Archive for Novembre, 2009
Galleria di Diana: cena di Gala per il 50° compleanno del Gruppo Giovani Imprenditori dell’Unione Industriale di Torino.
Franco Cardini/Umberto Eco, strenne per pochi

Franco Cardini

Io e Te – Il Cristiano e il Saraceno

pp. 109 © 2006 Ente Contesa del Secchio – Sant’Epidio a Mare

Andrea Livi Editore – Fermo

Questo librino, per cui debbo ringraziare Giovanni Martinelli, uomo di grande passione per il Medioevo e per le rievocazioni storiche, è una perla delle tante del Prof. Franco Cardini: persona di profonda umanità e studioso di valenza più epocale che mondiale. Difficile da trovare perché fuori commercio, ma opera di straordinario interesse, se non altro per la rara capacità di rendere in sintesi la complessità di tre o quattro secoli poco insegnati nelle nostre scuole e poco frequentati dai divulgatori, ancorché di enorme influenza sullo sviluppo della cultura occidentale e sui rapporti interculturali tra Oriente e Occidente.

“Il tema dell’alterità, nel modo medievale, si riassume anzitutto nel contrasto derivante dalla diversità religiosa. La Cristianità medievale conosce un ‘Altro interno a se stessa’, il mondo ebraico, e un ‘Altro esterno’, l’Islam. Il tema dei rapporti tra modo cristiano (o mondo occidentale postcristiano) e mondo musulmano è di drammatica attualità: ed è notevole che, con il riemergere sotto forma diversa di rapporti e di contrasti che sembrano antichi, e che a uno sguardo superficiale potrebbero apparire sempre uguali a se stessi o ciclicamente ripresentatisi, riaffiorino anche toni polemici che sarebbe logico ritenere – e tali fino a pochi anni fa erano – morti e sepolti.

“… Fondamentali furono, per l’Europa, le traduzioni del Liber de intellectu di al-Kindi e dei commenti di al-Farabi, che aveva confrontato le tesi di Aristotele con quelle neoplatoniche, soprattutto di Porfirio. Ma importantissime furono le traduzioni di Ibn Sina, che per gli occidentali è Avicenna, cui si devono tanto il celebre Canone – un’opera medica che nel Cinquecento venne più volte stampata e che, usata ancora nelle università europee del Seicento, rese Avicenna (accanto ad ar-Razi), autore di scritti di scienze mediche più noto in Occidente dopo i classici Ippocrate e Galeno – quanto i trattati filosofici (soprattutto il Kitab as-Sifa) che restarono fondamentali nella vita universitaria due-trecentesca e senza il quale la riflessione filosofica di Tommaso d’Aquino e di Bonaventura da Bagnoreggio ci resterebbe incomprensibile.

“….Solo un altro Maestro musulmano può stargli al confronto nell’influenza sul pensiero occidentale: il cordobano Ibn Rushd al-Hafid, notissimo fra i latini col noime di Averroè, condannato come «empio» e «nemico del Cristo» da alcuni teologi ma venerato da altri che lo consideravano il vero e autentico interprete di Aristotele. Così pensava del resto lo stesso Alberto Magno, maestro di Tommaso d’Aquino, per quanto la forte componente neoplatonica che gli era propria lo conducesse lontano da Averroè.”.

Non per tutti e di difficile reperimento: ma se qualcuno tra i vostri amici nutre passioni che possono essere riportate agli argomenti cui si fa riferimento, questo è un librino preziosissimo.

Umberto Eco

Dall’albero al labirinto – Studi storici sul segno e l’interpretazione

pp. 575, € 25, novembre 2007, Bompiani

“Le nozioni di dizionario ed enciclopedia sono da tempo usate in semiotica, linguistica, filosofia del linguaggio, scienze cognitive e computer sciences per individuare due modelli e due concezioni della rappresentazione semantica, modelli che rinviano a una rappresentazione generale del sapere e/o del mondo”.

Così comincia quest’opera fondamentale di Umberto Eco: per certo troppo interessante e troppo impegnativa per essere un best seller; ma senza ombra di dubbio un long seller su cui si può scommettere.

“Di fronte al già dato noi ci muoviamo per congetture, e ci adoperiamo perché queste congetture siano accettate anche dagli altri. Il che equivale a dire che confrontiamo pubblicamente la nostra congettura con quello che gli altri sanno del già dato. Può darsi che questo atteggiamento non definisca un pensiero ‘forte’ nel senso in cui si vogliono pensieri forti i vari tribunali della Ragione e della Fede (più parenti di quel che sembrino). Ma certamente definisce un pensiero che urta continuamente contro delle ‘forze’ che gli si oppongono. E siccome le corse migliorano le razze, un pensiero della congettura, se non sarà forte, non sarà neppure debole perché sarà ben temperato.

