Archive for Gennaio, 2011
La Tana del Re

Per il tramite di amici di amici, come spesse volte succede, vengo invitato a visitare un ristorante che non conosco: è situato in via Virginio, 1 all’angolo con via Verdi e dunque dirimpetto al Teatro Regio. Siamo nel primo isolato, lato sinistro, di via Po. Il locale è ricavato in quello che doveva essere un deposito di carbone, un piano sottoterra con volta a botte. Sono posti che mi hanno visto pascere, sere e notti, tra i Settanta e gli Ottanta, in una Torino che in superficie era tutta operaia e politica e, sotto sotto, ferveva di atmosfere pervase da ricerca artistica: musica, teatro, cinema, fotografia, pittura. Poi il Tempo, che per me è una sorta di corda che si attorciglia e si annoda, mi fa scoprire la figura di tale Giovanni Vincenzo Virginio, cui è dedicata questa minuscola via. Egli era un cuneese, nato nel 1752, di buona famiglia borghese; morì in miseria nell’ospizio dell’Ordine Mauriziano nel 1830. La sua disgrazia fu quella di aver sperperato ogni sua risorsa, denaro e salute, cercando di convincere piemontesi e italiani, ancora disuniti, che in giro per l’Europa un tubero miracoloso e dal sapore buonissimo stava risolvendo i tragici problemi di carestia, dovuti agli anni di devastazione causati dalle guerre napoleoniche: la patata! Dovette arrendersi e morirne prima di vedere i suoi sforzi premiati: eppure era l’acqua calda, come spesso capita.

A ogni modo, a La Tana del Re ho conosciuto Amid, uno dei responsabili che cura la sala: un iraniano che si è messo in società con una famiglia di salernitani e un cuoco di Cava dei Tirreni; tutti insieme hanno la bella trovata di far conoscere ai torinesi i pregi del territorio del Cilento. La cantina, assai ben fornita, è curata da Matteo che è uno storico – specialista del Rinascimento – con una sana  (puntualizzo: sana)  passione per il vino. E bene ho bevuto, quella sera! In primis la Giuàna di Luigi Vietto, un vino bianco da uve Nascetta, vitigno autoctono di Novello: una sorpresa di minaralità assai peculiare. E poi, altra sorpresa, un altro autoctono di Colombera – Colli Tortonesi – il Suciaja, una sorta, a quel che mi dicono, di clone di Dolcetto: vino speziato, di buon corpo, con naso e palato di assoluta particolarità; uno di quei vini che ti sorprendono perché non sono assimilabili a nessun altro (forse qualcosa di lontano può ricordare il Pelaverga). Buoni i ravioli con ripieno di salsiccia di bufala (con i fagioli di controne di Michele Ferrante, presidio Slow Food), l’agnello e, eccezionali, i salumi (salumificio Gioi, altro presidio). Da segnalare che è forse l’unico ristorante in Piemonte che tratta la colatura di alici di Cetara (Cetarii): prodotto di eccezionale pregio. Soltanto un inconveniente (che succede quando deve succedere): il giorno appresso mi sono accorto di aver bevuto un po’ troppo. Ma è per davvero un inconveniente?

Piemonte – La storia a tavola, Michele Ruggiero

Non sono frequenti, nel panorama editoriale italiano che riferisce all’enogastronomia, i libri che di queste faccende trattano con ottica antropologica o storica; purtroppo, una percentuale altissima di pubblicazioni sono da ascrivere a meri ricettari privi di alcun valore.

Questo librino, al contrario, è uno dei pochi lavori che guarda alla cucina, a tutto tondo, come a una storia di uomini, di terre, di movimenti di popoli, di incontri di culture diverse, di guerre, di carestie, di innovazioni tecnologiche e colturali.

Michele Ruggiero, eporiedese, è un docente di Storia risorgimentale con oltre 40 anni di pubblicazioni di alto profilo alle spalle.

