Archive for Aprile, 2010
Tommaso Campanella, sonetto

A CERTI AMICI, UFICIALI E BARONI, CHE, PER TROPPO SAPERE, O DI POCO GOVERNO O DI FELLONIA L’INCULPAVANO

Non è brutto il Demòn quanto si pinge:

sta ben con tutti, a tutti cortesia:

la più sentenza eroica e la più pia:

un piccol vero gran favola cinge.

Il paiuol della pentola più tinge;

nera chiamarla dunque non dovria.

Libertà bramo, e chi non la desia.

Ma il viver sporca, chi per viver finge.

– Chi si governa mal spesso si duole. –

Se pur lo dite a me, ditelo a tanti

gran profeti e filosofi, ed a Cristo.

Né il saper troppo, come alcun dir suole,

ma il poco senno degli assai ignoranti

fa noi meschini e tutto il mondo tristo.

 

Peter Kolosimo

Pier Domenico Colosimo, meglio noto come Peter Kolosimo, nacque a Modena nel 1922 e morì a Milano nel 1984. Era un giornalista dell’Unità, poliglotta, di madre americana.

Pubblicò nel 1957 Il pianeta sconosciuto, libro che ebbe una timida ma incoraggiante accoglienza. Fu con la pubblicazione di Terra senza tempo, del 1964, che conobbe un successo enorme. Ebbe numerose ristampe e fu tradotto in varie lingue, riscotendo ovunque un grande favore di pubblico. Gli ingredienti erano quelli che oggi, più o meno, sono tipici di questo genere letterario: Atlantide, Mu, le visite degli estraterrestri, la cintura di Orione, le piramidi di Giza, l’astronauta di Palenque, l’aeroporto interstellare di Nazca, l’isola di Pasqua e via dicendo.

Lo conobbi e ci litigai durante i miei 18 anni: già studiavo le civiltà precolombiane della Mesoamerica e quella furbata dell’astronauta di Palenque gliela demolii in pubblico. E non la prese bene. Allora il mio estremismo giovanile m’impediva di capire che si possono sparare fesserie, che piacciono alla gente, per far soldi onestamente. C’è di peggio, purtroppo. Di peggio assai.

 

Norberto Bobbio Andrea Viglongo Un Filosofo Un Editore Una Città

Norberto Bobbio Andrea Viglongo

“Un Filosofo un Editore una Città”

Viglongo Editore – Coll. Sotto la Mole

pp. 282, € 20.00

“[…] Come vedete, la nostra vita è fatta di mille connessioni: e una rete intricatissima di rapporti con gli uomini che abbiamo incontrato, con le cose che abbiamo avuto o desiderato o respinto. Di questi infiniti rapporti la maggior parte nascono e muoiono in quella contingenza assoluta che è la storia universale in cui, per quanti sforzi si facciano, non si riesce a trovare alcun senso. Ma alcuni si salvano dalla impenetrabile casualità del mondo e contribuiscono a dar un senso alla nostra vita, a rappresentare qualche cosa che assomiglia (dico «assomiglia», non dico «è») a un destino.

[…]Scrittore della memoria significa che si scrive per salvare qualche cosa del passato, perché salvare il passato vuol dire salvare un po’ anche noi stessi che di quel passato siamo i continuatori, e impedire che la storia umana sia un turbine dove tutto si mescola e si confonde, impedire che coloro che abbiamo amati siano travolti da questo turbine. […] Ricordare e lasciare qualche traccia perché gli altri che verranno dopo di noi non dimentichino.

Con queste parole – che sono le nostre, che sono di tutti – pronunciate da Norberto Bobbio a Monastero Bormida il 10 maggio 1981, in occasione dello scoprimento della lapide in memoria di Augusto Monti, si chiude questo magnifico volume che ho avuto l’onore di ricevere in omaggio da Giovanna Spagarino Viglongo in occasione dell’ultimo Salone del Libro di Torino.

Io mi considero un fortunato: nel tratto di strada che il buon dio, o chi per lui, mi sta concedendo di percorrere ho avuta la ventura di conoscere persone straordinarie; Giulio Einaudi, Gianni Merlini, Mario Lattes, Luciano Gambaudo, Franco Panini: Editori e persone irripetibili. Ma sono assai lusingato di aver avuto in sorte di conoscere e frequentare due Donne che nella storia editoriale torinese, italiana e europea rappresentano figure ineguagliabili: Bianca Tallone e Giovanna Spagarino Viglongo, speriamo di poter godere della fortuna di averle ancora a lungo tra noi a perpetuare una memoria che ormai soltanto esse serbano con cura.

Questo libro è una sorta di sinossi di tutta la storia, e di vita e editoriale, di Giovanna e della Casa Editrice: per tramite delle parole sempre lucide, ma qui anche dolci e malinconiche, del grande filosofo (sono un corpo di 24 lettere) si ripercorre la nobile vicenda di questa impresa unica.

Occorre ricordare la figura gigantesca di Andrea Viglongo, amico e allievo di Antonio Gramsci – con lui nella breve stagione de “L’ordine nuovo” –  cui ebbe in sorte di presentare il suo quasi coetaneo e compagno di scuola Piero Gobetti.