Se Vattimo ammettesse che la sua ‘debolezza’ è anch’essa una metafora per un pensiero ben temperato, allora potrebbe entrare a far parte della mia setta. Ma dove tutto è metafora, si può ancora riconoscere una metafora come tale?”.

Così finisce Eco la sua trattazione dopo oltre cinquecento pagine tanto impegnative quanto interessanti.

Se qualcuno tra voi o tra i vostri conoscenti si occupa di comunicazione a alto livello e possiede gli strumenti culturali per affrontare una lettura come questa, il lavoro di Umberto Eco è a dir poco straordinario, un vero piacere.

Eco e Cardini: due giganti che abbiamo la fortuna di leggere nella nostra lingua e mi ripeto: non buttate via i soldi comprando libercoli di nessun interesse!

Dicembre 2008

Café Yaxha, Café «archeològico»
Cosa succede se due ragazze, giovani e carine, s’innamorano di un posto e decidono di fermarsi lì e aprire uno dei più incredibili locali del mondo: il Café Archeològico Yaxha.
Ci sono capitato perché incuriosito da una citazione della guida di Lonely Planet.
Ci ho mangiato, benissimo, yerba negra e camarones.
Ci sono tornato con la mia guida guatemalteca, l’epigrafista cakchiquel Antonio Cuxil e Giuditta per bere l’ennesimo margarita – o forse era l’ennesima cerveza Gallo? – del viaggio.
Se capiti a Flores – Petén, Guatemala – amico, vai al Café Archeològico Yaxha e dì che ti mando io: starai bene.
E poi visita Yaxha.
Guatemala animali
A proposito di Copenhagen

Questo articolo è stato scritto per  www.ecograffi.it il sito diretto dal Dr. Giorgio Diaferia

“E’ chiaro che mi vien da ridere, anzi – per non essere poi troppo irrispettoso – da sorridere: «Ci riuniamo tutti a Copenhagen e vediamo cosa è meglio fare per curare il Pianeta malato!.

Ci riuniamo proprio tutti e con le migliori intenzioni perché altrimenti il Pianeta morirà; ci saranno Cina, India, Brasile, Stati Uniti, Russia, la cara vecchia Europa: tutti insieme e prenderemo le decisioni più opportune».

Evviva!

Com’è ovvio – perché la faccenda si ripete dai vertici di Rio, di Città del Capo, di Seattle, di Kyoto – non è successo proprio niente: perché il punto non è quello di pensare a salvare il sottoscritto! Dovrebbero cominciare a curare loro stessi e a pensare a salvare il futuro dei loro figli e nipoti, altro che pensare al Pianeta: il Pianeta, io per intenderci, della razza umana me ne impippo, come ho già avuto modo di precisare.

Ne ho viste di razze magnifiche nascere, svilupparsi, dominare e sparire magari dopo milioni di anni: gli uomini sono soltanto un incidente di percorso e, a ogni modo, a loro stessi dovrebbero prestare le prime cure e le giuste attenzioni. Io c’ero prima e ci sarò dopo, e magari starò anche meglio….”.

…………..

Ascoltando questa voce misteriosa che mi parlava da insondabili profondità, dentro e intorno a me, ripensavo all’ultimo vertice di Copenhagen, appena concluso e senza, ancora una volta, nulla di fatto. E ci ripensavo facendo scorrere le immagini fresche dell’India appena visitata per lavoro.

In un viaggio tra il centro della capitale, New Delhi, e un sobborgo distante qualche decina di chilometri, ho visto di tutto e ho visto mondi lontanissimi convivere, uno dentro l’altro ma separati da invisibili e impenetrabili confini; ho visto Gurgaon, un posto infestato di grattacieli e vetro e cemento e acciaio che non esisteva fino a qualche anno fa e ora conta milioni di abitanti; ho visto i costruttori di questo mostro abitare, sotto i vetri e gli acciai, misere capanne di mattoni di fango seccati al sole, sotto intralci di linee elettriche che passano sul loro capo e che a loro nulla servono: i villagers, chiamati dalle campagne come manodopera a costo bassissimo, sono i più virtuosi dal punto di vista ecologico perché la loro cultura e la loro povertà li obbliga a mangiare – poco – a “metri zero”; a non consumare combustibili fossili, a non usare corrente elettrica, a non usare fibre sintetiche, a non sprecare l’acqua, a riutilizzare ogni rifiuto, a partire dai loro stessi escrementi. Eppure partecipano a uno dei più incredibili sprechi e inquinamenti che mi sia mai capitato di vedere.

E allora, come la mettiamo?

Come la mettiamo coi cinesi e i brasiliani? Ma come la mettiamo con le abitudini degli americani e degli europei che dello spreco – l’inno perenne è l’incremento dei consumi, pena La Crisi – hanno fatto un modello di vita che gli uomini ricchissimi dei paesi in via di sviluppo si fanno vanto di copiare, sprecando anche di più?

