Archive for Marzo, 2010
Caffè Elena: Vini d’autore
Mentula/Cazzo/Cock/Minchia/Lingam: l’essenza orgiastica del bicchiere

http://www.youtube.com/watch?v=w-Uf1AeSva0

cazzo-bicchiere-1

Priapo: il simbolo maschile del sesso. Oggi ci vergogniamo di parlare e di mostrare il sesso: la tradizione cattolico-cristiana, condita da tanto  giudaismo, ci ha insegnato che il sesso è peccato. Non così per i greci, per i romani che appendevano grandi cazzi (simboli di Priapo) a protezione di orti e giardini; non così per gli indiani che adorano il sacro Lingam di Shiva. Noi, invece, ci vergogniamo della faccenda più naturale che ci sia: fonte di vita e di piacere.

Il mio lavoro, del 1998, dipinto col Colorino – vitigno che una volta era usato nella formula del Chianti Classico per donare colore al vino – vinificato in purezza da Claudio Gori, vuol essere un inno laico ai riti orgiastici di Dioniso-Bacco-Libero-Lieo-Zagreo (tutti i nomi del dio del vino). Questo lavoro, nel mio immaginario, vuol significare l’essenza del bicchiere: perché si può bere (e offrire da bere, com’è ovvio), per chi ne ha voglia e piacere, da un bel cazzo…senza alcuna vergogna, perché non si fa del male a nessuno, anzi!

Il quadro è in formato 50×70 cm, vino su carta di cotone da 300 gr. E’ in vendita per 1.500,00 €. Chi fosse interessato può contattarmi.

The Sunday Tribune – Spectrum

http://www.tribuneindia.com/2010/20100314/spectrum/main3.htm

12 marzo 2010, Vino in Mercedes: Ancona, Delta Motors

L’Artista felice sull’auto preferita, oggi…

I miei quadri testimonial della Mercedes


La serata del 12 marzo scorso, presso la concessionaria Mercedes Delta Motors, è stata voluta dal Direttore Generale Jean Pierre Sabbatini, parigino, da tre anni alla guida di questa che è una delle più grandi strutture distributive della Casa Tedesca in Italia.

Alla presenza di un pubblico selezionato di clienti Stefania Zolotti, mia amica carissima, ha presentato il volume – da me censito su questo sito – “Vino a doppio senso”. Io, per parte mia, ho parlato della mia ricerca incentrata sul vino: i 18 quadri che ho messo in mostra sono stati esposti tra i modelli prestigiosi che arredano, protagonisti di bellezza tecnologica, gli ampi saloni della concessionaria. Per la la realizzazione dell’evento è stato fondamentale Francesco Greco, vecchio amico anconetano, giornalista televisivo e direttore del periodico “Il Gazzettino della pesca”, legato alla più vecchia fiera del settore in Italia. Ringrazio anche Barbara e la sua assistente e, ovviamente, la sempre brava e affidabile Stefania.

Di cibo e vini che hanno deliziato la serata scrivo in un altro articolo.

I quadri resteranno in mostra almeno 15/20 giorni.

www.delta-motors.it

San Damiano (d’Asti): “Quelli che tirano la pietra e nascondono la mano”….


Questo signore è Mauro Caliendo, sindaco del paese di San Damiano d’Asti. Non ho una fotografia decente dell’assessore alle manifestazioni, signor Luca Quaglia.

C’è un vecchio detto piemontese la cui traduzione è riportata nel titolo di questo articolo che non mi piace scrivere, ma è un dovere da compiere.

A me non hanno tirato una pietra, a me hanno fatto delle promesse che al momento opportuno non hanno mantenute: gli ho donato un pezzo da mettere come primo premio per la lotteria benefica in favore del Paese di Barisciano dell’Aquila (vedi articoli numerosi di giornali locali e non), gli ho allestito una mostra di miei quadri alcuni realizzati con vini della zona di San Damiano con il preciso impegno che almeno un quadro fosse venduto…..

Non mi hanno neanche ringraziato: non sono galantuomini, molto semplicemente e io non posso che serbarne un cattivo giudizio; mi spiace per la buona gente di San Damiano, ma di questo posto d’ora in poi non parlerò bene e mi guarderò dall’averci ancora a che fare in futuro.

E’ disperante quanto molte persone assumano con leggerezza impegni e con altrettanta leggerezza li disattendano. Io credo, e sono certo di non sbagliare, che la costruzione della propria credibilità sia una delle faccende più importanti della storia di un uomo: per quanto mi riguarda, cerco di attenermi con rigore alle parole che permetto, dopo averle pensate con la dovuta attenzione, alla mia bocca di pronunciare. Pare che per molti latrare, parlare, emettere suoni o rumori sia pressappoco la medesima faccenda.

