Archive for Luglio, 2010
Ristorante “Real” San Michele a Monte S. Angelo

Monte S. Angelo – Gargano, Puglia, Italia –  è un paese bellissimo che io amo in maniera particolare, ma è anche un paese ricco di contrasti e di faccende poco comprensibili altrove (vedi foto con i circoli Arci e Pdl uno a fianco all’altro…). In questo paese c’è il mio amico Gegè Mangano con il suo Li Jalantuumene, ristorante d’eccellenza, e  ci sono molti altri locali, ristoranti, pizzerie di vari livelli di qualità, ma tutti più o meno accettabili.

E poi c’è il “Real” San Michele!

Quest’anno invece che andare a mangiare le solite eccellenti preparazioni cucinarie di Gegè, ho voluto in maniera anonima provare questo locale con giardino – è l’unico a averne uno, in un paese in cui gli spazi sono per davvero esigui – situato nel pieno centro storico (medievale) di Monte.

E’ un’esperienza che consiglio di provare almeno una volta nella vita, in special modo a tutti quelli che hanno la puzza sotto il naso e che sono s-costumati a pretendere sempre un servizio inappuntabile.

Non si mangia male e il vino (soltanto sfuso) non è malvagio – se ci si accontenta – e non si spende neanche molto: ma qui è il servizio che occorre mettere in risalto!

Il famoso giardino c’è, è anche carino ma oggi non abbiamo tutto il personale e il servizio in giardino è un po’ lento e poi con questa giornata (stupenda, detto tra noi) non è consigliabile. Il menu bisogna richiederlo con tignosa autorità. Il vino è soltanto sfuso. Il pane è fresco ma un poco sporco (è soltanto farina…). Le razioni sono ottime se si è a dieta. I tovaglioli rigorosamente di carta. La macchina del caffè purtroppo è spenta. L’ordigno che prende la carta di credito proprio oggi non funziona….Però troneggia nella sala, arredata e addobbata in maniera adeguata (a parte i tovagliati, consiglio un occhio di riguardo per i quadri, o meglio, le riproduzioni appiccate alle pareti),  un magnifico Sony nero e piatto sopra una autentica pianta finta, come si conviene.

E’ un’esperienza da fare, almeno una volta nella vita. Eppoi non si rischia niente, ammesso di essere di buon umore e avere un sano sense of humor. Purtoppo, non posso far nulla per raccomandarvi!

Rotolando verso Sud: alla riscoperta dei nostri sapori con Gianni Leopardi

Ristorante Li Jalatuùmene: mitico incontro trai due miei chef preferiti, Giovanni e Gegè

Questo viaggio con Gianni incontro ai colori ai profumi ai sapori alle emozioni del nostro Sud era stato programmato da un pezzo: erano quasi trent’anni che Gianni non viaggiava nelle terre generose del meridione d’Italia.

La scusa era quella di ricuperare un oggetto prezioso affidato 25 anni prima, in San Francisco, a Antonio Ruggeri, un lucano emigrato in California e divenuto buon imprenditore nel campo della ristorazione: la tremenda crisi che sta devastando gli Stati Uniti (e la California sta peggio degli altri stati) ha fatto decidere Antonio di chiudere il suo ristorante Il Rustico, in Sausalito, per tornare ai tranquilli ritmi di Calvello, un paesino delizioso situato a quasi 800 mt. di quota, a sud di Potenza, circondato da boschi e montagne.

Ci siamo fermati prima sul Gargano e Gianni ha potuto assaggiare le delizie del mare di Mattinatella ai tavoli che sono lambiti dalle onde del ristorante Da Tonino dove Colomba cucina come sua madre soltanto “roba” fresca che Tonino pesca ogni giorno; abbiamo avuto la fortuna di mangiare la sera un polipo che era incappato nella mia fiocina al mattino. Poi siamo saliti a Monte S. Angelo dal mio amico Gegè Mangano: il trionfo del territorio per una cucina di tradizione pastorizia.

In Basilicata ci siamo fermati a Rionero in Vulture, ristorante La Pergola (che consiglio vivamente) e siamo andati a oltre 1000 mt. di quota, sopra Calvello, per mangiare deliziosi porcini appena raccolti.

Durante il viaggio di ritorno, non ho potuto impedire a Gianni di provare la grande cucina marchigiana del pesce e delle olive ascolane: la mia amica Stefania ci ha tenuto compagnia al ristorante La Moretta, nel centro storico medievale di Ancona.

