Archive for Giugno, 2010
A pranzo con Angelo Gaja

Non capita tutti i giorni di essere ospiti esclusivi di Angelo Gaja: egli è un uomo che passa per essere un burbero, in realtà è soltanto una persona di grande realismo e di grande capacità di lettura degli uomini e non gli piacciono le persone banali, quelli che si atteggiano, gli adulatori e via dicendo (traduzione italiana di “quant’altro”).

Abbiamo chiacchierato in libertà per un’ora e mezza prima di recarci a pranzo nel vicino ristorante Antica Torre, da qualche anno proprio sotto il parallelepipedo medievale che marchia Barbaresco. Lì si è tra amici per una cucina che è langarola, semplice, di provata tradizione; e per bere, nessun problema: Angelo s’era portata appresso una bottiglia del neonato Barbaresco 2007.

Carne cruda a coltello, vitello tonnato e insalata russa, tajarin freschi al ragout, pollo ruspante al forno con verdure lessate e delizioso bonet. Per accompagnare chiacchiere tra amici, chiacchiere magari anche riservate, di quelle che proprio soltanto tra amici si possono fare.

Che dire, Angelo è sempre un vulcano: uno stimolo, lasciarlo parlare e infervorare sulle questioni che gli stanno a cuore.

Il Manganello, Pietro Aretino

L’attribuzione di questo raro testo (pubblicato pochissimo) a Pietro Aretino è condivisa ma non certissima. Il volume fu pubblicato a Venezia nel 1530 presso lo stampatore Zoppino, l’edizione in mio possesso è dell’editore romano Manilo Basaia, 1984 (editore che credo non sia più attivo).

Si tratta di un poema satirico contro il sesso femminile, svolto in terza rima e in tredici canti o capitoli abbastanza indipendenti.

Il poemetto è tanto colto quanto di oscenità sublime: tutto il peggio che una mente fertile possa immaginare è messo in versi che costituiscono un esempio linguistico straordinario per l’evoluzione colta del volgare nel XVI secolo.

E quanto Messalina fusse casta,

che moglier di Claudio imperatore,

a cui un lupanar non par che basta.

Questa, per satisfar al suo furore,

usciva de la casa imperiale,

et andava al bordel con quell’ardore

che fa la lupa a ciascun’animale,

di notte a tempo con una compagna,

ch’ardeva più di lei o d’altra tale.

Quivi si stava la bramosa cagna,

fin che ‘l bordel si serrava, e dapoi

lorda tornava a la casa più magna.

Chiamava ogni poltron:«Vieni qui da noi,

che ti farem onor e cortesia»,

per soddisfar gli appettiti suoi;

e stava stravestita su la via,

pigliando ogni huom che per la strada andava,

e ne la sua bottega il conducia;

qui si partiva la puttana prava,

quand’havea ben merdosa la morfea,

e da l’imperador si ritornava.

….

Venite puttanaccie da Ferrara,

a presentarvi tutte a questa mostra,

che chi fotter non sa da voi s’impara.

Io mi ricordo una vicina nostra,

che ne la sacrestia di San Francesco

servì quaranta frati in una giostra;

et eragli fra gli altri un fra thedesco

che nome aveva Messer frate Nicollo,

ch’haveva un cazzo com’un pié d’un desco.

Costui se la fottette a gamb’in collo,

perch’ella aveva una potta spacata,

dentro con li coglion tutto cacciollo;

….

Anoia a me, quand’ella si procaccia,

ch’ella si forbe ‘l cul con la camisa,

e non cura trovar un’altra straccia.

Anoia a me, quand’ella rugge e strisa

In forma d’una volpe e d’una gatta,

quand’ella chiama l’huomo a bella guisa.

Anoia a me, ch’ell’è cattiva e matta;

anoia a me, ch’ell’è malvagia e ria;

anoia a me, perch’ell’è mentecatta.

….

Però, Silvestro, fuggi sua brigata,

non t’impacciar di sua mala ventura.

