Archive for Agosto, 2010
Stupinigi, 25 settembre 2010: “Strade Reali e Vini dei Re”

https://www.vincenzoreda.it/il-cari-vino-raro-delle-colline-torinesi/

Stupinigi: Wow! prime immagini di un successo
Alcuni dei miei ultimi lavori: vini vari

Di questi lavori alcuni sono per davvero particolari: uno è dipinto con un vinaccio da qualche decina di centesimi al litro, acquistato in un supermercato; uno è dipinto con il mio piede destro; un altro è dipinto con le mani.

I miei (pochi) vinarelli

Tecnicamente, il vinarello è un acquerello a cui all’acqua si sostituisce il vino: è una tecnica vecchia già di molti anni, assai conosciuta grazie alla manifestazione che si svolge ogni anno anno a Torgiano. Tutt’altra cosa dalla mia ricerca che riguarda la pittura con il vino, bianchi compresi: a prescindere dalle difficoltà tecniche, la mia è un’ossessione perché il Vino mi scorre non tanto nelle vene quanto nei dendriti che formano le sinapsi del mio cervello intasato, sfasato, anarchico, decadente e caduto, o caduco?

Il cielo scaleno di Torino

Il cielo scaleno di Torino

ogni tanto diventa vino

scende e si versa prigioniero

nel calice opaco  cristallo tormentoso

incontro a avide impazienti

labbra che  baci aspettano umidi.

Lo sorseggio piano come rito antico

e  i sensi ne ricolmo sghembi.

Che buono il cielo scaleno di Torino

Quando per me

bugiardo imbroglione pare farsi vino.

Foto ricordo di una bella estate
Eataly a New York

In occasione dell’ inaugurazione della nuova e prestigiosa avventura di Oscar Farinetti e della sua -proprio sua – Eataly a New York, mi fa piacere pubblicare sul mio sito l’articolo scritto nel febbraio del 2007, nemmeno un mese  dopo l’inizio a Torino di questa straordinaria avventura. Fui uno dei primi a occuparmene e l’articolo venne poi pubblicato su Barolo & Co, su Informacibibo.it ed è parte del mio libro Più o meno di vino.


Eataly

Comincio dalla fine, anche perché i fatti non capitano mai a caso e un filo invisibile, spesse volte ma non sempre, a noi ignoto li tiene uniti.

Tornavo a casa verso il centro sull’autobus numero uno: quel venerdì avevo deciso, infatti e insolitamente, di usare i mezzi pubblici invece della mia auto. Stavo rimuginando tra me e me  quelle quattro ore di visita alla nuova impresa dell’Eataly, l’evento ultimo della sempre più propositiva Torino di inizio millennio. Alzo gli occhi e noto un viso conosciuto: Luigi Blasi, mio amico, dirigente della Martini in pensione. La Martini …..

Martini, Ferrari: i due brand, marchi per i non addetti ai lavori, italiani più conosciuti nel mondo.

Tornavo dal posto in cui un certo Antonio Benedetto Carpano, nato a Broglio in provincia di Vercelli nel 1751, aveva creato nel 1786 il vermouth ( dal tedesco wermuth wein, vino d’assenzio ) e dato ai fratelli Cora, a Alessandro Martini, Francesco Cinzano, Carlo Gancia l’idea giusta su cui costruire fortune…..

Tornavo da un posto, Via Nizza 230, dirimpetto a un edificio inaugurato il 23 maggio del 1923 da re Vittorio Emanuele III, progettato da un certo Giacomo Mattè Trucco, nato in Francia da genitori canavesani, ispirato da uno scorbutico possidente valligiano, noto a tutti con l’appellativo di “Senatore”, che si chiamava in verità Giovanni Agnelli e che beveva esclusivamente il vermut Punt e Mes.

Tornando a casa e salutando Luigi, pensavo a cosa trasportavo in borsa, sopra il prezioso portatile Apple: una bottiglia di Muscat de Beaumes de Venise di Paul Jaboulet Ainè 1998 che Renato Dominici mi aveva appena regalato.

Renato Dominici era l’ultima delle persone che avevo incontrato all’Eataly prima di venir via.

“Salito il monumentale scalone vi accomoderete in una sala con porte e sovraporte di legno intarsiato che farebbero la felicità di un antiquario. Alla presenza di Renato Dominici non vi sentirete un avventore seduto al tavolo, ma un amico di famiglia invitato. E la cucina di Renato ed Anna è diversa da quella dei ristoranti  anche di classe; conserva il tono familiare ed è frutto solo di cultura e ispirazione….”.  A proposito del ristorante La Carmagnole, brano tratto dalla Guida d’Italia 1986 di Henri Wintermans, diventata poi, di moda, come guida dell’Espresso.