Il suo racconto del bidello della scuola Pacchiotti, Natale Viglongo – padre di Andrea – da solo meriterebbe l’acquisto di questo libro. Eppoi si ripercorrono i sentieri, noti agli appassionati e agli specialisti, ma non così conosciuti da un pubblico oggi distratto da mille faccende inutili di cui non si conserverà memoria alcuna: le vicende di Emilio Salari e sua moglie Ida; le poesie in piemontese di Nino Costa e Giovanni Arpino; e Pinin Pacòt e Alberto Viriglio…storie legate a filo doppio con le edizioni dell’Almanacco che è scrigno prezioso di memorie altrimenti cancellate. Voglio ricordare qui una figura che oggi, nelle zacchere viscide e umilianti in cui ci ritroviamo a essere invischiati, è affatto dimenticata: Luigi Firpo, un Gigante, una Coscienza storica che tanto ci manca.

Grazie, Giovanna e che il signore (o chi per lui) ti conservi la vista.

Roberto Giacobbo, 2012 – La fine del mondo?

Roberto Giacobbo è un bravo cristo che, con molta intelligenza, ha trovato un bel puledro da cavalcare in maniera piuttosto proficua.

Riprendendo tutti gli ingredienti che una serie di furbacchioni prima di lui aveva ben identificato, ha costruito un macchinario fantastico in cui può essere probabile tutto e il contrario di tutto.

Gli ingredienti sono: le piramidi di Giza, le “profezie” dei Maya, i Templari, le macchie solari, Atlantide, Mu, gli extraterrestri, “l’astroporto” di Nazca, l’isola di Pasqua e via dicendo.

Il filone è quello della fantarcheologia: con un poco di fantasia, e mescolando per bene gli ingredienti di cui sopra, si possono tirare conclusioni di ogni tipo. La furbizia di Giacobbo è quella di lasciare aperto, sempre, lo spiraglio del dubbio.(“Ma tutto questo, dopo la pubblicità….)

Peccato che il libro qui a fianco, come tutte le sue trasmissioni, contenga una serie di inesattezze imbarazzanti. Una per tutte: la data esatta dell’inizio del Grande Ciclo maya di 13 baktun, 5.125,37 anni, corrisponde all’11 agosto del 3114 a.C. e non il 3113 come egli, con superficialità sostiene. Questo non è opinabile se si segue la cosiddetta correlazione Goodman-Martinez-Thompson e si tiene conto del numero di giorni giuliani (NGG) che gli astronomi computano da una data di riferimento precisa. Invece, Giacobbo, come tanti altri superficialmente, citano testi imprecisi che non tengono in conto il fatto che il calendario giuliano, e poi quello gregoriano (corretto nel 1580) non prevedono l’anno zero, essendo lo zero una scoperta indiana a noi giunta per tramite degli arabi durante il medioevo.

I Maya invece lo zero lo conoscevano: era simboleggiato da una conchiglia o da un fiore.

Ma i Maya non facevano profezie, si occupavano di correlare eventi storici o mitici del passato e, soprattutto, di capire se determinati giorni fossero da considerare fausti o infausti.

La storia del 21 dicembre 2012, quando termina il Grande Ciclo maya, è una bufala. O meglio, è una buona scusa per fare business. Per curiosità, il primo a occuparsene è stato José Arguelles, artista e docente di belle arti americano, nel 1987. Ma Arguelles, oltre a essere un pittore geniale, amante della New Age e di tutta la fuffa che lì intorno attecchisce, era anche un grande estimatore dell’LSD e dei funghi alucinogeni. Comunque, l’americano è scomparso il 23 marzo di quest’anno: gli dei maya non gli hanno permesso di vedere come andrà a finire la storia della fine del mondo….

Happening al Caffè Elena: painting on historical mirror, with wine
Lingam al Caffè Elena

https://www.vincenzoreda.it/mentulacazzocockminchialingam-lessenza-orgiastica-del-bicchiere/

Il mio Cazzo-Bicchiere, o Lingam (il sacro membro di Shiva, oggetto di culto tra gli Hindu) è ora esposto al Caffè Elena. E’ da apprezzare alla stregua di uno speciale  portafortuna – una sorta di oracolo di buon augurio – e, soprattutto, da considerare per quello che è: spoglio di ogni malizia e sporcizia di cui l’ha rivestito per secoli la cultura ipocrita giudaico-cristiana, simbolo della riproduzione, della vita, del piacere che dà e che riceve, fine a sé stesso e non colpevolizzabile.

Prendere e donare piacere – a maggior ragione se il piacere è fine a sé stesso – non deve e non può essere colpevolizzato, non è logico, non è etico, non è giusto: e non possono essere discriminate le categorie. Se si dà e si prende piacere, senza recare danno, questo fatto è magnifico. Non ci sono discussioni che abbiano senso, in questo senso! Chi su questo ha da obiettare, è malato o cerca di difendere interessi torbidi.

