Archive for Gennaio, 2010
Più o meno di vino, presentazione a San Damiano d’Asti
Barbaresco & Barolo, secondo Paolo Monelli

Barbaresco:

“…così l’oste col vino con cui ha consuetudine di mezzo secolo. «Ecco, così deve essere il barbaresco» dice. «Morbido, ma non dolce; con odor di mammola e vivace colore.». Ma io mi lascio andare alla sforzante grazia del suo nerbo; penso come gli sta bene questo nome che evoca tempi di corruccio e di sdegni, fuste brigantesche per l’assolato mediterraneo, bagliore di armi, e grato posare dopo le armi.[…] Barbaresco: chi ha detto che è un vino effeminato, arrotondato? Se mai, è guanto di velluto con dentro un pugno di ferro; ed ha la generosità dei forti, e penetra nel cuore col passo del buon guerriero. E Barbaresco, il borgo, ha una sua storia millenaria di fiere lotte. In cima al poggio la chiesa ha una mossa nei fianchi, come di bevitrice esilarata. La torre romana si stira nel sole, le si affaccia dal culmine un ciuffo di alberelli. La conserva così arzilla il fiato di questo vino; agita per saluto il ciuffo ai dondolanti colli intorno rigati dalle vigne su campi verdi e bianchi, al Tanaro sotto a perpendicolo grigiazzurro fra vaste golene, ad Alba laggiù dai tetti colori del vino.”

Barolo:

“Questo è il più gran vino del mondo: lo ha detto lo storico Cibrario, esploratore di cantine per tutte le nazioni d’Europa; e bisogna credergli. Ha il colore delle foglie autunnali, il fiato fresco della primavera, diffonde nelle vene un calore di temperata estate. Ne ho fatto il primo assaggio sopra una terrazza collocata fra i vigneti ed il borgo di Barolo, nella luce che il bevitore Carducci chiamava occidua. Barolo è stretto in una valle, le case si arrampicano su per un cocuzzolo dominato dal castello come su un albero di cuccagna in cima al quale ci sia da chiappare il sole.

Il vino barolo dà prima di tutto godimento all’occhio. Questo che bevo è di venerabile età, ha tredici anni; nel suo colore di caldo mattone rivedo le torri bolognesi ardere contro un cielo tempestoso nell’improvvisa schiarita del tramonto. Poi viene il gusto; quel suo modo suadente e pur energico di prender possesso del palato, con saporosa pienezza, con asciutto vigore. È onestissimo. Non dà alle gambe, non dà alla testa, prepara un sonno calmo e senza sogni, la mattina dopo vi svegliate chiedendo  al mondo una battaglia da vincere (è ben questo il vino che Cesare recò in anfore molte a Roma, e annotò il fatto nei suoi  Commentari). Così andai a letto alla Morra dopo aver spento il tepore del barolo con un bicchiere di facile grignolino (il che sarebbe come uscir da una reggia ed entrare nella locanda di fronte; ma una locanda linda, odorosa di spigo, con un letto enorme e fresco).”

Vigneto Pusterla di Brescia: IGT Ronchi Bianco

Questo è senza dubbio uno dei vini più interessanti, più rari, più atipici d’Italia – e dunque del mondo. E’ il Pusterla IGT Bianco Ronchi di Brescia 2006, uve Invernenga in purezza.

Questo vitigno è autoctono del vigneto centenario ricuperato, sono ormai circa 15 anni, nel centro della città di Brescia: sono circa 4 ettari – i bresciani sostengono essere il vigneto cittadino più grande d’Europa, ma bisognerebbe confrontarlo con quello napoletano, la Vigna di San Martino, anch’esso di circa 4 ettari all’interno di un territorio agricolo urbano di circa 7,5 ettari.

Il vigneto è stato affittato ed è curato da Piero Bonomi (Bellavista) e Pierluigi Villa (Università di Milano): da uve Invernenga (a bacca bianca) e Marzemino (una varietà autotona), Uva uccellino, Maiolica, Schiava, Corva, Merlot, Barbera e Brugnera (a bacca rossa) si producono circa 100 hl. di mosto con cui si imbottigliano gli IGT Pusterla Bianco e Pusterla Rosso Ronchi di Brescia.

Il mio amico, editore prestigioso, ma più prestigioso compagno di bevute Enrico Tallone mi ha fatto assaggiare questa bottiglia di Invernenga 2006: un bianco che appena avuta l’aria mi ha fatto pensare a un Trebbiano di grande struttura, acido, con retrogusto amaro e lunga persistenza in gola. Poi ha cominciato a respirare a pieni polmoni e il Trebbiano s’è allontanato, il vino ha cominciato a prendere una sua personale espressione e gusti intensi di lavanda hanno preso corpo; purtroppo la degustazione, per molti e validissimi motivi, non ha avuto uno svolgimento professionale: troppi i diversivi in un ambiente così ricco di tradizione, storia, suggestioni….Ho comunque nella memoria un vino unico, prezioso, non confrontabile con alcun altro.

01.01.2010 i miei vini, i miei bicchieri, le mie foto

Con questi vini ho cominciato il 2010. Il muffato Armonia d’autunno di Giacomo Marengo l’ho spremuto con le mie mani, insieme a Risa e Refet, macedoni, in un posto meraviglioso vicino Monte S. Savino, e ne ho anche dipinto l’etichetta: penso che sia una delle più belle cose che io ho fatto. Il vino è strepitoso, ne sono state fatte soltanto 4.000 bottiglie da 0,375 per pochi fortunati. Era giusto cominciare quest’anno con questa meraviglia. Il Camaracanda 2006 è un gentile omaggio di Angelo Gaja: che Iddio ci conservi a lungo uomini come lui. Li conservi per gente come noi, che se li meritano e li sanno apprezzare.