Renato, monumento della gastronomia italiana, sta seduto tutti i giorni in un  angolo strategico del vecchio stabilimento Carpano, rimesso meravigliosamente a nuovo: svolge il ruolo di “Consulente gastronomo”. Andate lì, vi sedete al tavolo dinanzi a lui e gli chiedete quel che vi occorre in cucina per stupire i vostri ospiti. E state sicuri che egli vi risponderà con la competenza di un grande e l’entusiasmo di un adolescente.

Una delle tante idee di Oscar Farinetti, imprenditore albese, creatore di Unieuro; visionario, mi pare, come  Giovanni, Antonio Benedetto, Francesco, Alessandro: perché un grande imprenditore deve sempre essere un  visionario, un sognatore e non è vero che alla fine dei conti è sempre una questione di soldi, anzi…

In verità mi sento un poco imbarazzato: quando di un fatto commerciale ti ritrovi a dover esprimere giudizi positivi pare che tu stia facendo, come si chiama in gergo giornalistico, la classica “marchetta” ( parlare bene di una faccenda perché, per dritto o per traverso, ti conviene): e io, pur avendo affrontato la visita con molte precauzioni e qualche pregiudizio, mi sono trovato di fronte a una realtà entusiasmante.

Oscar Farinetti l’ho incrociato per caso verso la fine del mio percorso, quando avevo deciso di togliere il disturbo. Era in compagnia di un giornalista americano del New York Times, stavo bevendo un bicchiere del loro rosè ( vigne a Santa Vittoria d’Alba, Arneis e Nebbiolo  al 50%, almeno sorprendente): tutto subito non mi aveva dato molta retta. Poi ci siamo seduti, abbiamo cominciato a bere insieme, si è fatto portare delle belle fette di salame tagliate spesse, l’ho guardato bene negli occhi scuri, profondi, baluginanti sopra due bei baffoni neri.

Ho capito.

Ho rivisto un visionario, un adorabile sognatore di quelli lucidi, di quelli che ti dicono che comunque di business si tratta, ma quel business che da sempre sognava di fare, in cui è riuscito finalmente a coinvolgere il figlio Francesco, che di Unieuro non voleva sentir parlare e oggi se lo ritrova che serve il vino sfuso

( Barbera d’Alba a 1,80 € al litro, di loro produzione, ottima e mi tocca dirlo per dovere di cronaca) ai clienti pensionati e gira tra le 1100 etichette di oltre 200 cantine con l’amore di un appassionato.

Ho incrociato Piero Alciati, erede del mitico Guido, anch’egli preso dall’entusiasmo, dal calore, dalla missione percepita quasi in maniera messianica: accidenti! mi sono detto.

E sembrano tutti così: 200 dipendenti che si agitano con organizzato entusiasmo dentro oltre 10.000 metri di superficie e 9.000 prodotti di qualità venduti a prezzi onesti: hanno inaugurato il 26 gennaio e fino a oggi ( metà febbraio) hanno avuto 250.000 visitatori con un incasso che è andato oltre ogni previsione.

Ho visto un manager milanese, a Torino per lavoro, che chiedeva al giovane Francesco Farinetti, con in mano un cesto pieno di bottiglie di vino, se e quando prevedevano l’apertura di una cosa analoga a Milano…..

La visita era stata guidata dal braccio destro di Farinetti, un fresco bocconiano milanese – ma sposato con una ragazza di Alba -, Luca Baffigo Filangieri.

Al principio aveva esordito malamente con i soliti termini anglofoni di marketing,  poi pian piano s’è sciolto e l’entusiasmo ha cominciato a prendere il sopravvento sul dover apparire “eff” (efficace-efficiente) di bocconiano apprendistato.

Mi ha mostrato il reparto carni di rigorosa razza piemontese ( hanno fatto un accordo con una trentina di allevatori della Granda a cui hanno assicurato mercato per alcuni anni); mi ha illustrato il forno a legna di 7 mq che sforna 30 quintali di pane fatto con farine biologiche macinate a pietra; mi ha fatto visitare al piano superiore il magnifico museo Carpano; mi ha snocciolato cifre: 20 milioni di investimento di cui 12 per ristrutturare il vecchio stabilimento concesso dal comune in comodato per 60 anni e previsione di breakeven point in tre anni, ma visto l’insperato successo, anche meno…

Eppoi il ristorante, con Alciati come consulente, il reparto pizze, il caveau di formaggi e insaccati, la biblioteca ( 1.500 volumi che si possono consultare e acquistare), i punti degustazione, la cantina….

