Archive for Febbraio, 2011
Gamberorosso

La vicenda è questa: mi spedisce un e-mail l’amico Piero Arditi delle Cantine Valpane (superba Barbera del Monferrato che da anni bevo e con cui dipingo sempre volentieri), c’è un articolo del Gamberorosso on line, a firma Loredana Sottile, in cui una pittrice fiorentina, tal Elisabetta Rogai, sostiene di aver inventato or ora quella che viene definita “Enopittura”.

Mando un messaggio in cui, in maniera semplice, dichiaro che è dal 1993 che dipingo col vino. Mi chiama la suddetta Loredana Sottile, molto gentile, e mi dice: “Dunque è lei che ha inventato la “Enopittura”!”.

Rispondo: “Guardi, io non ho inventato un bel nulla. Certo non ho copiato da nessuno, essendo stato il mio percorso una scoperta e una ricerca nata da una sera particolare (su questo sito è riportato il biglietto da visita di Aldo Novarese con le gocce di vino di quella sera lontana). Non so se a quei tempi, a parte i vinarelli (acquerelli stemperati con vino bianco anziché con acqua), qualcuno usasse il vino per dipingere. E poi per me il vino non è un colore e dipingere col vino non è folklore: il vino è materia, è ossessione, è Storia, è racconto di uomini. Io dipingo soltanto bicchieri, di notte. E non ci campo con i miei quadri, ne vendo pochi e soltanto a chi mi è simpatico…”.

Il risultato di quella chiacchierata telefonica è questo piccolo articolo in cui mi si attribuisce l’invenzione della “Enopittura”! Oltretutto, è questo un neologismo orrendo che mai mi azzarderei a usare. Ma che ci possiamo fare? così pare vada il mondo, oggidì.

Adrian G. Gilbert, come far soldi con i Maya

Tra tutti i furbacchioni che lucrano su Maya e 2012, il più bravo e assai documentato è l’inglese Adrian G. Gilbert. Nel 1995 ha pubblicato Le profezie dei Maya, con Maurice M. Cotterell come coautore. Costui, ingegnere e scienziato, avendo tempo da perdere si mise a ricavare dei profili, su fogli lucidi, dei complessi bassorilievi scolpiti sulla pietra tombale di Palenque. Non contento, cominciò a sovrapporli: è chiaro che venne fuori di tutto! Peccato che nessuno gli abbia fatto rilevare che i Maya non conoscevano la carta da lucidi e nemmeno il computer. Oltretutto, avevano anche poco tempo da perdere. Cotterel è anche il bellimbusto che s’è inventato la trovata delle macchie solari: tutto nel 2012, accidenti!

L’ultimo successo di Gilbert è La fine del tempo, pubblicato nel 2006 e tradotto in Italia nel 2009. In questo lavoro, piacevole e assai documentato (se non fosse per le conclusioni che, vien fatto di pensare, c’entrano qualcosa con l’LSD), l’Autore, questa volta senza la complicità di Cotterel, dà il meglio di sé.

Qui si trova di tutto, Edgar Cayce compreso. Peccato che metta in bocca a Linda Schele, grande epigrafista maya scomparsa prematuramente nel 1998, delle frasi che non hanno alcun senso e che la studiosa americana ormai non è più in grado di smentire.

 

 

 

 

 

 

 

Focus Storia all’Università di Ferrara

Focus Storia e il suo direttore Marco Casareto a un convegno, organizzato dall’amico Prof. Livio Zerbini, che tratta della comunicazione nel campo della cultura e dei Beni Culturali.

Mi piace di mettere in evidenza che Copernico e Paracelso in questa sede universitaria, che festeggia oltre 600 anni accademici, guadagnarono le rispettive lauree accademiche.