Mi compiaccio di non appartenere a questa schiatta, poco raccomandabile.

Serate d’arte e di vino al Caffè Elena, a Torino

A cominciare da martedì 27 aprile, tutti i martedì sera, al Caffè Elena – in piazza Vittorio Veneto, a Torino – ci troviamo a bere, raccontare storie, magari suonare, parlare d’arte o cantare, recitare….Insomma, stare tra di noi in compagnia dietro o accanto a un buon bicchiere di vino, tra amici. Perché chi è impegnato a bere un buon bicchiere tra amici non può recar danno a alcuno. Magari non va in paradiso, ma non può far male a nessuno: Khayyam e Von Hutten mi sono testimoni autorevoli.

Vinitaly: incontri
Vinitaly: critica del salon puro…

Scrivevo nel 2003 – il testo è pubblicato nel mio libro “Più o meno di vino” – :

“...Vinitaly: ieri, era il ‘’99, Elio ospitava nello stand di Barolo & Co alcuni miei quadri. Cominciava il delirio del Vinitaly. Vinitaly mai come Verona, la Verona dei miei ricordi, quasi mai come Veneto: dormire a Peschiera, a Sirmione, a Desenzano, a Brescia….Mangiare nel Mantovano, nel Bresciano……

Vinitaly significa capitare al “Porticciolo” di Sirmione, perché è vicino all’albergo e sei stanco e non hai più voglia di metterti in macchina, e trovare sul tavolo bicchieri che puzzano di soda mescolata a acque di fogna; abbandonare una frittura mista di mare perché i calamari paiono trucioli di teak e ne hanno lo stesso sapore; rifiutare di mangiare un piatto di spaghetti all’astice per il fatto che non ti eri ricordato di specificare che non lo volevi fossile…..

E cominciare a accodarsi fin dal mattino, ai caselli, ai parcheggi, agli ingressi, agli stand, ai cessi ( tutti in coda a tenersi le mani sulle parti basse, mimando una comica danza…).

Vinitaly significa coda, per me: io odio le code.

Vinitaly significa giapponesi volgari che ingurgitano e sputano decine e decine di vini in poche ore, annotandone le caratteristiche su taccuini minuscoli: io, riconosco i miei limiti, ci metto a volte una o due ore per leggere un solo vino…….e poi mi rimangono ancora dei dubbi.

Vinitaly significa giovani perdigiorno dalle gote (non è per la verità un termine che meritano) rubizze, gonfi di alcol, zonzolanti sulle gambe malcerte, che vagolano tra un chianti, un barolo e un vattelapesca, ché tanto fa lo stesso, a ingurgitare quantità globali e omologanti di liquido che dovrebbe essere vino e a voltare la testa all’unisono per seguire imbambolati e inebetiti qualche bel jeans ben riempito o un decolletè degno di ben altre attenzioni..

Vinitaly significa ogni anno qualcuno che lamenta pochi fogli di copia-commissioni compilati. Litanie del tipo: quest’anno non ho visto tedeschi, non ho visto americani, i giapponesi non comprano, i cinesi latitano, gli sceicchi sembrano distratti e, non so perché, ma non si sono visti in giro operatori iracheni.

Vinitaly significa crudeli cerberi, travestiti da giovin fanciulle attraenti, che sorvegliano gli ingressi per permettere l’entrata solo agli alcolisti impenitenti e evitare l’accesso ai fastidiosi, dannosi, inutili operatori del settore.

Vinitaly significa numeri roboanti: semper ad maiora. Un milione di aziende presenti, un miliardo di visitatori, un trilione di litri di vino ingurgitati, un bilione di trilioni di ……. Il mille per cento in più dell’anno scorso, un successo mai visto, un’edizione incredibile (fino alla prossima, naturalmente).”

Sono passati sette anni e quel che allora ho scritto non lo condivido ormai più: ero stato troppo tenero!

Oggi questo mostro debordante, quest’inferno i cui gironi sono gli immensi padiglioni dedicati alle singole regioni – e ti tocca anche passeggiare sovrastato da immensografie del testimonial american attore (ormai vintage) strapagato per storpiare Giacomino e ricordare al Mondo che esiste quel pezzo d’Italia – non ha più senso. Non ha senso per il grande produttore, non ha senso ancor di più per il piccolo che scompare dentro questo caldarone (la “a” non è un refuso: da caldara…) in cui si mescolano un numero incontrollabile di eventi, comunicazioni, iniziative, notizie, fesserie, minuzie, insignificanze; e vini grandi e ciofeche, e vini preziosi e vini-mappine, vini bio vini falsi vini dinamici vini statici; vinacci vinelli vinoni vinini vinetti vinellini vinelloni vini del caso vini di cosa vini di casa; vini fatti e vini strafatti, vini legnati, vini filtrati, vini infeltriti….senza alcun costrutto.