Tutto all’insegna della filosofia creata da Oscar Farinetti: comprare, mangiare, imparare…

Incredibile! E, giuro, non ho scovato nulla che non andasse. O quasi: volevo il cavolo nero che non si trovava nel settore frutta e verdura: il responsabile mi ha spiegato che da noi quasi nessuno lo conosce e lo richiede, essendo tipico della Toscana ( è vero, serve a preparare la magnifica ribollita di cui sono ghiotto).

Ho trovato straordinario il reparto spezie, con rarità di tutto il mondo.

E infine, il sapore del pane cotto in un forno a legna.

Che dire d’altro?

Vincenzo Reda

E lasciatemi divertire….(Aldo citando Giurlani)

Divertimenti distorsivi sulla mia faccia, pare faccenda innocente e soltanto estetica, ma mica è vero: soltanto i semplici distinguono fra estetica e contenuto. La questione è assai più complessa e intrigante. E io mi ci diverto.

 

Scheda editoriale Più o meno di Vino

scheda-libro

La mia etichetta più bella, il muffato “Armonia d’autunno” di Giacomo Marengo

Questa bottiglia di muffato 2004, vino spremuto da uve chardonnay ricche di muffe nobili (Botrytix cinerea) raccolte nei vitigni di dell’Azienda Agricola di Giacomo Marengo nel comune di Monte S. Savino (AR), è il mio capolavoro: l’etichetta fu stampata in oro con passaggio successivo laminato in oro. L’originale fu dipinto col vino della bottiglia in formato 50×70 cm. Io partecipai direttamente alla vendemmia, alla conservazione e alla spremitura al torchio con Refet e Riza, i due addetti macedoni delle cantine Marengo. Fu un inverno bellissimo con nevicate straordinarie. La bottiglia è un equilibrio di colore, grafica e semplice bellezza. Ne sono orgoglioso. La galleria delle foto qui sotto documenta i vari passaggi. Ne sono state prodotte 4.000 bottiglie.

Marco Valerio Marziale


 “E Fillide fu mia.

Bellissima, stupenda,

con me, in tutti i modi,

per una intera notte,

appassionatamente,

fu prodiga d’amore.

All’alba già pensavo

Che cosa avrei potuto

In dono farle avere.

Profumo da una libbra?

Di Cosmo o di Nicero?

O lane superiori,

di Betica,  in matasse?

Oppure dieci bionde

Monete fior di conio

Del Cesare sovrano?

Quand’ecco, all’improvviso,

al collo mi si avvinghia:

a lungo sulla bocca

m’imprime dolcemente

un bacio che ricorda

l’amplesso colombino.

Infine lei mi chiede

Un’anfora di vino.”

 

Marco Valerio Marziale nasce a Bilbilis (nei pressi dell’odierna Catalayud, in Aragona, a sud-ovest di Saragozza) il 1° marzo di un anno compreso tra il 38 e il 41 d.C.

Di famiglia certamente agiata, potè seguire regolarmente quegli studi a cui un giovane, il quale avesse desiderio di intraprendere la carriera letteraria, doveva necessariamente attendere, pur se grammatica e retorica non erano nelle sue preferenze.

Certamente ebbe una buona educazione dai genitori, che ricorda in un componimento dolcissimo dedicato alla morte di una bimba: Frontone e Flaccilla.

Nel 64 dalla Spagna si trasferisce a Roma: un circolo potentissimo di intellettuali e letterati spagnoli lo accoglie benevolmente: Quintiliano, Seneca, Columella, Lucano dominano la vita colta della Roma imperiale di Nerone.

Al giovane di belle speranze viene vivamente consigliato di dedicarsi all’insegnamento o all’avvocatura, attività proficue e di buon prestigio, ma il Nostro sente forte la vocazione del poeta: fatto si è che esercitare tale attività, allora, significava dover cercare qualche nobile o potente al cui servizio mettere la propria arte declamatoria, dunque comporre versi sostanzialmente adulativi e diventare così “cliente”, onde poter vivere o sopravvivere, a seconda delle fortune o della magnanimità del protettore.

Purtroppo, nel 65 avviene un fatto che sconvolge la cerchia intellettuale spagnola: Nerone scopre la congiura dei Pisoni e agisce reprimendo crudelmente i congiurati. Seneca, Pisone, Lucano e altri vengono eliminati e certamente Marziale non dovette passarsela troppo bene.