Alejandro Jodorowsky, Il maestro e le maghe

https://www.vincenzoreda.it/alejandro-jodorowsky-la-danza-della-realta-e-altri-libri/

Il link qui sopra rimanda all’ampio articolo che ho dedicato al Maestro e relativo ai libri che ho letto e recensito in precedenza. E’ necessario specificarlo perché quest’ulimo suo libro – appena pubblicato in Italia da Feltrinelli, ma uscito in Francia nel 2005 – non lo si può leggere e comprendere appieno se non si conosce, e molto bene, Alejandro Jodorowsky: il suo cinema, il suo teatro, i suoi libri, i suoi tarocchi, la SUA MAGIA.

È un libro autobiografico che racconta il rapporto complesso, mutevole, intermittente dell’autore con il maestro giapponese zen Ejo Takata. Racconta soprattutto il rapporto con la complessità della formulazione e della risoluzione dei Koan, sorta di enigmi, aforismi, indovinelli assurdi che richiedono risposte legate alla filosofia zen.

In questo percorso s’inseriscono le vicende legate a figure femminili straordinarie: la pittrice Leonora Carrington, doña Magdalena, l’attrice messicana chiamata Tigressa e, la più incredibile, Reyna D’Assia, figlia nientemeno che del grande esoterico Gurdjieff.

Il volume, complesso se non si conosce Jodorowsky, termina con una trentina di pagine dedicate a aneddoti che riguardano personaggi noti come Neruda, Dalì, Fellini e, quello che riporto qui sotto, Orson Welles.

“…Per il ruolo del barone Harkonnen in Dune, un grassone gigantesco e cattivissimo, avevo pensato a Orson Welles. Sapevo che era in Francia ma, amareggiato dai produttori che non gli offrivano lavoro, non voleva sentir parlare di cinema. Dove trovarlo? Nessuno sapeva dirmelo. Avevo sentito dire che al maestro piaceva tantissimo mangiare e bere. Chiesi a un mio assistente di telefonare a tutti i ristoranti di Parigi chiedendo se Orson Welles fosse loro cliente. Dopo innumerevoli telefonate, un ristorantino, Chez le Loup, ci confermò che una volta alla settimana, ma non in un giorno prestabilito, l’attore cenava lì da loro. Decisi di andare a mangiare in quel locale ogni giorno. Cominciai il lunedì. Il locale aveva un’eleganza discreta, con un memu raffinato e una carta dei vini eccellente. Se ne occupava il proprietario in persona. Tutte le pareti, tranne una, erano decorate con riproduzioni di quadri di Auguste Renoir. Contro un muro privo do quadri, in una vetrina, c’era una sedia sfondata. Chiesi al proprietario la ragione di quello strano arredamento. Mi disse:«Sono resti che ci colmano di orgoglio: una sera Orson Welles ha mangiato così tanto che ha sfondato la sedi a su cui stava seduto». Tornai il martedì, il mercoledì, il giovedì…Immenso, avvolto in un grande mantello nero, arrivò l’attore. Lo osservai affascinato, come un bambino al giardino zoologico. La sua fame e sete erano leggendarie. Lo vidi divorare nove piatti diversi e bere sei bottiglie di vino. Al momento del dessert, gli feci pervenire una bottiglia di cognac che il proprietario mi aveva assicurato fosse la preferita dal suo voluminoso cliente. Orson Welles, quando l’ebbe ricevuta, mi invitò gentilmente al suo tavolo. Rimasi a sentirlo monologare su sé stesso per mezz’ora, prima di trovare il coraggio di proporgli il mio ruolo. Subito mi disse: «Non mi interessa recitare. Odio il cinema di oggi. Non è arte, è un’industria schifosa, un enorme miraggio figlio della prostituzione». Deglutii, il mondo del cinema l’aveva davvero deluso. Come potevo invogliarlo a lavorare con me?

Ero tesissimo, credevo di avere dimenticato tutte le parole, ma a un tratto sentii la mia voce che gli diceva:«Signor Welles, per tutto il mese che dureranno le riprese della sua parte, le prometto di assumere il capocuoco di questo ristorante: ogni sera le preparerà tutti i piatti che lei desidera, accompagnati da vini e altri alcolici della qualità e nella quantità che lei voglia». Con un largo sorriso accettò di firmare il contratto.”

Il magnifico cous cous di Ilham al Bar Elena
About my artwork “Sex”

I painted this artwork (paper, 50×70 cm.) in summer 2009 with Piedmont good red wine Dolcetto (Gemme di Billia 2008): I named it “Sex (Sesso, in italian language).

Now Mr. Albert Rigo, from Gurgaon (a big town near New Delhi) is the owner of this my work, and I am very proud about this fact, because Mr. Rigo wrote me he likes very much my paintings and he wished to get one of them. Well, Mr Rigo today you can show one of my best paintings, maked with my favorite wine, on the wall of home.

Congratulations!