4 maggio 2010: murale col vino in piazza Vittorio

Il 4 maggio è una data importante, per me: cinque anni fa – era una giornata chiara – dopo 6 ore di camera operatoria, straparlando sotto l’effetto devastante dell’anestesia, mi svegliavo piano piano; mi avevano squartato, manipolato le viscere, eliminato un bel pezzo d’intestino ripieno di bestia maligna, frutto di chissà quali male semine. Ma ero vivo.

Oggi, dopo cinque anni, sono qui a godermi una giornata di pioggia deprimente e ossessessiva: ma è una giorno in cui mi stanno accadendo fatti straordinari e sono ancora qui, quasi intatto, a godermeli. E quanto è bella, qualche volta, la Vita e riuscire a godersela. E poter dire: cazzo! sono vivo!

Anche, ma non soltanto, a memoria di questo fatto, ho dipinto questo murale sulla facciata, sotto i portici di piazza Vittorio Veneto a Torino, del Caffè Elena. E’ la celebre silloge di von Hutten a me tanto cara: la scrisse un tedesco maledetto che morì a 35 anni di sifilide, dopo aver combattuto, invano, contro i mulini a vento.

Review with the press/Rassegna stampa

Questi sono i più importanti articoli usciti in India a proposito del mio show al Radisson di Delhi, tra novembre e dicembre. Industan è il quotidiano più importante di Delhi con una diffusione di oltre 1 milione di copie. Times of India è il più importante giornale indiano e viene stampato contemporaneamente a Delhi, Bombay e Bangalore: non so quanti milioni di copie diffonde.

John Fante

Di John Fante ho parlato sul mio sito a proposito dei due romanzi che più mi sono piaciuti e qui sotto metto i link. Però voglio segnalare tutto il resto della sua produzione, che ho letto e che è ben riposta nella mia Biblioteca: sono tutti libri da leggere, alcuni meglio riusciti, altri meno. Ma John Fante è un autore per davvero fuori del coro e a me  tanto vicino, anche perché qualcosa di suo padre mi ricorda il mio. E, in fondo, ci accomuna il destino di emigranti.

https://www.vincenzoreda.it/la-confraternita-dell’uva-the-brotherhood-of-the-grape-by-john-fante/

https://www.vincenzoreda.it/aspetta-primavera-bandini-wait-until-spring-bandini-di-john-fante/

Cantine Nicosia, Trecastagni (Etna)

Imperversava il 2005, Luciano Signorello (sostiene essere diretto discendente di Federico II e di questo io certo sono) mi invitò a mettere in mostra alcuni miei lavori a Trecastagni, in occasione dell’inaugurazione del locale nuovo museo dedicato all’arte moderna: se non ricordo male era un convento francescano (non giuro sull’Ordine religioso di apparteneza) secentesco, di bellezza etnea, appena restaurato.

Luciano lo conoscevo da anni, conoscenza legata al mondo dell’ambientalismo e dei Parchi: già nel 2001 avevo avuto l’onore di esporre i miei lavori a Belpasso e con grande soddisfazione, come sempre succede quando ho la buona ventura di mettere i miei piedi contadini sul sacro suolo benedetto della Sicilia.

Quell’anno, però, era un anno particolare: la mostra si inaugurava intorno al 12 o 13 agosto e mi avevano squartato in maggio: le mie condizioni erano ancora appena decorose e il futuro appariva assai assai problematico, ammesso che ci potesse essere un futuro. Ma quella mostra mi avrebbe aiutato a sopravvivere, a non temere il futuro, ad aggrapparmi a qualcosa di buono e di bello.

Ero in vacanza nel solito posto, sotto i miei fidati olivi di Mattinatella: partii da solo in mezzo a quell’agosto con la mia ormai esausta Bmw; oltre settecento chilometri con quel pezzo di Calabria devastante e che mai sembra avere fine. Passare lo Stretto e riconoscere il Gran Padre, come sempre fumigante, fu l’avverarsi del sogno.

La fotografia qui sopra testimonia della notte, lunghissima, seguita all’inaugurazione – i fuochi curati da Luciano un must imprescindibile – della struttura e della mostra; rimanemmo quelli lì – e si riconosce il celebre critico d’arte Amnon Barzel con Luciano, al solito immenso, e un me neanche troppo malandato sul fondo – a bere quantità pantagrueliche di uno spumante (il nome non lo ricordo) locale di eccezionale bontà: le chiacchiere furono adeguate alle bevute e gli sproloqui sui massimi sistemi impossibili da riproporre, oltremodo protetti dai portici di quel delizioso chiostro eravamo per davvero una bella tavolata. Indimenticabile.

Tutta la faccenda qui sopra, sono fatto così, per introdurre alla mia maniera le bevute (degustazioni è un termine che mi piace sempre di meno) che sto facendo in questo periodo dei vini di Nicosia, azienda suggerita appunto da Luciano Signorello. Cercavo per le mie questioni indiane un produttore di quelli non arcinoti, ma comunque non piccolo, che potesse rappresentare i vini siciliani in maniera adeguata. E l’ho trovato.

