Archive for Novembre, 2010
Un uomo, una città: film cult del 1974

Romolo Guerrieri è un regista romano, non un grande regista e in questo film si nota bene. Ma questo è un film speciale perché fu girato nel 1974 in una Torino che non c’è più. Come non ci sono più i miei vent’anni: per sottolineare una sconfortante (ma neanche tanto) banalità. Il film ha qualche buon momento, ma risulta slegato, sfilacciato; con caratteri grossolani, a volte improbabili e alcune sparate di moralismo di bassa lega. Però c’è una Torino più che verosimile, direi proprio vera. Le musiche sono eccellenti (Carlo Rustichelli), gli attori così, così. Il protagonista, commissario, è il bravo Enrico Maria Salerno, fuori ruolo, accompagnato da uno stralunato Bruno Salce che interpreta il giornalista disincantato. Bellissima e discreta interprete  Francoise Fabian, mentre Paola Quattrini è davvero poca cosa. Ci sono anche Tino Scotti e Bruno Zanin (il Titta di Amarcord), ma il più incredibile è un Gipo Farassino che interpreta un poliziotto napoletano!

Il film ruota attorno a storie di sesso e droga di ragazzi bene dell’alta borghesia torinese e bisogna dire che la trovata finale non è male. Ci sono, è il 1974, alcune scene che parlano di un clima che va facendosi pesante in città e anticipano quelli che a breve saranno gli anni di piombo. Ma ci sono posti, locali, strade e atmosfere che sono scomparse. Tra questi, non posso non ricordare il Club 71, sala da ballo in riva al Po, ai Murazzi, 20 anni prima che l’amico Giancarlo Cara li inventasse: i Murazzi. Era una sala da ballo in cui suonavano dei gruppi musicali che si alternavano a momenti di discoteca. Esattamente quarant’anni fa, al Club 71 m’innamorai perdutamente di una Germana sedicenne, bellissima che mi lasciò distrutto pochi mesi dopo. Ricordo che in quegli anni noi si ballava su pezzi dei Led Zeppelin, dei Vanilla Fudge, degli Iron Butterfly, dei Ten Years After…..

Il film dura un centinaio di minuti, e in tutta onestà lo si può guardare soltanto se si hanno una cinquantina d’anni e se si è di Torino…


Le frutta d’autunno

Abbandonati i mari del rigoglioso nostro amato Sud, abbandonati i suoi pesci, i suoi crostacei, i suoi frutti; abbandonati i sapori forti della macchia mediterranea, i suoi odori penetranti e i colori abbacinanti, ci accoglie il nord delle abitudini e il settembre dei ritorni usati e delle sempre faticose ripartenze incognite. E ci accoglie l’autunno con le sue frutta che amiamo più d’ogni altra stagione: i funghi, reali e porcini; i fichi d’india, l’uva.

Un’insalata di reali crudi – olio delicato (magari ligure o del Garda), un poco di limone e una spolverata di prezzemolo – un bicchiere di Chianti spremuto dall’amico Marco Filippello, un paio di fichi d’india dolcissimi e un grappolo d’uva: cosa chiedere di più alla Vita?….amici sinceri con cui dividere le frutta che la Natura generosa, rispettata da uomini per bene che attendono con passione al loro lavoro antico, ci regala, fuor d’ogni retorica e alla faccia di chi non sa godere delle cose semplici.

Con le mie macchine fotografiche

Se penso a tutte gli apparecchi fotografici con cui ho avuto in sorte di divertirmi, prima, e di lavorare poi, ho un sacco di rimpianti. Leica M3, Hasselblad 500C e Super wide, Sinar 13×18, Nikon F2, Contax a telemetro, Exakta Rtl 1000,Topcon Super D, Minolta Srt 101, Yashica biottica…..Mi è rimasta questa collezione che ho schierato per onorare l’ultimo arrivo: una Leica digitale, un gioiello stupendo. Ci sono ancora una 9×12 Voigtlander a lastre, una 6×9 di estinta e gloriosa marca tedesca, una Rolleiflex biottica (provenienza Bertazzini), Nikon F, F3, El, Nikkormat e F 60; c’è una Minolta 35 subacquea e una stupenda Zeiss Ikon Icarex 35 con tre ottiche originali. Alcune macchinette 35 da viaggio e una magnifica Minox. Poi le digitali: una HP, una Lumix, una Canon reflex 30D e la Leica. Ovviamente, altrettanto completo è il corredo delle ottiche: dal 25 mm. al 500 mm. E c’è pure una flash professionale.