Questo lavoro è accurato, documentato (con una bibliografia vasta e di notevole interesse che arricchisce il volume, come sempre dovrebbe succedere), di facile e scorrevole lettura. Alcuni personaggi noti e altri misconosciuti (Giovanni Vialardi, Francesco Cirio, Antonio Benedetto Carpano sono conosciuti da tutti, ma Giovanni Vincenzo Virginio chi lo ha mai sentito nominare?) sono citati e descritti con dovizia di riferimenti storici, così come la genesi e l’evoluzione di molti piatti che oggi caratterizzano la tipicità della cucina piemontese è trattata al meglio, sempre partendo da un’ottica che è storica e antropologica.

Un librino da consigliare, utile assai e da tenere in biblioteca per essere consultato e citato alla bisogna. In ogni caso, una bella lettura anche per chi di cucina poco o punto intende.

Piemonte – La storia in tavola.

Michele Ruggiero,  Collana La Bela Gigogin, Edizioni Gioventura Piemontèisa 2007

Pp. 175, 19,00 €

Elogio della sbronza consapevole, Enrico Remmert, Luca Ragagnin

Abbiamo visto Peppo mentre, il decimo Jack Daniel’s tra le mani, spiegava che in galera i nomi non li ha fatti. Non è che non voleva: non se li ricordava.”.

Per questa sola citazione di una delle immense nottate ben trascorse sotto qualche arcata o portico, nel centro di Torino, in compagnia delle straparole sguince di Peppo Parolini questa antologia, curata da Enrico Remmert e Luca Ragagnin, merita di essere memorata. E’ un librino curato – qualche pecca, come la mancanza di una completa bibliografia – ma soprattutto appassionato e divertente. Con alcune citazioni per davvero notevoli.

Eduardo De Filippo

Dint’a butteglia

n’atu rito ‘e vino

è rimasto…

Embè

Che fa m’ ‘o guardo?

M’ ‘o tengo a mente

e dico:

«Me l’astipo

e dimane m’ ‘o bevo?»

Dimane nun esiste.

E ‘o juorno prima

Siccome se n’è gghiuto,

manco esiste.

Esiste solamente

‘stu momento

‘e chistu rito ‘e vino int’ ‘a butteglia.

E che faccio,

m’ ‘o pperdo?

Che ne parlammo a ffà?

Si m’ ‘o perdesse

Manc’ ‘a butteglia me perdunarrìa.

E allora bevo…

E chistu surz’ ‘e vino

Vence ‘a partita cu l’eternità!

Alda Merini

A me piacciono gli anfratti bui

Delle osterie dormienti,

dove la gente culmina nell’eccesso del canto,

a me piacciono le cose bestemmiate e leggere,

e i calici di vino profondi,

dove la mente esulta,

livello di magico pensiero.

Troppo sciocco è piangere sopra un amore perduto

Malvissuto e scostante,

meglio l’acre vapore del vino

indenne,

meglio l’ubriacatura del genio,

meglio sì meglio

l’indagine sorda delle scorrevolezze di vite;

io amo le osterie

che parlano il linguaggio sottile

della lingua di Bacco,

e poi nelle osterie

ci sta il nome di Charles

scritto a caratteri d’oro.

Gorge Burns

Mi basta un solo bicchierino per ubriacarmi.

Il problema è che non mi ricordo se è il trentesimo o il quarantesimo.

Groucho Marx

Mandatemi subito due mezzi whisky doppi.

Anonimo Veneto

Bevo soltanto due volte al giorno: a pasto e fuori pasto

False citazioni:

Cogito, ergo rum (Cartesio, forse)

Liberté, egalité, Beaujolais (Robespierre, forse)