Fred Chiosso

Ho ricevuto questa lettera che pubblico volentieri sul mio sito. Si riferisce alla mia recensione riguardo al libro dedicato a Leo Chiosso e Fred Buscaglione (Che mi si dica poi che la mia “torinesità è sconfinata” mi piace tanto tanto)

Signor Reda buon giorno,

mi chiamo Fred in memoria di Buscaglione che avrebbe dovuto essere mio padrino.
Lui morì il 3 febbraio 1960 ed io nacqui il 24 dello stesso mese e stesso anno.
Come padrino lo sostituì Gino Latilla e mia madrina rimase, come da programmi, Fatima Robins (moglie di Fred).
Ne consegue che ho 51 anni, vivo in provincia di Torino, e nella vita faccio il fotografo pubblicitario.

Vede: gli autori, che sovente sono i veri artefici delle fortune dei cantanti, quasi sempre vengono dimenticati, anche dagli stessi cantanti !!!

Le riporto un episodio a dir poco emblematico.

Il signor Jonny  Dorelli, lanciato da mio padre con due grandissimi successi come Montecarlo e Love in Portofino, si presentò come ospite di Pippo Baudo a Domenica In la settimana dopo la morte di mio padre, cantò le due canzoni e né Baudo né tanto meno lui sprecarono mezza parola per ricordare la figura di un autore che ha scritto pagine importanti della storia della musica leggera italiana, e a cui lo stesso Dorelli deve il folgorante successo che ha dato inizio alla sua grandissima carriera.

Per questo motivo, come se fosse una mia crociata personale, rendo onore a lei ed a tutti coloro che ogni tanto decidono di dare a Cesare quel che è di Cesare.

Grazie, è una recensione bellissima, 
a mio padre sarebbe piaciuta moltissimo. 
La Sua torinesità è sconfinata…
complimenti ancora.

Un grazie sincero.

Fred Chiosso


 

La Tana del Re, immagini dell’inaugurazione della mia mostra

Qui sopra le immagini e il depliant che illustra la mia  mostra, completa delle installazioni in cristallo e stoffa – Tavolvino, Scacchiera e Sindone Profana – presso il ristorante La Tana del Re, in via Giovanni Vincenzo Virginio, prima traversa a sinistra della via Po. Ottimo ristorante, di cui ho già trattato in questo sito, e posto suggestivo in una via dalle mille suggestioni. Sono certo che avrò molte soddisfazioni da questo mio ennesimo show: questa zona di Torino costituisce una parte importante della mia vita. In questo posto, e in questa mostra confluiscono una serie di fatti che sono altrettante pietre miliari della mia ormai lunga strada. Tommaso Campanella e Luigi Firpo, l’Iran e Khayyam, Vincenzo Vita il Fiano Minutolo il Susumaniello e la Puglia, Paestum e il Cilento, e non basta……

I giorni di Fred, Leo Chiosso

ChiossoneLeggevo Mickey Spillane e nasceva per esempio Billy Car. Pavese, Vittorini mi piacevano, ma erano troppo vicini a me, io ero più attratto da ciò che era lontano, diverso. Volevo l’America. Amavo i suoi film. Appena finita la guerra, ne guardavo anche due al giorno. uscivo da un cinema e correvo in un altro. Dalla voglia di fare l’America in Italia nacque una Torino che puzzava di Chicago anni venti e un gangster piemontese con la voce arrochita dal fumo e dal whisky: Fred Buscaglione. Lo swing ci venne facile. Fred, durante la guerra, aveva suonato molto per gli americani e questo lo aveva orientato verso il jazz, da Glen Miller in su. Ma Torino, allora viveva sottoterra, pullulava di ritrovi notturni di musicisti, cantanti, artisti che si esibivano facendo la musica che piaceva a loro, non quella richiesta dalle sale. Chiunque avesse voluto cantare in quei locali era ben accetto. Erano semplici scantinati, non disturbavano nessuno, divertivano tutti. Quella sì che era musica. Che notti, quelle notti! Musicisti del calibro di Louis Armstrong o Lionel Hampton passavano per Torino e davano vita a fantastici dopo concerto. Pensate che una sera, dopo che si era esibito al teatro Reposi, Armstrong si ritrovò a fare una jam session con Fred e Liza Minnelli in una cantina sotterranea.”

