Archive for Dicembre, 2009
Auguri/Greetings 2010

Non sarà un anno di pace, non sarà una anno sereno, non sarà un anno in cui le persone per bene saranno riconosciute, apprezzate e gratificate: sarà un anno come tutti gli altri, più o meno. Il punto, come sempre, sarà quello di cercare di sopravvivere, prendendo meno gol possibili e, soprattutto, evitando di farsi autogol.

Quest’anno ho scelto il Dolcetto d’Alba 2008 Borgogno dell’amico Oscar Farinetti, il creatore di Eataly. Lo avevo bevuto all’inaugurazione in Barolo della nuova e prestigiosa sede della storica cantina l’11 settembre scorso e mi era piaciuto assai: un Dolcetto d’Alba secondo la tradizione. pulito, asciutto, secco e con quel retrogusto amaro lungo che rimane in gola con persistenza.

Che sia di buon augurio per un anno proficuo in cui la salute, l’armonia, la curiosità e la capacità di mettersi in perenne gioco siano le caratteristiche forti.

Salute a tutti: parenti, amici, nemici e indifferenti.

I miei vini di Natale (e dintorni) 2009

Quest’anno ho scelto vini diversi dal solito per le mie coccole natalizie.

Per il bianco sono andato nella adorata Sicilia e ho bevuto il Grillo in purezza delle Cantine Cummo, Idillìaco 2008: 12,5°% di volume alcolico per un autoctono celebre come materia fondamentale per il Marsala. Un vino per davvero eccellente con un’unica pecca: una delle più brutte etichette in commercio. Ma questa faccenda ai Cummo l’ho già detta.

Sempre di Cummo (mi hanno onorato con una loro selezione) ho bevuto l’eccellente Nero Cappuccio Carbuscìa 1908 del 2005: un altro rosso autoctono in purezza con 14° affinato, purtoppo – ma con perizia – in legno piccolo. Carbuscìa è la località delle vigne migliori, in Canicattì (Ag), dove il nonno Diego cominciò la storia di questa ottima cantina. Ancora di Cummo, il Principe Stephan 2005, una cuvée di autoctoni e di classici internazionali – una sorta di Supersicilian – anche questo affinato per poco tempo in legno piccolo, dopo un anno di acciaio e due in botti grandi per un risultato di grande equilibrio e corpo.

Il pranzo di Natale però è stato accompagnato con la mia immancabile Barbera del Monferrato Valpane 2000 del mio amico Piero Arditi: Barbera di classe eccelsa da 14,5° e senza legno. Come damigella d’onore ho scelto la Freisa Canone Inverso 2005 sempre di Piero: un vino vinoso, antico, asciutto, diretto (detto tra le righe, ma a Piero l’ho detto più di una volta, anche le sue etichette non brillano per risultati estetici…).

Nei dintorni di questi giorni non mi sono fatto mancare il Rùbico 2008, Lacrima di Morro d’Aba di Marotti Campi: sempre eccellente. Non c’è nell’immagine, ma qualche sorso di Cambrugiano Riserva 2006 di Belisario, Verdicchio di Matelica, non è mai mancato.

Senza dubbio un Gaja, non so ancora quale, aprirà il 2010.

Salute e auguri.

Visita alle Cantine Cossetti e IL Bollito del ristorante IL Quartino di Calamandrana

Per quelle imperscrutabili – ma ci dev’essere un perché, il caso non può che essere il semplice frutto dell’ignoranza – coincidenze che mi lasciano ogni volta esterrefatto, avevo dipinto due dei miei quadri che oggi sono in India con una bottiglia antica di Barbaresco Cossetti 1964; i quadri si chiamano, vedi caso, “Magia” e “Illusione”.

Giuseppe Gai, conosciuto alla presentazione del mio libro in S. Damiano d’Asti, il 12 dicembre scorso, mi ha portato a visitare proprio le Cantine Cossetti, una di quelle aziende con storia importante e ormai quattro generazioni di vita.

Azienda soprattutto di Barbera, ma attrezzata per dare un buon prodotto a un prezzo adeguato per i vini importanti piemontesi: tra le pochissime autorizzate a imbottigliare Barolo e Barbaresco fuori dalle rispettive zone di disciplinare. Barbera ottime (La vigna Vecchia e Venti di Marzo), con contorno opportuno di Dolcetto, Brachetto, Ruché, Grignolino (interessante), Cortese, Arneis, Spumante – Chardonnay, metodo Charmat – e, com’è ovvio, Barolo e Barbaresco.