Non ci avessi incontrato Vittorio Fiore, non avessi fatto conoscere il Tretarante a Stefania Zolotti, non avessi conosciuto il profondo sguardo giovane e fresco della diciannovenne figlia di una mia amica: mi dice qualcuno – chiunque: anche incompetente, bovaro, cafone, musulmano, pellerossa, astemio – cosa ci venivo a fare al Vinitaly?

Orazio

, il divino poeta di Carpe diem e  di Nunc est bibendum

Carpe diem

“………

Pensaci: bevi un po’ di vino

e per il breve arco della vita

tronca ogni lunga speranza.

Mentre parliamo, con astio

il tempo se n’è già fuggito.

Goditi il presente

e non credere al futuro.”

E’ la fine dell’11° celeberrimo carme del 1° libro ( di quattro ) delle Odi che Quinto Flacco compose circa tra il 30 e il 13 a.C. Devo ammettere che parlando di non sono critico affidabile: come per Marziale, di cui su queste pagine ho avuto agio di trattare, ho una smisurata ammirazione per questo autentico Classico,  classico forse più di ogni altro.

nacque l’8 dicembre del 65 a.C. a Venosa, borgo allora situato al confine tra Apulia e Lucania, oggi in provincia di Potenza e terra del grande Aglianico. Figlio di un liberto, quindi un ex schiavo, che era riuscito a mettere insieme un discreto patrimonio svolgendo il mestiere di esattore delle tasse, fu dal padre mandato a studiare a Roma nelle migliori scuole di grammatica e di retorica. Il Poeta ebbe uno straordinario rapporto di affetto nei confronti del padre: lo definì “il migliore dei padri possibili” e suo maestro di vita e di morale. Probabilmente perse la madre in tenera età.

A Roma fu allievo del manesco grammatico Ofilio: i metodi d’insegnamento prevedevano sonore scariche di mazzate, quando gli allievi non svolgevano a dovere i compiti loro assegnati. Intorno all’età di vent’anni, si recò a Atene per perfezionare gli studi e entrare in contatto col coltissimo mondo greco. Ebbe la ventura di lasciarsi coinvolgere, la vicenda non fu mai chiarita, dai tirannicidi Bruto e Cassio nella guerra che li vide sconfitti nella celebre battaglia di Filippi, 42 a.C. Non si sa come, egli era diventato “tribunus militum”, ovvero comandante di legione che conobbe l’onta (lo racconta egli stesso) della fuga codarda dal campo di battaglia.

Tornò a Roma, approfittando di un armistizio che Ottaviano concesse ai nemici concittadini: non trovò più suo padre e i suoi beni, confiscati e assegnati ai reduci vittoriosi. Per vivere, dopo aver sperimentato la povertà, trovò un impiego come contabile, “scriba quaestorius”, nell’amministrazione pubblica. E’ in questo periodo che comincia a scrivere e vedono la luce le “Satire” e gli “Epòdi”.

I suoi scritti vengono notati e apprezzati da Virgilio, di cui diventa amico e con cui frequenterà la scuola epicurea di Sirone a Napoli; Virgilio, tra il 39 e il 38 lo introduce nella ristretta cerchia delle amicizie del grande Mecenate. Con questo straordinario personaggio intrecciò un rapporto di profonda amicizia e di grande stima, sono moltissimi i componimenti ch’egli dedicò al suo amico e benefattore: infatti,Mecenate gli fece dono, intorno al 33, di un podere nelle campagne della Sabina (a nord di Roma, verso Rieti). , felice, si ritirava spesso a meditare e scrivere nel suo podere, lontano dalle  incombenze romane che coinvolgevano anche lui, ormai poeta apprezzato e uomo molto in vista.

E’ di questi anni la grande stima di Ottaviano, divenuto ormai Augusto, alle cui offerte , benché ormai allineato cesarista, seppe sempre sottrarsi, almeno fino al 17 a.C., allorché, morto Virgilio (70-19 a.C.), vate ufficiale , toccò a lui scrivere il “Carmen speculare” in onore di Diana e Apollo, componimento da cantare durante i ludi che in quell’anno sancivano l’inizio della “Pax Augusta”.

In questi anni scrive e pubblica le “Epistole” e i primi 3 libri delle “Odi”, gli ultimi lavori, il 4° libro delle “Odi” (che contiene alcuni carmi celebrativi dedicati ai figli di Augusto) e la celebre “Ars poetica” , sono del 13 aC.

si spegne il 27 novembre dell’8 a.C., pochi mesi dopo la scomparsa del suo grande amico Mecenate.