Non sappiamo nulla di come visse fino all’80: a Nerone successero Galba, Ottone, Vitellio e Vespasiano per arrivare, appunto a Tito.

Certo il Poeta zonzolava tra perenni ristrettezze economiche e umilianti incombenze poetiche ( la salutatio che fruttava la misera sportula, oggi meglio nota come “pagnotta”), per i quartieri popolani di Roma: la Clivus Suburana, la Suburra ( via malfamata posta tra il Quirinale, dov’egli aveva una misera casa, e il Viminale), doveva essere la sua meta preferita: ladri, puttane, gladiatori, pervertiti, taverne, mescite di vino, bordelli, bagni pubblici….

E’ questo il contesto dove lo spirito di osservazione, l’arguzia, la lingua tagliente, il grande talento poetico dello Spagnolo portano l’epigramma al culmine, mai più superato da alcuno, dell’arte.

Marziale possiede un poderetto al Nomentano e questo è uno dei pochi svaghi che lo allontana dalle angustie del quotidiano: il sogno di un ritorno alla terra, che avverrà negli ultimi anni della sua vita e sarà una grande delusione, è uno dei motivi conduttori della sua arte.

Finalmente, con l’inaugurazione del Colosseo, regnante Tito, il Poeta riesce a avvicinarsi alla corte: compone una trentina di epigrammi dedicati all’avvenimento epocale (Liber spectaculorum); ne ottiene in cambio lo ius trium liberorum, un appannaggio economico che spettava ai capifamiglia con almeno tre figli: il fatto strano è che il Nostro era scapolo…….

Sappiamo che tentò di fuggire dalla vita caotica dell’ormai enorme metropoli ( Roma contava allora molte centinaia di migliaia di abitanti e doveva essere un intrico di lingue e di razze straordinario), intorno all’88 fece un viaggio a Imola, ma l’attrazione fatale per l’odiata/amata Città lo richiamò prestamente.

Domiziano, poco più tardi, riconobbe al Poeta il tribunato militare con l’iscrizione all’ordine dei cavalieri, pur se la condizione economica non dovette migliorare di molto; in seguito a ciò, Marziale svolse un grande lavoro di elogi, omaggi poetici e adulazioni verso il suo benefattore, tanto che alla morte di questi (Domiziano venne assassinato, com’era assai di moda a quei tempi, nel 96 ) egli ebbe non pochi problemi con il successore Nerva e con Traiano (spagnolo anch’egli, come poi Adriano, imperatori sotto il cui dominio Roma raggiunse il suo apice).

Anche in seguito a questi fatti, nel 98, grazie al favore di una sua ammiratrice, la vedova Marcella, e all’aiuto del suo grande amico Plinio il Giovane, egli riesce a tornare alla nativa Bilbilis, dove si spegne nel 104, sempre rimpiangendo le vie caotiche, puzzolenti, malfamate della sua Roma.

 

“Hominem pagina nostra sapit”

           

Marziale compose oltre 1500 epigrammi, perlopiù in distici elegiaci, inclusi in 12 libri più tre libri d’occasione pubblicati a parte. I suoi epigrammi puzzano di umanità: sotto la volgarità necessaria, sotto la libertà di costumi sessuali pre-cristiana, tra le mentulae, i cunnus, i coleos, l’instancabile futuere, paedicare e fellare si nasconde un grande osservatore, un insospettabile poeta lirico, un perenne ricercatore, un raffinato caricaturista.

 

“Per non puzzar del vino

che ieri hai tracannato,

divori avidamente

i Cosmo-pastiglioni.

Con tali profumate,

soavi colazioni,

t’impiastri solo i denti,

mia povera Fescennia.

Ma freno non può porre

Ai rutti provenienti

Da un baratro infernale.

Così frammisto infatti

a quei potenti aromi,

il tuo fetore è peggio:

con doppia forza il fiato

t’esplode più lontano.

Son frodi troppo note,

malizie da furbastra:

desisti, dammi retta,

non essere ostinata.

E fa’ semplicemente,

da brava, l’ubriaca.”

 

Ho scelto in quest’occasione alcuni componimenti curiosi che riguardano il vino, ma che fanno capire com’era la vita della Roma imperiale, libera assai nei costumi e nell’incipiente decadenza non lontana.

 

“…. Che fa Filene a cena?

Non giace nel triclinio

Se prima vino schietto

-boccali sette almeno-

non ha rivomitato.

Può allora cominciare,

a stomaco svuotato,

a berne nuovamente

e insieme a trangugiare

pallottole di carne

-speciali per atleti-

in sedici bocconi.

