Archive for Dicembre, 2010
W 2011!

My best wishes for 2011.

A cork: let’s pull cork out of the…2011 bottle (or let’s uncork the 2011..).

2011 like a gentle phantom, a gentle wine stain: that is 2011, now!

E qui sotto i miei due biglietti augurali dipinti con Barbera e Dolcetto, soltanto per gli amici di internet. Poi, una poesia dialettale in piemontese dedicata alla “nata”, il tappo in dialetto piemontese (gavomse la nata, ovvero togliamoci il tappo, significa anche togliamoci uno sfizio, una soddisfazione)

La Nata

A l’e da temp piantà

ant ël col ëd na bota

a fé la guardia da ani passà

al vin ch’ a-i é sota.

Quand as gava la nata

e ël vin ancamin-a a mossé

i soma propri n’alegra brigada

e tuti ansema ‘ncaminoma a canté.

La nata, fasand sò dover,

a l’a përmetune ëd beive

‘n bon bicer.

Grassie nata, continua a saré

col vin che alegher an farà sté

e dëstopand na bota a la matin

an farà nen pensé ëd’la giornà ai sagrin.

(Il Tappo

È da tempo piantato nel collo di una bottiglia a fare la guardia da tanti anni al vino che sta sotto.

Quando si toglie il tappo e il vino inizia a diventare frizzante siamo proprio un’allegra brigata e tutti insieme incominciamo a cantare.

Il tappo, facendo il suo dovere, ci ha permesso di bere un buon bicchiere. Grazie tappo, continua a chiudere quel vino che ci farà stare allegri e stappando una bottiglia al mattino non ci farà pensare ai fastidi della giornata.)

Giuseppe Vasco

Umberto Eco, Il Cimitero di Praga

La tesi – ma più che una tesi è una larga metafora – è la seguente: il falso verosimile è meno falso del vero inverosimile, a volte anche del vero verosimile. Inoltre, i segreti e le indiscrezioni sono tanto più interessanti quanto più vicine a ciò che si vuol sentire.

Umberto Eco è uno dei miei riferimenti: ne ho letti tutti i romanzi e larga parte della saggistica, a cominciare da Apocalittici e integrati. Questo suo ultimo lavoro, però, non mi è piaciuto.

Non è un romanzo e come feuilleton è poco credibile; non è un saggio storico: è un gioco raffinatissimo e coltissimo spinto oltre limiti accettabili.

Spesso noioso, spesso con riferimenti per i quali l’ironia – che a me tanto piace – di Eco pare fuori luogo; denso di troppi fatti, di troppi personaggi storici che sono nomi e cognomi ma non riescono a diventare personaggi letterari.

Lo stesso Simone (Simonino) Simonini – non può non essere colta l’assonanza con la simonia…- è un simbolo, non mai un personaggio letterario, come tutti gli altri del resto.

Eco è un saggista inarrivabile che ha saputo confezionare un capolavoro come Il nome della rosa che, in fondo, è una meravigliosa contaminazione – a diversi livelli di lettura – tra saggio e romanzo: ma in quel libro irripetibile ci sono personaggi, atmosfere, odori, colori, addirittura poesia – Eco tutto può essere, meno che poeta -, caratteristiche tutte che Il cimitero di Praga non possiede.

Ricorrendo all’ottica della geometria frattale, tutto il lavoro ha le medesime caratteristiche delle numerose ricette gastronomiche citate: precisissime, chirurgiche, con lingua e filologia curatissime, ma ricette che sono mere elencazioni, che non odorano, che non hanno colore, che non fanno venire l’acquolina.

Ho pensato spesso, leggendo, a Il pendolo di Focault – assai meglio riuscito -, ho pensato a Baudolino – uno dei libri più divertenti che abbia mai letto. Sono andato con la memoria a un piccolo gioiello che pochi o punti ricordano e che a me piacque assai: L’isola del giorno prima.

Stimando Umberto Eco, posso dire che qui ha spinto il gioco, mi ripeto, troppo in là e non so quanti di quelli che questo libro hanno comprato lo leggeranno tutto e ne capiranno appieno la metafora di fondo o potranno apprezzarne appieno la coltissima – e pur stucchevole – struttura.

Umberto Eco

Il Cimitero di Praga

Bompiani, 523 pp, € 19,50

I miei auguri per il 2011, My wine wishes for 2011

Quest’anno ho scelto il Dolcetto Doc Langhe Monregalesi Bricco Mollea 2009 di Massimo Martinelli – Monsù Barolo, come sarebbe meglio appellarlo. La carta è una Fabriano 300 gr. 50% cotton. Ne ho fatti 73 pezzi, ognuno dipinto e scritto a mano sul retro con il mio solito inchiostro viola e la mia vecchia Montblanc.

Ho scelto alcuni simboli tra quelli archetipici e arcaici (sono una ventina e da questi derivano tutti gli alfabeti) universali: incisi su rocce e pareti di caverne a partire da 30/40.000 anni fa. Spero sia di buon auspicio per tutti i miei amici. Il testo recita:

“Simbolo e archetipo a formulare una augurio per il 2011. Scolpito con il Dolcetto Bricco Mollea 2009 di Massimo Martinelli (Symbol and archetype to make a wish for 2011. Carved with wine Dolcetto Bricco Mollea 2009 by Massimo Martinelli).

Il Pignoletto Rosso di Banchette

«Il Pignoletto Rosso del Canavese è un’antica varietà di mais, ricuperata grazie al prezioso lavoro di un gruppo di agricoltori appassionati, supportati dall’Amministrazione comunale di Banchette, Provincia di Torino, che ha fornito un determinante apporto, e dalla Confagricoltura di Torin0.

