Archive for Ottobre, 2010
Turcinieddrhi, Ciceri e Tria, Muerzi, cibi dal Salento

Hosteria Alle Bombarde, La Vecchia Osteria, Osteria Angiulino: per mangiare in locali sempre affascinanti cibi speciali che riportano alle tradizioni contadine. Alle Bombarde ho mangiato i Muerzi, una variazione leccese della ribollita toscana: pane tostato (o fritto) con cime di rape e piselli bianchi di Zollino. Questo locale, relativamente giovane (circa tre anni di vita) è stato creato da Elisabetta Samara – polacca di Varsavia, da 35 anni a Lecce per amore – e dalla sua socia Valeria Lucalello e sono tutte donne, sia in cucina, sia in sala. Il posto è bellissimo, ricavato in un palazzo barocco e con un glicine e una vite – vedi foto sotto – più che centenarie: andateci a mangiare e vi troverete in un’atmosfera di magia.

Alla Vecchia Osteria ho assaggiato i Turcinieddrhi, classici intestini di animale giovane ripieni di frattaglie: semplicemente straordinari. Ho anche mangiato la celebre minestra Ciceri e tria, vale a dire una pasta tipo lagane tirata a mano e parzialmente fritta e servita con ceci. Una leccornia molto tipica.

Da Angiulino, Davide, figlio del fondatore – Angiulino, appunto, oggi più che settantenne – mi ha fatto mangiare una salsiccia ottima con un contorno di patate bollite in insalata condite con il solito prezzemolo e un inedito battuto di sedano che, giuro, alle patate si abbina in maniera divina. Nota di servizio: in ognuno di questi posti ho bevuto vino “della casa”, come sarebbe piaciuto a Mario Soldati – vino senza etichetta – e in ognuno di questi posti ho bevuto vino ottimo, a non più di 3/4 euro al litro! Per significare: non c’è limite alla qualità della semplicità. Andate a Lecce e ristoratevi nei posti che vi ho suggerito; se siete persone degne, mi sarete grati…..

Quisquilie & Pinzillacchere, Indice


INTRODUZIONE di Emberto Uco


QUISQUILIE (Cronache immorali)

Un genio ingenuo

Country blowjob

La bugiarda

Altro che John Holmes

La sfiga

La saga di nano

Va’ dove ti porta il culo

Il cielo di Gilda

L’arnese del Geometra

Elogio della mortadella

A Uxmal

Duonnu Pantu

Spagnolini, rimedio per ogni male

Appendice

Inno al Culo (Caffè Elena)

PINZILLACCHERE (Altri scritti)

(Dalle parti del vino e dintorni)

Alberto Mazzoni (Il signor Verdicchio)

Il Pelaverga di Verduno

Le vigne di Pompei di Mastroberardino

Il Banchiere Raffaele Mattioli e i peperoncini

Storie da ridere e ricette da morire

Due grifoni con una fava (Arpino e Veronelli)

Echa’ (Cibo in lingua maya)

La chianina

Del cibo dalle Upanisad

Padre Dante e il vino

Ulrich Von Hutten

Note di cucina di Leonardo da Vinci

Il dilemma dell’onnivoro (di Michael Pollan, Adelphi)

I vini di Più o meno di vino

Muffato 2004 Armonia d’Autunno di Giacomo Marengo (la mia etichetta più bella)

I vini di Papa Paolo III Farnese raccontati da Sante Lancerio

‘Omar Khayyam: la preghiera del vino

François Villon

Testi per i miei Bicchieri di vino

Quel giorno in cui Enrico, Vasco e io….

A proposito di Mussolini e dei Futuristi

Kurt Erich Suckert/Curzio Malaparte, uno fuori moda…

Quando si mangiava insieme di Carmine Macchione

Barbera del Monferrato, Cantine Valpane 1994

ALTRE PINZILLACCHERE

(Dalle mie parti)

La generazione Fortunata

Tatuaggio

Dei sensi

Arpa magica

Lo Guarracino

Grazie alla vita, ritorno al Sud

Un gioiello

Leo Chiosso (Certe volte Torino)

Chi sono

NOTA AI TESTI

I colori di piazza Castello al tramonto
Paestum by night

Paestum di notte è sempre uno spettacolo indescrivibile. Dopo una giornata di pioggia e con un cielo bellissimo, arrivarci con amici – dopo aver mangiato e bevuto come si deve – è sempre rito magico, faccenda beneaugurante, cerimonia propiziatoria.