Lasciala andar, ch’ella sia scortegata.

….

Fuggi, Silvestro, il maledetto vermo,

e non esser nel numero de i pazzi

che del mio dir si faran forse schermo.

Fuggi al postutto tutti i lor sollazzi,

perché son venendosi e pien di noia,

di spine, di soghetti et altri lazzi,

tanto che spesso avien che l’huom ne muoia.

E chi ne vol ne pigli: tu nol fare;

lascia da parte questa mala troia,

Piglia ‘l consiglio mio, non lo schiffare,

che tu ne viverai gran tempo sano,

allegro e bello, come si de’ stare.

Come appare ovvio, di satira si tratta e molto probabilmente l’autore intendeva vendicare un qualche amore tradito: in fondo la conclusione, come succedeva sempre a quei tempi, è di sommo moralismo.

Valerio Massimo Manfredi apre il nostro convegno internazionale di Aosta

L’apertura dei lavori nella sala del Palazzo della Regione Valle d’Aosta.

Giancarlo Fulgenzi

Giancarlo Fulgenzi è un mio amico, o meglio: sono assai orgoglioso di poter affermare che Giancarlo è un mio amico: voglio bene a quest’uomo – non mi si fraintenda: siamo tutti e due incorreggibili eterosessuali (ci piacciono tette e culi e soprattutto teste). Oggi, vecchio venerabile, ogni tanto scrive e scrive bene: mi ha mandato queste parole che mi ha autorizzato a pubblicare sul mio sito. Sono orgoglioso di ospitare le parole di Giancarlo Fulgenzi, di cui ho già scritto e di seguito segnalo i link.

https://www.vincenzoreda.it/giancarlo-fulgenzi-e-il-suo-steccheto/

https://www.vincenzoreda.it/una-vita-invertita-giancarlo-fulgenzi/

“Era il 1968 quando con un fiore di carta potevi catturare l’attenzione e far volare i pensieri di migliaia di persone.Si era in prossimità o c’ era stato da poco , del Festival di San Remo. Avevo avuta l’ idea di quei grandi fiori di carta ricordando quelli , molto più piccoli e meno appariscenti che le donne preparavano quando doveva passar la processione o per addobbare la casa sotto Pasqua.Poi c’erano quelle belle carte pieghettate che vedevo dai fiorai e mi avevano stuzzicato la fantasia.Alla Fulgenzi era ormai un classico il recupero di materiali poveri e normali per creare qualcosa di nuovo e dimostrare ancora che la bellezza stà spesso e specialmente nelle cose semplici.

In America mi invitavano alla televisione per partecipare agli spettacoli della mattina per stupire le massaie americane con quei grandi fiorelloni che riuscivo a tirar fuori dal nulla in poco più di due minuti. In Sud Africa più intelligentemente pensarono che poteva essere un modo piacevole per far utilizzare le mani a tutti quei ragazzi che avevano un handicap e cosi mi ritrovai ad insegnare in un ospedale specializzato nel recupero utilizzando sistemi che univano impegno e passatempo. Con le ciclette i pazienti azionavano seghetti da traforo e intaglavano figure di legno e vassoietti, i giocatori di scacchi facevano i loro esercizi per le dita giocando ma…semplicemente prendendo le pedine con delle mollette la cui resistenza veniva via via graduata. Io insegnavo ai ragazzi a far fiori anche se le condizioni di alcuni erano veramente difficili

A Firenze, nell’ esclusivo e severissimo collegio di Poggio Imperiale, invece molte studentesse furono punite e consegnate senza libera uscita perchè avevano osato addobbare le loro camerette con i fiori di Fulgenzi.

A Milano organizzammo una grande festa, per questi fiori, al Santa Tecla che allora era gestito dal mitico Jak La Cayenne, proprio dietro a piazza Duomo..Festeggiammo alla grande e tutti ebbero un grande fiore come segno di libertà e gioia di vivere. Fu una festa generale. Vennero anche tutti i cantanti famosi del momento per farsi fotografare con i nostri fiori.