Nel Canavese, come in tutto il resto del Nord Italia dove la polenta era alimento della dieta giornaliera, sino agli anni cinquanta, era consuetudine da parte dei contadini seminare grandi superfici di mais per uso zootecnico e riservare una parcella del campo migliore dell’azienda per la semina della meliga per la polenta. La meliga per la polenta era il frutto di selezioni durate decenni, effettuate direttamente dai contadini allo scopo di ottenere un mais dalle qualità organolettiche eccellenti senza curarsi dell’aspetto produttivo, a differenza di quello ad uso zootecnico che doveva e deve tuttora soprattutto essere una varietà molto produttiva. Così si selezionarono l’Ottofile, la Pignoletto, il Marano e la Quarantina. Negli anni Sessanta e Settanta, la tradizione di consumare polenta era andata progressivamente perdendosi e, di pari passo, si era persa l’abitudine di seminare i mais tradizionali per la polenta. Si era anche perso il “gusto” della polenta tradizionale soppiantata da polentine preparate con le varie farine industriali (bramate, semolate, ecc.) dai tempi di cottura più brevi e di più facile reperimento ma dalle caratteristiche organolettiche piuttosto anonime.
A cavallo tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta, si è iniziato un paziente lavoro di ricerca degli ultimi contadini che ancora seminavano le varietà di meliga nostrana per polenta e, solo grazie all’intraprendenza di imprenditori appassionati, si è potuto salvare l’Ottofile e la Pignoletto che erano veramente sull’orlo dell’estinzione.

Questo progetto è nato nel 2004 con il contributo determinante della Confagricoltura di Ivrea,  in quanto nel Canavese e in particolare nel comune di Banchette, esisteva da tempo un particolare interesse per questo tipo di mais,”Pignoletto rosso del Canavese” al punto che, negli ultimi anni, il Comune è stato sollecitato da numerosi agricoltori ad assumere iniziative per la valorizzazione di questa antica varietà.

Visto il progetto, il Comune di Banchette ha accolto favorevolmente l’iniziativa e ha messo a disposizione dei cerealicoltori  un fondo agricolo della superficie di circa 12 giornate piemontesi; la Provincia di Torino ha concesso i mezzi per la bonifica del terreno e la consulenza tecnico scientifica  e abbiamo poi anche avuto l’apporto dell’unione agricoltori di Torino che ha reso disponibili  i suoi tecnici. Nella primavera del 2005 siamo riusciti a partire con il progetto che, rispetto alle premesse iniziali, si è ampliato diventando un laboratorio di sperimentazione non soltanto per il mais “Pignoletto Rosso” ma anche per altre iniziative come quella portata avanti sui cavoli e sui sovesci, il tutto eseguito rigorosamente con metodi biologici.

Con questo evento abbiamo voluto far conoscere al Canavese questo prodotto dalle caratteristiche uniche e far riscoprire i vecchi sapori

L’ Associazione produce farina di mais Pignoletto Rosso di Banchette con  semi autoctoni selezionati annualmente. Il processo produttivo interamente eseguito con METODO BIOLOGICO CERTIFICATO e la macinatura a pietra fanno si che si ottenga un prodotto di nicchia DI ALTISSIMA QUALITA’ .

Questo prodotto oggi fa parte del paniere dei prodotti tipici della provincia di Torino, e ANTICHI MAIS PIEMONTESI.

Come si coltiva

Il pignoletto è coltivato a Banchette su una superficie di 4 ettari in un’area circondata da boschi, questo è fondamentale per evitare l’impollinazione con altri mais ibridi, sul terreno sono praticate rotazioni culturali e sovesci (culture che non sono raccolte ma interrate per apportare sostanza organica al terreno) la semina del pignoletto è eseguita nel mese d’aprile con densità di seme molto bassa in modo di avere piante sane e robuste.

L’Associazione è composta ad oggi da otto soci coltivatori: Il Presidente è Gianpiero Cresto e il Vice-Presidente è Gianni Sabolo.

Il sig. Sabolo, erede di una antica famiglia di coltivatori di Banchette, è un appassionato ricercatore di antiche qualità di cereali  della nostra zona.

Negli anni ’80 aveva rintracciato presso un anziano coltivatore una pannocchia di Pignoletto Rosso appesa come ornamento sul caminetto di casa. Ha iniziato a coltivarlo per uso famigliare con buoni risultati di qualità e sopore. Da qui nasce la storia del PIGNOLETTO ROSSO DI BANCHETTE

La lunga citazione qui di sopra è riportata dalla documentazione che ho richiesto all’Associazione del Pignoletto rosso di Banchette, per cui ringrazio la segretaria Patrizia Zanin.

Sapevo dell’esistenza di questo mais straordinario, ma ho da ringraziare la mia grande amica Anna Aimone che, invischiandomi nella giuria del premio letterario indetto a Banchette, mi ha dato l’opportunità di conoscere questo prodotto unico. Non ci sono parole per descrivere il gusto della polenta di Pignoletto Rosso, con farina ottenuta con macinazione a pietra e ricavata da questa varietà coltivata con amore e metodo per davvero biologico (tutta la filiera è biologica). Attenzione: si parla del Pignoletto Rosso di Banchette e sono soltanto 4 ha per circa 200 ql.! Perché altri, visto il successo del prodotto, stanno mettendo sul mercato una varietà, con lo stesso nome, che però non è coltivata e trattata nello stesso modo. Di gusto unico anche i grissini e le fantastiche “paste ‘d melia“, ovvero dolci di farina di mais della tradizione. Sono sapori che non si possono descrivere, lontani parsec dai sapori delle preparazioni ottenute da farine macinate con procedimenti industriali e derivate da pannocchie enormi tirate su a anticrittogamici e concimi chimici.