E’ una bella collezione che cercherò di arricchire.

Torino, Ville lumiere

Torino, bellissima nella sua piazza Vittorio Veneto e via Po….con le mie fotografie (e non è poco).

Una grande annata – Storie di vino e di sport

E’ un volume assai particolare, questo, scritto a quattro mani da un uomo di vino – Giancarlo Montaldo, nato in Barbaresco – e Beppe Conti, uomo di sport e di giornalismo sportivo.

L’Editore è il mio, Graphot di Torino: un piccolo editore che si occupa di stampare libri legati al Territorio, quello vero. Storie fiorite all’ombra delle Alpi e sulla soglia di quella grande terra alluvionale che assedia il Grande Fiume e che è un concetto geografico, non politico né storico: la pianura Padana.

Si mescolano grandi annate di sport e grandi annate di vino, spesso non coincidenti. Si comincia con il 1934, primo glorioso titolo mondiale dell’Alpino sabaudo Vittorio Pozzo; si finisce con il 2006, anno delle olimpiadi invernali torinesi e titolo, il quarto mondiale, del viareggino e juventino Marcello Lippi.

Annate grandi di sport come il 1934 e 38 e annate grandi di vini come il 1947, il 1971 o 1989; ma c’è un’annata che accomuna vino e sport: è il 1982 con vini ottimi e vittorie indimenticabili come i mondiali di Enzo Bearzot – è passato proprio oggi (21 dicembre 2010) sulle panchine immortali del Paradiso degli onesti e delle persone perbene – e del presidente Pertini, il mondiale di Saronni, il mondiale di Alberto Cova…

In buona sostanza, una strenna particolare per accomunare due grandi, irrinunciabili passioni: vino e sport.

Murale, Negramaro Lutroc 2006

Ecco nella sequenza qui sotto il murale che ho dipinto negli spazi di Salento showroom in via Regina Isabella, 22 a Lecce (di fianco alla chiesa di Sant’Irene, dalle cui decorazioni ho tratto ispirazione). Nelle fotografie, oltre al murale e alla mia esposizione, ci sono le immagini delle persone con cui sono stato bene: Stefano, Marco, Giuliana, Laura (mancano Vincenzo e Stefano, ma sono comunque con noi).

Oscar Farinetti inaugura a Serralunga la Fondazione Emanuele di Mirafiore

Pubblico di seguito il comunicato stampa:

Fondazione E. di Mirafiore

La Fondazione E. di Mirafiore ha sede in un edificio storico all’interno della tenuta di Fontanafredda, a Serralunga d’Alba (CN), nel cuore della Langa del Barolo.

La dicitura E. di Mirafiore sta per ‘Emanuele di Mirafiore’, figlio naturale di Vittorio Emanuele II e della “Bela Rosin”, fondatore nel 1878 dell’azienda vitivinicola Casa E. di Mirafiore, personaggio eclettico, estroso e illuminato.

La sede della Fondazione comprende un teatro, una libreria, una vineria con ristoro e uno spazio di vendita dedicato ai vini di Fontanafredda e alle cose buone di Eataly.

La Fondazione E. di Mirafiore si propone i seguenti compiti:

1)    Promuovere la lettura ad alta voce dei libri, attraverso gruppi e cicli di letture.

2)    Promuovere la buona agricoltura, attraverso incontri di divulgazione tecnico – agronomica.

3)    Attualizzare l’idea di Resistenza, adattandone il significato e l’originaria portata ai nuovi rischi, alle nuove minacce e alle nuove opportunità di riscatto. A questo scopo è stato attivato un Laboratorio di Resistenza permanente.

Alcune precisazioni sul Laboratorio di Resistenza permanente.