Ho cominciato col Grillo in purezza: un vitigno famoso per essere la base del Marsala, Sicilia occidentale; vinificato in purezza a me piace da morire: con naso non invadente e un palato che viene rivestito di banana e albicocca che ti rimangono a lungo a carezzare la bocca e la gola. Conoscevo quello di Cummo, ma questo è notevole. Ho bevuto anche il Cerasuolo di Vittoria Docg Classico del 2007: che dire, se davanti avete una caponata o una parmigiana, nulla v’ha di meglio al mondo; uve Nero d’Avola e Frappato, bella acidità e tannini non troppo invadenti per un vino che racconta in modo schietto terre e climi che l’hanno messo al mondo.

Ho anche bevuto Malvasia e Zibibbo: il secondo, corretto, senza particolari emozioni; la Malvasia un portento di moscato passito, con fichi secchi e miele che fanno desiderare quelle paste di mandorle che soltanto la Sicilia può offrire. Mi restano ancora l’Etna bianco e quello rosso: si parla di Carricante e Catarratto per il primo e di Nerello Mascalese e Cappuccio per il secondo. Dirò di seguito e dovrò ringraziare Giuseppe Monaco.

E adesso posso dire e dire un gran bene. Le vigne di questi due vini sono etnee, Trecastagni, poste tra i 650 e gli 800 metri sul mare e sono raccontate alla perfezione da questi ottimi succhi d’uva fermentati. Acidità elevata e tannini soffici, alta densità d’impianto, controspalliera a cordone speronato, vendemmie non prima di ottobre. Il bianco, 13°, emana mela e fiori e in bocca è bello lungo con deliziosa acidità; il rosso, 13,5°, restituisce al naso i frutti di bosco e in bocca è franco, pulito e persistente quanto si deve, vorrei berlo più vecchio di un paio d’anni. Il bianco è del 2009 e il rosso del 2008: entrambi hanno vita lunga e miglioreranno.

E adesso ringrazio ufficialmente Giuseppe Monaco e Luciano Signorello: a quando, mi chiedo, la prossima volta in Sicilia per rendere omaggio al Gran Padre e chiedere ancora le Sue attenzioni?

Francesco Guccini: Non so che viso avesse

Vado ripentendo, in maniera fastidiosa, con ostinata monotonia e cecata pervicacia – il tutto proprio di chi ha più anni dietro che davanti – che la nostra è la Generazione Fortunata: quelli nati, per intenderci, tra i primi anni Cinquanta e i primi Sessanta.

Abbiamo, infatti, vissuto da adolescenti o da giovani la nascita delle grandi speranze, dei grandi miti, delle grandi idee e poi delle grandi crisi conseguenti; abbiamo, più d’ogni altro fatto, assistito alla nascita della Grande Musica rock e pop.

Scoprire Bob Dylan nel ’65 e Guccini un paio d’anni dopo è stato un fatto che mi ha segnato l’esistenza: il mio primo, indimenticabile amore – Germana, si chiamava – mi regalò Non al denaro non all’amore né al cielo di De Andrè nella primavera del ’72 e avevo cira 17 anni; conservo quel prezioso Lp ancora oggi e ogni tanto lo ascolto su un irrinunciabile Thorens Td 318 a cinghia.

Dire che Guccini mi piace è un timido eufemismo: di Guccini mi sono nutrito come di pochi altri; Guccini mi serve, ogni tanto, come l’aria che respiro. Ne possiedo la discografia completa, fino agli anni Ottanta in vinile: è inferiore per numero soltanto a quella di Bach e di Dylan, forse di Chopin.

Ho letto in una notte insonne questo librino, libretto, libriccino: Non so che viso avesse, carino, abbastanza interessante per chi, come me, ama Guccini: ma esile, che nulla o quasi aggiunge a quel che si sa, si conosce, si ama.

Il Guccini scrittore non mi manca, non mi necessita: per carità, egli sa scrivere, è anche ogni tanto interessante, ma non certo memorabile e unico come sempre, o quasi, nella forma canzone.

Ho letto Cròniche Epafàniche, Vacca d’un cane e Icaro – una raccolta di racconti piacevole, fresca pubblicata nel 2008 – ma il Guccini scrittore mi lascia abbastanza indifferente.

Non so che viso avesse è una sorta di autobiografia scritta con una lingua che pare più da udire che da leggere – fatto che a me non piace molto – una scrittura che pare eloquio conviviale: una sorta di racconto orale. Sono un centinaio di pagine comunque gradevoli. La seconda parte del libro consiste in un saggio sull’opera del musicista Guccini, compilato da Alberto Bertoni: nulla di che, anche se ben condotta e con le citazioni giuste del dovuto. Però omette alcuni versi che sono per me di straordinario valore. A esempio, parlando di Due anni dopo nemmeno cita La Verità:

“La voce triste del silenzio/abbraccia gli angoli del tempo,/si è fatto giorno, ed è già sera…….il tempo mescola le carte,/la mano ancora passerà,/e c’è chi perde o vincerà/ma in quattro re non hai la verità./…e mentre il corvo volerà/e l’acqua in pioggia ricadrà/nel nulla sfuma ormai la verità.”