Una citazione speciale per il sindaco di Banchette: Maurizio Cieol, un friulano trapiantato nel Canavese che della sua posizione ha fatto una missione; con etica, coraggio, cultura, sensibilità.

La Canzone del Guarracino, un gioiello del XVIII secolo

 

La Canzone del Guarracino, Edizioni De Luca, Salerno

La Canzone del Guarracino, Edizioni De Luca, Salerno

 

 

 

 LO GUARRACINO

 Lo Guarracino che jéva pe mare

 le venne voglia de se ‘nzorare,

 se facette no bello vestito

 de scarde de spine pulito pulito

 cu na perucca tutta ‘ngrifata

 de ziarèlle ‘mbrasciolata,

 co lo sciabò, scolla e puzine

 de ponte angrese fine fine.

 

 Cu li cazune de rezze de funno,

 scarpe e cazette de pelle de tunno,

 e sciammeria e sciammereino

 d’àleche e pile de voje marino,

 co buttune e bottunera

 d’uocchie de purpe, sécce e fèra,

 fibbia, spata e schiocche ‘ndorate

 de niro de secce e fele d’achiate.

 

 Doje belle cateniglie

 de premmone de conchiglie,

 no cappiello aggallonato

 de codarino d’aluzzo salato,

 tutto pòsema e steratiello

 jeva facenno lo sbafantiello,

 e gerava da ccà e da llà;

 la ‘nnammorata pe se trovà!

 

 La Sardella a lo barcone

 steva sonanno lo calascione;

 e a suono de trommetta

 ieva cantanno st’arietta:

 “E llaré lo mare e lena

 e la figlia da siè Lena

 ha lasciato lo  nnamorato

 pecché niente l’ha rialato”.

 

 Lo Guarracino ‘nche la guardaje

 de la Sardella se ‘nnamoraje;

 se ne jette da na Vavosa

 la cchiù vecchia maleziosa;

 l’ebbe bona rialata

 pe mannarle la mmasciata:

 la Vavosa pisse pisse

 chiatto e tunno nce lo disse.

 

 La Sardella ‘nch’a sentette

 rossa rossa se facette,

 pe lo scuorno che se pigliaje

 sotto a no scuoglio se ‘mpizzaje;

 ma la vecchia de vava Alosa

 sùbeto disse: “Ah schefenzosa!

 De sta manera non truove partito

 ‘ncanna te resta lo marito.

 

 Se aje voglia de t’allocà

 tanta smorfie nonaje da fa;

 fora le zeze e fora lo scuorno,

 anema e core e faccia de cuorno”.

 Ciò sentenno la sié Sardella

 s’affacciaje a la fenestrella,

 fece n’uocchio a zennariello

 a lo speruto ‘nnammoratiello.

 

 Ma la Patella che steva de posta

 la chiammaje faccia tosta,

 tradetora, sbrevognata,

 senza parola, male nata,

 ch’avea ‘nchiantato l’Alletterato

 primmo e antico ‘nnamorato;

 de carrera da chisto jette

 e ogne cosa ‘lle dicette.

 

 Quanno lo ‘ntise lo poveriello

 se lo pigliaje Farfariello;

 jette a la casa e s’armaje a rasulo,

 se carrecaje comm’a no mulo

 de scopette e de spingarde,

 póvere, palle, stoppa e scarde;

 quattro pistole e tre bajonette

 dint’a la sacca se mettette.

 

 ‘Ncopp’a li spalle sittanta pistune,

 ottanta mbomme e novanta cannune;

 e comm’a guappo Pallarino

 jeva trovanno lo Guarracino;

 la disgrazia a chisto portaje

 che mmiezo a la chiazza te lo ‘ncontraje:

 se l’afferra po crovattino

 e po lle dice: “Ah malandrino!

 Tu me lieve la ‘nnammorata

 e pigliatella sta mazziata”.

 Tuffete e taffete a meliune

 le deva pàccare e secuzzune,

 schiaffe, ponie e perepesse,

 scoppolune, fecozze e conesse,

 scerevecchiune e sicutennosse

 e ll’ammacca osse e pilosse.

 

 Venimmoncenne ch’a lo rommore

 pariente e amice ascettero fore,

 chi co mazze, cortielle e cortelle,

 chi co spate, spatune e spatelle,

 chiste co barre e chille co spite,

 chi co ammènnole e chi co antrite,

 chi co tenaglie e chi co martielle,

 chi co torrone e sosamielle.

 

 Patre, figlie, marite e mogliere

 s’azzuffajeno comm’a fere.

 A meliune correvano a strisce

 de sto partito e de chillo li pisce

 Che bediste de sarde e d’alose!

 De palaje e raje petrose!

 Sàrache, diéntece ed achiate,

 scurme, tunne e alletterate!

 

 Pisce palumme e pescatrice,

 scuórfene, cernie e alice,

 mucchie, ricciòle, musdee e mazzune,

 stelle, aluzze e storiune,

 merluzze, ruóngole e murene,

 capodoglie, orche e vallene,

 capitune, aùglie e arenghe,

 ciéfere, cuocce, tràccene e tenghe.