In India è obbligatorio per ogni possessore di veicolo a motore effettuare ogni tre mesi un controllo delle emissioni: è incredibile, ma sono molto severi e efficienti; posso testimoniare che non è affatto vero che Delhi o Bombay siano inquinate più di Torino: i colletti delle mie camicie a Torino, dopo una mattinata in giro per la città, si fanno grigi, in India ho constatato che le camicie mi duravano più di un giorno!

Ma il punto è che bisogna evitare che indiani e cinesi ci seguano sul terreno dello spreco e noi dobbiamo impegnarci a sprecare di meno: non per salvare il Pianeta, molto più semplicemente per consentire ai nostri discendenti di evitare catastrofi che metteranno in pericolo la sopravvivenza della nostra razza.

E’ una questione di cultura diffusa, non di vertici inutili.

Il Pianeta, con i suoi batteri, i suoi scarafaggi, i suoi topi, le formiche e i colombi staranno a ridacchiare sulle nostre tragedie possibili – probabili – e non hanno bisogno di fare vertici inutili: milioni di anni hanno insegnato loro i modelli corretti di comportamento per la salvaguardia delle loro genìe.

Credo che noi andremo incontro a qualche sonoro, e molto doloroso “schiaffone” e allora, forse, come stupidi e presuntuosi mocciosi, saremo costretti a ripensare i nostri modelli di comportamento.

The Economic Times, India, October 11, 2009

The Economic Times è in India il quotidiano equivalente al nostro Sole 24 Ore. Qui sotto l’articolo che parla del Med Restaurant del Radisson di New Delhi, dei miei quadri e della cucina di Gianni.

The Economic  Times Dated October 11 2009

Alfabeti di Claudio Magris

Claudio Magris“Le antologie, come le enciclopedie, sono state fra le mie prime passioni di lettore, sin da quando ero un ragazzo – e come tutte le passioni, per me mai archiviabili – lo sono ancora. In quelle pagine trovavo le cose, i volti, le voci, i sentimenti, i colori, le storie del mondo e mi pareva che il loro autore fosse la realtà stessa, il coro di chi la vive, la costruisce, la patisce o la ama. Non sapevo che comporre un’antologia potesse essere una creazione letteraria e intellettuale non meno originale e personale di un romanzo o di un saggio; ignoravo per esempio che Americana, l’antologia di Vittorini, era stata più importante, per la cultura italiana, di tanti testi d’invenzione. Anche a scuola ho amato le antologie – alcune, perché ce n’erano pure di cattive, banali e abborracciate – che mi hanno dischiuso dei mondi e fatto capire l’importanza culturale, critica e fantastica di questo vero e proprio genere letterario, che può contribuire fortemente alla formazione di un individuo, di una generazione e dunque della società in cui quest’ultima vive e opera.       Aldo Giudice, morto esattamente tre anni fa nella nostra Torino, è autore di grandi antologie, anche se non lo ricordiamo soltanto per questo…..” (Da “L’antologia dimenticata” – Corriere della Sera 3/2/2005).

Claudio Magris, triestino del 1939, mi ha dato con questa straordinaria raccolta di scritti (circa dieci anni di articoli sul Corriere della Sera, tra la fine del ‘900 e il 2008) non un viaggio nella letteratura ma un’immersione totale nelle gore invischianti delle letterature; un’immersione sempre lucida, sempre appassionata, sempre di prospettive sorprendenti e dialettiche. Pur se le sue pagine grondano cultura mitteleuropea come poche altre, da ogni pozza letteraria in cui egli si tuffa riesce a trarre parole che stimolano il pensiero. Alfabeti (Edizioni Garzanti) è un libro importante, ingombrante: uno di quei libri che si tornano a leggere più volte. Ci ho messo più tempo del solito a completarne la prima lettura, ma ho scoperto un testo che mi sarà compagno a lungo. E un autore, poco frequentato – un altro dei tanti, ahimé – di cui almeno Danubio e Microcosmi dovrò nel prossimo futuro affrontare.

