animale – e di sfilettare i pesci, usando per il brodo la carcassa completa di testa. Alcuni sostengono che l’acqua debba essere di mare, io uso acqua dolce. Nella pentola si aggiungono: carota, cipolla, aglio, alloro, gambi di prezzemolo, semi di finocchio, pepe, peperoncino, sale e vino bianco. Il polipo è pronto quando i rebbi della forchetta affondano nella carne come il burro – anche per i tempi di cottura ci sono mille scuole di pensiero differenti . Filtrare il brodo di cottura e metterne da parte una buona metà. Tagliare il polipo in pezzi molto piccoli. Soffriggere aglio, cipolla e peperoncino con olio extravergine. CupaPortare a ebollizione l’acqua di cottura del polipo, aggiungere il soffritto, i fagioli (è meglio bianchi, ma anche i borlotti non vanno male) con la loro acqua di cottura e infine il polipo in pezzi. Aggiungere per ultima la pasta, che deve essere tipo ditalini, sedanini o simile. Si serve con prezzemolo e un filo d’olio a crudo. Consiglio un bianco di Alessano pugliese, come questo.

Provate e poi fatemi sapere. Buon appetito.

Vincenzo Reda con l’insostituibile supporto di mia moglie Margherita.

Nerone della Marchesa 2007

Quest’anno Gegè non è particolarmente in forma: La Crisi ci sta facendo del male un po’ a tutti e io stesso non mi sento euforico e ricettivo tanto quanto in altre stagioni meno diroccate. Ma piazza de Galganis e Li Jalantuumene a Monte S. Angelo contribuiscono pur sempre a farmi sentire meglio: il mio amico Gegè poi sa sempre come pigliarmi per la gola. Ma non vuole che lo descriva come una “faccia da schiaffi”: devo inventare per lui un’altra espressione…

Ha preparato per mia moglie e per me un piatto di semplici gnocchi conditi con un passato di cime di rape e farciti con pomodori secchi: che dire? Quando la semplicità diventa sublime significa che si sta dalle parti dell’Arte. E poi un filetto di vacca podolica accompagnato con una deliziosa patata al cartoccio (e spolverato con un pizzico di cioccolata fondente) per sottolineare, una volta ancora, che da queste parti anche la carne rossa può essere ottima.

Ma la sorpresa è il vino: una bevuta in anteprima di una bottiglia fuori commercio, ancora senza etichetta. E’ il Nerone della Marchesa 2007, un Nero di Troia in purezza della Cantina Contrada Marchesa di Lucera, città del vino (famoso il complesso uvaggio Cacc’e Mitte) del sub-appennino Dauno in provincia di Foggia. E’ un vino forte, giovane, di già contento d’essere bevuto ma desideroso ancora di percorrere anni di strada; il naso è come dev’essere, con i frutti sensuali e conturbanti tenuti dentro la giusta misura che ha soltanto il compito di esaltare la lingua: il vino si deve assaporare più che annusare e osservare. E quando ti assedia la lingua, se è un vino come si conviene, deve innescarti altri sensi, per i fortunati come me che li possiedono.

Gran vino: giudizio non obiettivo perché io amo il Nero di Troia e non devo niente a nessuno se non alla mia presunzione di dire quel che mi piace. L’assaggio è durato poco: soltanto un paio d’ore, vorrei avere il tempo di gustarlo meglio e di saggiare gli altri vini di questa impresa giovane, abbastanza piccola (circa 12 ettari) e assai promettente. Gegè mi ha fatto parlare con Marika, sommelier e addetta alle pubbliche relazioni, e spero che ella ricordi la promessa.

Cantina Contrada Marchesa

Via Ciaburri,101

71036 Lucera (FG)

Tel. +39 0881 524000

grassogiuseppe7@tin.it

Personaggi

In questa galleria di immagini sono presenti alcuni tra i più significativi personaggi che hanno accompagnato molti decenni di estati trascorse sul Gargano.

C’è Giovanni detto “Tinghe-tanghe” (per via della zoppia del padre), orfano dell’ultimo dei suoi muli (si chiama Antonio e ha preso il posto di molti muli chiamati Matteo); Giovanni abita una masseria a mezza costa che funziona ancora come un secolo fa: senza corrente elettrica e con l’acqua di pozzo. Giovanni racconta una storia incredibile secondo la quale egli sarebbe il fratellastro di Lucio Dalla: la vicenda è verosimile… C’è il piccolo Matteo, il braccio armato di Antonio Vaira, oggi quasi ottantenne, che si occupa degli olivi e li cura e li conosce come pochi altri, forse, al mondo. C’è il vecchio e saggio Antonio che si ostina a guidare una Fiat Uno che, molti anni fa, probabilmente somigliava a un’auto.