Il Laboratorio di Resistenza permanente è composto da undici presìdi a tutela di valori in pericolo di estinzione sotto la minaccia del proprio “contrario”. Ogni presidio è coordinato da un capitano. Ecco la lista:

presidio della LEGALITÀ e della COSTITUZIONE :contro ogni deriva, per la vera giustizia

capitano: Gian Carlo Caselli, magistrato

presidio dell’INFORMAZIONE: contro il conformismo, per la curiosità

capitano: Mario Calabresi, direttore de La Stampa

presidio dell’INTEGRAZIONE: contro ogni discriminazione, per l’accoglienza

capitano: don Luigi Ciotti, fondatore del Gruppo Abele

presidio della BELLEZZA: contro l’uniformità, per il caos

capitano: Gianni Vattimo, filosofo

presidio della TERRA: contro ogni abuso, per il rispetto

capitano: Carlo Petrini, fondatore di Slow Food

presidio della MEMORIA: contro l’oblio, per la reviviscenza

capitano: Antonio Scurati, scrittore

presidio del FUTURO: contro l’imbarbarimento, per i barbari

capitano: Alessandro Baricco, scrittore

presidio della POLIS: contro ogni individualismo, per la partecipazione e l’arte del governo

capitano: Sergio Chiamparino, sindaco di Torino

presidio del LAVORO e della RICERCA: contro ogni sfruttamento, per la responsabilizzazione e l’innovazione

capitano: Catia Bastioli, presidente di Novamont

presidio della SALUTE: contro  la malattia, per il benessere

capitano: Francesco Enrichens, chirurgo

presidio dell’ARMONIA: contro ogni certezza, per l’ascolto e il dubbio

capitano: Oscar Farinetti, imprenditore

Il minimo comune denominatore di tutti i “contrari” (deriva, conformismo, discriminazione, uniformità, abuso, oblio, imbarbarimento, individualismo, sfruttamento, certezza, malattia) è una parola che forse non esiste se non come contrario, ed è il contrario di Uomo.

Tutti i presìdi, in fondo, non mirano ad altro che a promuovere una nuova forma di umanesimo.

Il motore del Laboratorio di Resistenza permanente è costituito dalle lectiones magistrales dei capitani: ventidue lezioni – ossia due per ciascun presidio – dal dicembre 2010 all’aprile 2011.

Le lezioni sono gratuite, come ogni altro appuntamento organizzato dalla Fondazione E. di Mirafiore.

La base documentale del Laboratorio di Resistenza permanente è rappresentata da una libreria organizzata in modo tematico: uno scaffale per presidio.

Il ciclo di lezioni del Laboratorio di Resistenza permanente si concluderà idealmente con “l’ante-celebrazione” del 25 Aprile, in programma sabato 23 aprile nel Bosco dei Pensieri di Fontanafredda. Sarà una passeggiata scandita da letture e canti di tema resistenziale.”

Liberrima, Corte dei Cicala

E’ un angolo, è un dehors, è un bar o un ristorante, è una bellissima libreria. Si trova a fianco della chiesa di Sant’Irene. Mi ci sono pasciuto, protetto da Negramaro magnifici (nelle foto il Marangi 2006: il meglio che ho bevuto, finora) e dai miei usuali toscani. In compagnia di Stefano e di Giuliana. Ho bevuto spesse volte il Fiano di Due Palme – buono, ma non come il Fiano Minutolo di Vincenzo Vita – mi sono gustato lo sdruscio di Lecce e qualche notevole culo (a Lecce le donne hanno il culo alto, e non è cosa di poco conto). Posto per davvero assai attraente.

Lecce, 14 novembre 2010 VinDotto

Ecco le prime immagini della mia mostra a Lecce. Il posto è delizioso, attiguo alla chiesa di Sant’Irene (originaria patrona di Lecce, prima di Sant’Oronzo): la basilica è nel classico barocco leccese, un barocco che a me piace definire barocco-liberty perché è dominato da motivi floreali, leggeri delicati.

L’inaugurazione è andata bene: devo ringraziare soprattutto Stefano, Vincenzo, Giuliana, Laura e Marco, che mi hanno aiutato a risolvere alcune difficoltà non di poco conto. Stefano è con me nella foto qui sotto. Parlerò successivamente di Lecce, delle chiese di Lecce, del cibo e dei vini di Lecce.

Arundhati Roy, Quando arrivano le cavallette ( Listening to Grasshoppers. Field Notes on Democracy )

Arundhati Roy è una scrittrice e giornalista indiana. Nata nel Kerala da madre cristiana e padre indù il 24 novembre 1961. Si trasferì da immigrata poverissima a Delhi a 16 anni e riuscì a laurearsi alla Delhi School of Architecture, vive a New Delhi e ha studiato Restauro dei monumenti a Firenze.