When I was a great young photographer: 1979/82, body-art

Queste fotografie, tutte realizzate tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta – avevo circa 25 anni – rappresentano una parte delle mie ricerche di body-art sul nudo femminile liberato da ogni possibile caratteristica erotica. Sono realizzate tutte con Hasselblad in b/n con sviluppo e stampa fatto da me, dunque con estremo controllo di tutti i passaggi tecnici. Tre di queste sono state trattate con pellicola al tratto, come usava una volta, prima di photoshop: ovviamente il risultato è straordinario.

Vini Buoni d’Italia 2010, I colori del vino di Vincenzo Reda

http://www.vinibuoni.it/

Un mio lavoro in beneficenza per Barisciano dell’Aquila

A San Damiano d’Asti mi hanno chiesto un quadro da mettere all’asta per donare il denaro ricavato alla ricostruzione dell’ospedale di Barisciano dell’Aquila, uno dei paesi devastati dal terremoto.

E’ un quadro che ho dipinto volentieri e, siccome il vino che mi hanno proposto e che ho bevuto mi è assai piaciuto, mi è riuscito molto bene: certo uno dei miei migliori lavori di questi ultimi tempi in cui sto sperimentando tecniche nuove e sempre più sofisticate.

Il vino è una Barbera d’Asti La Muscatela 2006 di Montrucchio: eccellente.

L’articolo qui a sinistra è de La Stampa, edizione di Asti del 3.1.2010

Vini e salumi di qualità per la serata Delta Motors-Mercedes

Scrivendo io di enogastronomia, oltre al fatto di usare il vino come colore e ricerca per i miei quadri, non posso non parlare dei prodotti che alcuni virtuosi produttori marchigiani hanno messo a disposizione dei nostri palati esigenti.

Cito per primi i salumi di Fabriano, prodotti e presentati dalla famiglia di Fabrizio Barbarossa. Egli fa parte, in compagnia di una ventina di altri allevatori e trasformatori, del Consorzio per la produzione e la tutela del salame di Fabriano. Nato nel 2004, questo Consorzio testimonia della qualità assoluta della norcineria dell’Italia: non macellano più di 150/200 animali, allevati in zona e con alimentazione naturale, fatti crescere per un anno abbondante e portati a circa 2 ql. di peso. Gli insaccati sono privi, dal rigoroso disciplinare, di qualunque conservante che non sia il sale naturale. Le carni sono selezionate e, assicuro, il sapore – testimoniato dal colore dei magri e soprattutto dei grassi – è di quelli che non si dimenticano. Strepitoso il Ciauscolo, molto differente – anche per le scelte delle carni – da quello che si trova normalmente sul mercato. Eccellenti anche i salami stagionati (almeno tre mesi) e il lonzino.

Giuseppe Bonci, titolare della storica azienda omonima di Cupramontana – 50 ettari di proprietà – ha portato i suoi Verdicchio dei Castelli di Jesi “Le Case” – vinificato in modo classico e di notevole struttura – e “Vallerosa” – spumante brut con metodo Charmat, sorprendente per un’azienda che vinifica anche le bollicine con metodo classico e il Verdicchio assai si presta e bene rende in questo senso.

Per il rosso, le Cantine Moroder di Montacuto – 46 ettari e una lunga storia – hanno messo a disposizione il loro Rosso Conero 2006.

Come a dire: al solito, s’è bevuto e mangiato al meglio!

www.salamedifabriano.it

www.vallerosa-bonci.com

www.moroder-vini.it

Granserraglio, foto di scena 1980-83

Tra la fine del 1980 e gli inizi dell’83 Richi Ferrero mi chiamò per chiedermi di fotografare le prove del prossimo spettacolo teatrale della Compagnia del Granserraglio: “Donne: storie di ordinaria follia”, ispirato da un’intervista inedita di Silvia Bizio a Charles Bukowsky per la regia di Mariano Meli. Richi interpretava Charles Bukowsky. Fu uno spettacolo e un’esperienza memorabile. Il debutto avvenne al Teatro Officina di Milano l’8 marzo 1981. Le foto qui riprodotte sono di quella sera. Una in particolare, quella dove Richi è sdraiato con alle spalle la figura luminosa di una donna con le gambe spalancate a mostrare la fica. mi è particolarmente cara. Fu ripresa in diapositiva con una Hasselblad e un grandangolare Distagon da 60 mm. con macchina in mano!

“Uppercut sonata – Storia di un incontro” fu l’altro spettacolo per cui mi chiamarono. Fotografai soltanto le prove. Mi resta il ricordo indimenticabile di Nerina Montagnani, la vecchina famosa per una serie di spot televisivi.

Oltre a Richi Ferrero e Mariano Meli, queste fotografie mi ricordano, tra gli altri: Gianna Franco, Anna Antonelli, Nadia eliazarian, Renato Striglia, Tonino Lattarulo.

Il libro che riproduce queste foto è edito da Celid, Torino, nel 2001.

Paracelso: Philipp Theophrastus Bombast von Hohenheim (1493/1541)

Questo saggio, di grande rigore e assai impegnativa lettura, scritto dal chimico e divulgatore scientifico inglese Philip Ball nel 2006 e pubblicato in Italia per i tipi di Rizzoli nel 2008, è più che una biografia del mago alchimista medico svizzero (di origini tedesche): è uno scritto affascinante di epistemologia.

“Nessuno che abbia scoperto qualcosa di nuovo o si accinga a esplorare qualche campo sconosciuto dovrebbe essere trattenuto, […] ascoltate coloro che ogni giorno cercano qualcosa di nuovo, e ogni giorno trovano qualcosa di nuovo, qualunque cosa sia: si tratti di saggezza naturale, di arti o di abitudini, infatti ne sono responsabili i cieli. Quindi, da questo derivano nuove arti, nuovi ordini, nuove malattie, nuove medicine, perché i  cieli sono sempre all’opera, e tocca all’uomo decidere di quale parte di queste cose dovrebbe occuparsi e di quale no (Astronomia magna, 1537/8).”