 

 Treglie, trèmmole, trotte e tunne,

 fiche, cepolle, laúne e retunne,

 purpe, secce e calamare,

 pisce spate e stelle de mare,

 pisce palumme e pisce prattielle,

 voccadoro e cecenielle,

 capochiuove e guarracine,

 cannolicchie, òstreche e ancine,

 

 vòngole, còcciole e patelle,

 pisce cane e grancetielle,

 marvizze, màrmure e vavose,

 vope prene, vedove e spose,

 spìnole, spuónole, sierpe e sarpe,

 scàuze, nzuóccole e co le scarpe,

 sconciglie, gàmmere e ragoste,

 vennero nfino co le poste,

 

 capitune, sàure e anguille,

 pisce gruosse e piccerille,

 d’ogni ceto e nazione,

 tantille, tante, cchiù tante e tantone!

 Quanta botte, mamma mia!

 Che se dévano, arrassosia!

 A centenare le barrate!

 A meliune le petrate!

 

 Muorze e pìzzeche a beliune!

 A delluvio li secozzune!

 Non ve dico che bivo fuoco

 se faceva per ogne luoco!

 Ttè, ttè, ttè, ccà pistulate!

 Ttà, ttà, ttà, llà scoppettate!

 Ttù, ttù, ttù, ccà li pistune!

 Bu, bu, bu, llà li cannune!

 

 Ma de cantà so già stracquato

 e me manca mo lo sciato;

 sicché dateme licienzia,

 graziosa e bella audenzia,

 nfì che sorchio na meza de seje,

 co salute de luje e de leje,

 ca se secca lo cannarone

 sbacantànnose lo premmone.

“… A mio avviso, siffatto pesce corrisponde all’Anthias anthias. Neppure è da prendere in considerazione il riferimento a un terzo Guarracino detto «di scoglio», corrispondente all’Apogon rex mullorum, il re di triglie, che è bensì di colore rosso, ma non possiede alcun prolungamento delle pinne. Stabilita dunque l’identità del Guarracino della canzone con l’Anthias anthias, vediamo le gesta che il finissimo artista fa compiere al suo protagonista.

[…]Degli ottantadue animali menzionati dall’autore nella canzone, ben sessanta si riferiscono a pesci marini, mentre soltanto due sono pesci di acqua dolce (Tinca e Trota). Tre sono i mammiferi, tutti riuniti nello stesso verso, ed è strano che siano ricordati animali non del mediterraneo, nel quale mare solo occasionalmente sono presenti, mentre mancano i Delfini (a Napoli detti Feroni) che invece vi si incontrano. Undici sono i Molluschi citati, distinti in Gasteropodi (quattro), Lamellibranchi (tre) e Cefalopodi (quattro). Tre sono i Crostacei, due gli Echinodermi ed uno il Tunicato ricordato, cogli altri Invertebrati, alla fine del poemetto.

Indubbiamente, l’ignoto artista conosceva egregiamente la fauna marina tanto da trarne il gustoso poemetto, delizia di molte generazioni, e non esiterei a ritenerlo uno dei pochi ma valorosi naturalisti napoletani del ‘700.”

Il saggio, bellissimo, del Prof. Arturo Palombi, docente di Zoologia alla Facoltà di Agraria dell’Università di Napoli, conclude questo delizioso libro in 4°, stampato su carta al tino della Cartiera di Ferdinando Amatruda dai Fratelli De Luca in Salerno nel dicembre del 1985. Il libro è legato con spago di canapa annodato. Tra l’altro, il Prof. Palombi non ci dice che il Guarracino, la comunissima Castagnola rossa, è un ermafrodita proterogino: un pesce che nasce femmina e diventa maschio crescendo (come la Cernia, per internderci).

Il libro è un gioiello che racchiude un altro gioiello: forse la più bella canzone di tutti i tempi, scritta a Napoli da un anonimo genio nella seconda metà del XVIII secolo.

Dicembre 2008

Aggiungo oggi (29 dicembre 2011) questo link che permette di vedere un corto stupendo realizzato da un allievo di Vincenzo Gioanola:

www.youtube.com

 

 

 

La Gran Madre e via Po, giochi di luce con la Leica

Sono questi scatti effettuati con una Leica digitale impostata manualmente e non manipolati con photoshop. Tarda sera in piazza Vittorio Veneto per restituire un’immagine di versa delle luci della via Po e di quella chiesa – simbolo della restaurazione e circondata da falsi aloni misterici – che di là dal Fiume sorveglia la Città e scambia occhiate d’intesa con il culo medievale di Palazzo Madama che chiude via Po.

Quisquilie & Pinzillacchere, Introduzione di Emberto Uco


INTRODUZIONE

Di Emberto Uco

Conosco Vincenzo da una vita e da una vita cerco di spiegargli che sarebbe più opportuno, e per lui più proficuo, se trovasse una buona volta la forza di mettere fine a quella sua prodigiosa curiosità che lo porta a essere dispersivo.

Archeologia, vino, cibo, letteratura, poesia, musica, pittura: troppa roba per un uomo solo!

Ma non c’è verso: io sono così, mi dice e se non ti piaccio hai soltanto da frequentare altre corti.

Il punto non è però questo, benedetto uomo: uscire dagli schemi, e per i libri uscire dai generi, è pericoloso perché poi il lettore si ritrova spaesato, disorientato.

In ogni campo gli uomini hanno bisogno di riferimenti e se non li trovano vanno in confusione, è un fatto ovvio; e in tempi come quelli che stiamo vivendo la gente cerca, sempre di più, rifugi angusti, aree limitate, settori specializzati in cui sentirsi a proprio agio, anche come evidente reazione a quella globalizzazione – pessimo neologismo – che tende a rendere tutto incerto, relativo, effimero.