A Mecenate

“In coppe modeste berrai un vinello

sabino, che io stesso ho suggellato

in anfore greche, quando in teatro

ti tributarono,

mio caro Mecenate, quell’applauso,

che le rive del nostro fiume e l’eco

dei colli per gioco ti riportarono

con le tue lodi.

Tu bevi cecubo o vino spremuto

in torchi caleni, ma non falerno

o vini dei colli di Formia riempiono

i miei bicchieri….”

è il poeta del buon senso, del giusto mezzo: come nessun altro domina la materia che sono le parole e la metrica, come nessun altro riprende i classici greci, gli amati Alceo, Mimnermo, Saffo, Anacreonte, Pindaro, e con gli stessi metri crea capolavori assoluti che saranno un riferimento costante a cominciare dai suoi contemporanei per arrivare ai nostri tempi (solo i romantici non ebbero in grande stima, fu il quasi coevo Catullo, assai più passionale, a scaldare i loro animi).

Per la sconfitta di Cleopatra

“Ora puoi bere, puoi il piede battere libero

sulla terra; tornato, tornato è ora il tempo

di ornare, amici, l’ara degli dei

con un banchetto da fare invidia ai Salii.

Sacrilego prima sarebbe stato togliere

il cecubo dalle cantine, finché ebbra

per l’onda della fortuna e in balia

d’ogni speranza, con la sua accozzaglia

d’uomini sfregiata dalle mutilazioni,

quella regina impazzita minacciava

di abbattere il Campidoglio e annientare

l’impero……”

Questa è la celebre ode del primo libro che celebra la sconfitta di Cleopatra a Azio, nel 31 a.C., e che comincia con il famoso: “Nunc est bibendum…”, ripreso da Alceo: ” E’ ora di ubriacarci…”; ma dopo aver brindato, rende all’orgogliosa regina l’onore che merita la grandezza della donna e la sua scelta estrema. A proposito di donne: ne amò tante….Frina, Lidia, Cloe, Fillide. Scrisse anche abbastanza delle sue donne, ma non perse mai la testa per nessuna, né mai si sposò: le donne come il vino, piaceri fugaci di cui non abusare anche se si chiamano Falerno, Cècubo, Màssico, vino di Creta, di Rodi o di Coo; a volte è meglio l’umile Sabino o l’Albano, come una liberta può essere più coinvolgente di una nobildonna….

A Taliarco

“…Guarda la neve che imbianca tutto

il Soratte e gli alberi che gemono

al suo peso, i fiumi rappresi

nella morsa del gelo.

Sciogli questo freddo, Taliarco,

e legna, legna aggiungi al focolare;

poi senza calcolo versa vino vecchio

da un’anfora sabina….”

A Varo

Prima della vite sacra non piantare, Varo,

alcun albero alle dolci pendici di Tivoli

o intorno alle mura di Càtilo:

agli astemi Bacco rende ogni cosa penosa

e gli affanni che ti rodono

non si dissolvono altrimenti.

Chi dopo aver bevuto ha sulle labbra ancora

i disagi della milizia o della povertà?…..”

Le traduzioni non rendono la raffinatissima metrica che il poeta piega ai contenuti agresti e agli assilli quotidiani: a noi porgere attenzione al vino che scorre e allevia i tormenti.

La lirica successiva è una delle poesie più belle che io abbia mai letto a proposito del vino, parla di un’anfora, ma è una preziosa bottiglia dei nostri giorni.

All’anfora

“Nata con me al tempo del console Manlio,

sia che tu porti lamenti o gioia, litigi,

amori folli o un sonno senza sogni,

anfora consacrata, a qualunque titolo

fu eletto il massico che conservi, ma certo

degna d’essere aperta in un giorno felice,

scendi qui fra noi ora che Corvino

impone d’offrire un vino prelibato.

E non sarà lui, che si è nutrito dei dialoghi

socratici, a trascurarti per moralismo:

anche il cuore severo di Catone

si scaldò, come sai, a volte col vino.

Agli animi che meno sono inclini tu

fai dolce violenza; col giocondo Lieo

tu riveli l’angoscia dei sapienti

e i pensieri che nell’intimo nascondono;

tu ridoni speranza ai cuori che s’angustiano

e al povero, che dopo il vino piú non teme

l’ira imperscrutabile dei re e l’arma

dei soldati, regali forza e coraggio.

Se di cuore qui verranno Libero, Venere

e le Grazie che non vogliono separarsi,

sarai fra noi al lume delle fiaccole

finché il sole non disperderà le stelle.”