E di Autogrill non vengono citati versi come:

“…mentre i sogni miei segreti li rombavano via i Tir….bionda senza averne l’aria,quasi triste, come i fiori e l’erba di scarpata ferroviaria…”.

E del capolavoro Incontro ignora versi che sono tra i più belli che mi sia capitato di leggere – e io di poesia ne ho letta e ne leggo assai assai :

“…restano i sogni senza tempo,/ le impressioni di un momento/le luci di case nel buio/ intraviste da un treno/siamo qualcosa che non resta,/frasi vuote nella testa/e il cuore di simboli pieno.”

Si capisce che Alberto Bertoni non è un poeta.

Concludo con una mia personalissima notazione: ovvio che ho amato De Andrè, ma senza neppure pensarci – credo per affinità di origini montanare e contadine – ho sempre preferito Guccini. In fondo, Fabrizio possiede la rabbia tipica di chi arriva da una famiglia alto borghese, mentre di Francesco mi piacciono la disillusione dialettica e il fatalismo anarcoide di chi ha radici montanare e contadine.

(Tempo fa vevo scritto su questo sito un altro articolo che in buona sostanza sosteneva le stesse opinioni qui sopra espresse: https://www.vincenzoreda.it/un-poeta-francesco-guccini/).

La bottiglia del giorno dopo: Le Cruste 2004 di Longo

Questo racconto – pubblicato per la prima volta nel settembre del 2006 su Barolo & Co e scritto in quel periodo – fa parte del mio libro Più o meno di vino, pubblicato lo scorso anno per i tipi delle Edizioni del Capricorno. E’ uno dei miei racconti preferiti, uno di quelli che piace di più e che spesso leggo durante le presentazioni del libro.

Quella benedetta bottiglia era l’eccellente Le Cruste, di Alberto Longo: è giusto, oggi, precisarlo. Nella foto accanto sono con l’amico Gegè, addossato al secentesco muro dell’antico convento di  Monte S. Angelo.

LA BOTTIGLIA DEL GIORNO DOPO

UNA STORIA DI VINO

La linea piatta, regolare e noiosa che da Trieste fino al Salento contiene a ovest l’Adriatico è interrotta tre volte da promontori che crescono scendendo verso sud.

Monte San Bartolo è il primo sperone addossato a Pesaro; poco oltre, il Conero si erge su Ancona ben più imponente e importante; molto più a sud-est il Gargano riempie la vista e nasconde il mare.

Sono tanti anni ormai che tra la fine di luglio e agosto ripercorro la faticosa A14 per trovare le mie vacanze, letteralmente i miei vuoti ( da vacare, vacuo, ecc…), sotto un uliveto millenario che riempie un piccolo piano creato dai riporti alluvionali di epoca pleistocenica e abitato dall’uomo fin dal paleolitico antico.

Situato a nord-est di Mattinata ( la romana Matinum, fondata a baciare il sole nascente), questo è il mio ritiro estivo.

Da qualche anno, non molti in verità, consumo un rito:  un giorno della prima settimana di agosto, di solito in tarda mattinata, abbandono la mia amàca messicana, tesa tra due ulivi che in questo periodo sono già ben carichi di frantoiane piccine e prossime alla maturità, e parto verso Monte Sant’Angelo.

Si tratta di un percorso di circa 30 chilometri e di una quarantina di minuti che mi porta, attraverso gli odori fortissimi della macchia mediterranea ben esposta al sole torrido della tarda mattinata, a oltre settecento metri di quota, in prossimità del cuore del promontorio.

Vado a trovare il mio amico Gegè, grande chef che mi ospita dentro i mille bianchi abbacinanti di Monte Sant’Angelo, in una piazzetta secentesca, alla quale si accede solo percorrendo scaloni di lucido tufo. Intorno, il quartiere medievale Junno, con le casette bianche, tutte uguali, disposte come denti di una sega; poco lontano, la grotta dove apparve l’Arcangelo Michele e che unisce questo magnifico paese alla nostra Sacra in Val Susa e a Mont Saint Michel in Normandia.

Il mio posto, sempre il solito, è all’aperto tra un bagolaro e un        muraglione  di pietra, avanzo di un antico convento di suore.

Gegè è un burlone autentico che, a testimonianza del suo grande affetto nei miei confronti, in genere mi accoglie con insulti e male parole sputate a bocca larga, sorridendo a modo suo tra pizzetto e folti capelli arruffati che caratterizzano una faccia da schiaffi e due occhietti scuri che pungono.

Che ti preparo, fai tu, sai che di te mi fido, va bene ci penso io e parte verso la cucina che si trova qualche scalone giù in basso.

E’ cucina di territorio, semplice e sublime.

E da bere cosa mi fai provare, guarda oggi  ti faccio assaggiare un vino che so che ti piace. Aspetta e vedrai.

E’ un nero di Troia in purezza, 2004, prodotto a Lucera da uno che ha deciso di fare le cose per bene, con grande enologo del nord e tutto il resto ( sì, lui non dice: e quant’altro).