Le parole qui sopra citate, non si direbbe, appartengono all’eredità di un uomo considerato alla stregua di un mago ubriacone, di un sedicente medico guaritore, dell’inventore del Laudanum, la medicina perfetta, sorta di pietra filosofale della farmacologia.

Paracelso è invece l’anello di collegamento tra le grandi personalità del XII e XII secolo (Alberto Magno, Raimondo Lullo, Tommaso d’Aquino) e le menti straordinarie del XVI e XVII secolo (Keplero, Copernico, Bernardino Telesio, Galeo Galilei) che permisero la nascita del pensiero e della metodologia scientifica.

Paracelso, nel suo insopprimibile errare per il mondo, ebbe a conoscere, frequentare e essere stimato dalle migliori personalità di quel periodo: Erasmo, Zwingli, von Hutten. Scrisse tantissimo, soprattutto di medicina e di alchimia, e fu per certo il primo – per questo, ma anche per i suoi modi, perseguitato – a prendere le distanze dai dogamatici e indiscutibili metodi di Ippocrate, Galeno e della Scuola Salernitana.

Tutti quelli che gli succedettero gli debbono qualcosa.

“Le ricette per fabbricare alcol cominciano ad apparire nel XII secolo, Abulcasis non lo menziona, ed entro il XIII secolo questo liquido infiammabile divenne noto come aqua ardens o aqua vitae, cioè «acqua di vita ».

«Alcol» è un termine di origine araba: al-kuhl, la parola che indica il minerale nero stibnite, o solfuro di antimonio, proveniente dall’assiro guhlu, che significa «pittura per gli occhi», anticamente usato come cosmetico in Assiria e in Egitto. Curava però anche le infezioni oculari, e Dioscoride lo elenca tra i medicinali. C’è una bella differenza fra questo solido nero e il liquido limpido e puro dell’aqua vitae. Dapprima la parola alcol designava solfuro d’ammonio polverizzato, poi una polvere di qualsiasi tipo, infine «l’essenza» di qualunque sostanza, almeno fino alla metà del XVI secolo l’alcol veniva anche confuso con il distillato di vino, e alcuni attribuiscono questa designazione allo stesso Paracelso, che parlò dell’essenza di vino definendola alcohol vini.

Questi estratti volatili atti a preservare, erano noti anche come «spiriti», perché si riteneva che esistesse un’analogia diretta con la parte «incorruttibile» e incorporea del genere umano; questo collegamento è particolarmente esplicito nelle opere di due uomini ai quali l’Archidoxa è pesantemente debitore: Arnaldo di Villanova e Giovanni di Rupescissa.

Non è una coincidenza che Arnaldo e Giovanni, come il famoso alchimista Raimondo Lullo, provenissero dalla Catalogna (allora parte dell’Aragona), perché la Spagna orientale era un luogo d’incontro fra pensiero arabo e cristiano.”.

Per curiosità anche il termine «elisir» deriva dall’arabo al-iksir e, in alchimia, era considerata una pozione alla stregua della pietra filosofale e derivata dall’antica alchimistica cinese, che associava l’elisir alla longevità.

Per rimanere ai temi che tratto in questo mio sito, un’altra curiosità – di cui in questo magnifico saggio si tratta – è legata a Giovanni Michele Savonarola, illustre medico e umanista nato a Padova intorno al 1385 e morto a Ferrara intorno al 1468. Era costui nonno – e non zio, come viene citato in molti libri che si occupano di alcol e vino, anche da Luigi Veronelli – di Girolamo Savonarola, il monaco domenicano il cui cadavere (era già stato ucciso a pugnalate) fu dato al rogo in Firenze nel 1498.

Giovanni Michele Savonarola è ritenuto, a ragione, colui che per primo codificò l’arte della distillazione, basandosi sugli scritti di Alberto Magno e di Raimondo Lullo. Scrisse anche un famoso libro dedicato – nutrizionista ante-litteram – al cibo: Libreto de tutte le cosse che se magnano.

Per chi avesse voglia di approfondire il mio semplice stimolo, consiglio senza indugio di cercare e di leggere questo splendido saggio dedicato a Paracelso: ma ribadisco trattarsi di una lettura di epistemologia, non già di magia o alchimia.

Barolo: Best Best Best

Paolo Monelli racconta:

“Alcuni anni fa a Roma, in una sala del palazzo Barberini, un ente del turismo volle far gustare ai diplomatici stranieri residenti a Roma i migliori vini italiani. L’ambasciatrice d’Inghilterra prese molto sul serio il suo compito; assaggiava di ogni vino indicato sulla lista, non ne tralasciava alcuno, si accorse che ne avevano saltato uno alla sua tavola, reclamò; e accanto al nome di quelli che le piacevano scriveva la paroletta best (ottimo).

Dopo aver gustato un barolo gran riserva disse ai suoi vicini che questo vino superava tutti quelli che le avevano servito fino allora: e scrisse sulla lista accanto al nome best best best.

Narrai il fatto in una mia corrispondenza; seppi poi che i produttori di quel barolo sui cartellini delle bottiglie che spedivano oltre frontiera avevano fatto aggiungere il motto felicemente creato dall’ambasciatrice britannica, assai più conveniente all’eccellenza del barolo del troppo noto est est est che celebre molto al di là dei suoi meriti il moscato di Montefiascone.”

Curiosità: Paolo Monelli scrive i nomi dei vini sempre con l’iniziale minuscola…ma quelli erano altri tempi: oggi il Barolo richiede la maiuscola. Ma pure vini meno nobili e celebri meritano questa medesima attenzione, anche per una faccenda prettamente linguistica.