Vincenzo va esattamente verso la direzione opposta: il mio modello, dice, è Alberto Savinio; i miei esempi inarrivabili sono i grandi dell’Umanesimo e del Rinascimento, quando gli scenari si estendevano a tutto tondo intorno a intelligenze aperte e flessibili, per le quali parlare di categorie e di generi era impensabile e cita gente come Pietro Aretino, Ficino, Pico, Bembo o lo stesso Piero della Francesca, grande pittore e insigne matematico. Per pudore non nomina Leonardo….

Caro il mio Vincenzo… i tempi sono altri da quelli che a lui piacciono e son tempi grami: forse non è sbagliato pensare all’approccio olistico nel considerare le faccende che succedono e che ci circondano, ma bisogna mai dimenticare che il linguaggio che si sceglie per comunicare con gli altri, agli altri chiaro dev’essere; così come chiaro dovrebbe essere il messaggio che il linguaggio ha da traghettare.

In conclusione di questa mia premessa, che vuol essere anche una piccola tiratina d’orecchi e uno stimolo per il mio grande amico Vincenzo, è chiaro che il volume che si va a leggere è ben ripieno di molti di quei contenuti che a lui stanno a cuore e che i lettori che hanno avuta la ventura di leggere il suo volume precedente ben conoscono; ma c’è una prima parte, insolita per lui, che va considerata con molta attenzione.

Sotto la forma apparente di racconti, ma egli non è né vuol essere un narratore, si celano dei piccoli saggi che sono in verità punti di vista non propriamente soliti, direi desueti e di particolare interesse, rivolti verso questioni che nella norma vengono osservate e considerate in maniera affatto differente. Il lettore esperto e interessato faccia attenzione a quanto appena precisato: è probabile che riesca a meglio usufruire degli scritti, a volte in apparenza scombiccherati, del mio amico Vincenzo.

Buona lettura.

Pranzo e vini di Natale 2010

Le tradizioni nel nostro pranzo di Natale e, importante, i vini che narrano terre d’Italia: Alto Adige, Piemonte, Toscana e Sicilia. Mia moglie Margherita, cuoca eccellente (ispirata da un marito come me che è un grande rompiballe, mai soddisfatto e dunque donna paziente e comprensiva, oltre che cuoca scrupolosa…) ha preparato un paté di fegatini di pollo (dove burro e brandy sono ingredienti fondamentali) con gelatina delicata, insalata di mare con olive nere, sedano e patate, prosciutto toscano e capocollo al peperoncino calabrese come antipasti accompagnati da un Alto Adige Valle Isarco Kerner dell’Abbazia di Novacella del 2009.

Agnolottini con carne di manzo al sugo d’arrosto, accompagnati con la Barbera Superiore del Monferrato Perlydia 2004, Cantine Valpane dell’amico Pietro Arditi.

Arrosto di cinghiale, marinato con vino bianco (delicatissimo, proprio per questa piccola accortezza) e contorno di passato di mele, patatine dolci e cipolline stufate per dare una ragion d’essere al Rennina 2004 di Pieve di Santa Restituta dell’amico Angelo Gaja.

La Malvasia delle Lipari di Carlo Hauner 2007 (sublime, pur con qualche difetto su cui si potrebbe discutere a vanvera, bevendola di gusto) ha accompagnato i tradizionali struffoli calabresi, i datteri freschi, i licis, la frutta secca, le palline di castagne di gloriosa tradizione della famiglia Canavesio (una tradizione torinese: pasta di castagne bollite, impastata con burro e rhum – Pampero –  ricoperte di cacao semplicemente deliziose).

Che magnifica goduria a unificare, nel segno del 2011 e del 150° anniversario della nascita della nostra Patria, territori italiani tanto lontani e tanto diversi eppur compagni prima che fratelli.

Fiat Mirafiori, Reparto Carrozzeria 1972-73, 13832322

In questi giorni in cui lo stabilimento di Mirafiori della Fiat a Torino è al centro dell’attenzione di tutto il nostro paese, mi piace di riportare in homepage il mio racconto, compreso nel volume Più o meno di vino, pubblicato nel 2009. Il racconto fu scritto 2 o 3 anni prima e riferisce fatti del periodo 1972/73 in cui ho lavorato in catena di montaggio nel reparto Carrozzeria di Mirafiori, l’auto era la gloriosa 127 (costava 920.000 lire, circa 500 €). Allora Mirafiori dava lavoro a quasi 60.000 addetti! Era un’immenso sferragliare di meccanismi e di uomini. E in quel periodo la Fiom era fortissima. I tempi oggi sono cambiati, né in meglio né in peggio: i tempi cambiano sempre; sono gli schemi che non cambiano mai. Ci mancherebbe.

“Avevo diciott’anni umidi e nebbiosi e freddi, com’erano freddi e nebbiosi e umidi quei primi anni settanta in una città che s’alzava al mattino sciatta come s’era coricata alla sera.  Dentro quel limbo sferragliante ho lavorato un anno ma il ricordo è quello di un novembre senza fine. Tornavo a casa tardi, scuola serale, neanche stanco: solo intorpidito, come in una trance dentro cui mi facevano precipitare le formule di prostaferesi o i diagrammi di carico delle travi doppiotì.

Non ho mai avuto bisogno della sveglia: mi alzavo ogni mattina alle cinque e cominciavo a agire sotto gli impulsi di una sorta di pilota automatico che governava i gesti del mio quotidiano.

Sentivo tanto freddo, era sempre novembre.

M’infagottavo ben bene per veleggiare lungo il rettilineo di via sanremo e farmi ingoiare dal cancello numero tre di corso tazzoli, confuso dentro un fiume di figuri, di fantasie in processione dentro un caos di luci e penombre e rumore formicolante di non vita.

Mirafiori, reparto carrozzeria.

La linea partiva alle sei in punto.