E c’è Tonino: una storia. Pescatore che vendeva quarant’anni fa bibite sulla spiaggia, ha creato il piccolo mito del ristorante “Da Tonino”: a due metri dal mare, la moglie cucinava le orecchiette, le cozze e i cefali come nessuno nel raggio di decine di chilometri. Oggi non lavora quasi più: si occupa dei numerosi nipoti, tutti incredibilmente somiglianti, e sorveglia il lavoro di figli, figlie generi, nuore e nipoti. Si mangia ancora come nella tradizione di famiglia, a due passi dal mare. E si beve un ottimo vino sfuso, nero di Troia che viene da Cerignola. Da Tonino vengono a mangiare, arrivando dal mare, da tutto il Gargano. Con Tonino da sempre parliamo di polipi e cefali e spigole e saraghi e seppie e ombrine: s’informa sempre su come sono andate le mie battute di pesca.

Belisario, Verdicchio di Matelica

IMG_7897“…Amiamo il vino con grande passione e siamo grandi amanti delle passioni…”. Questa è la frase in calce nella prima pagina della bella brochure di Belisario. Quando lasciai a Stefania Zolotti la scelta della cantina con cui dipingere i quadri che saranno esposti da Peppe a Enopolis, non pensavo scegliesse un Verdicchio di Matelica.

Chi mi conosce sa la mia viscerale passione per il Verdicchio, ma soprattutto quello dei Castelli di Jesi che abita zone in cui l’Adriatico fa sentire la sua forte presenza che ci regala i Balciana, i Tralivio, i Podium, i Coroncino, le Riserva Bucci, ecc. A Matelica invece è il fiume Esino che rappresenta l’acqua in una valle con microclima continentale, affatto diverso da quello del classico Verdicchio dei Castelli di Jesi.

Conoscevo bene assai il Cambrugiano, una riserva spettacolosa per l’acidità, per quei sentori e gusti unici che si definiscono minerali. Avevo visitato la cantina lo scorso anno a maggio e avevo avuto l’occasione di conoscere Roberto Potentini, direttore e enologo di questa azienda nata nel 1971 che oggi possiede 300 ha di vigneti: è la più grande produttrice di Verdicchio di Matelica.

La sorpresa sono stati il Meridia e i Vigneti Belisario, il primo del 2006 con spiccata acidità, grande naso e una persistenza di quelle che piacciono a me; il secondo, vino definibile biologico, è del 2008, più giovane e più semplice, ma sempre sorprendente, equilibrato e pulito: questi sono tutti vini di grande corpo che possono benissimo essere bevuti con carni anche rosse e addirittura come vini da fine pasto, a mo’ di digestivi.

IMG_7900Com’è ovvio mi sono divertito a bere questi vini con calma e in giorni successivi: le mie non sono degustazioni, io il vino lo devo capire, lo devo interpretare, mi deve assediare, conquistare, invadere, pervadere.

E poi lo stendo sulla carta e a dipingere, con i miei suggerimenti, ci pensa il vino stesso, baciando e penetrando la carta; con un bianco puro, senza altri pigmenti, non avevo mai dipinto. Ci fu una bella esperienza con i passiti di Pantelleria, ma quelli hanno degli antociani ben più carichi. Con questi sto provando delle sensazioni nuove, delle delicatezze che sono assai più femminili, delle sfumature che i rossi non possono avere.

Mi pare che il lavoro stia venendo bene per davvero, in attesa del Lacrima di Morro che Stefania mi ha promesso di una cantina che non conosco.

Ne riparlerò a tempo debito, per ora mi sto godendo questo Verdicchio di Matelica che mi riempie di soddisfazione.

Salute.

Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico: 19/22 novembre 2009, Paestum

Ogni anno, più o meno verso la metà di novembre, si tiene a Paestum la Borsa mediterranea del turismo archeologico. È un momento sempre affascinante in cui in quattro giorni si confronta e si verifica tutto il mondo, letteralmente, dell’archeologia.

Presso il centro espositivo dell’hotel Ariston, centinaia di addetti ai lavori e migliaia di visitatori, studenti e semplici appassionati, si incontrano nelle sale dei convegni e nei numerosi stand.