La casta del vino, replica degli autori

Mi pare doveroso pubblicare la replica degli autori alla mia recensione, negativa, del loro libro. E’ una replica civile che ospito volentieri, consapevole del fatto che oggi, più che mai, sia doveroso accettare un contenzioso quando questo rimane nelle righe dell’educazione all’accettazione della differente osservazione prospettica, pur rimanendo fermi nelle proprie posizioni.

Gentile Vincenzo,
dopo la pubblicazione di “Vino e bufale” e “La casta del vino” abbiamo ricevuto molte critiche positive, qualcuna entusiastica, da parte di persone che li avevano letti, ma anche numerosi insulti.
Fino ad oggi potevamo vantarci del fatto che dei nostri libri avevano parlato male solamente persone che non avevano prima avuto la cortesia di leggerli.
Oggi finalmente, grazie a lei, possiamo vantare la nostra prima “stroncatura consapevole” de “La casta del
vino”. Noi rispettiamo tutte le opinioni, ma qualche precisazione nello specifico le chiediamo di concedercela.
1 – La molecola dell’alcol etilico – tossica, cancerogena e classificata tra le droghe – è proprio la stessa sia che la si assuma tramite vino, che tramite birra o altri alcolici. Si fidi, è proprio così, nessun integralismo, anzi un po’ di dispiacere, almeno per uno dei due autori che, qualche volta, indulge al piacere di un “buon” bicchiere di vino, ben sapendo tuttavia che si tratta di un piacere a rischio (sig!, anche quello di un solo bicchiere).
2 – La nostra lettera aperta ad Antonella Clerici è un pretesto per mostrare come in Italia si concedano gratuitamente spazi pubblicitari anche importanti al vino (gli altri prodotti commerciali la pubblicità se
la devono pagare). All’Antonellina nazionale potremmo associare il fedele Brunello Vespa, come il telegenico professor Calabrese e tanti altri eredi degli albori della Prima Repubblica, quando tanti favori ai tanti coltivatori della vite portavano tanti voti.
3 – Riguardo al Presidente Napolitano noi ci riferiamo ad uno specifico episodio, in cui il Presidente avrebbe bevuto vino e grappa poco dopo aver avuto un malore ampiamente e impietosamente documentato dai media: questo è un comportamento a dir poco imprudente, soprattutto in un uomo anziano, che, come le può confermare qualunque persona abbia un minimo di conoscenze mediche, non dovrebbe mai consumare alcolici e tanto meno in quelle condizioni .
Approfittiamo per complimentarci con Lei per l’uso artistico che ha saputo inventarsi del vino: sicuramente a Lei male non fa, se non lo beve, e potrebbe essere un utile esempio, e le porgiamo un caro saluto.
Enrico Baraldi e Alessandro Sbarbada
La casta del vino, E. Baraldi e A. Sbarbada

Questo mondo è tanto bello perché assai vario: a ognuno è permesso infatti di sostenere le tesi più assurde e di pubblicarle senza alcun problema. Ho comprato questo librino per curiosità, spendendo 13 euro, mica pochi per una brossurina 12×17 cm. di 190 pagine su sciatta carta patinata opaca bianchissima…

Il titolo recita: «La casta del vino – 111 informazioni utili per non farsi imbottigliare di Enrico Baraldi e Alessandro Sbarbada». Editore Stampa Alternativa, collana Eretica.Dei due autori si sa che il primo è uno psichiatra, mentre l’altro pare sia impegnato come insegnante in un Club Alcologico Territoriale (Metodo Hudolini). Sono coautori del libro «Vino e bufale», 2009.

Questi due personaggi sono autentici integralisti della tesi che il vino fa male, anche in modiche quantità: è cancerogeno, è all’origine di quasi tutti gli incidenti automobilistici, è prodotto e commercializzato da una associazione mafiosa che trama contro l’umanità e persegue interessi satanici perniciosi per la nostra società. Le argomentazioni sono imbarazzanti e spesse volte penose: si confonde il vino con la birra e con i superalcolici argomentando che la molecola dell’alcol etilico è la medesima. Si demonizza la povera Antonella Clerici perché nelle sue trasmissioni televisive si permette di suggerire degli abbinamenti vino-cibo. Si condanna il Presidente della Repubblica perché i suoi pasti ufficiali sono moderatamente innaffiati di ottimi vini e, criminale, perché a fine pasto ama sorgeggiare un buon grappino!