Venivano giù le scocche nude delle centoventisette che dovevamo trasformare in automobili: trecento ogni giorno. Ero uno dei primi: dovevo inserire i cavi elettrici del cruscotto con un mio compagno, un autentico contadino astigiano non ancora inquinato.

Faceva un freddo come non ne ho più sentito: bisognava aspettare almeno un’oretta prima che il ritmo ossessivo delle scocche permettesse di scaldarsi.

Tutti pativamo il freddo, anche quelli che operai lo erano davvero: chi per talento, chi per costituzione, chi per ceto, chi per tradizione.

Meno lui.

Era un veneto: tracagnotto, una bella pancia da esposizione. Me lo ricordo di una trentina d’anni e  un poco stempiato.

Alle sei e cinque minuti era già sudato e in canottiera. Una di quelle canottiere di lana bianca con le spalline sottili come usavano in quel periodo.

Diavolo di un tanghero, non riuscivo a capacitarmi di come  potesse sentire così caldo a quell’ora del mattino, quando anche le povere scocche parevano rabbrividire di quel freddo ostinato, scendendo nude dalla verniciatura, tutte piene di buchi e spifferi che a noi toccava di riempire.

Si cominciava alle sei in punto: arrivavo nello spogliatoio, sopra al primo piano, giusto in tempo per cambiarmi, scendere le scale, bollare la cartolina – 13832322 – e prendere in mano il primo fascio di cavi da inserire nella prima scocca. Il veneto era già in canottiera e sudava come se fossimo a quaranta gradi sotto il sole giaguaro.

Un’ossessione quel veneto gocciolante.

Fino a quando una mattina, chissà perché, arrivai una decina di minuti prima del solito: era ancora nello spogliatoio davanti al suo armadietto di lamiera grigia.

Me lo ricordo in piedi, indosso la canottiera di rigore ma non ancora gocciolante; mi voltava le spalle,  rivolto verso il suo armadietto aperto, un braccio lungo il corpo e l’altro all’interno a sostenere qualcosa.

Erano le sei meno un quarto e dal bottiglione di già ne mancava più che la metà…..”.





Herman Melville a Torino

Alle cinque e mezzo preso il treno per Torino. Son capitato con un greco di Cefalonia (suddito iglese). Arrivato a Torino alle nove di sera. Avventura con l’omnibus, facchini e Hotel de l’Europe. […] 10 aprile, venerdì – Pioggia a dirotto. Prima colazione al caffè (un salone ottagonale dorato) in via Po. Passeggiata sotto le grandi arcate. Veduto il paesaggio fino alla collina. Visitata la galleria […] Piazza Castello, dov’è l’albergo, è nel centro di Torino. Un complesso antico e interessante con vari fronti fronti e una grottesca mescolanza di varie architetture. Torino è più regolare di Filadelfia. Le case son tutte d’un taglio, d’un colore, della stessa altezza. La città sembra tutta costruita da un solo imprenditore e pagata da un solo capitalista. Singolare l’effetto di starsene sotto gli archi del Castello osservando all’ingiù la vista di Via di Grossa fino al Monte Rosa e alle sue nevi. – Son riuscito a coglierlo non oscurato dalle nubi la mattina presto quando lascia Torino. I viali che girano attorno alla città. Molti caffè, alcuni belli. Lavoratori e donne di modesta condizione che prendono la loro frugale colazione nei bei caffè. Loro decoro, così differente dalla classe corrispondente di casa nostra. A sera è venuto sereno. Sono andato di nuovo giù al Po. Me ne sono stato sui gradini della chiesa. A letto presto. 11 aprile, sabato. – Tempo sereno. In piedi presto per vedere il Monte Rosa dalla strada. L’ho visto. Fatta colazione a base di cioccolata (Torino è famosa per la cioccolata) sulla banchina del Po. Alle dieci preso il treno per Genova, più di cento miglia.

Herman Melville nacque e morì a New York (1 agosto 1819 – 28 settembre 18919. Pochi sanno che il suo capolavoro, Moby Dick fu pubblicato a Londra per i tipi di Bentley – con il titolo The Whale – nel 1851 e soltanto verso la fine dello stesso anno uscirà a New York con il titolo oggi famoso.

Melville è uno dei miei autori preferiti e di cui ho letto quasi tutto. I brani qui sopra riprodotti sono tratti da un librino pubblicato nel 1991  dalla Biblioteca del Vascello di Roma – l’originale, a cura di Guido Botta, fu publicato dalla Princeton University Press nel 1955. Il viaggio in Europa, suo secondo, comincia l’11 ottobre del 1856 quando salpa da New York diretto a Glasgow. Incontra a Liverpool Hawthorne, allora console americano. Dopo essere andato in Palestina, effettua il suo personale Grand Tour in Italia, arrivando a Messina il venerdì 13 febbraio 1857. rimarrà in Italia fino al 15 aprile dello stesso anno, quando, partendo da Arona, si recherà in Svizzera. In quei due mesi visita Sicilia, Calabria, Napoli, Roma, Pisa e Firenze, Bologna, Ferrara, Padova, Venezia, Milano, Novara, Torino e Genova.

Charles Baudelaire, Diari intimi

Non si dia retta a tutti coloro i quali dicono che i libri sono sacri, che vanno tenuti come rari gioielli: sono fesserie di chi i libri non li usa e non li tiene in conto. I libri amano essere manipolati, annotati, consumati, torturati nel senso fisico di questi concetti. Allora servono chi li ha acquistati, e sono felici.