Tutte le liriche fin’ora citate sono tratte dal primo libro delle “Odi”; voglio chiudere questo mio breve e necessariamente lacunoso intervento su , con un brano tratto  dal secondo libro delle “Satire”, è il racconto di un sontuoso banchetto dato dall’arricchito Nasidieno in onore di Mecenate: sul più bello, in mezzo a portate sontuose, sul triclinio rovina col suo carico di polvere l’intero baldacchino… E’ un giovane, ironico, non ancora allineato. Ci fornisce un piccolo, attendibile quadro di come i ricchi di allora si trattavano a tavola.

Un anfitrione insopportabile

“Ti sei divertito alla cena

di Nasidieno, quel riccone?

Ieri ti cercavo per invitarti

e m’hanno detto ch’eri là

a bere sin dal mezzogiorno……..

……Viene allora servita, lunga distesa nel piatto,

una murena, guarnita di gamberetti in umido.

E subito l’anfitrione: ‘È stata presa gravida,

perché una volta deposte le uova,

la sua carne sarebbe peggiorata.

L’intingolo è composto di questi ingredienti:

olio di Venafro, quello di prima spremitura;

salsa di pesci marinati dell’Iberia;

vino di cinque anni, ma nostrano

e versato durante la cottura

(a cottura finita, invece,

il piú indicato di tutti è quello di Chio);

pepe bianco e un poco d’aceto,

fermentato dal vino di Metimna.

Per primo ho suggerito di cuocervi dentro

la ruchetta verde e l’èmula amara;

Curtillo vi aggiunge anche i ricci,

ma non lavati,

perché la schiuma che sprigionano i frutti di mare

è meglio della salamoia’.

Sul piú bello il baldacchino appeso al soffitto

rovinò pesantemente sul piatto,

trascinando tanta polvere nera,

quanta non ne solleva l’aquilone

nella pianura di Campania…………..”

Vincenzo Reda

Turin: some postcards from The Holy Shroud City
Torino, i giorni della Sindone

Due parole laiche sul Sacro Lenzuolo, la Sindone, The Holy Shroud: andare a questionare se l’impronta impressa sul lino sia o meno attribuibile a Gesù Cristo è operazione di idiota inutilità. Inutile se si è credenti, ancor più inutile se credenti non si è.

In ogni caso, quell’incredibile rettangolo di lino con quella somma testimonianza del dolore fisico di un uomo, chiunque egli sia stato, ha raccolto per secoli l’adorazione, le preghiere, le speranze, i voti, il dolore, la gioia di milioni di persone: anche soltanto (soltanto!) per questo fatto, merita da parte di chiunque il rispetto e lo stupore che deve sempre essere riservato a qualunque simbolo che racchiude le credenze di parti dell’umanità, piccole o grandi esse siano. Sulla cultura delle reliquie sono stati scritti oceani di inchiostro, ma non si può e non si deve prescindere dal rispetto, anche quando – Umberto Eco in Baudolino ha vergato delle pagine di memorabile ironia attorno a queste vicende – il punto di vista non è quello del fedele.

E personalmente, non essendo credente, non trovo scandaloso che delle reliquie e della fede si faccia commercio: almeno serve a campare famiglie, come diceva con buonsenso contadino San Pio da Pietrelcina.

Torino: La Chiesa del Sacro Lenzuolo

Nelle immagini della galleria fotografica qui sopra si può vedere la Chiesa del SS. Sudario, sede fin dal 1734 (la chiesa fu costruita su decreto di re Vittorio Amedo II del 1728 dall’ing. Mazzone) della Confraternita del SS. Sudario, istituita nel 1598, vent’anni dopo l’arrivo della Santa Sindone a Torino. E’ attigua al museo della Sindone (Via San Domenico, 28) esattamente dirimpetto al palazzo in cui io abito.

Concepita originariamente come oratorio e sede esclusiva della Confraternita, fu aperta al pubblico verso la fine del XVIII secolo. La chiesa era attigua allo “Spedale dei pazzarelli”, il primo ospedale concepito per i malati di mente. All’interno della chiesa a unica navata, è esposta una perfetta copia della Sindone. Una della tante curiosità di questa chiesa è l’immagine stilizzata in bassorilievo del Sacro Lino contenuta nel timpano della facciata.

Paolo Monelli: Il ghiottone errante

Questo libro memorabile merita un’ampia premessa.

Scritto da Paolo Monelli – di cui su questo sito ho con dovizia trattato del suo “O.P. ossia Il vero bevitore” – e illustrato da Giuseppe Novello, è appunto dal rapporto sghembo che lega questi due alpini della Grande Guerra che parte la mia premessa. Uno, giornalista e scrittore emiliano (Fiorano Modenese), beone raffinato di capacità biblica e mangiatore altrettanto attento e competente di quantità e qualità pantagrueliche; l’altro, vignettista di nascita lombarda (Codogno) ma di origini venete, astemio e inappetente, striminzito, distratto e frugale masticatore. Ebbene, contro ogni logica salutista e dietetica, il primo campò 93 anni(1891/1984) e il secondo raggiunse le 91 primavere (1897/1988)….