Ho letto questo librino in una notte insonne di giugno. Me lo ha donato Giorgio Chiosso, secondogenito di Leo che concluse di scriverlo poco tempo prima di riunirsi al suo caro, vecchio amico Ferdinando, il 25 novembre 2006. Il libro, con annesso DVD è stato pubblicato dalla Modadori nel febbraio del 2007. Fornisco queste precisazioni perché circa 15 anni prima, nel mio ufficio di via Cernaia, Leo Chiosso era venuto a trovarmi diverse volte per esaminare la possibilità di pubblicare un libro che stava scrivendo su Fred  Buscaglione: io ero allora vicepresidente dell’Aipe, l’associazione nazionale dei piccoli editori. Non mi ricordo per quale motivo non se ne fece nulla, ma probabilmente il libro in questione è proprio questo che mi sono divorato in una delle mie tante notti insonni, zeppe di libri.

Leo Chiosso in circa 130 pagine scritte con uno stile tutto particolare, che molto riporta ai testi delle sue canzoni (c’è molto swing e molta ironia in questo scrivere sincopato e angoloso), documenta un’amicizia di quelle epocali, per la vita: una simbiosi di rado a verificarsi tra due persone e, di più, tra due artisti.

Ma, a prescindere dalla storia legata al fenomeno irripetibile di Fred Buscaglione, esala dal testo di Leo una Torino di bellezza e fascino come la conosco io, come l’ho sentita soltanto in Giovanni Arpino e (un po’ meno…) Mario Soldati; come solamente poche sensibilità hanno saputo, e ancor meno, sanno cogliere. Una Città di grande effervescenza, tesa sempre al nuovo, sempre avanti nel tempo ma perennemente sotterranea, nascosta, riservata: non timida, proprio riservata, perché le faccende importanti non possono e non debbono essere date in pasto con faciloneria e superficialità a cani e porci. Bisogna meritarsele, andare a cercarle con tigna. E una volta trovate, difenderle con i denti dagli imbecilli.

Leo Chiosso è stato un grande personaggio, un grande artista che ha saputo sopravvivere alla terribile perdita di quello che, assai probabilmente, era il suo gemello: lo attestano canzoni come Parole, parole, parole, come Torpedo blu e Stringimi forte i polsi, Una ragazza in due, Montecarlo….continuando a lavorare a gran livello con artisti come Lelio Luttazzi, Giorgio Gaber, Pino Calvi, Mina, Jonny Dorelli…

Tra i Tanti che la buone sorte mi ha concesso di incontrare e conoscere, per certo Leo Chiosso – torinese, alpino, juventino, ironico, disincantato – è una delle persone di cui ho più stima e con cui c’è maggior condivisione e vicinanza.

In conclusione, per chi ama Fred Buscaglione, ma ancor di più Torino (quella autentica), il jazz, l’amicizia: cercate e leggetevi questo librino delizioso. Sono certo che avrò la riconoscenza di qualcuno, come ogni tanto, non spesso, succede.

Mare d’inverno, la Versilia
Baccalà all’anconetana

Non è merluzzo salato, è stoccafisso tradizionale delle isole Lofoten, seconda o terza scelta, preparato con patate stufate e un poco di pomodoro. Lo si può mangiare al meglio Da Gino, in Ancona proprio dirimpetto alla stazione ferroviaria. Qui sono con Sergio Bellone e il grande Alberto Mazzoni che ha suggerito un accompagnamento più che corretto: Verdicchio dei Castelli di Jesi Maioliche di Moncaro 2009, uno dei tanti, ottimi, suoi Verdicchio.

All’Osteria Casa del Pescatore il pesce si mangia fresco!