Assaggio, godendo di tutti quei bianchi e grigi che sono i colori di calce e tufo che delimitano la piazza in vari piani verticali e orizzontali e sono bruscamente interrotti dall’azzurro schietto e chiaro del cielo del Gargano alle 13 di un giorno di agosto.

Vitigno autoctono, da poco riscoperto e ritenuto capace di produrre da solo vini importanti, come questo rosso di gran corpo, vigoroso, sincero, un po’ squilibrato, non male ma vorrei avere un po’ di tempo in più.

Non bevo mai più di una mezza bottiglia scarsa – anche perché non voglio mai rinunciare al rum invecchiato o whisky di malto o cognac che Gegè mi propone per accompagnare il mezzo toscano riserva di fine pasto.

Ascolta, portatela giù, la finisci stasera così la puoi sentire meglio, va bene, ciao, ci vediamo ci sentiamo…..

E si torna al sicuro sotto gli ulivi che il piccolo, vecchio e storpio Matteo tratta come figli. Gli ulivi, altro che i turisti!

La sera non ho voglia di bere quel vino troppo importante per il pesce di scoglio che mangiamo. E neanche il giorno successivo e quello dopo.

Il terzo giorno finalmente mettiamo sulla brace un bel coscio di agnello: è la volta buona per quella mezza bottiglia di nero di Troia. Ma son passati tre giorni, non saranno troppi?

Altro che troppi: una meraviglia, una sfera di velluto che carezza il palato, equilibrato, ampio con un alito penetrante e poi, quello che più conta, lungo lungo ché ci vuole tempo per lasciarti bocca e gola pulite.

Ho pensato, godendo come un’aquila, alle verticali, ai giapponesi, ai corsi per aspiranti sommelier, agli stand del Vinitaly,  ai bicchieri grappoli pallozzi voti delle guide……Una mezza bottiglia di tre giorni….L’ho bevuta come aperitivo,  con l’agnello, con i fichi e l’ultimo sorso me lo sono tenuto per introdurre il primo tiro di mezzo toscano riserva.

Dondolando sulla mia amàca messicana, tesa tra due ulivi secolari, sul Gargano, Italia, un pomeriggio di agosto di quest’anno del Signore. Perché gli anni sono tutti del Signore.

http://www.albertolongo.it/

Caffè Elena: Vini d’autore, 11 maggio 2010
Sono finiti i giorni dell’ostensione della SS Sindone a Torino

In una di quelle stupende giornate di maggio che ogni tanto Torino sa regalarci è finita, dopo 43 giorni e oltre 2 milioni di presenze, l’ostensione del Sacro Lino. Sono state giornate di folle irripetibili: più e meglio delle Olimpiadi invernali del 2006. Oggi la nostra Città è diventata meta turistica internazionale: non siamo più ignoti nell’atlante dei luoghi da visitare e tutti i turisti hanno avuto modo di apprezzare la discreta bellezza sabauda di Torino: una vera capitale. E noi lo sappiamo da sempre, anzi: ci piaceva la  Torino degli anni Settanta. Struccata, malvestita, un poco nascosta e poco disponibile: una donna di quelle che a saperla guardare è bella anche alle sette di mattina. Lo abbiamo sempre saputo, come sappiamo il suo carattere difficile, provinciale; ché certe volte la prenderesti a schiaffi: ma non si alzano le mani a nessuno, men che meno a una donna che ti fa impazzire.

Ruchè Montalbera, martedì 4 maggio al Caffè Elena

Nostro ospite, martedì 4 maggio 2010 durante il settimanale appuntamento con i Vini d’Autore, sarà il Ruchè dell’Azienda Montalbera di Castagnole Monferrato.

Sono passati vent’anni esatti da quando, era il 27 maggio 1990, io volli per gli ospiti del mio matrimonio – sulle tavole  dell’Imbarco Perosino al Valentino, riva sinistra del  Po – il Ruchè, fresco di Doc, come rosso e il Ramandolo come vino bianco.

Ci ha recato fortuna quel vino: dopo tutti questi anni siamo ancora qui, più o meno felicemente, insieme.

Il Ruchè è uno di quei vini che conosco bene e che assai mi piacciono: non troppo acido, profumi di fiori intensissimi, difficile abbinamento; quello di Montalbera lo avevo bevuto in un qualche salone, non ricordo quale, forse Torino, e non mi aveva entusiasmato in maniera particolare. Oggi mi devo ricredere. E’ un vino sensazionale: sia quello classico, con i suoi 13,5° e il rubino scarico, tipico di questo vino dai tannini non spicatissimi e i profumi di rosa e di viola che ti aspetti; sia quello particolare – Laccento – con un grado alcolico in più, perché spremuto da uve surmature, rese più succose da un evidente diradamento che dona un rubino intenso più carico e che gli regala profumi di pepe nero e di confettura. E’ un vino sensuale, largo che ti assedia palato e gola con sensazioni gustative che non si spengono mai. Abbinamenti? Difficilissimi: il classico forse prima del pasto, con tartine e stuzzichini vari, magari un pochino più fresco; il Laccento per carni preparate in maniera sofisticata, magari selvaggine molto speziate, saporose; ma un vino da bere da solo, chiacchierando con persone gradevoli circa fatti gradevoli nel dopo pasto. Li ho bevuti entrambi della vendemmia del 2008. Il Laccento mi piacerebbe provarlo con tre o quattro anni di invecchiamento.