L’edizione che ho letta e qui presento è per i tipi del Touring: la prima edizione del 2005 (ciò significa che il libro, straordinario per molti versi, non ha avuto il successo che merita); è un brutto oggetto: brutta la copertina, brutto il formato striminzito, brutta la carta – una patinata opaca bianchissima che affatica gli occhi – brutta la grafica e l’impaginazione, brutto il minuscolo corpo che caratterizza le note – spesse volte quasi più interessanti del testo – brutta infine la svogliatezza con cui sono disseminate e impaginate le vignette di Novello (sono circa 200 pagine per 14 €, in ogni caso ben spesi).

Il libro fu pubblicato da Treves, editore in MIlano, nel 1935 e ebbe qualche ristampa; fu ripubblicato, riveduto e ampliato, da Garzanti – che nel frattempo aveva rilevato Treves – nel 1947; c’è stata un’edizione a cura della Biblioteca del Vascello (Roma) del 1992 che riproduce la prima edizione Treves. Questa del Touring del 2005 è basata sull’edizione riveduta di Garzanti del ’47.

Il libro nasce come raccolta di articoli commissionati da “La Gazzetta del Popolo” di Torino: il giornale spedisce in giro per l’Italia i nostri sull’onda di una moda che negli anni Trenta prende corpo, originata probabilmente dalla traduzione italiana della “Guida spirituale delle osterie italiane da Verona a Capri” del tedesco Hans Barth.

Superfluo affermare che è un libro epocale per molti versi e di non adeguato successo: riporterò sul mio sito, qui e là, alcune delle citazioni che ritengo meritevoli, tra tutto il resto comunque notevole, di venire poste in risalto.

Paolo Monelli: “O.P. ossia Il vero Bevitore”

Un capolavoro che nessuno, al quale in qualche modo l’argomento del vino e del bere più in generale interessa, può permettersi il sacrilegio di ignorare. Questa è l’edizione originale del 1963, cartonata, molto….Longanesi.

Paolo Monelli, giornalista di Fiorano Modenese (1891/1984), è assai più famoso per il celebre “Il ghiottone errante”, pubblicato prima a puntate su “La Gazzetta del Popolo” e  poi in volume da Treves nel 1935: è la cronaca di un viaggio nei santuari italiani di vino e cibo, realizzato da un bevitore e da un astemio e inappetente (il pittore e illustratore – per 30 anni a “La Gazzetta del Popolo” e poi a “La Stampa” – Giuseppe Novello, 1897/1988).

Questo volume, introvabile – non so quale sia l’ultima edizione disponibile – non è soltanto un lavoro importante dedicato al vino: è di O.P. che si tratta. O.P. è un artificio letterario, un acronimo, che sta sia per Optimus Potor – latino che identifica chi beve bene – sia per  Oino-Pòtes – termine greco con cui Anacreonte identifica il savio cultore del vino. Dunque è un libro dedicato ai bevitori: libro eretico, politicamente non corretto, denso di citazioni, di spunti, di suggestioni. Sono circa 300 pagine dense in cui si tratta di vino in maniera importante e unica, ma anche di birra, di whisky, di whiskey, di cognac, di gin, di cocktail…

E’ una miniera di aneddoti (quello su Mario Soldati, la sua scarsa propensione ai gusti raffinati e i suoi Gattinara e Carema vale da solo il libro intero), di notizie, di opinioni quantomai insolite. Paolo Monelli era un grande appassionato dei vini di Valtellina che considerava i migliori; com’è ovvio, non tutto quanto scrive è condivisibile, spesso anche assai datato: ma, mi si dia retta, è sempre di straordinario interesse e di valore letterario notevole. In assoluto, forse, meglio di Veronelli e di Soldati. E cerco di non esagerare.

Importante la bibliografia, belle le fotografie fuori testo, di grande aiuto l’indice dei nomi: anche un libro “fatto” come si conviene, alla Longanesi, un altro degli eretici che amo.

Il Papa in visita pastorale a Torino, 2 maggio 2010

Queste fotografie, riprese da mia moglie Margherita e da mia figlia Geeta – entrambe cattoliche ferventi e praticanti – documentano la visita pastorale di Papa Benedetto XVI a Torino, domenica 2 maggio 2010, in occasione dell’ostensione straordinaria della Sindone (è la decima dal 1578, anno in cui il Sacro Lenzuolo fu portato dal Granduca Emanuele Filiberto a Torino, fresca capitale del Granducato, da Chambery dove si trovava custodito fin dal XIV secolo). Il mio pensiero a proposito della reliquia del Sacro Lino e, in maniera più ampia circa la, o meglio, le religioni è ampiamente documentato su questo sito.