Angelo Gaja:”Crisi e mercato globale azzoppano l’agricoltura italiana”

Pubblico volentieri un intervento che  Angelo Gaja mi ha mandato e che condivido:

Questa fotografia la ripresi durante un meeting con Angelo Gaja a Eataly, se non ricordo male un paio di anni fa.

Crisi e mercato globale azzoppano l’agricoltura italiana

La crisi viene da lontano, ha colpito duro e non è colpa dei produttori se li ha colti impreparati non essendo riusciti a prevederla per tempo neppure i premi Nobel dell’economia.

Il consumatore, di fronte alla riduzione del potere d’acquisto, ha abbassato anche la soglia del desiderio, anziché acquistare le eccellenze si è accontentato del buono quanto basta, che costa molto meno. Così dei prodotti tipici italiani a soffrire di più sono stati quelli di fascia di prezzo medio -alta.

Ha invece beneficiato della crisi il falso agro-alimentare, con parvenza italiana ma prodotto altrove, guadagnando  mercato sia all’estero che in Italia.

Cosa fare?  Sui rimedi i suggerimenti si sprecano.

–       FARE PIU’ QUALITA’: ma per vino, olio, parmigiano…  la qualità media non è  mai stata così elevata.

–       PIU’ RAPPORTO QUALITA’ PREZZO: ma si sono ormai fatti diventare buoni anche i vini offerti al pubblico a due euro a      bottiglia.

–       CHILOMETRO ZERO: per ora è un palliativo virtuoso. Serve a spronare i contadini a diventare piu’ intraprendenti, a confrontarsi con il mercato ed aiuta i consumatori a capire di più della stagionalità dei prodotti agricoli.

–       ACCORCIARE LA FILIERA: occorre prima che i  produttori si uniscano per aggregare l’offerta.

–       PIU’ MARKETING: sono ancora troppi quelli che si vantano di non fare marketing. Diffidano della parola, le attribuiscono un significato equivoco, di trucco finalizzato alla vendita.

–       NO OGM: il divieto va invece rimosso. Piuttosto vanno educati gli agricoltori ad essere piu’ responsabili ed i consumatori a riconoscere e premiarne i prodotti attraverso norme di etichettatura adeguate.

–       COSTRUIRE DOMANDA: in Italia ci pensano gia’ i produttori, il sostegno pubblico  va destinato ai mercati esteri.

–       L’EXPORT DIVENTI UNA OSSESSIONE: verissimo, occorre pero’  favorire la crescita imprenditoriale.

–       PROTEGGERE I MARCHI ITALIANI sui mercati esteri, combattere le falsificazione: si può, si deve fare  di più.

Se la crisi non allenta la morsa qualsivoglia rimedio perderà di efficacia.

Resta la cronica assenza sui mercati esteri della presenza di catene di supermercati (italiani e non) capaci di valorizzare le eccellenze dell’agro-alimentare di casa nostra. Assume grande significato l’apertura di EATALY a New York avvenuta nei giorni scorsi: nella grande mela i migliori prodotti del mangiare&bere italiano saliranno su di un palcoscenico capace di esaltarne valore ed immagine e costruirne domanda.

Un progetto per il futuro

Nella situazione di mercato attuale i più fragili sono i produttori artigiani che costituiscono la stragrande maggioranza delle micro e piccole imprese italiane. Occorrono progetti atti a proteggere e valorizzare il  lavoro degli artigiani. Da un anno la discussione s’è accesa attorno al marchio Made in Italy che vuol dire una cosa mentre il contenuto ne svela spesso un’altra. E’ una contraddizione impossibile da eliminare avendo, le aziende che hanno delocalizzato, meritoriamente contribuito all’affermazione del Made in Italy sui mercati internazionali.

Per gli artigiani potrebbe servire di più mettere in cantiere un nuovo progetto: ottenere che il prodotto TOTALMENTE realizzato in Italia abbia la facoltà (non l’obbligo) di essere contraddistinto da un logo, da un simbolo fatto realizzare dal più bravo dei  designer italiani, da affiancare  oppure no al Made in Italy.

Che comporti l’assunzione da parte del produttore dell’impegno (autocertificazione) di svolgere le fasi di lavorazione INTERAMENTE in Italia, con totalità di materia prima di provenienza italiana soltanto per l’agro-alimentare. Il progetto andrà sostenuto da una campagna di informazione atta ad istruire  il consumatore  sul significato del simbolo.

Nel progetto vanno coinvolti non soltanto gli artigiani, ma anche le associazioni sindacali e quelle degli esercizi  commerciali: l’interesse di  proteggere il lavoro eseguito in Italia coinvolge tutti.”

Angelo Gaja

1° settembre 2010

(articolo gia’ pubblicato su LIBEROGusto di sabato 4 Settembre)

Angelo Conti, Lastampa.com