L’assegno

Questo è l’assegno, che ho gelosamente conservato, di L. 4.000.000 che fu lasciato alla gallerista milanese Gloria Tansuso nel 2000 per comprare il quadro qui sotto riprodotto.

L’assegno risultò scoperto, ma il quadro venne ricuperato a Modena: non denunciammo il distinto signore (ex gallerista) settantenne che tentò la truffa, anzi ne fui quasi orgoglioso. Evidentemente un mio quadro valeva una truffa!

Il lavoro fu poi acquistato dal Prof. Emilio Marengo e oggi è appeso ai muri medievali del ristorante “La Taverna del Templare”, in località Palazzuolo, comune di Monte San Savino (Arezzo). La vicenda è narrata con dovizia di particolari nel racconto “L’assegno”, compreso nel mio libro “Più o meno di vino”. E’ interessante notare che quando ho concepito quel lavoro – e ci metto sempre molto tempo a immaginare un quadro – pensavo al racconto di J. Luis Borges “La rosa di Paracelso”…..

Giorgio Diaferia e la sua redazione alla Bella Rosina

www.ecograffi.it

Alcune fotografie riprese al Relais La Bella Rosina, alla Mandria, della redazione di Ecograffi e Antropos diretta dal Dr. Giorgio Diaferia e composta da Antonella Frontani, Mauro Ravarino, Sara Gardoncini e Francesca Diaferia. Il dr. Diaferia guida un gruppo di specialisti della comunicazione che si occupa di porre l’attenzione su temi di particolare importanza che attengono strettamente al rapporto – mai abbastanza messo in rilievo – che lega ogni ambiente con lo stato di salute di ogni organismo che in quello stesso ambiente vive.

Io voto così: Verdi

Io vado a votare, perché votare non soltanto è un diritto, non soltanto è un dovere: è sopra ogni altra cosa la possibilità di decidere a chi deleghiamo il nostro modo di intendere la vita, la nostra visione del mondo, i nostri desideri, le nostre speranze.

Io voto Verdi perché vorrei lasciare ai miei figli e ai miei nipoti un posto in cui vivere al meglio: non parliamo di salvare il Pianeta, che è un’idiozia! Il Pianeta, come ho detto molte volte, di noi se ne impippa: potremo fare qualche danno, ma saranno soprattutto danni che faremo alla nostra specie e alle specie più deboli.

Io voto Verdi perché la preoccupazione per la salute, per l’ambiente, per una qualità della vita migliore sono le mie priorità.

E comunque, io voto! Voto Fernando Giarrusso, un galantuomo che dovrà sentire la responsabilità della delega che io gli affido; e voto perché il movimento dei Verdi, grazie a uno che mi piace come Angelo Bonelli, possa diventare, anche in Italia, un movimento di riferimento, come in tutto il resto della nostra sgangherata Europa.

Granserraglio: Storie di ordinaria follia da Charles Bukowski

Era il 1980 e io ero uno dei migliori specialisti di fotografia di teatro: mi chiamò Richi Ferrero (con Mariano Meli e Gianna Franco l’anima del Granserraglio di Torino). Questi sono scatti effettuati durante le prime prove; quello a colori fu preso nei camerini di un teatro milanese di cui non ricordo il nome in zona Viale Monza: la considero una delle mie foto più belle, anche se in apparenza sembra banale. In realtà l’attrice che siede di spalle è ripresa su tre piani diversi, tramite due specchi, ed è a fuoco soltanto sullo specchio più piccolo il particolare del viso con la sigaretta.

Porta Palazzo, il mercato più grande d’Europa

Fiat.

No, non era la marca dell’automobile, che del resto la mia famiglia non possedeva, e ci volle qualche anno, fu una 500, di mia madre, perché mio padre non riuscì mai a prendere la patente e questo fu sempre motivo di malumori familiari; Fiat era la marca del frigorifero.

Un frigorifero smaltato di bianco, di quelli con gli angoli tutti arrotondati, fine anni ’50; Fiat perché lo slogan allora era:”Terra mare cielo”.

La Fabbrica totale, ovunque, a generare e soddisfare prima di tutto i bisogni dei propri dipendenti, secondo il vecchio modello fordiano; e quanto ho invidiato qualcuno dei miei amichetti il cui papà lavorava alla Fiat e che abitava le bellissime Casefiat e a Natale la Fiat gli regalava anche i giocattoli.

Il frigorifero Fiat – forse il primo dei nostri elettrodomestici, perché anche il televisore arrivò qualche anno più tardi, quando mio padre smise di portarci dai vicini o al bar a guardare “Campanile sera” o “Mare contro mare”- si apriva ogni tanto con un tanfo per me insopportabile: pecorino sardo!

Significava che mio padre era riuscito a trovare a Porta Palazzo una maledetta forma di quel formaggio che per me era come la Kriptonite per Nembo Kid  che ci mise qualche anno a farsi chiamare, più correttamente, Superman.

Altre volte, e ne ero più che felice, arrivava a casa con la mortadella che bisognava mangiare subito, perché il giorno dopo aveva un sapore e un odore strano e poco gradevole, non come oggi, ché la mortadella riesce a stare in frigo 4 o 5 giorni e nitrati e polifosfati la mantengono quasi come nuova.

Anche la mortadella arrivava da Porta Palazzo, per me, bambino, un luogo della fantasia dove si poteva trovare ogni meraviglia e ogni  porcheria di questo mondo.

Qualche anno più tardi, era precisamente l’autunno del 1968, mi spedirono a frequentare la prima liceo scientifico in quella sede che allora era la succursale del Galileo Ferraris, oggi è un commissariato di polizia, un palazzo brutto e tetro dirimpetto alle Porte Palatine, 50 metri dal grande mercato di Porta Palazzo ( non posso non ricordare che facevamo ginnastica in un locale posto sotto il Duomo, e il nostro professore, calabrese con qualche stranezza di linguaggio e di comportamento, era il papà di Roberto Gervaso).