Devo rimarcare – finalmente – l’eleganza delle etichette e, nel caso del Laccento, la raffinatezza dell’accostamento rosso/argento, dove il rosso è usato soltanto per l’accento sulla parola Ruchè e nel logo – Laccento, appunto – del vino. Un’attenzione all’immagine, che comunica gusto e cultura, che avevo notato nel sito dell’azienda: per certo uno dei migliori che mi sia capitato di navigare, in un contesto generalmente banale e deludente.

Per certo martedì 4 maggio, al Caffè Elena, sarà un bel bere.

http://www.montalbera.it/

XXIII Salone del libro di Torino, Lingotto Fiere

Qui sotto alcuni scatti dell’ultima edizione, la XXIII (e ricordo il geniale Guido Accornero, col compianto Beniamino Placido, quando si iniziò nei padiglioni di Torino Esposizione, al Valentino, nel 1988): edizione deludente, con il concetto “Salone” ormai fossile inutile, testimone di un’epoca che non è più. Ma nessuno pare accorgersene, in un disagio che i più attenti percepiscono in maniera per davvero fastidiosa. Un’edizione urlata ai media come dedicata all’India in cui lo spazio fisico e culturale dedicato a un paese immenso – e geografico e storico e culturale – appare meno importante e meno interessante di uno di quelli destinati ai nostri editori più grandi o a una soltanto delle nostre regioni.

E in tutto questo enorme caos i piccoli editori sono abbandonati al loro destino. Ho scovato un gioiello e ne parlerò: la mia amica Giovanna Spagarino Viglongo, Viglongo Editore, ha da poco pubblicato un volume che contiene le preziose lettere di Norberto Bobbio indirizzate a Andrea Viglongo prima e successivamente a Giovanna e sua figlia. Un gioiello per davvero.

Painting, portrait in Caffè Elena, altre foto

Mi piacciono assai questi scatti mentre dipingo col vino sullo specchio storico della saletta liberty del Caffè Elena, sotto i portici di Piazza Vittorio. Mi piacciono così tanto (non succede spesso…) che mi viene fatto di esagerare. Chi trovasse eccessiva questa mia smania narcisistica ha soltanto da cliccare altrove…

Restituire la Memoria: convegno internazionale di archeologia (Aosta, 4/5 giugno 2010)

E’ ormai da qualche mese che con l’archeologa D.ssa Maria Cristina Ronc, direttrice del Museo Archeologico di Aosta, stiamo lavorando per realizzare questo importante e prestigioso convegno di archeologia.

Finalmente, con l’aiuto di Piero Pruneti e di Archeologia Viva, siamo in vista del traguardo.

Posso annunciare che sarà testimonial dell’evento Valerio Massimo Manfredi e avremo importanti testimonianze dall’Afganistan, dal Guatemala e da altri luoghi del mondo, e ovviamente della nostra Italia, di grande fascino con il contributo di importanti studiosi e docenti della nostra amata archeologia.

Il mio sito, essendo il sottoscritto consulente della manifestazione, sarà aggiornato in tempo reale.

www.archeologiaviva.it

www.regione.vda.it

DEI SENSI

La tesi irrinunciabile di partenza è la seguente: ogni esperienza umana è tanto più completa quando tutti i cinque sensi sono coinvolti appieno.

Ancora meglio se i sensi diventano sei, sette o otto: perché le persone fortunate hanno almeno otto sensi.

La vista è il senso più volgare, banale, dominante.

L’olfatto è il senso primordiale, animale, istintivo.

Il gusto è il senso dell’infanzia e della vecchiezza.

L’udito rappresenta la maturità.

Il tatto è il senso più delicato, raffinato, intellettuale.

Il sesto senso è l’intuito: la sintesi immediata di tutti gli altri cinque.

Il settimo senso è la veggenza: rappresenta l’analisi ragionata dei primi sei; la capacità di vedere, di annusare, di gustare, di sentire, di toccare e di intuire tutto quello che gli altri non sono capaci di valutare.

La preveggenza, dono che in pochissimi sono predestinati e favoriti nel possedere, è la capacità di conoscere prima di ogni altro ciò che sarà: non è detto che questo sia sempre un vantaggio. Quasi sempre chi possiede questa caratteristica straordinaria deve obbligarsi al silenzio: le persone ordinarie non possono capire e sempre, fatto incontestabile senza eccezioni, reagiscono in malo modo, anche in maniera pericolosa per se stessi e per chi s’è preso l’azzardo di illuminare un futuro incerto e vago.

Tutti i sensi possono e debbono essere esercitati, educati, allenati; tutti i sensi possono migliorare le prestazioni, anche veggenza e preveggenza.

