Archive for Maggio, 2010
Restituire La Memoria, Aosta 4/5 giugno 2010, prime immagini
Restituire la memoria: relatori

Oltre alle relazioni di Maria Cristina Ronc e di Piero Pruneti, qui sotto presento in sintesi i contributi importanti dei relatori di prestigio che hanno partecipato in maniera autorevole ai lavori del convegno Restituire la Memoria, che ha avuto luogo nella sala del Palazzo della Regione in Aosta, nei giorni del 4 e 5 giugno 2010. Sono mancati per cause di forza maggiore Martin Maischberger (Curatore Staatliche Museum zu Berlin Antikensammlung) e Oswaldo Chinchilla Mazariegos (Docente di archeologia Università di San Carlos de Guatemala e Direttore del Museo Popol Vuh) i cui contributi saranno parte della pubblicazione degli atti (Giunti Editore). A parte il saluto di S.E. Alfredo Trinidad, Ambasciatore del Guatemala in Italia.

Maison Anselmet

LA VECCHIA AOSTA

MENU

ANTIPASTI:

Lardo d’Arnad e mocetta con castagne al miele

Insalata d’anatra con noci e mele

PRIMI PIATTI:

Risotto con fonduta di Fontina

SECONDO PIATTO:

Carbonade di manzo con polenta

DESSERT:

Crema di Cogne con le tegole della Valle

Avendo scelto un menu di rigorosa impronta tradizionale – sempre da preferire, ma a maggior ragione per una cena di gala che doveva tenersi a conclusione di un convegno internazionale con titolo : “Restituire la memoria” – non potevo non scegliere vini che a tale menu si accordassero in pieno. Tra le più importanti “Memorie” di una nazione (termine da leggere in senso antropologico) vi è il suo cibo: selezionato attraverso secoli di rapporto simbiontico con il territorio e le sue risorse. Ciò che oggi viene definito “cibo a km 0” è stato fino a non molti decenni fa (per il ricco occidente, perché miliardi di altre persone nel mondo si nutrono a “km 0”) l’unico modo per alimentarsi e in maniera naturale, che oggi definiamo con un altro obbrobrio eufemistico “cibo biologico”.

Ho scelto i vini di Giorgio Anselmet, produttore in Saint Pierre, a pochi chilometri da Aosta. Giorgio è un appassionato che opera da circa 35 anni, avendo compiuto gli studi enologici in uno dei prestigiosi istituti aostani. Io non amo – chi mi conosce ben lo sa – l’uso smodato della barrique, ma Giorgio è uno di quelli che questa tecnica adopra con garbo e stile: i suoi vini, da vitigni autoctoni o internazionali, hanno sempre una nota di eleganza e equilibrio gentile. Ho scelto quattro vini: il Muller Thurgau 2009 (bianco), il Broblan 2008 e il Torrrette Superieur 2008 (rossi), e abbiamo finito con il passito Arline 2008. Tutti vini Vallée d’Aoste Doc. Da mettere il rilievo lo straordinario palato minerale del Muller, vino che nulla ha a che fare con i vini che si spremono da questo vitigno in Alto Adige, in Friuli o in Alsazia: la dimostrazione, ove ce ne fosse il bisogno, che la vite è una pianta capace di adattarsi ai diversi climi e ai differenti suoli come forse nessun altro vegetale. Questo è un vino autoctono!

Di grande equilibrio il Torrette – un uvaggio di Petit Rouge (70%), Cornalin (20%) e Mayolet (10%): un vino da carni rosse eccellente: un grande vino. Il Broblan è 100%  Cornalin: un vino più nervoso, più secco.

Infine il delizioso passito Arline : complesso uvaggio di Moscato di Chambave, Pinot grigio, Gewurztraminer e Sauvignon blanc. Un passito con note lunghissime di mandorla e retrogusti complessi che rimangono sul palato e in gola a lungo: un vino che bevuto non si spegne mai.

Giorgio produce circa 60.000 bottiglie su terreni che si arrampicano fino a 800 slm.

Da ricordare il Fumin e il Pinot Noir : anche qui un vitigno internazionale per un vino che di internazionale non ha quasi nulla, un Pinot Nero di personalità peculiare che pare un autoctono valdostano.

I miei illustri ospiti hanno apprezzato cibo e vino per una cena degnamente conclusa con la Grolla o Coppa dell’amicizia, ospiti entro le possenti mura romane del ristorante Vecchia Aosta, per un servizio impeccabile, discreto e assai “friendly”.