Il pesce, qui a Marina di Pietrasanta, è soltanto fresco: non scelgo a caso i posti che che ospitano i miei quadri. I miei bicchieri sono esigenti, sensibili e suscettibili: guai se vengono appesi a pareti di locali scadenti o alla moda! Amano ristoranti dove regna la tradizione, amano i cibi che esaltano la materia prima e le preparazioni che non stravolgono i sapori e gli odori. E poi, i miei quadri amano i locali dove c’è atmosfera e passione, e sentimento. All’Osteria Casa del Pescatore, i miei quadri stanno proprio bene: di rado hanno conosciuto una cucina così semplice e così delicata con una materia prima davvero eccellente. La chicca sono gli spaghetti alla bottarga di muggine: quasi marroni (e non quell’arancio che pare colorato a spruzzo), le sacche delle uova sono preparate, per diletto, da un vecchio pescatore di qui, uno che col pesce l’hanno allattato e il pesce l’ha insegnato a suo nipote, che qui lavora. Con questa magnifica roba si bevono vini italiani, autoctoni: fatevi guidare e non ve ne pentirete.

Fateci un salto, dite che vi mando io. E poi ringraziatemi.

Osteria Casa del Pescatore – Via G. Carducci,112 – Marina di Pietrasanta (LU) Te. 0584 745630

The World in Milan, la Bit

Mexico e Mariachi, Yemen, Tailandia, Marocco, cucina saharaina, Algeria. tutto questo, e altro ancora, alla Bit di milano in questi giorni.

A little BIT of Italy, Uniti nella diversità!

Emilia Romagna, Provincia di Piacenza, Piemonte e ancora Taranta salentina, pupi siciliani, cucina pugliese…tanta bella roba italiana alla Borsa del Turismo di Milano, sempre interessante; una sorta di veloce sinossi sui nostri valori incommensurabili. E poi qualcuno trova da ridire sulle celebrazioni dedicate al 150° anniversario dell’Unità d’Italia. Il nostro è un Paese così tanto complesso e ripieno di infinite diversità che non può essere sminuito un simbolo di Unità. Uniti nella diversità, questo dovrebbe essere il nostro leit motiv!

La Regione Basilicata alla Bit di Milano

Invitato dall’amico Vincenzo Petraglia, ho assistito ieri alla Bit di Milano a una presentazione fuori dai soliti schemi: Regione Basilicata, luogo di magnifiche suggestioni, ancorché meno conosciuto e apprezzato di quanto meriti. Al tavolo delle autorità, per una volta in maniera informale, c’erano l’attore e regista Rocco Papaleo, Antonio Girardi e Patrizio Roversi. A presentare non tanto il film “Basilicata coast to coast“, quanto il loro (i primi due) appartenere a questa Terra magnifica. Terra amministrata da politici capaci e comunicata da manager (vedi l’ottimo Dr. Perri) che operano fuori degli schemi.

Nel giugno del 2010 ho avuto la fortuna di fare un viaggio in Basilicata con il mio amico Giovanni Leopardi, allora chef del Radisson di New Delhi. La storia, che dovrò scrivere prima o poi, è fantastica: a Calvello, un paesino vicino a Potenza, un amico reduce da avventure imprenditoriali in San Francisco, doveva riconsegnare una preziosa collana impegnata molti anni prima per mancanza di soldi…Giovanni s’è ripreso il monile materno e abbiamo vissuto un’avventura straordinaria, in parte testimoniata da un breve scritto, di cui fornisco il link, su questo sito. Visitate la Basilicata, se non la conoscete scoprirete posti di fascino indescrivibile (il grande Pier Paolo, che ebbi la fortuna di conoscere, c’era arrivato 50 anni fa…).

https://www.vincenzoreda.it/rotolando-verso-sud-alla-riscoperta-dei-nostri-sapori-con-gianni-leopardi/

Torino, 17 marzo 2011

Che bella Torino imbandita di tricolore, orgogliosa di tricolore.

Che bella Torino con la sua gente che onora l’Italia.