La fermata del tram numero 10, che mi riportava a S. Rita, dove abitavamo, era situata in corso Regina, davanti al cinema-teatro Alcione: all’uscita di scuola mi toccava attraversare tutto il mercato dalla parte delle bancarelle di frutta e verdura, passare in mezzo ai banchetti dell’abbigliamento, davanti al mercato del pesce, e infine attraversare il corso.

C’era una specie di rosticceria dove mi fermavo spesso a mangiare una fumante e saporosissima farinata: nel ricordo quel sapore e quell’odore sono associati a alcune canzoni di Fabrizio De Andrè e alla pubblicità di una marca di orzo con la cui canzoncina martellante la radio mi svegliava tutte le mattine.

Com’è ovvio, in quei giorni poco mi curavo dello spettacolo che il mercato offriva: ero stanco, distratto dalle fantasie galoppanti di ogni adolescente e le mie, di fantasie, erano vere fuoriclasse nell’arte del galoppo; come tutti gli adolescenti, in preda a dubbi, preoccupazioni, sogni.

Certo, non mi sfuggiva Maurizio, l’alzatore di pietre gigantesche, catanese che rompeva le catene, o meglio il sottile fil di ferro tra una maglia e l’altra, gonfiando l’immenso torace di omaccione-orco.

Qualche anno più tardi lo conobbi meglio in un famoso bar di via Po in cui ho pascolato per ogni sera di tanti anni; narra la leggenda, in parte vera, che Pasolini lo volle in un suo film, alla prima del quale egli invitò l’intera corte dei miracoli di Porta Pila e dintorni, salvo poi non trovare neanche una sua pur insignificante apparizione: il buon Pierpaolo non aveva montato neanche una delle inquadrature che lo riguardavano.

Maurizio fu poi uno dei protagonisti di “Trevico-Torino…Viaggio nel Fiatnam”, pellicola d’esordio di Ettore Scola, del ’73, girata in 16 mm. e cosceneggiata dal non ancora celebre sindaco Diego Novelli.

Cito, non a caso, questo film perché costituisce, più che un grande esempio di cinema (il modello, mal copiato, era il cinema di Zavattini ), un documento certo straordinario e unico di quegli anni a Torino; tra l’altro, una delle figure di spicco della corte dei miracoli che zonzolava tra Porta Palazzo e Porta Nuova, presente nel film, era la leggendaria Maria, Regina della stazione.

Andavo in una vecchia casa di ringhiera, fatiscente, abitata dagli ultimi immigrati calabresi, siciliani, pugliesi, quelli che usavano le vasche da bagno per coltivarci l’insalata o il basilico, situata tra il mercato e la caserma dei Vigili del Fu co

( dall’insegna mancava la “o”), appresso a loschi figuri – che anch’io avevo prudentemente provveduto a copiare e a rendere il mio aspetto il meno raccomandabile possibile – a comprare le stecche di sigarette “Turmac” di contrabbando: mi piacevano perché avevano il pacchetto bianco e piatto e si distinguevano dalle “Muratti” e dalle “Malboro” che fumavano tutti i miei compagni.

Di Porta Palazzo ben poco m’importava e anche del Balon, che alcuni dei miei amici intellettuali cominciavano a frequentare in quei primi anni ’70: la maggior parte di loro era borghese, di sinistra, mentre io ero un figlio di contadini calabresi inurbati con la speranza, fortunatamente insoddisfatta, della Fabbrica, un figlio anarcoide, scontroso, controcorrente sempre, mai snob.

Marinavo spesso la scuola che mi annoiava: partivo dalle Porte Palatine e camminavo via Garibaldi e via Po, per finire, lungo il fiume, all’orto botanico, dove in pace leggevo i miei poeti o saggi di archeologia messicana….

Finisco questa lunga introduzione necessariamente autobiografica, che stabilisce la mia stretta parentela con il luogo di cui quest’articolo tratta, con due fatti importanti: per sposarmi ho scelto la chiesa di S. Domenico ( la più antica di Torino, dei primi del XIII secolo, sede più tardi dell’Inquisizione), situata all’angolo di via Milano; per vivere sono stato chiamato da una vecchia casa di ringhiera che sta di fronte alla chiesa della S. Sindone, a pochi passi da Porta Palazzo, il mercato dei miei acquisti e anche, quando posso, del mio girovagare, apparentemente a vuoto, tra i banchi.

Un poco di storia.

Il quadrilatero romano ( Torino ha origine da un castro romano intorno al 30 a.C. ) è delimitato a nord-est dall’attuale via Giulio, confine che rimase fino agli inizi del XVIII secolo: nel 1706, nei pressi della Dora, in quello che oggi è chiamato Borgo Vittoria e il nome è diretta conseguenza del fatto, Vittorio Amedeo II sconfisse le truppe francesi che posero fine al famoso assedio ( Pietro Micca fu l’involontario eroe di quell’epopea).

L’esistenza di un mercato poco fuori la Porta è testimoniata fin dal 1752, ma il progetto dell’attuale piazza, nato sotto il dominio napoleonico, si realizza tra il 1826 e il 1837 su disegno dell’architetto Gaetano Lombardi: pianta ottagonale e superficie di 51.300 mq sull’asse delle vie d’Italia ( oggi via Milano ), di S. Barbara ( verso il Po) e San Massimo ( verso le Alpi ), diventate dal 1879 corso Regina Margherita.

La piazza venne intitolata a Emanuele Filiberto, nome sostituito poi con quello attuale di piazza della Repubblica.