Nota finale dovuta: io critico sempre le etichette, anche perché vedo delle “cose” che spesso non riesco nemmeno a definire; ebbene, le etichette Anselmet sono pulite, eleganti, chiare e con una loro personalità che le identifica in maniera netta. Mica poco.

http://www.maisonanselmet.vievini.it/

Josè Saccani e il suo Rossese

Amico!

Poiché solo ad un amico io mi do,

non mi trattare male

non mi violentare,

ma trattami dolcemente

e riscaldami se puoi

anche solo con il calor della tua mano.

E poi

annusami,

assaggiami,

centellinami:

e poi fatti avviluppare la lingua

dalla mia vellutata,

e poi prendimi,

ma dolcemente,

come vergine al suo primo incontro d’amore.

Ma attento!

Poiché traditor io sono,

ed all’improvviso ti bastono.

Josè Saccani

Autoritratto 1973: spleen

Autoritratto 1973

Le ricette fusion di Giovanni Leopardi al Caffè Elena per S. Giovanni

In vacanza in Italia dopo un anno e mezzo di duro, ma proficuo, lavoro al Med del Radisson in New Dehli, Gianni delizia con la sua cucina fusion i fortunati torinesi che sono stati ai tavoli del Caffè Elena di Piazza Vittorio Veneto per la ricorrenza del Santo Patrono di Torino, San Giovanni, appunto, la sera di giovedì 24 giugno.

In cucina, con Gianni, c’era il cuoco del locale, Davide Concas e come aiuto tutto fare mia figlia Geeta.

Un ringraziamento particolare a Pippo e Giampiero.

27 maggio 1990

Oggi sono 22 anni e riporto l’articolo scritto due anni fa.

Vent’anni fa, il 27 maggio del 1990, Margherita e io ci sposavamo nella stupenda chiesa gotica di San Domenico: testimoni Enrico Tallone e Sergio Musumeci per me e Vittorio Pasteris e Marisa Paschero per la sposa. Dopo tutti questi anni siamo ancora qui, un poco rattoppati, più vecchi ma sempre insieme e con Geeta, arrivata dall’India nel frattempo: un regalo magnifico.

I vent’anni li abbiamo festeggiati a Bordighera, in un piccolo gioiello di albergo – il Piccolo Lido, appunto, un tre stelle delizioso, pulito e per davvero molto conveniente. Una bella giornata di mare, altra acqua rispetto al nostro Po sulle cui rive, allo storico Imbarco Perosino, avevamo consumato con un centinaio scarso di invitati il nostro pranzo di nozze; un pensiero a chi, purtroppo, non c’è più: mio padre Peppino, Carla Pozzo-Gabogna in Brizio, Silvano Borrelli (il mio maestro dauno)…

Vini d’Autore al Caffè Elena, body-painting & murales

Le nostre serate continuano al Caffè Elena, e finalmente è arrivato anche il sospirato caldo. Il lavoro sul murale cominciato il 4 maggio, dopo tre settimane, sono riuscito a completarlo con molte difficoltà tecniche: non è semplice dipingere con il vino sopra una parete umida che assorbe il colore. Ora è terminato e spero sia apprezzato. Isabella Bruschi continua i suoi lavori di body-painting con Debora e abbiamo cominciato a recitare e far recitare versi: il tutto è ripreso da Luigi e sarà poi montato in un corto che documenterà tutto il lavoro fatto.

Intanto si beve bene. Capita che quattro tedeschi, che sono a Torino per un master, s’innamorano della Barbera Valpane di Piero Arditi e ne scolano 7 (sette!) bottiglie…prima di ricominciare a bere Ruchè, grappa e altro con noi. E si alzano nemmeno troppo incerti sulle gambe.

Giovanni Leopardi al Caffè Elena

Alcune immagini della sera di San Giovanni in piazza Vittorio Veneto dal Caffè elena e dalla sua cucina.

Gegè Mangano

http://www.informacibo.it/_sito/gelato-nel-piatto/gelato_nel_piatto/ricette/mangano.htm

Andrea Scanzi: Il vino degli altri


ANDREA SCANZI

IL VINO DEGLI ALTRI

Mondadori, Strade Blu

Pp. 327 – 18,50 €.