Elogio della sbronza consapevole

Enrico Remmert, Luca Ragagnin

Marsilio Editore 2004, 235 pp, 14 €

GÖBEKLI TEPE

Göbekli Tepe significa «la collina con la pancia», è un sito archeologico posto nella Turchia meridionale, quasi al confine con la Siria. E’ un luogo desolato in cui alla fine degli anni Novanta l’archeologo tedesco Klaus Schimdt cominciò i suoi scavi. Oggi sappiamo che i resti monumentali di una struttura, che era probabilmente un luogo di culto, risalgono al 10.000 avanti Cristo! Questo significa che una o più comunità di cacciatori-raccoglitori avevano già sviluppato la capacità di creare un surplus di risorse che permettesse a molti uomini di dedicarsi alla costruzione di una struttura monumentale senza l’assillo di dover provvedere alla quotidiana lotta per la sopravvivenza! Una rivoluzione copernicana per quanto riguarda l’evoluzione umana. Fino a oggi si era sempre creduto (le famose teorie di Vere Gordon Childe) che la capacità dell’uomo di riunirsi in comunità stanziali e di riuscire a organizzare del tempo libero da dedicare alla religione, all’arte, all’organizzazione sociale fosse dovuta alla scoperta di agricoltura e allevamento e si parla di almeno due millenni più tardi: Gerico I. Le immagini qui sotto sono state prese il 15 novembre del 2008 alla BMTA di Paestum, quando ho avuto modo di conoscere Klaus Schimdt, intervistato dal mio amico Andreas Steiner, direttore della rivista Archeo, con la quale collaboravo. Allora soltanto pochi specialisti conoscevano Göbekli Tepe. In quell’occasione Ugo Picarelli, straordinario direttore della BMTA, consegnò un premio all’archeologo tedesco, come riconoscimento alle sue ricerche. Oggi, finalmente, questa scoperta viene divulgata in maniera più ampia (Focus Storia, La Stampa, ecc.).

 

BAROLO&Co. dicembre 2010 – anno XXVIII – numero 4

Sull’ultimo numero appena uscito del trimestrale Barolo & Co., per il quale scrivo fin dal 2003, è stato pubblicato il mio articolo che riguarda la vendemmia di Villa della Regina, a proposito della quale su questo sito ho pubblicato alcune fotografie. Ma c’è anche la notizia dell’evento di Stupinigi (25 settembre scorso) e c’è una bella recensione di Quisquilie & Pinzillacchere, nella rubrica curata da Andrea Tedaldi, che ringrazio. Per la verità, questo mio libro ha una caratteristica che pochi sono in grado di cogliere (non per incapacità, ma perché non conoscono – ma questo è ovvio – faccende che sono assai personali): non soltanto è dedicato a una certa persona, ma E’ FATTO (nella fattispecie, è scritto) come quella persona, intendo sia per i contenuti sia per la forma.

https://www.vincenzoreda.it/vendemmia-alla-vigna-della-regina/

https://www.vincenzoreda.it/laltro-tartufo-del-piemonte/

Ho.Re.Ca – Dicembre/Gennaio 2011, N° 52 anno VI

Con l’inchiesta “Barolo, ritratto di un Re” – 6 pagine di testo e fotografie – ho iniziato la collaborazione con il mensile HoReCa. C’è anche una pagina dedicata alla Fondazione Emanuele Mirafiore di Oscar Farinetti. Pleonastico, ma non fa male, dire che sono assai soddisfatto di come il lavoro è stato impaginato e della qualità di stampa che esalta le mie fotografie. Spero sia un buon inizio che porti a una lunga e proficua collaborazione.

A proposito di orrori….

Giovanni Garbaccio, insieme con gli architetti Passanti e Perona, lo progettò nel 1956. E’ la sede del Dipartimento dei Lavori Pubblici: è noto come Palazzaccio e credo non ci sia un torinese che non lo voglia raso al suolo. Il punto è che l’edificio in sé non è affatto brutto, anzi: è un esempio anche emblematico di architettura moderna. E’ il contesto che lo rende inaccettabile. Lì quel palazzo non ci doveva essere messo, punto e basta! Lì ci starebbe benissimo una bella superficie verde, aperta, che metterebbe in risalto la purezza delle linee e dei volumi della fine del XV secolo del nostro Duomo, con tutti gli altri capolavori architettonici di cui è circondato. Il fatto che il Palazzaccio sia fuori posto, più che orrendo, ne impedirà per sempre l’inclusione nel contesto. Mi spiego: il monumento al Duca d’Aosta e il Grattacielo della Reale Mutua in Piazza Castello sono assai più brutti, ma non sono fuori posto e, pur essendo dei capolavori di negazione estetica, fanno ormai parte del panorama architettonico della straordinaria Piazza Castello, dove stili lontani secoli sono ormai compresi in un unicum senza eguali. Sono certo che prima o poi il Palazzaccio sarà raso al suolo e tutti ne saremo contenti.