Non siamo nell’eccellenza del vino, siamo al cospetto di una solida realtà che produce un prodotto medio con eccellente rapporto qualità/prezzo: bisogna smetterla di considerare il vino, tutto il vino, una faccenda sacra per pochi adepti e ricominciare a parlare di vino come bevanda, come alimento e ricordare sempre che noi, i pochi eletti, non dobbiamo fare testo. A questo proposito, curiosità: San Damiano d’Asti, paese di 8.000 anime, consuma settimanalmente 7/800 litri del famoso “vino” in tetrapack! E San Damiano è un paese di grande e storica produzione enologica……

Visitata la cantina e compiuto il rito, sempre appassionante, degli assaggi, è scoccata l’ora di pranzo: la scelta è toccata al ristorante Il Quartino di Calamandrana, chef  Enzo, ragazzo che ha già raggiunto una qualche notorietà per alcune partecipazioni televisive in trasmissioni di settore. Ma fregatevene della televisione e andate a mangiare il suo bollito: il meglio che mi sia capitato di mangiare negli ultimi anni, punto e basta. Non mi perdo in descrizioni inutili e tautologiche: partite e andate a scovare questo posto in Calamandrana, invece che consumare le ormai noiose strade della Langa ricca e ormai antipatica quasi come il Chianti. Enzo ha l’amico fornitore, macellaio e allevatore, dirimpetto al suo ristorante, non c’è bisogno di dire altro. E le salse sono soltanto due, semplici semplici. Curiosità, Enzo è un appassionato di sale: nel mortaio, portato sulla tavola apposta per noi, salgemma di Himalaya e Haway!

Ragionevoli dubbi, Gianrico Carofiglio

Non avevo mai letto nulla di Carofiglio, poi accade che vedo un suo intervento alla trasmissione Per un pugno di libri, condotta da Neri Marcorè – uno che mi è molto simpatico anche perché uno dei pochi che conosce e apprezza Manuel Scorza – e decido di comprare alcuni suoi libri.

Questo, il primo che leggo, me lo sono fumato in una delle mie solite notti insonni: 300 pagine per una scrittura semplice, leggera che si beve come un bicchiere d’acqua di fonte (!).

Non ci troviamo innanzi a un letterato; non siamo al confronto di una lingua di quelle che mi piacciono: ma l’intreccio è credibile, la storia interessante, i caratteri ben definiti. In buona sostanza, m’è piaciuto e sto di già leggendo altro suo.

Nel libro, verso la fine si trova quello splendido anagramma de la verità: relativa. Me ne ha suggeriti altri: era viltà vietarla, ovviamente, la verità relativa.

Azienda Poggiosecco di Cerreto Guidi (Fi)

Marco Filippello l’ho conosciuto al Wine Festival di Merano, salvo poi scoprire che abita a pochi metri da casa mia nel centro di Torino.

Marco produce vino e olio nel Montalbano, territorio  situato tra Empoli e Firenze, a Cerreto Guidi, due passi da quel Vinci che dette i natali a un certo Leonardo, appassionato di cucina e proprietario di una vigna di un ettaro scarso nel centro di Milano (gliela donò il Duca Ludovico il Moro nel 1499) di cui ancora vi sono tracce nel giardino di Casa degli Atellani al numero civico 65 di corso Magenta.

L’azienda Poggiosecco, 12 ettari di vigne e 4 di oliveti, produce vino e olio con metodi biologici certificati.

L’olio è strepitoso a un prezzo, bisogna ricordare che siamo in Toscana e non in Puglia, molto conveniente (intorno ai 12 euri). Ovviamente si parla di un extravergine spremuto a freddo, molito entro le 24 ore della raccolta a mano. Le varietà sono i classici Leccino, Moraiola, Frantoiana.