“Le allusioni malmostose a Luca Maroni sono sincere, ma rispettose. Non condivido niente di quello che scrive, ma lui senz’altro ne sa più di me. Spero solo che il futuro non somigli alla sua idea di futuro (e di vino).”.

Anche per frasi come quelle qui sopra riportate mi piace Andrea Scanzi: perché è una persona pulita, franca che sa esprimere idee e concetti chiari senza ricorrere a sotterfugi, perifrasi, eufemismi – se poi sapesse ogni tanto omettere le volèe agricole di Seppi, i riferimenti a Povia e Alessandro Meluzzi (tutta gente più o meno a me inutile, detto sempre con rispetto e senza alcuna acrimonia), mi piacerebbe anche di più.

Io leggo di notte, un po’ perché soffro da sempre di insonnia e mai ho fatto uso di pastiglie; un po’ perché mi distraggo con facilità e, quando leggo – mai leggendo per piacere o per diletto, ma da sempre per conoscenza – questa mia difficoltà alla concentrazione mi reca fastidio (è uno dei motivi per cui non gioco mai tornei di tennis: pur giocando molto bene, riesco a perdere con gente quasi ridicola). E leggo con attenzione, anche rileggendo, ritornando indietro, prendendo appunti: e bevo.

Ho cominciato questo libro con un Grillo in purezza del 2009 e l’ho finito bevendo un ottimo Etna Bianco (Carricante e Catarratto) sempre del 2009 di Nicosia, con vigne poste tra i 650 e gli 800 mt. nella zona di Trecastagni – parlo dell’Etna, perché il Grillo è un vitigno della Sicilia occidentale, meglio noto come base del Marsala.

Preciso tali note perché di questi vini Scanzi parla definendoli «vini outtake», che è un obbrobrio linguistico ma funziona nella sostanza: si vada a leggere il capitolo per saperne di più (mannaggia! quel Verduno di Pelaverga, dove Verduno è il paese e Pelaverga il vino e vitigno: una svista che purtroppo ci può stare, in mezzo a questo oceano mare di materiale).

Il lavoro si articola su dieci capitoli dedicati a importanti aree geografiche vinicole del mondo – Champagne, Bordeaux, Bourgogne, Rodano e Loira (Francia); Renania (Germania); Rioja (Spagna); Ungheria ; California (USA); Argentina – a cui sono accostate, in altrettanti capitoli, in maniera assai soggettiva quindi opinabile, ma dichiarata, dieci zone italiane di eccellenza, come usa dire.

Se Champagne/Franciacorta e Bordeaux/Bolgheri appaiono accostamenti azzeccati, Bourgogne/Etna, Rodano/Cortona (per il Syrah), Argentina/Sardegna (Malbec/Cannonau) lo sono meno assai: ma questo è il gioco e bisogna starci, se no si legge altro e Scanzi non ci piacerebbe.

Invece ci piace, molto condividendo – pur con diversi distinguo e qualche lontananza di vedute inevitabile: ma di Andrea mi piace, oltre la pulizia e la franchezza di cui sopra, il metodo, la serietà, la capacità di attingere alle fonti sicure, meglio se sono uomini con storie importanti che egli racconta con l’occhio del cronista più che del narratore.

Infatti, del cronista possiede la scrittura, chiara, fresca – che a me non piace, ma questo è tutt’altro discorso – zeppa di citazioni, riferimenti (spesse volte eccessivi), rimandi, spruzzi di ironia che sono la delizia dei suoi ormai tanti affezionati lettori.

Andrea Scanzi è comunque un competente, un competente appassionato che ricerca con insistente pervicacia la sua propria strada; in perenne bisogno di trovare qualcuno che gli apra uno spiraglio nuovo, che gli racconti una storia diversa – non importa se con animo integralista o sano buon senso antico: nel libro, senza entrare in dettagli qui inutili, tanti sono i personaggi a cui Andrea lascia la parola, evitando quasi sempre di emettere giudizi o commenti a favore o contro.

Da buon giornalista, poi, inframmezza i capitoli tecnici con altri in cui alleggerisce la lettura: sono ulteriori 14 capitoletti in cui si ritrovano pseudo-test, giochini, ironiche sinossi, ecc.