Nel 1997 si è rivelata al mondo con il romanzo (unico, fino a ora) Il dio delle piccole cose – The God of Small Things – che ha ottenuto un successo mondiale.

Arundhati Roy è oggi una voce di libertà e di coscienza che urla, nella sua India e al mondo intero, le ragioni dei diritti degli emarginati, dei Dalit, degli ultimi. Una voce di buon senso e dunque scomoda per tutti quelli che obbediscono a impulsi altri che il buon senso, il rispetto, la comprensione, la condivisione.

Questo testo, che raccoglie diversi saggi pubblicati negli ultimi anni da Arundhati Roy, è stato stampato nel 2009 e immediatamente tradotto in Italia per i tipi di Guanda.

Se qualcuno vuol capire qualcosa in più di quelle che sono le dinamiche complesse della “più grande democrazia del mondo”, questo volume è imprescindibile: dalla questione irrisolta del Kashmir, all’assalto del Parlamento, all’attentanto al Taj Mahal di Mumbai.

Libro complesso, come complessa è la realtà indiana; libro duro, come duro dev’essere l’atteggiamento di chi non ammette compromessi rispetto all’etica e al buonsenso che dovrebbero costituire le linee guida di qualunque comportamento umano: si badi bene, umano non virtuoso….

Federico Rampini, La speranza indiana

Questo libro di Rampini è del 2007 (Mondadori, Collana Strade blu, 245 pp. 15 €): è un lavoro assai interessante che presenta l’universo indiano come Rampini sa fare. Certo, è pur sempre un’ottica occidentale, ma forse, proprio per questo motivo, comprensibile con maggior facilità dai lettori europei. Di seguito riporto un brano sulla questione per noi meno ammissibile: la faccenda delle caste.

Un apartheid millenario.

Il sistema delle caste è così antico che le sue origini si confondono con la stessa genesi dell’induismo. Fino a un’epoca abbastanza recente, del resto, si usavano indifferentemente il termine di induismo o quello di «religione braminica», dal nome della classe di sacerdoti e letterati che ha creato e domina il sistema delle caste. Il sistema braminico è la religione più antica che sia sopravvissuta senza interruzione nella storia umana. E le sue fonti scritte originarie (Rig Veda) risalgono al 1200 prima di Cristo e forse ancora più indietro. Organizza il sistema delle caste secondo una scala gerarchica di «purezza»: sotto i bramini vengono i guerrieri (kshatriya), quindi i commercianti (vaishya). In fondo ci sono le basse caste (shudra) che includono gli agricoltori e vari mestieri «impuri» come lavandai o barbieri. Oggi questi gruppi giuridicamente definiti come other backward classes (obc), cioè «altre classi arretrate» rappresentano almeno metà della popolazione indiana. Infine, all’ultimo gradino, ci sono gli  intoccabili, che Gandhi volle ribattezzare «i bambini di Dio» (harijans) e che dalla burocrazia vengono schedate come «caste schedate»: si stima che siano il 22% della popolazione. Queste grandi categorie si suddividono poi in un’infinità di sottocaste diverse a seconda dei mestieri e delle regioni dell’India. La stratificazione si è arricchita e complicata nei secoli, anche con fenomeni di mobilità sociale verso l’alto e verso il basso: alcune caste sono state «promosse» col tempo grazie al successo economico delle loro attività. […] Ecco come ne descrive la legittimità e il ruolo uno dei più grandi filosofi indù del Novecento, Ananda Coomaraswamy: «….Nell’ordine sacro il lavoro di tutti gli uomini è necessario e ha un posto. Nella logica secondo cui ogni lavoro è sacrificio – per quanto ciò possa sembrare strano alla mentalità moderna dei profani – dal bramino al re e dal vasaio allo spazzino ognuno esercita un sacerdozio e ogni azione è un rito. Ciascuna delle loro sfere ha la sua etica professionale. a differenza della suddivisione industriale nata in Occidente, l’istituzione delle caste non comporta diversi gradi di responsabilità. Questa organizzazione indiana dei ruoli, delle lealtà, dei doveri reciproci, è assolutamente incompatibile con il carattere competitivo della società industriale: per questo viene sempre dipinta in modo negativo dai sociologi. Una totale confusione delle caste segna la morte di una società, trasformata in una folla amorfa. Di fatto è in questo modo che le società tradizionali vengono uccise e la loro cultura distrutta, a contatto con le civiltà industriali e proletarie». Poi Rampini cita un bel passo di Pier Paolo Pasolini tratto dagli Scritti corsari in cui il grande intellettuale, con la sua lucida visione antropologica non rigorosamente occidentale, rende merito alle ragioni di Coomaraswamy. Rampini, poco oltre, specifica che la democrazia indiana comprende partiti che rappresentano gli «intoccabili» e che questi sono degnamente rappresentati nel Parlamento indiano.