Per quanto riguarda il vino, il prodotto di punta è il Chianti Anorà riserva (oggi è in vendita il millesimo 2006): un Sangiovese in purezza di buon corpo, con tannini morbidi e una giusta persistenza: non ha, grazieaddio, visto legno e ha un prezzo davvero onesto (siamo tra i 6 e gli 8 euri!). Buoni tutti gli altri vini bio, ottimo il Poggiosecco: un Chianti classico con Canaiolo, Colorino e Malvasia a tenere compagnia al Sangiovese.

Siamo a scrivere di un’azienda seria che produce vini corretti e li vende a prezzi più che buoni: il vino non necessariamente deve essere sempre al top. Dovrebbe invece essere sempre corretto, onesto, nella tradizione e venduto al prezzo giusto.

http://www.poggiosecco.it/

Radisson Hotel: i manifesti per la mostra di Vincenzo Reda

Per curiosità: la foto che hanno scelto (la scelta è stata degli indiani, credo di Sudipto, F&B manager) è uno scatto della scorsa estate al ristorante Li Jalantuumene del mio grande amico Gegè Mangano, sto bevendo un portentoso Nero di Troia (La Marchesa di Lucera)…..

Achar

Che cosa ci sia dentro – a parte peperoncini rossi e verdi, curcuma, lime, mango, anice, verdure varie – con esattezza non lo so e nessuno ha saputo spiegarmelo; per certo ci sono delle verdure e dei frutti tipici del sud-est asiatico che noi non conosciamo. Sta di fatto che questo intingolo punjabi che c’è su ogni tavolo indiano come salsina da smangiucchiare a mo’ di antipasto mi fa impazzire, alla lettera. Me ne sono portato un chilo dall’India e ogni tanto me ne godo un poco. Com’è ovvio è piccante all’inverosimile, ma con dei sentori, dei gusti, delle “robe” – non so dir meglio – che mi piacciono da morire. L’ho mangiato oggi con dei grissini, ci ho aggiunto un poco di olio d’oliva extravergine pugliese e ci ho bevuto questa Barbera delle cantine Terre dei Santi di San Damiano d’Asti: una Barbera da 14°, con un naso straordinario di lampone e amarena, abboccata, equilibrata, con tannini leggeri e acidità poco spiccata. Eccellente, da ricordare: Barbera d’Asti L’Alfiere 2007 delle Terre dei Santi. Cosa chiedere di meglio alla vita?

Foto ricordo con lo staff del Med
Istantanee da Delhi

Non è vero che l’India è il paese dei contrasti.

L’India è il contrasto fatto paese. Le immagini di questa piccola galleria sono state prese a Gurgaon, immenso sobborgo commerciale attaccato a Delhi. Fino a dieci anni fa qui non c’era nulla. Oggi è un nucleo urbano di qualche milione di abitanti che continua a crescere in maniera per noi incredibile. E’ di questi giorni la notizia che il Pil indiano in quest’anno di crisi è cresciuto di quasi 8 punti percentuali! Ma bisogna sempre considerare che l’India è un universo che poco a da spartire con l’Occidente, sotto molti punti di vista.

It is not true that India is a country of contrasts.

India is the contrast made the country. The images of this small gallery were taken in Gurgaon, immense commercial suburb attacked in Delhi. Just ten years ago here there was nothing. Today is an urban core of a few million inhabitants, which continues to grow in so unbelievable for us. And ‘these days the news that India GDP in this year of crisis grew by almost 8 percentage points! But we must always consider that India is a universe that little to do with the West, in many respects.

Viaggio in Italia per le Città del vino di Luigi Veronelli

Treiso.

Bevo un cru di Treiso e memoro una meditabonderia. E’ scritto in ogni testo – ma proprio in  tutti, dal primo al più recente – ed è credenza comune, che il vino non può essere bevuto da solo per sé solo. D’obbligo berlo in compagnia, fosse pure la sola amante. Nessuna affermazione è tanto sbagliata. Certo, è vero che il vino bevuto con altri – in particolare, l’amante – ha il benefico effetto di accelerare la confidenza e di stimolare la conversazione: altrettanto certo, se vien bevuto con la volontà di comprenderlo bene, di entrarvi dentro e di possederlo, lui vino e chi lo beve, moltiplica il piacere e la conoscenza.”.