Tutti i sensi sono costituiti da corde che hanno la capacità di vibrare.

Il diametro e la lunghezza delle corde determinano la qualità della vibrazione, secondo la logica della fisica: corde più lunghe e più sottili vibrano con maggiore intensità ma sono allo stesso tempo assai delicate e destinate a rotture traumatiche e pericolose.

Per conseguenza logica, corde più corte e spesse necessitano di maggiori sollecitazioni e dunque sono meno sensibili ma anche meno delicate.

E questo è tutto.

So bene che quanto sopra rappresenta la mia verità: non presumo né pretendo che sia la verità di tutti.

La Verità, com’è ovvio, non esiste se non per i semplici, e non è detto che i semplici non abbiano ragione.

3 marzo 2009

Alvaro Mutis e Bruno Schulz

Quando qualche anno fa scoprii Alvaro Mutis (Alvaro in spagnolo si pronuncia sdrucciolo), come sempre senza che nessuno me lo suggerisse, ebbi immediatamente la percezione di aver conosciuto Uno dei Miei.

L’ultimo scalo del Tramp Steamer era il libro: folgorante!

Lessi poi tutto quello che trovai tradotto in Italia: La neve dell’ammiraglio, Ilona arriva con la pioggia, Amirbar, Un bel morir, Abdul Bashur sognatore di navi, ecc. fino a quella sorta di genesi – e siamo nel campo magico della poesia – che è costituita dalla raccolta Gli elementi del disastro.

Perché Maqroll il Gabbiere, personaggio chiave delle storie di Mutis, nasce come figura poetica e, successivamente, diventa pian piano protagonista di storie che s’intrecciano nel Tempo: come una sorta di albero misterioso il Tempo di Maqroll genera rami nuovi, gemme primaverili che alimentano storie che si dipanano lungo rami dimenticati del tronco dell’Albero misterioso.

Mutis è ormai un anziano signore (nato a Bogotà in Colombia, nel 1923) che vive in Messico: lo vidi a un Grinzane Cavour di qualche anno fa, un bel signore come i sudamericani sanno essere. Con Josè Saramago uno dei pochissimi ancora vivi che leggo per bisogno (chi mi conosce sa che i miei autori sono quasi tutti morti: preferisco, da sempre e non per scelta, la polvere della Storia ai venticelli freschi della Cronaca).

Questo volume mi mancava: è una raccolta di scritti preziosi per chi conosce Mutis, raccolta curata da Matha L. Canfield, docente di Letteratura Ispanoamericana dell’Università di Firenze. Chi non conoscesse Alvaro Mutis si prenda la briga di cominciare a leggere uno qualsiasi dei titoli che ho indicato qui sopra: se lo merita, scoprirà un autore straordinario che non possiede alcun riferimento diretto con altri.

Sono partito da Mutis soltanto come pretesto: in questi giorni umidi e faticosi di maggio ho scoperto un Altro dei Miei.

Io non amo in maniera particolare la letteratura mitteleuropea, con qualche eccezione (Rilke, Kafka, Schopenhauer, Hesse e pochi altri): ma questa è una folgorazione.

La scrittura di questo piccolo, timido insegnante di disegno ebreo-polacco -morto cinquantenne nel 1942, assassinato pare quasi per gioco da un ufficiale nazista – è sconvolgente.

“A quel tempo la nostra città già stava precipitando nel grigiore cronico del crepuscolo, già si copriva ai margini di un’eruzione d’ombra, muffa pelosa e muschio color ferro. Liberatosi a fatica dai fumi e dalle nebbie brune del mattino, il giorno inclinava subito a un tardo pomeriggio ambrato, diveniva per un attimo trasparente e dorato, come la birra scura, per discendere infine sotto le volte sfaccettate e fantastiche delle vaste notti colorate.”

Questo è l’incipit del racconto “La visitazione”, primo dei dieci giolielli contenuti in questo volumetto Einaudi che David Grossman – che di Bruno Schulz ha fatto personaggio letterario – chiude con un saggio illuminante.

Schulz ha scritto pochissimo, soltanto racconti e qualche saggio; un suo romanzo pare si sia perso nella tragedia polacca della tragedia della seconda guerra mondiale.

“Che fare, invece, degli avenimenti che non hanno il loro posto nel tempo, degli avvenimenti verificatisi troppo tardi, quando ormai l’intero tempo è stato distribuito, suddiviso, ripartito, e che ora sono rimasti in certo modo per aria, non incolonnati, sospesi, vaganti e senza fissa dimora? Che il tempo sia troppo ristretto per tutti gli avvenimenti? Possibile che tutti i posti del tempo siano esauriti? Preoccupati, percorriamo l’intero treno degli avvenimenti, preparandoci ormai al viaggio.”.

Questo brano appartiene all’inizio del capolavoro “L’epoca geniale”. Non dico altro: chi mi segue e desidera scoprire un autore inaudito, vada a cercare Bruno Schulz, sono certo che qualcuno (magari pochissimi o forse nessuno) mi ringrazierà. La traduzione di Alessandra Shomroni è assai buona: in questi tempi va segnalata.