Dal 2006 frequento questa manifestazione per davvero eccezionale, dove ho avuto modo di soddisfare la mia grande passione per l’archeologia e i miei interessi per l’area mesoamericana. Ho conosciuto archeologi straordinari, tra i quali ricordo con grande piacere Ehud Netzer (attivo a Masada e scopritore della tomba di Erode), con cui sono stato a cena in uno dei magnifici ristoranti della zona, patria della mozzarella, oltre che unico sito di epoca greca che conserva le mura del VI secolo a.C. intatte. Con l’amico Andreas Steiner, caporedattore di Archeo, con cui lavoro, è sempre un piacere incontrarsi, parlare di archeologia, mangiare e naturalmente bere bene. Uomo di grandi capacità organizzative e grandi doti umane, cui la manifgestazione deve la sua origine e il suo costante successo, direi mondiale senza tema di smentite, è Ugo Picarelli: la sua disponibilità e la sua capacità di relazionare con uomini e problemi è davvero sorprendente. Per chi ama l’archeologia Paestum è un appuntamento irrinunciabile. Con un pensiero costante al mio maestro dauno Nicola Silvano Borrelli.

P.s: tutti gli anni lo stand, pure di modeste dimensioni, più affollato è sempre il solito: quello del Guatemala, dove l’impareggiabile Enzo Brilli, responsabile Inguat per l’Italia, intrattiene giovani e meno giovani con i suoi braccialetti maya e le trovate che ogni anno rendono sempre simpatica e interessante una visita al piccolo spazio espositivo del Guatemala.

www.borsaturismo.com

GGI Unione Industriale di Torino

30° GGI1Era l’autunno del 1989, il GGI dell’Unione Industriali di Torino festeggiava il 30° anniversario con un grande evento che si svolgeva alla Scuola di Applicazione in via dell’Arcivescovado.

In primo piano il tavolo della presidenza con Claudio Barbesino, i 4 vicepresidenti (io sono il primo “pinguino” a destra) e il padrone di casa, comandante della Scuola di Applicazione, generale di cui non ricordo il nome.

Era un gruppo di persone assai composito e capace: purtroppo, qualcuno non c’è più.

Squadra GGI-1Questa è la fotografia della nazionale del GGI, da me fortemente voluta (ne ero il riconosciuto capitano, terzino destro veloce e durissimo). Siamo al vecchio Comunale: arrivammo terzi nel torneo della Festa socialista dell’Avanti, 1991.

Fummo battuti dalla nazionale Repubblicana, ma vincemmo la finalina contro la DC e prima ci eravamo qualificati battendo il PCI: tutte sigle oggi scomparse. Tra i miei compagni solo due veri giovani industriali, gli altri erano miei degni compari, bucanieri e pirati di mille tornei di calcio in giro per Torino e provincia. Corsari segnati da cicatrici e acciacchi, capaci di interpretare a dovere quel magnifico gioco fatto per veri figli di puttana e qualche raro signore. Uno, come succede sempre, non c’è più: era un ragazzo gentile.

Invito-1Questo è il cartoncino d’invito per il 50° anniversario del nostro Gruppo.

Ormai ho ritrovato la mia strada di artista e intellettuale, ma rimango, e lo sono da circa trent’anni, un imprenditore: uno che ha sempre rischiato del suo, con etica e onestà, non lasciando mai nulla di sospeso in giro, anche quando le cose – è successo spesso – non andavano per il verso giusto.

Ne sono orgoglioso, e sono orgoglioso di aver fatto parte del Gruppo Giovani Imprenditori dell’Unione Industriale di Torino e di esserne stato vicepresidente, 1989/91.

Così come sono orgoglioso di essere stato formato come imprenditore dalla formidabile coppia Lombardi/Varvelli; e sono stato fortunato a frequentare maestri come Gianni Merlini, Mario Lattes, Luciano Gambaudo.

Prometto un resoconto della serata che avrà luogo nella sontuosa e unica al mondo – siamo fortunati a averla proprio noi, a Torino – Galleria di Diana, alla Mandria.

Non carpisce la carpa, né capisce

 

Non ingiungo alla carpa di carpire il dia

me ne scampi iddio

di già carpisce la carpa senza nulla capire

– quasi come il nulla capire

possa essere tutto sapere o viceversa.

Per noi è diverso

ogni passato è stato futuro

quando il presente è solo illusione.

C’ è un tempo che non è più ieri

e non è ancora domani

pur non essendo oggi

in cui mi pare di star bene.

Lì bevo e fumo e ascolto e leggo

palpando pagine

annusando olezzi e lezzi

freschi e stantii

mi par di vivere a regime pieno

tra un sonno e l’altro

sento che non devo niente a nessuno

neanche a me.