Liber Medicinalis di Quinto Sereno Sammonico

Gianni Merlini è stato l’ultimo grande presidente della Utet, erede della dinastia dei Pomba, editori in Torino fin dalla fine del XVIII secolo; editori come i Paravia, i Roux, i Loescher. Gianni Merlini ho avuto la fortuna di conoscerlo: per molti anni mi ha mandato a casa, con biglietto personale, le famose strenne Utet, edizioni fuori commercio di libri rari.

Qui non c’entra, ma ho avuto la ventura di conoscere anche Giulio Einaudi, e il grande Lattes: oggi a Torino non esiste più la grande editoria, è rimasto, unico e immenso, l’amico Enrico Tallone, con la mamma Bianca a Alpignano, e ogni tanto mi racconta di quando Pablo Neruda lo teneva sulle ginocchia…

Nella mia Biblioteca c’è una di quelle strenne Utet che sarà oggetto di questo articolo: il Liber Medicinalis di Quinto Sereno Sammonico. E’ un testo tanto conosciuto tra gli esperti, quanto ignorato dal pubblico: un libro di grande interesse, unico nel suo genere, composto intorno al III o IV secolo della nostra era da un Quinto Sereno, la cui identità non è certissima, probabilmente un protetto dell’imperatore Settimio Severo e poi precettore di Gordiano.

E’ una raccolta in versi (1107 esametri raccolti in 64 capitoli monotematici) che raccoglie i rimedi della farmacopea romana ordinati a capite ad calcem, cioè dalla testa ai piedi. Il testo è straordinario: occorre ricordare che il codice più importante che lo ha tramandato alla posterità fu ordinato direttamente da Carlo Magno, e da allora è stato oggetto degli studi di ricercatori di ogni campo (storici, linguisti, medici, farmacisti…).

Non desidero fare ulteriori commenti, anche perché lo scritto parla da solo; è opportuno però ricordare che se pochi hanno letto il Liber Medicinalis, tutti conoscono la formula magica Abracadabra, che compare per la prima volta, appunto, in questo volume straordinario.

Ho scelto i rimedi a base di vino, naturalmente.

Patologie degli organi sessuali

Il fallo si curi

con vino antico e topiche unzioni di bile

di capra puerpera. Può giovare che il paziente

sputi sul pene floscio foglie di mirto

masticate di primo mattino. I genitali

si guariscono pure con bagni di feccia

di vino melato o con cera impastata

con foglie di cipresso o con fave bollite

aggiunte a vino tiepido.

Formula magica antifebbre

Si scriva su un foglio

il detto abracadabra, lo si ripeta assai

sovente e muovendo in basso si detragga

di volta in volta per ogni riga, senza

omissioni, la lettera finale riscrivendo

le restanti fino a risultare una unica

lettera terminale in figura verbale

a cono acuto: memento di appendere

il foglio al collo con un filo di lino.

Mal d’occhi

Applicare sull’orbita cenere di foglie

di cavolo con incenso sbriciolato,

vino e latte di capra partoriente

e in una sola notte si apprezzeranno

i pregi del trattamento.

…..

Unguento in mistura equidosata

di vino e celidonia ripristina la bella

purezza visiva, lenisce le rugosità

e satura le lacerazioni.

Mal di denti

Mantenere in bocca

decotto di viole con vino.

……

Porre sul dente dolente pepe dolce

con vino e nitro. I denti spesso guariscono

con succo di celidonia o con latte di capra

o con bile di toro o risciacquando la bocca

con aceto.

……

La materia che ha assunto il nome

dallo spazzolare i denti è costituita

da cenere di corna cervine o da zoccolo

bruciato di scrofa o cenere di guscio

d’uovo insieme a vino, oppure di murice

tostato o di cenere di cipolla spenta.

Tisi e bile

Giova anche l’acqua

di mare mescolata all’acqua dolce in parti

eguali e con miele liquido; come pure

il niveo secreto mammario di asinella

miscelato ancora tiepido con vino, miele

e pepe.

……

Se la maligna tisi

cronicizza, farà bene prendere lumache

frantumate nel vino.

Contro i rigurgiti

Talora

buoni risultati si possono conseguire

con bevanda di vino caldo con la cenere

di corteccia strappata e bruciata

della pianta del sughero.

Mal di fegato

Nel dolore acuto immotivato del fianco

bere l’acqua fatta ribollire da pietra

immersa infocata; o prendere radice franta

di acero con vino; questo rimedio si ritiene

risolutivo.

…….