Questa 1° edizione degli Oscar Mondadori dei Diari intimi di Baudelaire è del 1970; la comprai per ben lire 500 (oggi, 50 centesimi di euro) e ci passai momenti memorabili della mia adolescenza inquieta. Conservo con cura una specie di fossile slabbrato, sbrindellato, sgualcito quasi illegibile: certo, forse, il libro che mi ha servito al meglio; quello, tra i tanti, cui sono più affezionato.

L’incipit è formidabile: “Anche se Dio non esistesse, la religione resterebbe santa e divina. Dio è il solo essere che, per regnare, non abbia nemmeno bisogno d’esistere. Le creazioni dello spirito sono più vive della materia. Amore è gusto di prostituzione. Non c’è, anzi, piacere nobile che non possa essere ricondotto alla prostituzione. In uno spettacolo, in un ballo, ognuno gode di tutti. Che cos’è l’arte? Prostituzione.[…] Tutto è numero. Il numero è in tutto. Il numero è nell’individuo. L’ebrezza è un numero.

Trovo, tra le tante sottolineature, le orecchie, le note a margine, questa lunga chiosa scritta a matita (avevo 16 anni): ” Dio, in tali termini, è sprone, è speranza, è guida, è ultimo appiglio, è confessore, è tutto. Dio è droga. Dio è esaltazione alla vita. Credi in Lui, pregalo, affidati a Lui.[…] In tal modo concepito, dunque, Dio è essenza che tocca l’esistenza quotidiana, non è speranza di una vita soprannaturale oltre la morte. In tal senso Dio serve, nel modo in cui è [nella norma] definito non servirebbe a nulla, ma per il popolo Dio è esattamente ciò che sopra ho detto. Il popolo non guarda dopo la morte, il popolo ama la vita e Dio gli serve per vivere meglio.”. Beh, sono orgoglioso della mia agitata adolescenza!

Provincialismo

È una parola orrenda; è un concetto orrendo.

Sta in posti antitetici rispetto a certe valli rinserrate dentro montagne inaccessibili: lì non c’è provincialismo, lì c’è territorio, amore del territorio, difesa del territorio, orgoglio del territorio.

Il provincialismo attecchisce, e vigoroso cresce, laddove la Storia, pur gloriosa, ha generato mostri di disaffezione, di pettegolezzo sterile, di amore, e odio al tempo stesso, verso tutto ciò che di fuori arriva senza marchi di particolare rilievo.

Mai felici della propria condizione, mai consapevoli dei propri valori, mai aperti ai messaggi esterni – se non riconosciuti e certificati, perché allora cambia tutto -, mai contenti di ricevere alterità, mai pacificati nel proprio modo di essere.

L’antitesi è Bruce Chatwin, quasi a suo agio ovunque e mai perfettamente a proprio agio in alcun posto.

L’antitesi sono certe valli valdostane o trentine, venete o dell’Alto Adige, del Friuli o certi paesini o isole della Sicilia: lì trovi l’orgoglio del territorio, lì trovi la gelosa custodia delle tradizioni, lì trovi muri complicati da valicare ma in cui rare feritoie, da cercare con tigna per uno estraneo, vengono seminate qui e là; se sei bravo, motivato, se ne capisci il senso più recondito, stai tranquillo, sarai accettato, sarai integrato, sarai parte della comunità, ovunque sia posto il tuo luogo di origine.

Ma te lo devi guadagnare, devi essere bravo, sensibile e motivato.

La difesa del territorio non è provincialismo.

Al contrario, lasciare il proprio territorio abbandonato alla mercè di ogni idiota suggestione imposta dalle mode, dai media, dai testimonial di nessuno spessore, di nessuna storia, di nessun valore: questo è provincialismo.

Non essere capace di godere dei valori della propria terra, non riconoscerne gli uomini validi per quello che sono e non per quello che altri dicono essere, aspettare trionfi attestati di lontano, attendere premi guadagnati altrove su palcoscenici ritenuti degni: tutto ciò è provincialismo.

Il disprezzo gratuito, il godere delle disgrazie altrui, il premiare ulteriormente i premiati dalle folle scervellate, il pettegolezzo esercitato per puro dileggio, il timore di esprimere giudizi netti prima che altri, ritenuti importanti, abbiano a pronunciarsi: tutto questo è provincialismo.

Dar retta a quello che dicono i giornali, le televisioni, facebook o youtube in modo acritico, consultare wikipedia senza confrontare le fonti, leggere i bestseller, andare appresso alle classifiche, alle hitparade, agli oscar, ai grammy, a come tira il vento: tutta roba che ha a che vedere con la faccenda del provincialismo.

Non esporsi è provinciale.

Non decidere è provinciale.

Non andare a votare perché tanto sono tutti uguali, oltre che qualunquistico, è provinciale.

E non parlo della grande provincia italiana, dei nostri inarrivabili campanili figli di un Medioevo che fu periodo ricchissimo eportatore di straordinari frutti; non parlo dell’Emilia o della Romagna felici, di Napoli che perdendo sempre riesce sempre a vincere; non parlo di Palermo in cui ogni forestiero viene considerato un barbaro, salvo accoglierlo sempre con grande educazione e civiltà e fornirgli sempre le chiavi per permettergli, avendone la volontà, di aprire la porta del proprio orizzonte, del proprio modo di vivere e di essere.

Parlo di certi posti del Veneto, delle Marche, del Piemonte, del Lazio, della Puglia, della Calabria.

Per certo la Sardegna non è Terra provinciale.

Per certo Roma e Milano non sono provinciali.
Grandi dubbi al contrario mi sorgono nelle Terre, pur gloriose, della Toscana: spesse volte non riesco a discernere se sono alle prese con il provincialismo o solo con l’ottusità, l’arroganza e l’ignoranza di genti costumate a tenere rapporti schizofrenici con i propri vicini e gli stranieri.