Spesso cerchiamo soluzioni strane e difficili e invece basta un pò di fantasia ed un buon progetto.Molte aziende oggi dovrebbero riflettere: spesso la soluzione è più semplice di quanto non ci aspettiamo, e questo probabilmente è proprio il momento di riconsiderare con entusiasmo progetti che apparentemente sembrano troppo semplici ma che coltivati con determinazione ed intelligenza possono portare a grandi successi. Rinunciare per seguire i soliti sogni di grandezza potrebbe rivelarsi un errore imperdonabile.”.

José Saramago, Caino

“Circa tre giorni prima, non più tardi, il signore aveva detto ad abramo, padre del ragazzino che trasporta sulle spalle il fascio di legna, Porta con te il tuo unico figlio, isacco, al quale vuoi tanto bene, recati nella regione del momte moria e offrimelo in sacrificio su uno dei monti che ti indicherò. Il lettore ha letto bene, il signore ha ordinato ad abramo di sacrificargli proprio il figlio, e tutto con la massima semplicità, come chi chiede un bicchiere d’acqua quando ha sete, il che significa che era una sua abitudine e ben radicata. La cosa logica, la cosa naturale, la cosa semplicemente umana sarebbe stata che abramo avesse mandato il signore a cagare, ma non è andata così…..Vale a dire che, oltre che figlio di puttana quanto il signore, abramo era decisamente un bugiardo, pronto a ingannare chiunque con la sua lingua biforcuta che, in questo caso, secondo il dizionario privato del narratore di questa storia, significa traditrice, perfida, fraudolenta, sleale e altre meraviglie del genere.”

“La storia degli uomini è la storia dei loro fraintendimenti con dio, né lui capisce noi, né noi capiamo lui.”

“Ora, il signore si nasconde in colonne di fumo, come se non volesse farsi vedere. Nella nostra opinione di semplici osservatori degli avvenimenti si vergognerà di qualche figuraccia che ha fatto, come nel caso dei bambini innocenti di sodomia che il fuoco divino arrostì”.

145 pagine di ironia a toccare, stravolgendole (ma mica poi così tanto), le storie della Bibbia: l’ultimo scritto di Josè Saramago prima della sua dipartita da questo mondo è un regalo prezioso che costa soltanto 15 € da Feltrinelli. Curiosità: chi scrive i testi dei risvolti di copertina non legge quello di cui scrive. “…il destino di Caino è quello di un picaro che viaggia a cavallo di una mula attraverso lo spazio e il tempo, in una landa desolata agli albori dell’umanità”: Saramago invece ci racconta che fu la prodigiosa amante Lilith a regalare a Caino il migliore asino delle sue scuderie.

Saramago mi ha permesso di ricordare, tra l’altro, il massacro di Bèzier del 1219: il legato pontificio Arnaud Amaury, non potendo distinguere gli eretici dai buoni ortodossi disse la frase famosa: “Caedite eos! Novit enim Dominus qui sunt eius (Ammazzateli tutti! Il Signore riconoscerà i suoi)”….Le religioni – tutte – sono fatte dagli uomini e sono come gli uomini: a volte buone, a volte cattive, a volte né buone né cattive.

Il saluto di S. E. Alfredo Trinidad Velásquez, Embajador de Guatemala

Distinguidos Profesores y Participantes a la Conferencia “Restituire la Memoria”

En nombre del Gobierno de Guatemala agradezco al Dott Vincenzo Reda y al Asesorado para la Cultura de la Región Valle D’Aosta por la invitación a participar a esta interesante Conferencia. Lamentablemente compromisos impostergables, del último momento, no me han permitido asistir a este  evento que cuenta con  la participación, de ilustres profesores. Entre ellos, el insigne Dr. Oswaldo Chinchilla Mazariegos, Curador del Museo Popol Wuj e ilustre  Profesor de la Universidad de San Carlos de Guatemala, que a lo largo de su carrera académica ha publicado libros y ensayos que son conocidos internacionalmente.