Procurarsi un fegato

di lupo, aggiungervi costo, foglia di nardo

e pepe, stemperare il tutto in vino secco

per bevanda.

Contro l’idropisia

E’ utile bere in due

bicchieri di vino caldo la radice bollita

del tenero sambuco. Si deve prendere

il seme di frassino con vino

ed applicare sul ventre unguento dropace

che rapidamente rimuove gas e sierosità.

Ed anche rotolare il corpo in sabbie

tiepide. Le leggere nepitelle gioveranno

per os e in loco. Sovente anche il vino

di scilla elimina il male.

Dissenteria

Il flusso enterico infatti

avviene sovente troppo rapido: si regola

con mistura di cavolo e vino ribollente

o con ciliegie a lunga essiccazione. Fa

guarire pane zuppo di vino Amineo, o

l’aceto ben miscidato con acqua calda.

……

Va invece preso un guscio

incenerito d’uovo nel vino quando le scariche

diarroiche siano irrefrenabili e il disturbo

disumano evolva ingravescente. Si ritiene

valida la raschiatura eburnea d’elefante.

Una pozione mista di corteccia strappata

dalla pianta di Piramo, arsa all’aperto

e posta in vino potrà frenare l’eccessiva

diarrea.

Ritenzione dell’urina

Quando l’urina si attarda in vescica

il ristagno verrà risolto bevendo vino

vecchio.

……

Talora nell’incontinenza d’urina

il flusso bagna le vesti e le imbratta

di vergognosa pioggia; converrà prendere

un cervello di lepre nel vino.

……

Prendere inoltre seme di mirto selvatico

con vino, olio e aceto: o ancora del vino

con comino macerato abbrustolito o l’acre

sterco degli aggressivi colombacci

imbibito di succhi agrodolci e triturato.

Contro la sterilità

Quando in una unione sterile l’attività

dei partner illanguidisce e la speranza

prolifica è già svanita da molti anni,

si tace se ne sia o meno responsabile

la donna: lo potrà insegnare il quarto libro

del grande Lucrezio. L’utero però guidato

da energici medicamenti ha spesso dato

creature preparate da cure oculate.

La donna mangi una vulva di lepre o beva

la bava pendente dalla tenera bocca

delle pecore, miscidata, tenga a mente,

con vino Falerno, quando nelle stalle

ruminano l’erba brucata.

Fuoco di Sant’Antonio

Spalmare unguento di sego bovino

rammollito alla fiamma o fomentare le parti

urenti con miscuglio d’uova non cotte

di cigno e feccia di vino………

pure unguento misto

di cenere d’aglio, olio e salsa di garum

allevierà la violenza ingravescente

della flogosi. Si combina spesso pozione

di albume d’uovo e celidonia, da prendere

in dose modica, ma ben frantumata senza

scordare l’aggiunta d’acqua e vino Falerno.

Contro i morsi velenosi di vipere e serpenti

Il caglio di cerbiatto diluito in vino

espelle dall’organismo l’infausto veleno

o si prendano con vino la radice di ferula

o la lieve erba betonica o brodo di vecchia

gallina. Nel morso terribile dell’aspide

maligno si crede utile che il paziente

beva la propria urina: è stata questa

l’opinione del vecchio Varrone. Inoltre,

come Plinio consiglia, giova bere aceto.

Febbre quartana

Non disgustarsi di ingerire nei giorni

afebbrili aglio triturato con tre cimici

diluito in vino puro; o tenero parenchima

epatico di ratto aggiunto a quattro scrupoli

di vino secco. E’ splendida bevanda l’infuso

d’assenzio in acqua pura.

Fratture e lussazioni

Inoltre lo sterco di capra aggressiva

stemperato con vino vecchio libera le parti

chiuse, separa aderenze, colma cavità.

Curare l’epilessia

Si deve ingerire bile

di cupo avvoltoio in vino vecchio e basta

un cucchiaio per volta, o sangue

di rondine misto conpolvere d’incenso

o appio bollito o bile d’agnello

aromatizzata nel miele, o marrobio

aggiunto a miele in peso eguale, da prenderne

tre cucchiai per ogni dose. Valida la miscela

di ceneri di faina e di rondine. E’ pure

benefico bere acqua piovana caduta

nel cavo di calotta cranica umana supina.

Mi auguro che nessuno abbia l’ardire di sperimentare alcuni dei rimedi che erano soliti adoprare i nostri antichi Romani, ma sul fatto che bere dell’ottimo vino faccia bene alla salute, e al buon umore ché poi è la stessa faccenda, nessuno di noi nutre alcun dubbio. Salute!

“La medicina in Roma antica. Il Liber medicinalis” di Quinto Sereno Sammonico

Strenna Utet 1996

Trad. Cesare Ruffato