Un librino esilarante di cui si poteva tranquillamente fare a meno. Con un’avvertenza per gli autori: si può scrivere sulle bottiglie di acqua da bere la dicitura «Attenzione al consumo di acqua, l’esagerazione può condurre all’annegamento».

Non mi occupo per mia scelta precisa di recensioni negative o stroncature: preferisco impiegare il mio tempo e la mia scrittura per parlare di faccende belle e interessanti, ma questo librino è davvero un libraccio e costa anche tanto.

Cadeau per i miei amici granata

Nel 1981 dovetti occuparmi dell’archivio Bertazzini e, tra le altre cose importanti, trovai questa stampa fotografica originale: non so a quale partita e a quale periodo si riferisca. Si capisce soltanto che si tratta del vecchio comunale e che quel folletto in dribbling, ormai imprendibile per il povero difensore, è Gigi Meroni.

Nacque a Como, il 24 febbraio 1943 e morì in maniera tragica a Torino il 15 ottobre 1967. Meroni non vinse mai un derby (dei sette disputati): quello che si giocò la settimana dopo la sua morte vide 3 gol di Combin e 1 di Carelli, Torino 4, Juventus 0. Il risultato da allora più largo dei cugini granata sulla Juve. Gigi Meroni era rimasto orfano di padre a 2 anni, amava la pittura ed era uno fuori dai soliti clichè. Esordì in serie A con il Genoa nel 1962, due anni dopo fu ceduto al Toro di Nereo Rocco per la cifra notevolissima di 450 milioni. Giocò 145 partite e segnò 29 gol, uno indimenticabile all’Inter, nel 1967. Giocava ala destra e non si poteva non amarlo. E poi il giovane artista o sportivo che va via giovane guadagna rapidamente la rarefazione dei cieli dorati del mito: tra questi, Gigi Meroni rappresenta un esempio fulgido. Evito di trattare della tragedia purtroppo contribuì a elevarlo prematuramente a mito del calcio.

Murales

Murale al Caffè Elena di Piazza Vittorio Veneto a Torino, vino Ruché Laccento di Montalbera 2008

Murale per il Med del Radisson a Delhi, dipinto nel novembre 2009 con Cabernet Sauvignon 2008 delle cantine indiane Sula

Murale dipinto a tempera sul camino del mio salotto. E’ tratto da una decorazione di un osso maya oggi nel museo di Tikal in Guatemala

Murale dipinto su una parete del mio salotto. E' il centro della pietra del Sole trovata a Mexico City verso la fine del XVIII secolo. Rappresenta il Tempo e le 4 ere

Questo murale, dipinto con il vino, è in Hanover(New Hampishire)

Murale dipinto con vino nel locale di Bavnesh a Hanover (USA)

Lecce by night, lo splendore del Barocco

Lecce mi ha accolto vestita di un’insolita nebbiolina che soffondeva le sue candide pietre barocche dentro un’ovatta di umidità direi amica. Indimenticabile questa carezza, questo bacino, questa coccola.

Umberto Eco, Sei passeggiate nei boschi narrativi

Non mi riusciva di capire perché Eco -nelle varie marchette televisive che occorre fare, anche a lui, per lanciare libri film calendari et caetera – parlasse sempre di cinque passeggiate, a proposito di questo libro, pubblicato nel 1994, e non di sei.

L’ho capito: ho finito di rileggerlo e la sesta passeggiata si intitola: Protocolli fittizi; a pagina 166 del volume si legge:

“Il libro di Barruel non conteneva alcun riferimento agli ebrei. Ma nel 1806 Barruel ricevette una lettera da un certo capitano Simonini che gli ricordava come Mani e il Veglio della Montagna (notoriamente alleati dei Templari originari) fossero ebrei anch’essi, che la massoneria era stata fondata dagli ebrei, e che gli ebrei si erano infiltrati in tutte le società segrete. Sembra che la lettera di Simonini fosse stata forgiata da agenti di Fouché, il quale era preoccupato dei contatti di Napoleone con la comunità ebraica francese….”.

Poi, a pagina 172, la figura 14 illustra in buona sostanza lo schema de Il Cimitero di Praga: dunque, la sesta passeggiata del libro rappresenta la genesi dell’ultimo romanzo di Umberto Eco (che ho già in casa e che leggerò prossimamente, con calma). Diavolo d’un Eco!