Mozzarelle Rivabianca

Questa è una bella storia che racconterò con dovizia di particolari appena possibile. Per ora pubblico queste immagini: le bufale sono animali dolcissimi cui bisogna essere grati per il latte che ci regalano e che diventa mozzarella ineguagliabile quando si hanno le tradizioni, la passione, la competenza che rendono tutto ciò possibile. Un ringraziamento particolare alla D.ssa Luisa Natale Vecchio, Vicepresidente del Consorzio Rivabianca, che mi ha accompagnato nella visita dell’azienda e ha risposto a tutte le mie curiosità con passione e grande competenza – tra l’altro, è laureata in zoologia.

http://www.rivabianca.it/

XIII BMTA Paestum 2010

Paese ospite della 13° edizione della BMTA di Paestum, la Cambogia. Alcune immagini della cena di gala in omaggio di questo Paese che possiede uno dei gioielli più belli dell’universo dell’archeologia: i templi di Angkor.

Mià e il Migù

Dal 26 novembre in programmazione al cinema Empire di piazza Vittorio Veneto,5 a fianco al Caffè Elena. E’ un film d’animazione bellissimo, con una visione del mondo che indica nei valori del rispetto della natura e delle sue, spesse volte incomprensibili per noi, magie. L’invenzione di questi esseri strambi, pieni di difetti, litigiosi, permalosi, infantili Migù è stupenda: sono questi che hanno la custodia del Mondo e che  riescono a salvarlo dall’ingordigia, dalla cecità, dalla presunzione di uomini cattivi. I Migù fanno la differenza, soprattutto come invenzione narrativa e grafica. Parola mia.

Danze cambogiane a Paestum

Mi sembra giusto dare un po’ di spazio a alcune ulteriori immagini dello spettacolo che la delegazione cambogiana ha tenuto venerdì 19 novembre 2010 all’Ariston di Paestum (Capaccio), durante la cena di gala, in occasione della XIII BMTA – manifestazione che vedeva appunto la splendida e travagliata Cambogia dei Khmer partecipare come paese ospite. Le donne cambogiane sono per davvero molto belle e le loro danze, lentissime e dai movimenti fluidi, hanno un colore di magia e di fascino orientale come poco altro mi sia stato concesso di vedere.

Palazzo Barolo, Barolo 2000

Questo pezzo è stato scritto nel 2004 per Barolo & Co e pubblicato nel 2009 nel mio libro Più o meno di vino.

«“Nelle loro tenute di Barolo e Serralunga gli ultimi marchesi di Barolo crearono all’inizio dell’ottocento il vino Barolo e, valendosi delle loro conoscenze e dei lunghi viaggi, lo fecero conoscere ed apprezzare un po’ ovunque.

Le cantine di Palazzo ospitarono per anni le botti per l’invecchiamento del prezioso nettare, vinificato con cura ed amore per lungo tempo.

L’Opera ne continuò la produzione, facendolo conoscere sui mercati di tutto il mondo, ricevendo ambiti premi internazionali, sino al 1919 quando dovette cedere i vigneti in quanto non si addiceva ad una Opera Pia una attività commerciale.

La fantasia popolare ci tramanda un aneddoto curioso. Un giorno la marchesa di Barolo si trovava a corte, il Re Carlo Alberto in tono scherzoso le disse:

– Marchesa sento tanto celebrare il vino delle sue tenute: quand’è che ce lo farà assaggiare?

– Vostra Maestà sarà presto accontentata – rispose la Marchesa.