Vincenzo Reda, intorno al 2001

1978, Corpo d’amore, poesie di pelle

Sono fotografie che risalgono a un periodo compreso tra il 1975 e il 1976: avevo poco più di vent’anni. Credo fossero riprese con una reflex Minolta Srt 101, senza dubbio sviluppate e stampate in proprio.

Il corpo era di una fanciulla straordinaria: ci fu una storia.

Assurda, surreale, irreale: un gioco importante fu dovuto a alcune fotografie, non queste che vennero dopo e la storia conclusa, elevata a grande amicizia.

Quella fanciulla era in realtà una bambola di pezza, si chiamava Stripitunza.

AHMAD AL TIFASHI, LE DELIZIE DEL CUORE

Tifashi-1Questo volume, pubblicato in Italia da Guanda nel 1992 e tradotto in occidente per la prima volta da Phébus (Parigi) nel 1981, è un autentico, e per certo unico, gioiello.

E’ stato scritto da Al Tifashi, erudito tunisino nato intorno al 1184 nel sud della Tunisia e morto al Cairo nel 1253.

E’ una raccolta di considerazioni, aneddoti e poesie che ha per tema conduttore le manifestazioni dei costumi sessuali del tempo. Il fatto straordinario è che la prospettiva con cui questi temi vengono proposti e raccontati è di candida, disincantata e disarmante naturalezza: in questo testo si parla di omosessualità maschile e, fatto davvero incredibile (non solo per i tempi e i luoghi), femminile.

Si tratta di sodomia, di prostituzione e di ogni altro possibile risvolto che il sesso, sempre esaminato sotto forma di reciproco piacere, con attori consenzienti e da un’angolazione estetica, può prevedere.

La lettura di un testo del genere porta per necessità a esaminare certe consolidate e superficiali opinioni riguardo alla cultura dell’Islam come sempre ci viene propinata. E anche a riesaminare un secolo che, come certo tutti i grandi medievisti ben sanno, seppe essere forse il primo momento di vero scambio di culture millenarie: e la nostra non era di sicuro quella che aveva da dare di più.

La vita non mi è davvero gradita

se non quando ho passato la notte

fra il ventre di una schiava

e la schiena di un ragazzino.

Penetro lei, penetro lui,

lui penetra me. Il piacere mi si offre

indifferentemente: davanti e dietro.

Al-Ja’farani

A proposito di Borgogno, alcuni dei gioielli della mia collezione

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Ieri ho bevuto il 1967 e il 1961, ma nella mia collezione ho queste due strepitose bottiglie di Barolo ’64 e ’44.

IMG_7891E queste sono due bottiglie Fontanafredda, a sinistra il Barbaresco 1958, con il bollino dei 40 anni. A destra la bottiglia di Barolo 1954, l’anno della mia nascita.

21 dicembre 2012

Il Calendario Maya parla di fine di un ciclo, alcuni scienziati paventano  un cataclisma che potrebbe sconvolgere il Pianeta. Hollywood ha già previsto il lancio di un film sul 21 dicembre 2012 il cui trailler è già in circolazione nei nostri cinema e su YouTube. Ma cosa c’è di vero? Cosa dice la scienza ufficiale ?

21/12/2012 LA FINE DEL MONDO ?

Tra leggenda e scienza

Ne hanno parlato, venerdì 10 luglio 2009

Giorgio Diaferia Responsabile Nazionale Comunicazione ISDE

Maria Caramelli Direttrice Sanitaria IZS del Piemonte

Vincenzo Reda scrittore e storico

Roberto Saini Commissario Straordinario Ente Parco Stupinigi

Sono stati proiettati  film tratti dalla trasmissione Antropos

In onda tutti i Mercoledì alle 23 su QuartareteTv

Free Village Area Continassa

In collaborazione con la Redazione di EcoGraffi

www.ecograffi.blogspot.com

Only with wine and my hands, without brush (Chianti wine)

Onore a un grande maestro

Se n’è andato Mike Bongiorno. Onore a lui, come a un grande maestro, a modo suo; e il degrado di oggi dello spettacolo televisivo deve far rimpiangere i suoi modi puliti, ammiccanti, disarmanti. Sono nato nell’anno stesso in cui nasceva la televisione in Italia, ho impiegato quasi undici anni a possedere l’elettrodomestico in casa: era una roba preziosa, da usare con attenzione, con circospezione, con cura. Oggi ne ho tanti per casa, ma cerco sempre di far attenzione affinché non siano totem bercianti inutilità. La televisione è soltanto un mezzo: è il suo uso che può essere utile o dannoso. E il suo uso dipende da noi.

Comunque, grazie Mike, a modo mio.

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