Mannaggia, Gino! Troppo presto te ne sei andato. Ma che iddio, o chi per lui, ti benedica per quanto ci (o soltanto “mi”) hai lasciato! Questa verità – scritta nel 1997 per un libercolo di Sperling & Kupfer (perché di libercolo trattasi, nobilitato qui e là da alcuni tuoi preziosi scritti – non ultimo il dialogo di introduzione fra te e Sante Lancerio!) – è un altro dei tuoi lasciti preziosi.

Per pochi, perché i molti neanche capiscono e godono a intrupparsi appresso allo sbraitante centurione di turno (mediatico).

Ma noi, che c’entriamo?

Trilussa…a proposito di champagne

Nun bevo che Frascati. Lo sciampagne

me mette in core come un’allegria

per una cosa che m’ha fatto piagne:

o pe’ di’ mejo sento

che er piacere che provo in quer momento

è foderato de malinconia.

Er botto che fa er tappo

quanno lo strappo, er fiotto de la schiuma

me rappresenta la felicità

che appena nasce, sfuma

come viè, sparisce.

E’ un componimento abbastanza celebre – certo non come la faccenda della statistica e dei polli o quella della mosca e della felicità – di Carlo Alberto Salustri, vissuto a Roma tra il 28 ottobre 1871 e il 21 dicembre 1950 (per una di quelle stranezze della vita, egli morì lo stesso giorno del Belli). Il 1 dicembre 1950 il Presidente Luigi Einaudi lo nominò Senatore a vita; presago della vicina dipartita, pare esclamasse: “M’hanno nominato senatore a morte!”. Una piccola curiosità: fu padrino di Sandro Ciotti. Ma Trilussa fu uno dei pochissimi che, essendo poeta, fece il poeta per vivere, certo non da benestante, malgrado la fama.

Wine on the Canvas!

THANK YOU RADISSON ,THANK YOU INDIA , THANK YOU GIANNI

PIONEER, 27 november 2009, New Delhi (India)

BMTA Paestum 19/22 novembre 2009

Alcuni momenti dell’ultima edizione della Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico. Come tutti gli anni, un grande momento di confronto e verifica, con alcuni convegni e incontri di interesse notevole. Ugo Picarelli e il suo staff hanno ancora una volta lavorato con grande professionalità. La nazione ospite era quest’anno il Portogallo.

A little bit of my show at Med in Radisson Delhi
2010

Ricombinando in tutte le 12 possibili posizioni le 4 cifre (di cui 2 eguali) che compongono il 2010 (somma eguale allo straordinario numero 3…) si viene a evidenziare che tutte le date, salvo una – il 2100 – appartengono al passato; ma questo è ovvio perché dei 3 numeri che compongono la data il più alto è quello che ne indica il millennio. La matematica, al contrario di quanto credono coloro i quali hanno un approccio superficiale ai campi delle conoscenze umane, è un universo di possibilità creative: Piero della Francesca e J. S. Bach ne sono stati due testimoni giganti. La matematica è poesia, è pittura, è musica….

0012  1002  2001

0021  1020  2010

0102 1200  2100

0120

0201

0210

Pairing al Med: piatti di Giovanni, abbinamenti miei

Durante il mio soggiorno al Radisson, ho lavorato con Giovanni per abbinare i vini, secondo il mio gusto, ai suoi piatti. Lunch e dinner erano a tema: francese, spagnolo, italiano e fusion. Abbiamo svolto un gran lavoro e posso dire che i commensali sono sempre stati più che soddisfatti. La sera dedicata ai piatti italiani abbiamo addirittura esaurito le bottiglie (Primitivo, Lacrima di Morro, Verdicchio di Matelica, Prosecco….).

Nella galleria di immagini qui sotto, una piccola documentazione.

Lo chef Giovanni Leopardi al Med

Una piccola galleria di scatti con Giovanni, la sua cucina, i suoi collaboratori, la materia prima, i suoi piatti di cucina mediterranea.

Lo Zemi del Museo di Antropologia ed Etnografia dell’Università di Torino

http://www.museounito.it/antropologia/default.html

Il Museo

Il Museo di Antropologia e Etnografia dell’Università di Torino fu concepito negli anni Venti dal Prof. Giovanni Marro, nominato docente di Antropologia presso l’ateneo torinese. Figlio dell’insigne psichiatra e antropologo Antonio e nipote di Andrea, Giovanni Marro mise a disposizione del pubblico le già cospicue collezioni di famiglia, cui aggiunse una ricca testimonianza di reperti provenienti dalle ricerche condotte, in qualità di antropologo, con il Prof. Ernesto Schiaparelli in Egitto, tra il 1911 e il 1936. Le collezioni erano ospitate in alcune sale di Palazzo Carignano.