Questo lavoro, che riporta alcune conferenze che Umberto Eco tenne negli Usa nel biennio 1992/93, è – come tanti dei suoi lavori – fondamentale, soprattutto per chi si occupa di scrittura e di comunicazione; ma anche soltanto per chi desidera crescere come semplice lettore. Avevo appena finito di rileggere Apocalittici e Integrati (ancora oggi un testo formidabile): Umberto Eco è uno dei pochissimi che riesce sempre a stupirmi, interessarmi, darmi spunti sempre nuovi o prospettive che ancora non avevo sondato. Mica poco, in questi nostri mala tempora.

Canavese e Val Susa Doc

“Il carema mi piacque subito; gustai un vino innocente, fratello minore ma gentile del barbaresco, con il profumo di lampone del gattinara, secco senz’asprezza, che lascia sul palato un grato sentore di amaro. Ho saputo poi che questo vino è fatto da un consorzio di produttori che lo preparano con competenza ed onestà, con le migliori uve della zona angusta e serrata fra i monti, da Carema che è l’ultimo villaggio del canadese fino a Donnaz, Pont Saint Martin e Perloz all’inizio della Val d’Aosta; sui pendii che guardano verso il tramonto sono allineate le vigne a pergolato, sorrette da colonnine di sassi intonacate, fatte a tronchi di cono, alte poco più di un metro. Della raccolta di ogni anno è annunciata in un cartellino la qualità delle bottiglie messe in vendita, ed ogni bottiglia è numerata, come quelle di château Mouton-Rohtshild.”.

Questa è una citazione da Paolo Monelli, “O.P. ossia Il vero Bevitore”, Longanesi, 1963: è la piccola storia di una palinodia che Monelli scrisse in favore di Mario Soldati “enocida” dei vini di quelle zone piemontesi, rovinati dalle squinternate trasmissioni televisive del buon Mario.

Ho cominciato questo breve scritto sulle Doc del Canavese e della Val Susa, ispirato dalle bottiglie che erano in mostra con i miei lavori alla Palazzina di caccia di Stupinigi, partendo dal Carema: la bottiglia era l’etichetta nera di Ferrando del 2005.

Un vino di grande classe, degno di ritornare a essere tra le migliori selezioni di rossi nobili italiani; vino di struttura, con note di spezie importanti, lungo in gola e  persistente, in cui le uve nebbiolo originarie danno prova dei loro tannini tipici, del colore scarico, della grande acidità.

Delle 9 bottiglie che avevo della Doc Canadese, ben 5 erano di Erbaluce.

Produttori: Favaro, Fontecuore, Cieck, Santa Clelia, Tenuta Roletto.

Deludente il “T” 2007 di Cieck (vino troppo ben vestito e “truccato” con le sue uve raccolte tardive, ma stucchevole al naso e peggio al palato); di scarso valore gli Erbaluce 2009 di Santa Clelia e Mulinè 2007 della Tenuta Roletto.

Ottimi invece sia l’Erbaluce 2009 di Fontecuore, sia il sorprendente, per me che non lo conoscevo, Le Chiusure 2009 di Favaro: vini bianchi di qualità notevoli, acidi il giusto, profumi erbacei e di frutta verde; palato minerale, franco, di lunga persistenza.

Conosco bene l’Erbaluce di Fontecuore: è un bianco che mi tiene spesse volte compagnia nelle sere passate ai tavoli del Caffè Elena; è qui che ho conosciuto Stefano Desderi e la moglie psicologa Maria Luisa Monticelli che ha ereditato le vigne di famiglia. Con Il loro Canavese rosso 2008 (uvaggio di nebbiolo e barbera) ho dipinto lo specchio della saletta liberty dello storico locale: anche questo è un bel rosso di buona struttura e giusta acidità; vino di montagna che regala profumi e sapori che riportano in maniera unica al territorio canavesano, territorio morenico, di dolci pendii e amare storie di eresie dove incombono Fra’ Dolcino e gli occhi chiari di Adriano Olivetti.

Onesto il Canavese rosso 2007 di Santa Clelia (uvaggio di freisa, barbera e bonarda).

Discorso a parte merita il Caluso Passito 2004 della Cooperativa Produttori Erbaluce di Caluso: è un passito stucchevole, troppo dolce, troppo mielato, troppo “grezzo”. Devo ancora, in tanti anni, bere un passito di Erbaluce che mi soddisfi: aspetto di provare i passiti di produttori come Orsolani, Favaro, Ferrando.