Appena terminato

un tal popo’ di roba,

si dedica al piacere…..”

 

Filene è un’energumena che non ama propriamente i maschi e poco oltre sono descritti in maniera spudorata i piaceri ch’ella predilige…..

 

“Continui temporali:

vendemmia flagellata,

di pioggia s’è inzuppata.

Quest’anno sarà duro,

mio caro taverniere.

così come vorresti.

spacciare vino puro.”

 

Tornerò a parlare di vino e poesia in Roma ( e saranno Orazio, Plinio il Vecchio…..), ma a parte il vino, il mio auspicio è che questo breve articolo possa fungere da stimolo a uno o due dei miei per certo scarsi lettori per scoprire, o riscoprire, il talento insuperabile di Marco Valerio Marziale.

 

“Difficilis facilis, iucundus acerbus es idem:

nec tecum possum vivere, nec sine te.”

I testi riprodotti sono tratti dal volume “Gli epigrammi proibiti di Marziale”, nella traduzione di Gianfranco Lotti. Armenia editore.Milano 1989

I delicati cieli pastello a Fontana delle Rose

Sono sempre mozzafiato le tinte del cielo sopra Fontana delle Rose quando il sole tramonta dietro le falesie del Gargano. La pulizia dell’aria rende tutto così nitido, così diretto e al contempo esalta i colori che il sole morente sparge con la sua tavolozza sempre nuova.

E’ piovuto sugli olivi

E’ piovuto sugli olivi

a ceffoni gli scrosci d’acqua hanno infierito

tutta la notte sulle mie piante

che grondano acerbi ancora frutti

che s’affannano in promesse

che le sventole umide aiuteranno a mantenere.

E’ piovuto sugli olivi

e i miei attenti sensi, anche avidi,

rubano felici nella piana vecchia vecchia di Mattinatella.

Festa nazionale del Pd a Torino

Una volta si chiamava Festa dell’Unità, si svolgeva in genere al Parco Ruffini e l’acre odore di salsicce abbrustolite ammorbava l’aria di molti quartieri della periferia a nord-ovest di Torino.

Oggi è diventata una questione molto più elegante e raffinata: in piazza Castello, senza violentare la piazza; in centro senza ammorbarne le arie; in Città senza quasi farsi notare. Sono cambiati i tempi, e si vede. Io non sono mai stato comunista, non ho mai frequentato le piadine e le salsicce con assiduità e amore: non so – e proprio non lo so, non è un modo di dire né un eufemismo mascherato – se i tempi siano cambiati in meglio o in peggio. Almeno, questa volta, la piazza storica non è stata violentata: è già un buon risultato.

Luci e colori del Sud/Colors of the South of Italy

Queste fotografie sono state riprese nella piana pleistocenica  di Mattinatella (Gargano, Puglia) in questo agosto 2010. Ci sono i colori e le luci del nostro fascinoso Sud. Mancano gli odori penetranti della macchia mediterranea, mancano i suoni delle fronde degli ulivi, dei mandorli, del ligustro eccitate dal vento. Però ci sono i verdi cangianti delle piante dei capperi, degli olivi millenari (quello accanto a cui c’è mia moglie Margherita ha un diametro di quasi 4 metri!), dei fichi d’india, degli oleandri; e c’è il fiore – la pianta fiorisce una sola volta durante la sua vita – dell’agave americano che da noi ha attecchito con lo stesso entusiasmo del nopal messicano (il fico d’india). Il mio vuol essere un semplice tributo d’amore verso le terre che amo e da cui sono riamato.

La Natura parla la sua lingua, occorre comprenderla

Non c’è bisogno delle immagini straordinarie della foresta amazzonica o delle vaste praterie della Tanzania o del bush autraliano: la Natura parla la sua lingua semplice e meravigliosa qui, intorno a noi; bisogna avere gli occhi per registrare le sue immagini sempre stupefacenti.

Sotto la tettoia del ristorante i rondinini nati circa 15 giorni fa hanno imparato a volare: ipernutriti da genitori infaticabili a caccia di libellule tutto il giorno, in due settimane sono diventati adulti e ora impareranno a cacciare e nutrirsi da soli.

Il fiore bellissimo di un cappero.

La mantide religiosa femmina, immensa ieratica e predatrice, si mimetizza in maniera perfetta tra le foglie di una pianta di cappero, in agguato mortale.

Le contorsioni, lente legnose, di un olivo centenario sembrano simboleggiare la lenta sofferenza della vita: vita di verde di legno, vita lunga ma sempre Vita.