Tra il 1828 e il 1835 vennero trasferiti nell’area tutti i mercati torinesi, i più importanti dei quali, quello di piazza delle Erbe ( Palazzo di Città ) e quello di piazza del Corpus Domini, erano distribuiti sulla via davanti al Palazzo del Municipio: dal divieto di esporre le merci in quel posto, davanti al “Palazzo”, e di spostare tutto nella nuova piazza ha dato origine alla denominazione non ufficiale, ma da ognuno usata, di Porta Palazzo; non ho trovato una spiegazione per l’altro toponimo con cui da sempre viene denominata la piazza: Porta Pila.

Nella seconda metà dell’800, vennero costruite, prima in legno e poi in metallo ( la piazza fu danneggiata da un violento incendio nel 1910 ) le tettoie, tra le quali celebre è quella dell’orologio; nel 1963 fu realizzata la tettoia per il mercato dell’abbigliamento che oggi è stata demolita per un ammodernamento in corso d’opera che prevede parcheggi sotterranei e strutture adeguate alle nuove esigenze di un moderno mercato.

All’epoca, e le tracce ne sono ancora testimoni, esistevano immense ghiacciaie scavate sotto il suolo, a più piani, per la conservazione delle derrate.

E’ chiaro che l’immenso mercato è sempre stato magnifico humus di coltura di ogni possibile attività umana, lecita e non: l’aneddotica di Porta Palazzo è vastissima.

Per tutta la corte dei miracoli che vi è sempre esistita ( oggi sostituita da magrebini, neri africani, invisibili cinesi, bianchi dell’est europeo, ecc. ), cito il leggendario “Cichin”, Francesco Pignata, che intorno al 1860 aveva fondato una scuola per borseggiatori, attività proseguita dal figlio Nicolino e che addestrava i vari “Lofio”, “Ciciu”, “Forciolina” ecc. nelle arti complicate del borseggio.

Nei primi anni del ‘900 s’era anche creata la tradizione di eleggere la Regina di Porta Palazzo: la prima fu una certa Margherita Rosso.

Anche oggi, come sempre e come in ogni luogo, attività non troppo lecite vengono svolte con innegabile successo da altri “Cichin”, magari con la pelle più scura e qualche scrupolo in meno: ma non per questo il mercato di Porta Palazzo può definirsi un posto pericoloso, anzi.

Tommaso Leonetti, ormai alla terza generazione dietro un banco di verdura, si lamenta del fatto che i torinesi vengono sempre meno a comprare al Mercato: tutti gli snob e gli intellettuali girellano al Balon, pericoloso più o meno come Porta Palazzo; solo extra comunitari e gente comune vagola tra i profumi, i colori, i suoni dei banditori che mischiano consonanti calabresi, con aspirate arabe, gutturali nigeriane, sibilate orientali e, neanche troppo raramente, quei suoni poggiati, rotondi e un poco trascinati tra cui è difficile distinguere il torinese dal langarolo o dal monferrino.

Leonetti, che per me è una specie di memoria storica, mi dice che sulle 270 concessioni dei banchi di frutta e verdura ( licenze rilasciate fino agli anni ’50, epoca da cui non sono stati concessi ulteriori permessi ), sono rimasti titolari circa il 30% di piemontesi, il che poi, tutto sommato, non è poco, tenendo conto di quali flussi migratori abbia sopportato la Città.

I banchi del mercato di frutta e verdura sono i miei preferiti: è l’appagamento dei cinque sensi, certo con la vista privilegiata: gli accostamenti di colore, certe sequenze di prodotti allineati sui banchi o ammonticchiati con cura, tagliati a spicchi a fette….Il trionfo della geometria del colore.

Purtroppo, è sempre Leonetti che me lo fa notare, con la fine degli anni ’70, e la conseguente esplosione delle attività intensive delle serre ( fino ad allora le serre erano utilizzate esclusivamente per le colture floreali ), è un po’ finita la stagionalità di frutta e verdura; non solo, con l’avvento di quella che viene malamente nomata “globalizzazione”, anche la primizia ha cambiato significato, nel senso che oggi le primizie ci sono sempre, benché poi i prezzi, e i sapori, rendano giustizia al naturale corso delle stagioni.

Caratteristica unica da sempre di Porta Palazzo è il mercatino dei contadini, situato dietro la tettoia dell’orologio: poche decine di produttori che arrivano da tutto il Piemonte espongono e vendono la merce che viene direttamente dalle loro terre, e sono frutti e verdure di stagione che, non sempre a dire il vero, hanno un gusto diverso, e colori diversi, e fragranze diverse; ripeto non sempre, però, perché il solo fatto di essere contadino non certifica dell’assoluta onestà e correttezza di ognuno.

I due mercati coperti della carne e dei formaggi sono oggi un inno alle diverse tradizioni culturali e religiose che caratterizzano le cucine delle varie etnie che comprano a Porta Palazzo: trovi tutto.

Dal montone macellato secondo l’uso musulmano, alle carni affumicate di tradizione romena o slava; dalla vera soppressa calabrese al pecorino sardo, al formaggio di fossa, alla finocchiona e addirittura ai salumi spagnoli, o ai nostri insaccati di Cinta senese.

Io mi delizio a guardare interminabili file di salsicce, di prosciutti, di provole, penzolare dalle volte dei banchi a comporre quasi delle mantovane, delle quinte che emanano però insinuanti e promettenti fragranze.

Nulla a che spartire con quelle farmacie o corsie ospedaliere che sono gli ipermercati di cui hanno saturato le periferie e che diventano il ricettacolo di pensionati perdigiorno che impiegano il loro tempo a cercare di rubacchiare creme da barba e cioccolatini; di giovincelli assatanati, rumorosi, incerottati dentro indumenti falsi che espongono loghi tanto famosi quanto brutti e omologanti che cercano il refrigerio dell’aria condizionata e alimentano la frustrazione e l’invidia di non poter comprare quell’ultima scarpa ipertecnologica o quel palmare che fa tutto, anche farti sentire bello biondo alto ricco e famoso……

O le massaie con carrello, e bambino dentro, che comprano tutto a memoria, con percorso, tempo e spesa programmata…..