Como todos Ustedes saben el calendario sagrado de los mayas es de 20 días, llamado  Tzolkin, y se fundamenta en el cuerpo humano, o sea en los diez dedos de las manos y en los diez dedos de los pies. Estos 20 días forman una ley que controla la vida del ser humano, desde su concepción hasta la muerte.

En los 20 días del Calendario Sagrado de los mayas están expresadas todas las fuerzas básicas de la creación y destrucción, de lo positivo y negativo, de lo bueno y malo, la dualidad que existe en el mundo, en la sociedad, en la familia y en el corazón del ser humano.

De la conjugación de tales fuerzas en las vidas individuales depende el curso de la existencia y del destino. Es importante saber que todo lo que uno hace repercute de una manera a uno mismo, a la familia y a la comunidad.

El Nahual es el Espíritu o la Energía, la fuerza que anima cada uno de los dias del calendario Tzolkin  usualmente está relacionado con un animal regente, con el espíritu del animal que rige cada signo.

En la Cosmovisiòn maya el dia de hoy. 4 de junio,  està representado por el glifo de TOJ que significa Tojil o la deidad del Sol. Toj es el fuego del espíritu del Ajaw, el Ajaw significa Gran Padre.

Hoy es el dia de la  nivelación con la justicia, la vida y la esperanza. Hoy es el dia para agradecer por todo lo que uno ha recibido en la vida y para liberarnos de lo negativo.

Distinguidos Profesores y Participantes, les deseo que esta Conferencia obtenga el éxito merecido.

Saludos cordiales,

Alfredo Trinidad Velásquez

Embajador de Guatemala

Swagat magazine

Mi è arrivata la copia del numero di giugno di Swagat, il magazine mensile di Air India, con il redazionale a me dedicato.

José Saramago

“…Perché siamo diventati ciechi, Non lo so, forse un giorno si arriverà a conoscerne la ragione, Vuoi che ti dica cosa penso, Parla, Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, Ciechi che vedono, Ciechi che, pur vedendo, non vedono.

La moglie del medico si alzò e andò alla finestra. Guardò giù, guardò la strada coperta di spazzatura, guardò le persone che gridavano e cantavano. Poi alzò il capo verso il cielo e vide tutto bianco, E’ arrivato il mio turno, pensò. La paura le fece abbassare immediatamente gli occhi.

La città era ancora lì.”

Così termina Cecità – uno dei capolavori, pubblicato nel 1995, di José Saramago.

Se n’è andato a 87 anni, pareva stesse bene: credo se ne sia andato incontro al suo laico nulla con serenità. Lo scoprii per caso, come sempre mi succede, un paio d’anni dopo il Nobel: io non sono uno che bada ai premi e non ho particolare attrazione verso la letteratura di lingua portoghese – fatto salvo il brasiliano Joao Guimaraes Rosa, di cui consiglio Grande Sertao e Miguilin. Comprai due libri che m’incuriosivano: Manuale di pittura e calligrafia e Una terra chiamata Alentejo. Li lessi in un amen e poi continuai con L’anno della morte di Ricardo Reis, Storia dell’assedio di Lisbona e L’isola sconosciuta: tutti libri di altissimo valore. I tre di cui riproduco le copie delle copertine sono per conto mio capolavori assoluti (forse personalmente preferisco  Memoriale del convento).

La vita di Saramago è la storia di un uomo libero, lucido, laico e fuori di ogni schema. Einaudi – oggi purtroppo il Principe Giulio non c’è più – ha smesso di pubblicare i suoi libri perché Saramago si è permesso di definire Berlusconi un delinquente; con altrettanta coerenza La Chiesa invita il suo popolo a non leggere uno scrittore laico e comunista; alla stessa stregua lo Stato di Israele lo considera un antisemita perché si permise di definire crimini gli atti inconsulti perpetrati ai danni del popolo palestinese. Ce n’è abbastanza per consigliare a ogni spirito libero di leggere i libri di José Saramago.