Difatti, qualche tempo dopo una lunghissima fila di carri tirati da buoi entrava in Torino tenendo tutta la via Nizza, diretti a Palazzo Reale. Su ogni carro stava una di quelle botti lunghe e piatte della capacità di sei ettolitri dette “carrà”, che una volta si usavano per il trasporto e anche come misura; e ognuna proveniva da una delle tante cascine (poderi) della marchesa. Erano più di trecento, una per ogni giorno dell’anno, ed erano l’ «assaggio» del Barolo che la medesima mandava al Re. Carlo Alberto ne fu così colpito, e trovò il vino così buono, che volle anch’egli avere una tenuta sua ove si producesse il Barolo per la mensa reale.”

Questa citazione, tratta dal prezioso opuscoletto edito da Daniela Piazza e dedicato a Palazzo Barolo, introduce l’evento che mi ha visto testimone e  a mio modo protagonista: la presentazione al pubblico del Barolo 2000 presso Palazzo Barolo ieri sera 16 settembre 2004.

Di seguito riporto una parte del comunicato stampa, così mi tolgo i fastidi del dovuto:

L’Enoteca Regionale del Barolo, che ha sede nel Castello Comunale Falletti, incontrerà nella tradizione e nella storia Torino Capitale presentando diversi appuntamenti tra la nobiltà del vino.

Nelle giornate del 16-17-18 settembre 2004, presso le sontuose ed eleganti sale di Palazzo Barolo a Torino, dimora storica dei Marchesi Falletti in via delle Orfane 7, verrà presentata la prestigiosa annata del Barolo 2000, l’ultima messa in bottiglia dopo quattro anni di invecchiamento e affinamento.

Il “Re dei Vini”, sarà nuovamente protagonista sulla scena torinese e piemontese per presentarsi a tutti gli appassionati. L’evento, unico nel suo genere, vedrà ancora riunite le oltre cento aziende aderenti all’iniziativa e richiamerà l’attenzione di esperti  e giornalisti del settore.

L’iniziativa è rivolta a fornire un servizio al settore della ristorazione e della rivendita dei vini dell’area piemontese.

Durante le tre giornate sarà possibile degustare tutta la campionatura del Barolo ‘00 dei 120 produttori aderenti all’iniziativa.

La degustazione di presentazione, fissata per giovedì 16 settembre alle ore 18.00, sarà guidata da un buffet di prodotti tipici e verrà proposta le Selezione Ufficiale di Barolo d’annata 2000, frutto delle degustazioni dei tecnici dell’Enoteca e confezionata in un’apposita partita dedicata quest’anno all’artista Piero Angela.

L’etichetta ufficiale è stata realizzata dai pittori Francesco Tabusso di Torino e Kurt Mair di origine tedesca, le loro opere saranno esposte dal 16 ottobre 2004 al Castello Falletti di Barolo.”

Per questioni di correttezza, ho riportato fedelmente il testo del Comunicato stampa, punteggiatura creativa e refusi compresi; però, l’artista Piero Angela, poverino, non beve vino e non crede ai fantasmi ( a Palazzo Barolo ve n’è uno, quello dell’infelice marchesina Elena Matilde Provana di Druent, figlia del conte Ottavio e moglie di Gerolamo IV Gabriele Falletti, che, morta suicida a soli 27 anni, si aggira nottetempo nelle magnifiche stanze del suo Palazzo ). Non so se Tabusso sia astemio, certamente Mair, presente ieri sera, astemio non è, e meno male dico io………

I due pittori sono certo validi assai, quanto al risultato estetico sintetizzato sopra l’etichetta della selezione  Barolo 2000, beh, rimando i lettori al mio articolo che a felice proposito tratta su questo numero di etichette.

Mi piacerebbe a questo punto parlare diffusamente del Palazzo che ha ospitato l’evento in questione e, ancor più, raccontare delle figure eccezionali di Carlo Tancredi Falletti di Barolo (1792-1838) e della sua sposa Giulia Colbert di Maulévrier (1786-1864), una coppia di nobili che seppe occuparsi dei più deboli e dei più poveri, una coppia per cui la Chiesa ha avviato i processi di beatificazione.