Nel 1936 furono spostate nella sede attuale di Palazzo San Giovanni in Via accademia Albertina, 17 dove tuttora sono in deposito.

La prima esposizione ufficiale al pubblico si tenne tra il 10 e il 25 ottobre del 1956 a cura della D.ssa Savina Fumagalli che dal 1952, anno della sua scomparsa, aveva sostituito, in qualità di allieva prediletta, il Prof. Marro.

Negli anni Sessanta il Prof. Brunetto Chiarelli riordinò le collezioni secondo un più moderno concetto espositivo e nel 1973 venne inaugurato ufficialmente il nuovo Museo, con l’intento di realizzare un vero e proprio “Museo dell’Uomo”.
Purtroppo, nel 1984 il Museo dovette essere chiuso causa la non adeguatezza delle strutture a una corretta e sicura fruibilità da parte del pubblico.

Oggi si sta attendendo il trasferimento, ci si augura in occasione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia nel 2011, in quello che sarà finalmente il “Museo dell’Uomo” nella sede di corso Massimo d’Azeglio, 52 , a completare i Musei Cesare Lombroso di Antropolia Criminale e Luigi Rolando di Anatomia Umana.

L’attuale direttrice del Museo è la Prof.ssa Emma Rabino Massa.

Lo Zemi

Il manufatto definito Zemi è un oggetto di forma antropomorfa, e di sesso chiaramente maschile, lungo circa 75 cm, coperto con un tessuto di cotone intrecciato e occhi (uno chiaro e l’altro scuro) decorati con pietre e conchiglie; all’interno è inglobato un cranio umano quasi completo (ne mancano alcune parti occipitali, parietali e temporali). E’ in buona sostanza sconosciuta la sequenza di fatti che portarono lo Zemi a Torino: da tracce certe della sua presenza in una grotta di Santo Domingo verso la fine del XIX, pare che già nei primi anni del secolo successivo fosse scomparso dall’isola caraibica con destinazione Europa, al seguito di un certo sig. Cambiaso; neppure l’anno esatto dell’acquisizione è conosciuto con certezza: tra il 1935 e il 1941.

Com’è ovvio, poco o nulla si conosce dei riti, senza dubbio cultuali, connessi all’idolo Taino. Si sa per certo che gli Zemi erano fabbricati anche in legno – un esemplare di circa 40 cm. di altezza è di proprietà del Museo – ma pare, dalla morfologia, che questi fossero idoli fabbricati per portare offerte votive.

Poco si conosce anche in merito alle popolazioni Taino: originarie del Sudamerica, avevano popolato, con altre genti di etnia Arawak, le isole dei Caraibi nei primi anni della nostra era. Il culmine della loro cultura si situa intorno a 3 secoli prima dell’arrivo di Colombo.

Con certezza il loro sviluppo fu influenzato in maniera importante dalle culture coeve di Messico e Guatemala: non bisogna dimenticare l’incontro di Colombo, luglio del 1502, con una grande canoa maya in mare aperto.

Si sa per certo che i Taino erano monoteisti: adoravano, secondo attendibili testimonianze di prima mano, un unico essere superiore e trascendente – Yocahu Bagua Maorocoti o Yocahu Guama: “Spirito della yucca del mare, Ente senza antenato maschile”.

Si conoscono anche dei riti pubblici collettivi – cohoba e areyto – cui partecipavano uomini e donne, in cui sacerdoti sotto l’effetto di droghe andavano in trance e si mettevano in comunicazione con la divinità per tramite degli Zemi.

Purtoppo, i Taino furono sterminati molto presto e di loro non v’è più traccia: è per questo motivo che lo Zemi di Torino rappresenta un valore di straordinaria importanza. E’ la memoria di un popolo, di una cultura, di una Storia che abbiamo annichilito. Come chissà quante altre.

Vincenzo Reda


Haiti o Hispaniola: una tragedia senza fine, cominciata ancor prima di Colombo e tuttora non conclusa.