Io non posso che essere rattristato per la scomparsa di un Grande e augurargli di scorazzare leggero tra le ignote prateria del suo Nulla.

Rossese di Dolceacqua

Non ci sono in Italia tantissimi paesi che si identificano con un vino: mi vengono in mente Montalcino, Montefalco, Verduno, Castagnole Monferrato, Carema, Donnaz…e poi c’è Dolceacqua. Dolceacqua non è un paese, è un sogno: uno di quei posti che, avendo la fortuna di calpestarlo annusarlo osservarlo, ti chiedi: ma è vero o è un sogno? Non esagero, in maniera semplice descrivo le mie sensazioni, magari elementari, magari ingenue. Ma sono le mie, piaccia o meno. Non mi perdo in descrizioni superflue, pleonastiche, retoriche: andateci e capirete. Per chi già ha avuto questa ventura, ogni parola è superflua.

Occorre ricordare comunque alcune faccende: il paese è di origine medievale – pur se le caratteristiche del posto fanno supporre un’antropizzazione di epoca preistorica (vedi i vicini Balzi Rossi) e senza soluzione di continuità – e si presenta con due caratteristiche ben distinte, separate dal torrente Nervia: il Castello, la parte alta e più vecchia; il Borgo, la parte in pianura più recente (sec. XV). Il ponte Vecchio, in pietra e con una luce di 33 mt., è di fascino straordinario cui non resistette Claude Monet che lo dipinse negli anni intorno al 1880. Bisogna menzionare la Festa della michetta (un dolce tipico) che si tiene il 16 agosto e che ricorda la rivolta popolare del 1364 contro il tiranno Imperiale Doria: quella rivolta pose fine al tristo costume dello jus primae noctis.Dolceacqua è un paese di circa 2.000 anime.

E poi c’è il Rossese. Il Rossese di Dolceacqua, una Doc minuscola (circa 1.500 hl. di produzione media) per uno di quei vini che non puoi che bere nel posto in cui vengono prodotti: il Rossese ti costringe a recarti a Dolceacqua, altrimenti rischi di bere un vino che Rossese vero non è.

Ho scelto il Wine Bar Re, in uno dei magnifici carrugi medievali del Castello, per dare vita alle mie degustazioni; guidato dal prezioso e disponibile Matteo in un contesto che migliore non poteva essere, avendo incontrato uomini e storie che aiutavano a entrare in intimità con il Luogo e dunque con il vino.

Il Rossese è un vino non molto acido, scarico di colore, con pochi tannini (il disciplinare prevede un’acidità totale minima di 4,5° e un residuo secco di 23 gr/l) che offre al naso intensi profumi florali che, in certi cru e con l’invecchiamento (purtroppo raro, perché di vino ce n’è poco e in genere viene esaurito nel corso dell’annata), si trasformano in profumi di frutta di bosco e ciliegia matura. In bocca è un vino grasso, morbido, sensuale e lungo con una persistenza che lascia una sorta di netta impressione amarognola e finemente speziata.

Ne ho bevuti da 6 bottiglie diverse e 5 produttori (avevo già avuto modo di assaggiare quello di Mauro Feola): Ka’ Mancine’ (Beragna e Galeae 2009), Terre Bianche 2009, Foresti 2008, Maccario 2009 e Altavia 2007. Tutti vini corretti, compresi tra i 12,5° (Beragna) e i 14,5° (Maccari). A me piace essere schietto e non ricorrere a giri di parole, non dovendo rendere conto che alla mia esperienza: quelli che mi sono piaciuti di meno sono i Rossese di Feola e il Foresti (guarda caso con 6 mesi di barrique, comunque ben dosata). I due che mi hanno lasciato un’impressione straordinaria sono il Galeae 2009 e l’Altavia 2007. Il secondo un gran vino che rende l’idea di quanto possa crescere un buon Rossese cui si permette di invecchiare per qualche anno: vino importante, di grande intensità, più carico di colore rispetto ad altri, molto persistente e di elegante sensualità: morbidissimo (13°).