Monumento al Conte Verde Amedeo VI

La piazza – piazza Palazzo di Città – fu risistemata da Benedetto Alfieri intorno alla metà del XVIII secolo. Pelagio Palagi realizzò il gruppo bronzeo circa un secolo più tardi: è la piazza di Torino che accoglie il Municipio, una delle più antiche piazze della Città. Le luci d’artista sono un omaggio ai colori della nostra Bandiera. Io le ho fotografate così.

1989, GGI dell’Unione Industriale di Torino

Tra le tante faccende delle mie vite, tra il 1989 e il 1991 sono stato vicepresidente del Gruppo Giovani Imprenditori  dell’Unione Industriale di Torino. Queste fotografie ritraggono il consiglio direttivo di quel periodo, presidente era Claudio Barbesino. Un me irriconoscibile, il faccino pulito e l’aria assai compresa nella parte, ingabbiato in uno smoking che oggi non mi entra più: sono a fianco di Maria Giovanna Elmi, nella prima immagine che mostra il premio in vetro soffiato di Murano che io stesso ero andato a ritirare a Venezia; nella seconda immagine sono quello seduto a destra del tavolo di presidenza nella sala del palazzo della Scuola di Applicazione d’Arma di via dell’Arcivescovado, in Torino, che ospitava la manifestazione del 30° anniversario della costituzione del Gruppo (ovviamente il primo in Italia, fortemente voluto da un giovane Enrico Salza). Questo ricordo vuol essere un omaggio a due di noi, Patrizia e Mario, che  oggi non ci sono più. Se c’è un qualche posto in cui oggi stanno, spero che di lì mi guardino e ci guardino con occhi gentili e comprensivi.

Bruno De Conciliis e i suoi vini a La Tana del Re

Aglianico di grande qualità, annate 2004 e 2005, presentato da un vignaiolo cilentino (siamo nella bassa provincia di Salerno, vicini alle ciclopiche mura greche di Paestum) appassionato di Jazz che chiama Naima il suo Aglianico, in onore di John Coltrane. E Ra, ricordando Sun Ra, un sublime passito di Aglianico che poter bere è stata un’emozione che poche volte capita nella vita: ne fa, quando l’annata lo permette – non sempre – circa 200 litri…pura lirica del vino. Il Selim (anagramma al contrario di Miles, il grande Davis per intendersi) ha aperto le danze: bollicine di particolare acidità, secche assai, per una cuvée di Aglianico, Fiano e Barbera vinificata in bianco e trattata con il metodo Martinotti. Vini accompagnati da cibi preparati con materia prima cilentana con citazione obbligata per i salumi eccellenti e la carne di bufala.

Il tutto in un locale ricavato da cantine di fine seicento sotto il primo isolato, lato sinistro (quello nobile, guardando al Fiume) di Via Po, a dieci metri dal Teatro Regio: un posto caldo, accogliente e aperto fino a tardi, apposta per sfatare il mito che in Torino è impossibile cenare dopo le 22!

Provate la cucina del Cilento e la ottima cantina: si spende una cifra corretta, si mangia e si beve bene, si è trattati con cura e gentilezza. Mica poco! E poi, dove lo trovate un iraniano, Amid, che lavora con uno chef di Cava dei Tirreni?

Ah, dimenticavo: dite che vi mando io.

L’albatro, C. Baudelaire

 

Prendono spesso i marinai per giuoco

Àlbatri, grandi uccelli marini,

Che indolenti compagni di viaggio

Seguono il bastimento mentre scivola

Sopra gli abissi amari. Appena posti

Sulla tolda, questi re dell’azzurro

Ora maldestri e vergognosi lasciano

Penosamente trascinarsi ai fianchi

Le grandi ali bianche, come remi.

L’alato viaggiatore, com’è goffo

E fiacco! Lui, poc’anzi così bello,

Com’è comico e insulso! Uno gli stuzzica

Il becco con la pipa, un altro mima

Zoppicando l’infermo che volava!

Il Poeta somiglia a questo principe

Dei nembi, che frequenta la tempesta

E ride dell’arciere; a lui, esiliato

Sulla terra, fra gli schiamazzi, le ali

Da gigante impediscono il cammino.