Prima di passare all’Avanà della Val Susa, non posso esimermi dall’esaltare il nome del vitigno e del vino “Erbaluce”. Nome dolcissimo che deriva dal latino “Alba lux”, luce dell’alba. Pochi vini possono fregiarsi di un nome così dolce, così poetico.

Occorre precisare che dalla vendemmia 2010 l’Erbaluce avrà la preziosa Dogc e che le bollicine Erbaluce saranno prodotte soltanto con il metodo classico, vale a dire con rifermentazione naturale in bottiglia, Evviva!

Della Doc Val Susa ho bevuto soltanto una bottiglia: Vigna Veja 2007 di ‘l Garbin di Chiomonte. L’Avanà è un vitigno raro e complicato che si trova soltanto sugli altissimi pendii della Val Susa: vino acido, difficile, di profumi vinosi e gusto astringente di peculiare qualità; non adatto a palati resi pigri da sapori internazionali. Ho avuto bisogno che il vino si ossigenasse per molte ore, a bottiglia aperta, per riuscire a goderne i selvaggi sentori e sapori. Una bella esperienza.

Nota: si trovano i siti di tutti i produttori citati consultando google.

Salone del Gusto, Storie e Prodotti

Alcune immagini, con didascalie, per porre in evidenza alcune belle Storie e Prodotti e Uomini che al Salone del Gusto 2010 ho incontrato.

Salone del Gusto, altre Storie, altri Prodotti
5° Premio letterario “Chiave di Volta”

Sabato 6 novembre sono stato chiamato – per la seconda volta – a intervenire alla premiazione del concorso letterario che “Chiave di volta”, l’associazione culturale voluta dalla mia cara amica Anna Aimone, ha indetto quest’anno sotto il tema “I 150 anni d’Italia”. E’ un momento che mi piace sempre, e mi piace leggere e giudicare poesie e racconti, alcuni di ottima fattura. E mi piace di andare a Banchette, comune piccino piccino alle soglie di Ivrea, a mangiare la polenta di farina del mais Pignoletto Rosso, varietà autoctona, che è quantomeno eccezionale. Sempre simpatico, disponibile e appassionato il sindaco Maurizio Cieol con l’Assessore Patrizia Bianco. Quest’anno è intervenuto, con la solita discrezione (dote rarissima tra i politici…) il consigliere regionale Roberto Tentoni: persona con cui ci si trova bene a dimostrazione che l’attività politica può essere svolta da gente per bene e di particolare sensibilità.

Non ringrazierò mai abbastanza Anna per questi suoi inviti.

“Neive, vino e…” 8 ottobre 2010

http://www.neivevinoe.com/

“Neive, vino e…”: andate a Neive in questi giorni di Ottobre. Ottobre e Novembre sono i mesi migliori per visitare le Langhe. Neive è uno dei paesi più belli delle Langhe (Roero, per essere più precisi). Ringrazio Annalisa Chella e il sindaco Luigi Ferro per avermi costretto a rivisitare Neive, dopo anni di frequentazioni bevendo i cru di Dolcetto d’Alba di Bruno Giacosa (Ah! il Basarin di Neive…) e i Barbaresco del Parroco….

Annalisa mi ha ospitato, insieme al Vicesindaco di Orta – altro luogo di sogno delle nostre Terre preziose –  Laura Travaini, alla Taberna del Maniscalco Stanco: dovrò spiegare perché Luca Carbone, nato a Neive, ti fa mangiare una focaccia – roba ligure – che è almeno strepitosa e una farinata – confesso che per una farinata come dico io, potrei compiere delitti inconfessabili – che non potrai dimenticare. Ho accettato, così per strana intuizione, di portare alcuni miei lavori a Neive, senza compenso, senza alcun tipo di contrattazione: mi ispirava Neive e il mio passato. Non ho sbagliato. Grazie Annalisa Chella. E del resto, che cosa ci importa?

Andate a visitare Neive in questi giorni, a parte i miei lavori scoprirete altri artisti interessanti e poi colori, sentori, sapori, persone indimenticabili. Consiglio di cuore e di stomaco, soprattutto.