No, a Porta Palazzo ci vai per rinnovare i cinque sensi; ci vai perché la gente è diversa, parla urla ride commenta s’indigna si lamenta e lo fa in tutte le lingue che tutti capiscono, perché la gente basta guardarla in faccia per capire quello che dice, quale che sia la lingua.

Ma bisogna saper guardarla la gente per capirne il senso delle parole.

E poi, in mezzo a quell’orgia dei sensi, ogni tanto alzi gli occhi, oltre le righe rosse e bianche dei teloni che coprono i banchi, e scopri gli occhi di una finestra barocca che ti guata, un poco malandata, un poco scolorita e ancora, poco più in alto, la cupola della chiesa dei SS. Maurizio e Lazzaro che da sempre sorveglia il Mercato.

Chiudo con i 18 banchi meravigliosi del mercato del pesce, il più grande d’Europa, rifatto una decina d’anni fa.

Quando si va a fare la spesa io vado avanti e indietro per delle mezze ore tra un banco e l’altro: la scusa è quella di trovare il pesce migliore al prezzo più conveniente, ma è una bugia, perché a me, pescatore di mare, semplicemente piace osservare i pesci, i crostacei, i polipi di scoglio, i gamberoni, le cicale, le cozze, i calamari…..

E’ l’unico posto dove ogni tanto riesco a trovare tordi, perche, saragotti , donzelle e scorfanetti ( quelli piccoli e di colore scuro che vivono sotto gli scogli in tre o quattro metri d’acqua e hanno un sapore…) per la zuppa che piace a me.

Inutile dire che il pesce è spesso freschissimo, non sempre però ( anche se devo ammettere che in fatto di pesce io sono molto esigente ), e a prezzi di assoluta convenienza.

Poco mi piace aggirarmi nell’angolo dei banchi dell’abbigliamento: mancano i colori di frutta e verdura, gli odori del pesce, i suoni dei banditori; tutto sommato abbigliamento e accessori mi coinvolgono di meno, non mi fanno nessuna promessa i pantaloni, non la trovo insinuante una camicia e le scarpe tutto sommato sono solo delle prigioni per i piedi che, anche loro, amano la libertà.

Chiudo con una piccola curiosità storica: il corso Giulio Cesare che continua oggi la via Milano, si chiamava via Mosca, in onore di Carlo Bernardo Mosca, da Occhieppo Superiore (Vercelli), costruttore del ponte omonimo sulla Dora, una meraviglia costruita in pietra che all’epoca era unica al mondo.

Una delle tante ignorate di questa Città.

Bibliografia:

Mille saluti da Torino. 1990, Edizioni del Capricorno

Mille ricordi da Torino. 1992, edizioni del Capricorno

I Misteri di Torino. Edizione Piemonte In Bancarella

Memorie di Pietra, 1991, Ass. Servizi Demografici Città di Torino

LA MEMORIA DELLA DEA

Chi può, partecipi! E’ una bellissima iniziativa ideata e coordinata dalla D.ssa Maria Cristina Ronc, mia cara amica con cui stiamo lavorando a un prestigioso convegno sulla conservazione della memoria in ambito archeologico e antropologico. Si terrà il 4,5 e 6 giugno prossimi e sarà coordinato da Archeologia Viva. Nel frattempo, questa è per davvero una bella esperienza.

Regione Autonoma Valle D’Aosta

Assessorato Istruzione e Cultura
Dipartimento Soprintendenza per i beni e le attività culturali
MAR-Ufficio didattica e valorizzazione
Piazza Roncas, 12
11100 AOSTA
Tel ++39.0165.27.59.05


www.regione.vda.it/cultura <www.regione.vda.it/cultura>

Torino: scorcio insolito

Questo scorcio di piazza Castello, con la cupola barocca e ottogonale della chiesa di San Lorenzo, lo ripresi in un pomeriggio d’autunno: la Città era meravigliosamente affannata nell’attesa del Grande Evento. Si viveva in uno stato emotivo forse irripetibile. Lo scatto qui sopra non ha trucchi né ricostruzioni con Photoshop: è una immagine, come tutte le mie, ripresa con il semplice sguardo che è allenato alle prospettive insolite. Da sempre sta nel mio modo di essere la ricerca del punto di vista poco frequentato: spesse volte questa faccenda è un problema, per il semplice fatto che i più non comprendono che i punti di vista possono cambiare, e con essi muta la realtà, la verità; mutano le certezze.

Chef Giovanni Leopardi: menu greco al Med di Delhi

GREEK PROMOTION MENU

Steeped in ritual, Greece’s culinary tradition incorporates mountain village food, island cuisine, exotic flavours introduced by Greeks from Asia Minor, influences from various invaders & historical trading partners. The essence of Greek Cuisine lies in its freshness & its simplicity that brings out the rich flavours of the Mediterranean. The majority of Greek dishes are mainly seasoned with, salt, pepper lemon, olive oil & oregano, while parsley, garlic & dill are also widely used. Vegetables, pulses & legumes are made tastier by plentiful use of olive oil & herbs.All are very simple recipes – the secret lays only in the quality of ingredients, so we went out of our way to procure the best available inn the market for you to savour.                 Enjoy!