“E’ uno scrittore classico che racconta la dissoluzione di ogni classicità e di ogni lineare nettezza in un labirinto in cui tutto si aggroviglia; un maestro che ha creato strutture narrative tortuose e complesse come la vita che raccontano, riscattando così una certa retorica, una certa lutulenta enfasi linguistica  o altri limiti della sua scrittura – per esempio impappinata dinanzi al sesso, come altri grandi scrittori «coloniali», forse intimoriti dalle mescolanze e dai meticciati d’ogni genere che eros scatena.                    Il mare, per Conrad, è come la vita; incanto e orrore, abbandono e naufragio, consunzione, immortalità, distruzione. Nascere, dice Stein in Lord Jim, è come cadere in mare e bisogna farsi sostenere dal mare senza fondo. Non c’è un fondamento saldo su cui poggiare; non ci sono feudi o filosofie precise che garantiscano la scelta e le bontà delle azioni . Come Conrad, forse noi non sappiamo perché sia giusto essere fedeli e leali, combattere piuttosto che disertare, ma, come lui, in qualche modo sappiamo che è giusto.” (Da “Conrad: nascere è cadere in mare” – Corriere della Sera, 12/8/2003)

Non sparare sulla croce rossa…”I 100 più grandi vini d’Italia”

Senza titolo-1Lo ha pubblicato il mio editore, Edizioni del Capricorno.

Lo ha distribuito il mio giornale (inteso come il quotidiano che io leggo da sempre).

Lo ha curato, tra gli altri, Roberto Marro, il mio editor.

Costa poco e non dice fesserie sesquipedali.

E allora va bene così, ci mancherebbe……

Merano, Teatro Puccini 7 novembre 2009

DVG_0045Mio intervento a Merano alla presentazione della guida del Touring Club “Vini Buoni d’Italia 2010”, al Teatro Puccini di Merano.

Da sinistra: Vincenzo Vita, Patrizia Felluga, Mi, Mario Busso, Alberto Dragone, Luigi Cremona, l’On. Paolo Russo.

Appunti da Merano

Era la prima volta che visitavo la “Meran/o International Winefestival & Culinaria”, dal 7 al 9.11.2009. Una manifestazione di nicchia molto bene congegnata. Merano è una città attraente, il momento dell’anno si tinge di colori caldi e i primi freddi sono pungenti mentre le Dolomiti cambiano abito. E’ una fiera assai selettiva e molto costosa. Ma penso che abbia caratteristiche per crescere ancora.

Quando il Primitivo decide di essere grande

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Vito era un grande amico di papà, bonario e pacioccone: arrivava, emigrato come noi, da Manduria. Per tanti anni anni, a cavallo tra i ’60 e  i ’70, abbiamo bevuto un nero di Sava buonissimo che Vito faceva arrivare da conoscenti suoi compaesani.

In quegli anni visitai per la prima volta il Salento, era il ’73 a Mesagne, e conobbi sul posto quelli che erano già grandi vini, ma tenuti da bere per le famiglie contadine che invece i soldi per vivere li facevano con le uve e i mosti da taglio per piemontesi, toscani, francesi e chissà chi altri.

Ero, meno che ventenne, con il mio grande maestro dauno Nicola Silvano. Oggi non c’è più, e non c’è più neanche Gino, un altro dei miei maestri: oggi sono rimasto da solo. Dopo la presentazione, al Teatro Puccini di Merano – per la bella manifestazione legata al vino che si lì tiene ogni anno – della Guida dei Vini Buoni d’Italia del Touring Club che quest’anno, grazie a Mario Busso, ha voluto i miei bicchieri come illustrazioni, salendo le scale dell’edificio per andare a partecipare al rinfresco, vengo fermato da un bel signore con i baffi.

IMG_8142Mi dice che con il Primitivo io non sarei capace di dipingere! Gli rispondo che con diversi Primitivo ho già dipinto e che, anzi, vini di grandi antociani sono molto più semplici da usare come colore. Allora mi dice che devo bere il suo e gli devo dire cosa ne penso. Tra le tante bottiglie, una a fianco all’altra, che tramite le etichette cercano di attrarre l’attenzione, ne prende una:”Tretarante”.

Che bel nome, mi vien fatto di pensare, e che bell’etichetta classica, senza tanti fronzoli. Bevo. Mi viene in bocca un colpo di schioppo, di marmellata, di ambrosia, di opulenza che mai, giuro mai, ho sentito.

Dario Cavallo mi guarda con gli occhi furbi sopra i suoi bei baffi e mi dice che di quel vino ne fa soltanto 900 bottiglie: è una vigna di viti a alberello di 70 (!) anni con una resa di non più di 15 ql. per ettaro. E’ una vigna che respira a due passi l’alito fresco e umido dello Ionio, in provincia di Taranto. Passo il giorno dopo al suo stand, nello stipato Kurhaus, e completo gli assaggi con gli altri suoi Primitivo: vigne di 50 anni, bocca piena di opulenze meridionali, lunghissime. Alcol di 15° di cui nemmeno ti accorgi. E mi vengono in mente quei mari, quelle vigne, quegli olivi, quel Sud… L’azienda si chiama Milleuna e sta a Lizzano, in provincia di Taranto: cercatela e bevete dei suoi vini. Sarete contenti voi e farete contento Dario Cavallo.

www.milleuna.it

Merano, foto ricordo