E’ opportuno sottolineare che il Marchese fu sindaco di Torino e avviò la costruzione del Cimitero Generale, mentre alla Marchesa si deve l’istituzione, per testamento, dell’Opera Pia Barolo (1864). Non posso non citare Silvio Pellico che fu bibliotecario dei Marchesi e che ivi morì nel 1854.

Il Palazzo è incastonato nel dedalo di viuzze ortogonali dell’originario castro romano, nell’antica isola di Santa Brigida, a fianco al vecchio Tribunale, con le terga poggiate su piazza Savoia (quella dell’obelisco, antica piazza Susina dove si teneva il mercato dei rigattieri, “Contrà dle pate”, antenato del Balòn), attraverso cui occhieggia Palazzo Paesana: la mia Torino, io abito a due passi da lì.

Assenti dal comunicato stampa ma presenti dentro i saloni del Palazzo, osservavano gli invitati anche 10 quadri miei. Dieci bicchieri di vino, genuini, eseguiti da un’artista a cui il vino per certo non dispiace….

La serata è stata un successo, moltissimi i presenti; il Barolo 2000 di Bartolo Mascarello è risultato il più richiesto, per la semplice ragione che La Stampa ha pubblicato un cospicuo servizio sulla festa data alla Mole dai nuovi aspiranti Reali, John e Lavinia, sottolineando che il vino prescelto era appunto un Barolo del buon Bartolo…..

Molti vip, quasivip, piuomenovip, aspirantivip ecc., tutti sorseggianti l’eccellente Barolo 2000, un’annata che continua questo filotto prodigioso a cavallo del millennio.

Sono uscito mentre infuriavano le bevute, gli stuzzichini di salumi e formaggi, i pettegolezzi: una luce settembrina, tagliente, incerta, pitturava Piazza Savoia verso le sette di sera.

A novembre, verosimilmente venerdì 19, a Palazzo Barolo, nelle cantine del Palazzo, verrà presentato “Il tesoro del Palazzo”: in quell’occasione racconteremo ancora il Barolo e dedicheremo l’evento a chi quel vino lo ama, lo beve, lo sa bere.»

Degustazioni letterarie

(Tratto da Più o meno di vino)

Ondeggiando il calice sensuale

sotto l’affilato nasino,

esclamò sospirando ispirata

la serica bionda precoce:

-Sentore di mora matura.


Nel salotto barocco

lo scrittore Baricco,

degustando la preziosa Barbera del Bricco,

sentenziò:

-Barricata.


Il boia, schifato,

sbevazzando volgare quel vino ribaldo,

giudicò:

-Troiaio da taglio.


Pietro,

la michetta mordendo rabbioso,

sorseggiando quel rosso grandioso,

esplose in un botto:

-Pietra focaia!


Tuffando il gran nasone

dentro il bicchierone

l’Aedo cecato azzardò:

-Profumo di donna.

-Profumo di giovane vulva.

Proclamò il Gran Deustatore, geniale.

Un bifolco senz’arte né parte,

sentendo ignorante quel grande signore,

tra gli altri balordi allibiti presenti,

ingenuo pensò:

-Ma da quanto non si lava (quella giovane vulva)?

Una storia italiana: era la primavera del 2001

Con la mia ossessione di archiviare ogni cosa, oggi pubblico alcune pagine di un opuscolo che ho conservato con cura e che quasi tutti gli italiani ricevettero nella primavera del 2001. Questa pubblicazione – a colori di 128 pagine, in formato “quasi Uni” (un poco più quadrata) – fu stampata nel marzo del 2001 e intendeva “spingere” l’immagine del protagonista in previsione delle elezioni che si sarebbero tenute il 13 maggio 2001. Quelle elezioni furono vinte dal nostro eroe.

Non c’è bisogno di alcun commento. Sono sufficienti le immagini, credo, dopo oltre dieci anni…..

 

Lecce, ancora Lecce bellissima

Alcune immagini per cercare di descrivere una Città stupenda. Il barocco floreale, certo. Ma le Porte, i balconi, le decine di chiese, i cortili. E poi, un magico cazzo: una finestra del vecchio bordello che è un emblema formidabile (stilizzato in maniera mirabile) del caro, vecchio, mai sufficientemente lodato cazzo. un piacere estetico per la vista di chiunque (non sottilizziamo: maschi, femmine, etero, omo, bisex. Un bel cazzo è un bel cazzo, comunque la si voglia vedere).