Un buon lavoro che mi sono spolpato in un paio di notti insonni, accompagnato dalle bottiglie di cui sopra: certo, a me mai verrebbe di bere champagne (che poco conosco, poco mi piace e quando mi piace scopro sempre che costa un mucchio di soldi) ascoltando A Love Supreme di Coltrane; sono diventato (quando potevo permettermelo) un intenditore di Single Malt arando solchi di Monk e Davis e Joan Sebastian; con Guccini e Dylan bevo bianchi (Verdicchio, Kerner, Gold Muscateller non potendo più permettermi certi Meursault, Chassagne-Montrachet o anche soltanto(!) Chablis).

Al di là di certe ignobili polemiche che possono essere generate dal fatto che uno ha la franchezza (coraggio è termine che va usato per ben altri propositi) di scrivere quello che succede; al di là di pareri che possono o meno essere condivisibili e di scelte che, essendo tali, sono soggettive, io spero che questo lavoro di Andrea possa servire a qualcuno per scoprire, a esempio, i prodigi del Rieseling, del Tokaji ungherese, del Malbec argentino, di alcuni vini del Rodano.

Nota finale: quando si vuol parlare di qualcuno che svolge male il proprio lavoro lo si invita a andare a zappare.

Che fesseria: così fa danni anche peggiori alla terra! Questo per introdurre il fatto che molti fra i grafici editoriali io li spedirei in miniera, non a zappare; mi spiego: la copertina del libro di Scanzi è brutta, ma questa è una faccenda più o meno soggettiva. La copertina del libro di Scanzi è graficamente mal impostata e non rende un buon servizio al lavoro di Andrea – non entro in meriti che sono prettamente grafici e di comunicazione; al contrario delle pagine interne che testimoniano di una corretta cultura libraria: carta uso mano avoriata, carattere classico di facile lettura con impostazione di pagina non pesante.

Per finire, il libro me lo sono comperato, ma mi avrebbe fatto piacere se l’autore o l’editore me lo avessero omaggiato: le mie parole non sarebbero state differenti; alla stessa maniera di una bottiglia di vino avuta in omaggio: ci vuol altro che un libro o una bottiglia per ammansire gentaglia come noi, vero Andrea?

http://www.andreascanzi.it/ilvinodeglialtri/?p=398

Il link qui sopra per leggere la mia recensione pubblicata sul sito di Andrea Scanzi con i suoi commenti che assai mi hanno fatto piacere: Andrea, confermo, è una persona pulita e di grandi valori (il talento non si discute).

Luis Buñuel Portolés: Dei miei sospiri estremi

Luis Buñuel Portolés nacque a Calanda (vicino Saragozza, in Aragona) il 22 febbraio 1900 – oggi sono 112 anni – e ci lasciò il 29 luglio 1983 a Città del Messico. Scrisse questo libro già ottantenne con il suo fido sceneggiatore Jean-Claude Carrière. Il titolo originale è: Mon derniere soupir. Il libro fu pubblicato nel 1982 da Edition Robert Laffont, S.A. di Parigi e tradotto in Italia, a Milano, da SE nel 1991. La mia copia è la prima edizione (dubito che ce ne sia stata una seconda). Sono 280 pp. e costava la bella cifra di 38.000 lire. In copertina c’è il particolare di un quadro del 1904 di Dalì (La persistenza della memoria), la IV di copertina è realizzata con una fotografia di Man Ray che ritrae il regista nel 1929. E’ un libro che ho appena riletto: semplicemente strepitoso. Strepitoso come la sua vita: gli amici intimi di questo artista impareggiabile erano personaggi come Lorca, Dalì, Tanguy, Picasso, Man Ray…..

Su questo mio sito saranno in futuro diverse le citazioni che riporterò da questo libro, alcune davvero straordinarie (ci sono due poesie inedite di Lorca, tra l’altro). Personalmente, ritengo che nella storia del cinema ci siano stati tanti grandissimi registi, ma pochi sono stati gli artisti veri, almeno per come la penso io. Buñuel è tra questi, insieme con Chaplin, Fellini, Bresson, Jean Vigo, Fritz Lang, Visconti, Orson Welles, Von Stroheim, Renoir, Pasolini, Marco Ferreri e pochissimi altri. Registi immensi come Sergio Leone,  Stanley Kubrick e Hitchcock – che io prediligo – sono soltanto dei sublimi artigiani, non artisti (e qui si aprirebbe una questione troppo lunga e complessa da spiegare). Mentre non sono ancora capace di definire uno come Billy Wilder che ha realizzato un’opera immensa come Viale del tramonto (Sunset boulervard)….

Programma Convegno Internazionale di Archeologia, Aosta 4/6 giugno 2010