Il Salone del Gusto ospita Il sigaro Toscano

Nella mia vita ho fumato tutto quel che si può umanamente fumare, anche le foglie di mais e la carta di giornale e sigarette di ogni parte del mondo e tabacchi da pipa e sigari e..caetera. Da ormai molti anni fumo soltanto più il sigaro Toscano, abitualmente (non più di 4/5 mezzi al dì, senza respirarne il fumo) il Garibaldi; ogni tanto fumo il Riserva e il Selected che secondo me è il migliore. Non mi piacciono quelli aromatici, ho avuto la ventura di fumare il Moro (me ne regalò uno l’ottimo enologo Frabrizio Ciufoli) e questo è un sigaro per davvero mitologico.

Al Salone del Gusto, da molte edizioni ormai, mi piace di fermare le faticose deambulazioni e ristare in quell’angolo per adorabili e innocenti viziosi (chi non ha piccoli vizi chissammai quali nasconde inconfessabili) che è la sala di degustazione del Toscano. Si è trattati bene, coccolati, viziati con abbinamenti di alcol sempre interessanti; non ci sono presse, non ci sono parole inutili. Che bello! Ci ho portato il mio amico chef Stefano Fanti, novizio del Toscano: anch’egli ne è rimasto impressionato. Ci siamo fumati un Riserva per uno e l’abbiamo abbinato con una grappa secca il giusto. Nel pomeriggio avevo bevuto il Vino della Pace di Cormons 2008 e poi un Amarone Tedeschi 2006. Grazie speciale a Terry, che quest’anno conduce le danze.

Grappoli di Nebbiolo che diventeranno Barbaresco 2010

A Neive, dietro la piazzetta Paolina Demaria, c’è una vignolina di neanche mezzo ettaro esposta a sud-est. Ci sono capitato per caso in questi primi giorni d’ottobre, tardo pomeriggio di giornata bigia. Si vede che è una vecchia vigna, a girapoggio, con sesto d’impianto di 4/5.000 piante, tenuto a spalliera a 5 fili, mi pare. Ogni pianta (si nota l’ottimo diradamento) non ha più di 4/5 grappoli per 2/3 kg. di frutta bella, opulenta che si vede matura al punto giusto. Credo la vendemmieranno entro pochissimi giorni. Ho voluto comprendere nel mio sito queste immagini di uva nobile che sta per farsi vino: sono bellissime, per chi d’uva e di vino capisce.

Salone del Gusto, Torino 21/25 ottobre 2010, prime immagini

Ecco alcune fotografie riprese al Salone del Gusto del Lingotto, a Torino, durante il mio primo giorno di visita. Ho voluto dare la precedenza ad alcuni prodotti di posti del mondo poco conosciuti. Una delle attrattive di questo magnifico contesto è appunto la possibilità di scoprire in poco spazio/tempo prodotti straordinari (e storie straordinarie di uomini). L’aglio croato, l’aceto francese di Banyul, il baccalà norvegese (venduto da norvegesi!), la cucina coreana, il salame affumicato portoghese, il vino georgiano, la bottarga africana, il gelso tagiko…

Umberto Eco, Apocalittici e integrati

Questo è un libro che Eco pubblicò nel 1964, poco più che trentenne (Umberto Eco è nato a Alessandria il 5 gennaio del 1932). La mia edizione è la III dei Tascabili Bompiani del 1982.

L’ho riletto dopo anni: ebbene, questo è un testo che dovrebbe essere bibbia per chiunque professi qualunque mestiere che attiene alla comunicazione, all’arte, allo spettacolo. Un testo non soltanto più che valido ancora oggi, a distanza di quasi mezzo secolo: un testo che traccia metodi di ricerca, definisce parametri di giudizio, delinea angoli prospettici attraverso i quali osservare fenomeni e fenomenologie anche di là da venire.

Alcuni dei capitoli di questo lavoro fondamentale sono un riferimento irrinunciabile: il capitolo dedicato al kitsch, i due capitoli dedicati ai personaggi, alcuni passi profetici della parte che indaga il fenomeno, allora fresco, della musica di consumo. Infine tutta la parte che tratta della fenomenologia della Televisione che, ricordo, allora non aveva ancora compiuto 10 anni di vita nel nostro Paese.

Il saggio – nella parte finale che dà il titolo a tutto il volume, Da Pathmos a Salamanca – con la vicenda del personaggio archetipico Milo Temesvar è un testo che rivela le capacità di un intellettuale e di un autore che sarà in grado di scrivere libri, ormai veri Classici,come Il nome della rosa o Baudolino.