Appetizer

Horiatiki Salata

Romaine, tomato, kalamata olives, feta cheese, peperoncini, onions and cucumbers

Fasolakia Salata me Tono

Green bean salad with Tuna

Mlitzanokeftedes

Eggplant, Halumi Cheese Croquettes

Kftedakia me ouzo

Lamb meatballs with ouzo sauce

Feta sto fourno me rigani

Baked Feta Cheese with oregano and olive oil

Soups

Arnaki Soupa Avgolemono

Lamb Soup with egg and lemon

Revithosoupa

Chick pea Soup with greek spices

Veg

Kolokythakia Yahni

Stewed Zucchini with tomato sauce & cheese

Melitzanes papoutsakia apo ti Lesvo

Sweet Cheese stuffed Eggplants ‘Lesvos Island Style’

Fasolakia me domata kai feta

Green beans with tomato and Feta cheese

(All served with spinach and feta rice)

PLAKOUNTOS

Greek flatbreads

Kalamata olives,feta cheese,artichokes,onions

Oregano tomato garlic

Shrimp, kalamata olives ,halloumi cheese, basil

And octopus

Grilled chicken , capers,chilli peppers,feta& halloumi

And roasted eggplants

Meats and Poultry

Kotoupolo avoglemono

Chicken Fricasse with a lemon & egg sauce

Arni sto foumo me saltsa yiaourtio

Baked lamb with yoghurt sauce

Moussakas

Succulent combination of fried aubergines, delicately spiced minced lamb and rich cheese sauce

Hirino me prasa

Pork chops with leeks, celery & spring onions finished with egg & lemon sauce

Fish

Htapodi sta Karvouna

Grilled Fresh Octopus

Garides Saganaki

Baked Shrimps with pepper, tomato & ouzo finished with feta

Desserts

Baklavadakia

Phyllo Pastry rolls filled with nuts & soaked in citrus sugar syrup

Pasteli

Honey, Walnut & Sesame Wafers

Stafidopita

Milk & Raisin Pie flavored with orange rind

Gian Arturo Rota ha recensito il mio “Più o meno di vino”

http://www.veronelli.com/Articoli/Notizie/Doc144

E’ comunque un onore essere recensito sul sito www.veronelli.com. L’amico Gian Arturo mi ha trattato fin troppo bene, ma si vede che lo ha fatto in maniera franca, senza nulla dovermi. Ringrazio per il trattamento e ricambio la stima.

Vincenzo Reda

Un messaggio elettorale onesto: Casini, UDC per il Piemonte

Non sono democristiano, anche se la vecchia Balena Bianca – non fosse altro che per il mio amore totale per Moby, Herman e Achab – mi ha sempre affascinato e oggi ho tante ragioni per rimpiangerla, eppoi: premesso che io sono un vecchio liberal anarcoide, senza fedi, che si pone in un punto difficilmente identificabile tra il socialismo, i radicali e i verdi (quelli virtuosi, non quelli dei no sempre e a tutti i costi), tra tutta la fuffa che mi hanno messo nella buca delle lettere, questo messaggio elettorale lo trovo: chiaro, semplice, pulito, onesto. Io probabilmente non voterò UDC, ma finalmente mi pare di avere a che fare con politici veri… di quelli che non mi parlano di azienda-Italia e di quelli che il denaro è il demonio….ecc.

Lo so che è complicato, ma andate a votare: qualunque cosa, ma andate a votare!

Non dimentichiamoci che il diritto di voto per le donne è stato acquisito nel dopoguerra.

Non dimentichiamoci mai che per il diritto di voto molte persone hanno dato la vita.

Non dimentichiamoci mai che in tanti posti del mondo un sacco di persone non è considerato degno di esprimere la propria opinione.

Il peggior crimine di Bettino Craxi, che pure ebbe molti meriti, non fu quello di “rubare”, come pensano in tanti.

Craxi e i socialisti di quella stagione dovrebbero avere come un peso immane sulla loro coscienza civica e politica l’invito rivolto ai cittadini di recarsi in gita al mare in vece che alla cabina elettorale.

Quello fu un crimine ideologico che, purtroppo, nessuno mai addebitò al povero Bettino.

Che riposi in pace.

L’Occhio/ Eye

C’è sempre l’Occhio di qualcuno che ti scruta: presta attenzione a ciò che fai.

(La fotografia è del 1980, faceva parte della mia ricerca di body-art “Il Diavolo ti vuole” con Bruno Chiarenza: tanta ironia e un grande impegno su basi formali e di contenuto. L’occhio appartiene a un mio grande amico che un paio di anni dopo decise di andarsene: quanto credeva di essere s’era allontanato in maniera irreversibile da quanto gli altri credevano fosse. Ovunque tu sia, amico mio, questo tuo occhio mi è sempre vicino. E mi scruta con spietato amore).

La favola del Capo e de Lo Specchio

Ogni qualvolta gli succede di avere da sottomettersi al rito, banale ma doloroso – per vecchi presuntuosi e narcisi come lui – dello specchio, il Cavaliere è solito convocare i suoi fidi pretoriani, cicisbei e adulatori onde avvertire Lo Specchio.

Lo Specchio, quello sempre crudele e impietoso: soprattutto verso i vecchi.

Ecco che allora c’è grande eccitazione: si muovono i vari Quantomipaghi, Oggimiconvieni, Comunquefinoaquandomiconvieni, e  poi quelli della Guardia Imperiale che fanno tutti parte della schiatta nobile Pigneeneuronifalostesso.

Tutti uniti convocano (qualcuno offre soldi e servigi vari, ma non si deve sapere – non sta bene) Lo Specchio per invitarlo a essere comprensivo e indulgente col vecchio rompicoglioni.

Lo Specchio se la ride.

Ma il Capo sa che si sono mossi tutti i suoi fidi e allora nello specchio vede quello che desidera vedere, non quanto Lo Specchio onesto, incorruttibile, gli mostra.

Un giorno, non lontano, un moto di rabbia impotente romperà Lo Specchio (che pur incrinato continuerà, testardo, a riflettere le stesse macerie).

Giovanni Leopardi e alcuni suoi piatti classici di cucina mediterranea