Un vero dilemma: come Firenze, irrisolvibile.

Altra storia Siena, altra faccenda Arezzo; stesso meccanismo Livorno e La Spezia e Pistoia. Mentre mille miglia lontana Lucca e altrettanto Grosseto; tremendo come invece il provincialismo regna sovrano in uno dei più bei posti del mondo come l’isola d’Elba: ma la sua storia è una storia di minatori sfruttati per due millenni e mezzo….

Eppoi, mi duole tantissimo affermarlo: Torino, il simbolo sommo del provincialismo, e lo dico rischiando io stesso d’esser provinciale.

Lo dico con la morte nel cuore.

Lo dico consapevole di rendermi nemici gli sterminati eserciti di provinciali opliti torinesi: ma sono consapevole di dover guadagnare altrove i miei meriti per essere considerato un torinese degno.

Così va in quest’angolo di un angolo periferico di galassia.

Vincenzo Reda, aprile 2009

 

Già…

Parlavo con il mio amico Luigi Bellucci a proposito del suo articolo (http://www.tigulliovino.it/dettaglio_articolo.php?idArticolo=7315) riguardante la presentazione  del vino Già di Fontanafredda su Tigulliovino: lo avevo chiamato per gli auguri di rito, per il piacere di sentirlo e anche per fare quattro chiacchiere su questo nuovo prodotto di Oscar Farinetti che, al solito, ha innescato qualche polemica. Superflua. Inutile. E con Luigi concordiamo.

Veniamo al dunque. La bottiglia da 1 litro, idea ottima, l’ho acquistata presso l’Enoteca Piana, in via Garibaldi a Torino: l’ho pagata 8 euro, meno di quanto la si paga normalmente, perché da Piana ci sono i prezzi migliori del mercato. L’ho acquistata perché all’amico Farinetti non devo nulla (tra le altre cose, mi piace precisarlo, pur avendo spesso scritto di lui e di Eataly e scritto bene, non ho mai ricevuto nulla in omaggio, neanche una bottiglia di vino. E questo è bene) e così mi sento libero di dire quel che penso (non che con una bottiglia di vino mi si possa comprare, per quel poco che valgo). E penso che Già sia la solita, intelligente operazione di marketing di Oscar Farinetti: doveva produrre un novello ed ecco cos’ha fatto (già visto). L’ha progettato per benino, l’ha vestito a festa e l’ha scagliato sul mercato con il solito contorno di tradizione e di poesia, magari posticcio, ma che per il mercato funziona, eccome. E che gli si può dire, se non: bravo! Personalmente non mi piacciono i novelli e Già è un novello un poco più furbo e ben assemblato che non muore in bocca e che ha una sua complessità sia al naso sia in bocca e, senti senti, anche una certa persistenza: com’è ovvio, a me non piace, ma questo conta poco. Non mi piace nemmeno confondere marketing e poesia, mercato moda e tradizione: ma io non vendo vino! Quindi, per quanto mi riguarda, bravo Farinetti! Ma, ancora per quanto mi riguarda, ai miei due lettori sconsiglio i novelli, Già compreso, e consiglio un mare di ottimi vini giovani, freschi, gradevoli, poco costosi e di ogni regione italiana: ce ne sono per tutti i gusti!

E, a proposito – per rifarmi la bocca durante gli assaggi del Già – ho bevuto una di quelle rustiche Barbera che tanto mi piacciono: anno 2009, produttore Pier Bruno Baracchini, azienda minuscola Il Girapoggio per un ettaro di vigna a Verrua Savoia, Doc Collina Torinese. Produce soltanto Barbera, una Barbera tosta, magari con qualche difettuccio qua e là: ma è vino, vino vero che la poesia non ce l’ha nel marketing inesistente ma te la fa sentire in bocca e in gola. Ma questi sono discorsi fatti per gente come me che conta poco o punto, almeno per quanto riguarda il mercato.

Mahalia Jackson, Silent night Holy night

Quando ascolto questa Voce e questa sequenza di note è Natale, per me.

http://www.youtube.com/watch?v=1QGj2xgnN8A

Ma anche Bing Rosby, con White Christmas, non scherza: forse la sua è la più bella voce maschile di tutti i tempi, anche più bella di quella di Frank Sinatra. Frank, oltre la voce aveva molto altro: la dizione, la “masticazione”, lo swing. Ma quanto a voce pura Bing Crosby resta, almeno per me, insuperabile.

http://www.youtube.com/watch?v=P8Ozdqzjigg&feature=fvst

Presentazione di Quisquilie & Pinzillacchere al Cinema Empire

Il 9.11.2010 – per curiosità, sono gli stessi numeri della fatidica data 11.9.2001…- alle 19.30, più o meno, il mio amico Dr. (in senso medico, naturalmente) Giorgio Diaferia – batterista jazz insigne – ha presentato con me Quisquilie & Pinzillacchere. Con Freisa di Chieri e Bonarda di Balbiano i non molti ma fortunati presenti hanno potuto gustare una classica merenda sinoira preparata come si deve (strepitose le acciughe al verde) e un ottimo risotto al barolo, in cui il Barolo era vero e non fittizio.

Grazie a tutti gli intervenuti.

Qualora ci fossero delle difficoltà a reperire il libro, i riferimenti dell’editore sono:

Graphot editrice, Lungodora Colletta 113/10 bis – 1053 Torino   Tel. 011 2386281  Fax  011 2358882         www.graphot.com graphot@graphot.com

Quisquilie & Pinzillacchere su Informacibo.It

http://www.informacibo.it/focus/libri/libri_natale-2010.htm