Bartolomé de las Casas: Brevissima relazione della distruzione delle Indie. E’ un libro scritto nel 1542 e pubblicato nel 1552, ancora attuale: un lavoro che aiuta a capire tante faccende che riguardano quell’area infelice che sono i Caraibi tutti, ma più di tutti e peggio di tutti, Haiti.

La tragedia di queste terre ha origini lontane: circa 65 milioni di anni fa un meteorite colpì e modificò l’area del Golfo del Messico e ne determinò più o meno la struttura attuale. Quell’evento fu uno dei più catastrofici nella lunga vita del nostro Pianeta.

Tutta l’area caraibica fu popolata qualche migliaio di anni prima della nostra era da genti di stirpe Arawak, soprattutto Tainos, provenienti dal centro America e dalle coste settentrionali dell’America del sud. Qualche secolo prima dell’arrivo di Colombo ferocissime popolazioni Caribe, provenienti dall’attuale Venezuela, invasero le isole dei Caraibi: erano genti antropofaghe che ebbero la meglio sui miti Tainos.

Poi fu la volta degli spagnoli: intorno al 1580, neanche un secolo dopo Colombo, non esisteva più un solo abitante di stirpe Taino o Arawak nell’intero arcipelago; furono sterminati soprattutto da vaiolo, peste, influenza, stenti dovuti ai lavori in miniera e nelle piantagioni: pochi – in termini percentuali, com’è ovvio – per la verità, furono uccisi direttamente dai feroci encomenderos, i latifondisti che avevano diritto di vita e di morte sugli indios caraibici. Per sostituire i deboli e ormai estinti indios cominciò, nel XVII secolo, la tratta dei neri della costa del Golfo del Leone, molto più resistenti e meno bellicosi – anche perché resi mansueti da viaggi transoceanici bestiali.

Finita l’era coloniale, ci pensarono i nordamericani della Cia, tra gli anni cinquanta e sessanta, a incoraggiare criminali come Doc Duvalier che fecero scempio in quelle terre sfortunate. E non che a Cuba o a Santo Domingo, fortunatamente per certi versi, si stia così bene come i depliant delle agenzie turistiche occidentali vogliono mostrare…

I Tainos e gli Arawak non esitono più, ma pochi sanno che siamo debitori alla loro cultura di oggetti e parole che ormai usiamo quotidianamente: cannibale, canoa, uragano, amàca…

Speriamo che questa ennesima tragedia possa in qualche modo portare del bene in quelle terre desolate.

Con Hemat Sagar e Didier Lecoanet, party al Radisson di New Delhi

http://www.desimartini.com/DM/ht-city/page-3-photo/Hemant-SagarDidier-Lecoanets-Party-for-Vincenzo-Re/Model-at-Hemant-SagarDidier-Lecoanets-Pa/25198-0-0-503-0.htm

BMTA Paestum: il cibo, ovvero come farsi coccolare al Sud

La BMTA di Paestum  certo costituisce il momento più importante dell’anno per quanto concerne il mondo – alla lettera – dell’archeologia. Ma non v’è dubbio che, almeno per quel che riguarda me e alcuni altri miei amici, è anche un momento di coccole cucinarie. Qui si è nella patria della mozzarella, e allora una pizza alla Taverna degli artisti è d’obbligo: peccato che il posto sia piccino e trovare tavoli liberi durante la fiera non è facile. Ma il nostro ristorante preferito è Demetra, sempre sulla strada che taglia il comune di Capaccio-Paestum, dirimpetto al Centro Espositivo Ariston. Qui Franco Torrusio, il figlio Mariano e Jessica Russo, in sala, servono pesci, crostacei e paste con la necessaria semplicità che rende i piatti ottimi per davero. Ci bevo sempre la Falanghina dei Campi Flegrei. Quest’anno ho però rivalutato il ristorante interno dell’Ariston, per la gentilezza e anche per la qualità del cibo. Lo chef di sala, professionista serio e conoscitore di uomini, mi ha sempre coccolato con paste fatte al momento, ottimi scampi e sempre il Trigaio 2007 – Aglianico, Sciascinoso e Piedirosso – dei Feudi di San Gregorio: vino generoso, ampio, pulito. Grazie, come sempre, Paestum.