Ma quello che per davvero mi ha lasciato l’impressione migliore è il Galeae 2009. Impressione confermata da una bottiglia aperta a Torino e bevuta con calma, per molte ore di seguito: un vino di 14° che ha una struttura, un’equilibrio, una ricchezza di profumi e sapori direi unica: infatti, come mi succede sempre per i vini che amo, lo bevo fuori pasto, da solo: per onorarlo come merita e farmi onorare da lui come merito.

I vini li ho poi comprati presso l’enoteca Re con l’assistenza di Maresa Bisozzi, una persona gentile, disponibile e competente (anche assai conosciuta e da tutti apprezzata): mi ha fatto omaggio, non richiesto ma assai gradito, di una bottiglia di ottimo olio ligure. Grazie a Matteo, a Federica, a Maresa, a Josè Saccani (di cui tratto in un altro articolo). Grazie a Dolceacqua: ci saranno ritorni e ritorni.

Photogallery from Mumbai/Bombay

Sono scatti che ho ripreso nel febbraio del 2008: il porto, il lungomare splendido, il traffico con le vacche in mezzo a biciclette automobili moto, edifici, spiaggia. Bombay è una città affascinante.

I fuochi di San Giovanni a Torino

Le fotografie sono state realizzate dal dehors del Caffè Elena in piazza Vittorio Veneto a Torino la sera del 24 giugno 2010. Con l’incredibile versatilità delle odierne macchine fotografiche, ho scattato queste immagini con l’apparecchio – una reflex Canon –  senza il tradizionale cavalletto: questo è il risultato. Pochissimi gli interventi con Photoshop.

Prima preda della stagione: un polipo

Ecco un bel polipo di circa 6/700 grammi: pescato al mattino verso le 8.30 e mangiato la sera stessa. Fontana delle Rose, in missione speciale con Gianni Leopardi alla riconquista dell’Italia e del nostro rigoglioso Sud: dovevo provare la nuova muta e verificare l’attrezzatura – e anche il colpo d’occhio e il fisico (che anno dopo anno si appesantisce e testimonia usure ormai irrimediabili). Sono uscito per la prima battuta al mattino presto e la caccia è stata proficua. Nonostante il passare degli anni, l’abilità è rimasta intatta e ho potuto far mangiare a Gianni un bel polipo fresco di giornata, cucinato in maniera semplice alla griglia da Colomba, figlia di Tonino, creatore del ristorante (è una parola impegnativa…) a due metri dalla battigia in località Masseria Mattinatella – Gargano, Puglia -, sotto Fontana delle Rose.

Uccidere per mangiare è etico, secondo me: ma uccidere un polipo mi è sempre complicato e mi procura comunque piccoli sensi di colpa che finiscono quando la sensibile bestiola si trasforma in cibo delizioso. E’ un discorso difficile da sostenere oggi, in tempi in cui falsi moralismi inducono a sostenere tesi che poco o punto hanno a che vedere con le leggi elementari e ferree della Natura: soprattutto è impossibile cercare di spiegare a gente che con la Natura, quella vera, ha poco da spartire.

Disastri: quando conviene parlarne e quando no…

Questo ritaglio è preso dal quotidiano indipendente “Italia Oggi” del 17 giugno scorso: in un momento in cui tutto il mondo si occupa, direi a ragione, del disastro combinato dalla BP nel golfo del Messico, nessuno o quasi parla dei disastri che la Shell, senza alcun problema, continua a combinare nel golfo del Leone.

Ma si sa: l’Africa alle catastrofi è abituata; l’America meno. Ovvero: ci sono tragedie di cui è conveniente parlare e altri che non sono di moda. Così va il mondo.