From Miami to Turin: Rachel Steckler O’Kaine

Rachel Steckler O’Kaine è un’americana che vive a Torino, di più: Rachel è un’americana che si è innamorata di Torino. Viene da Miami, dove  ha frequentato studi musicali: è una compositrice e un’esperta di jazz. Ma nel contempo è diventata, da appassionata di cibo e di vino, rappresentante di Slowfood in Florida. Nel 2008 è stata a visitare il Salone del Gusto ed è scoppiato l’idillio: da circa un anno si è trasferita da noi.

L’ho conosciuta per caso in una di quelle cene strampalate che ogni tanto l’amico Marco Tripaldi assembla con gli individui più improbabili e soprattutto senza alcun criterio di condivisione e di comuni interessi.

Fu una conoscenza che non lasciò subito traccia, ma che Facebook e Internet permisero di approfondire: ogni tanto succede, se deve succedere.

Rachel è una persona che mi pare schietta e soprattutto molto appassionata e non superficiale: non posso dire di conoscerla bene, ma il mio intuito non sbaglia (quasi) mai. Ne parlo sul mio sito perché tiene un blog interessante – http://anamericaninturin.wordpress.com – su cui scrive in inglese e il link che riporto qui sotto rimanda a un suo articolo che parla della polenta concia. E ne parla con criterio e con sufficiente cognizione: dobbiamo ringraziarla perché contribuisce a diffondere tradizioni importanti della nostra cultura. E lo fa con passione.

Grazie Rachel, warm thanks.

http://anamericaninturin.wordpress.com/2010/10/12/polenta-concia-a-northern-italian-dish/

Maia by Esagono

Queste fotografie sono state riprese al Folkclub il 7 marzo 2008, durante la serata della presentazione dell’ultimo lavoro del quartetto dell’Esagono: Apocalypso. Il brano “Maia”, che è la colonna sonora del filmato della mia homepage, è stato composto da Marco Cimino, tastierista. Gli altri musicisti sono Marco Gallesi al basso, Diego Mascherpa al sax e Giorgio Diaferia alla batteria.

Ringrazio Cimino e Giorgio Diaferia che mi hanno permesso l’utilizzo di questo brano, che a me piace assai – come appare ovvio – e consiglio l’ascolto di questo ottimo lavoro: un gruppo di solidi musicisti torinesi come al solito non abbastanza apprezzati in patria e conosciutissimi fuori, anche all’estero (vedi esibizioni in Giappone, Messico, ecc.).

Vendemmia alla Vigna della Regina

In una giornata fresca e luminosa di fine settembre ecco – in esclusiva assoluta –  la vendemmia nella vigna di Villa della Regina, in Torino, sotto lo sguardo vigile e austero della Mole. Grazie al Dr. Francesco Balbiano la cui Azienda, situata in Andezeno, ha in gestione il vigneto, sono riuscito a fotografare la vendemmia della Freisa di Chieri. Sono 2.500 viti di Freisa e altre 200 piante di vitigni rari (Cari, Balaran, Neretto duro, ecc.) pianumate in un terreno di circa 0,7 ha. Daranno una resa di circa 55 ql. di un vino che sfiorerà i 14° e sarà una Freisa di Chieri Superiore, riposando un anno in vasca  e altri sei mesi in bottiglia. In vigna mi è stato prezioso Luca Balbiano – primogenito di Francesco – che, dopo una laurea in legge nel 2007, ha deciso di dedicarsi con grande passione, e senza por tempo in mezzo, all’attività di famiglia: “Mi sono laureato il sabato e lunedì ero già al lavoro in vigna….”. Qui sotto alcune delle fotografie in anteprima.

https://www.vincenzoreda.it/barolo-co-vigne-e-orti-dentro-la-citta/

Le Monde, by Pierre Debroucher

http://masmoulin.blog.lemonde.fr/2010/10/21/la-peinture-au-vin-–-painting-with-wine-pittura-con-il-vino/

Il link qui sopra rimanda a un articolo interessante di Pierre Debroucher scritto sul blog de Le Monde: purtroppo sono confuso con pittori che usano il vino come acquarello. La mia ricerca è altro: è ossessione materica, ossessione formale, ossessione concettuale. Io il vino PRIMA lo bevo, lo conosco, lo amo. Amo le vigne, le terre, le cantine, gli odori forti delle vinacce. E amo le storie del vino e, soprattutto, amo gli uomini del vino.