Che bella Torino con la sua gente semplice che mostra l’orgoglio dell’appartenenza.

Che bella Torino che la diversità unisce, che la diversità identifica, che la diversità ostenta come valore.

Che bella Torino ripiena di gioia da condividere, senza ideologie, senza religioni, con l’orgoglio semplice dell’appartenenza, della condivisone, della comprensione.

E che bello sentire che anch’io, fortunato, sono torinese: un calabrotorinese.

1980: “Il diavolo ti vuole” ricerca di body-art con Bruno Chiarenza

Qui sotto alcuni provini in sequenza della ricerca di body-art “Il diavolo ti vuole” del 1980. Fu un lavoro complesso e tecnicamente assai raffinato. Per le foto da mettere in mostra usai una Hasselblad SWC con ottica Zeiss Biogon da 38/4,5 e pellicola negativa 6×6  Kodak Vericolor II Type S per luce diurna (volevo effetti molto caldi, usando luce ambiente con apparecchio sempre a pose lunghe su cavalletto). Pe l’audiovisivo usai una Nikon F2A con 20 mm. Nikkor, le musiche erano un mix di Tangerine Dream, Pink Floyd, D. Bowie, B. Eno e Kraftwerk. Fu presentato, insieme ai quadri dipinti da Bruno Chiarenza, al Postino Cheval in via Palazzo di Città. Le riprese avvennero tutte nello studio di Bruno in via Belfiore.

Delle foto singole, quella in b/n è lo scatto più importante, che vendevo in copie stampate a mano e numerate. Mi divertii un sacco a fare questo lavoro: c’era dentro tutta la mia ironia, di più, il sarcasmo che continua a alimentare la mia visione di bene/male come viene normalmente concepita e recepita. Soprattutto la simbologia che trovo esilarante. Com’è ovvio, i più presero tutto molto sul serio. Ma questo è un fatto scontato….

Giacomo Leopardi, All’Italia

ALL’ITALIA

O patria mia, vedo le mura e gli archi/ E le colonne e i simulacri e l’erme

/Torri degli avi nostri, /Ma la gloria non vedo,/Non vedo il lauro e il ferro ond’eran carchi

I nostri padri antichi. Or fatta inerme,/Nuda la fronte e nudo il petto mostri.

Oimè quante ferite,/Che lividor, che sangue! oh qual ti veggio,

Formosissima donna! Io chiedo al cielo/E al mondo: dite dite;

Chi la ridusse a tale? E questo è peggio,/Che di catene ha carche ambe le braccia;

Sì che sparte le chiome e senza velo/Siede in terra negletta e sconsolata,

Nascondendo la faccia/Tra le ginocchia, e piange.

Piangi, che ben hai donde, Italia mia,/Le genti a vincer nata

E nella fausta sorte e nella ria./Se fosser gli occhi tuoi due fonti vive,

Mai non potrebbe il pianto/Adeguarsi al tuo danno ed allo scorno;

Che fosti donna, or sei povera ancella./Chi di te parla o scrive,

Che, rimembrando il tuo passato vanto,/Non dica: già fu grande, or non è quella?

Perché, perché? dov’è la forza antica,/Dove l’armi e il valore e la costanza?

Chi ti discinse il brando?/Chi ti tradì? qual arte o qual fatica

O qual tanta possanza/Valse a spogliarti il manto e l’auree bende?

Come cadesti o quando/Da tanta altezza in così basso loco?

Nessun pugna per te? non ti difende/Nessun de’ tuoi? L’armi, qua l’armi: io solo

Combatterò, procomberò sol io./Dammi, o ciel, che sia foco

Agl’italici petti il sangue mio./Dove sono i tuoi figli? Odo suon d’armi

E di carri e di voci e di timballi:/In estranie contrade/Pugnano i tuoi figliuoli.

Attendi, Italia, attendi. Io veggio, o parmi,/Un fluttuar di fanti e di cavalli,

E fumo e polve, e luccicar di spade/Come tra nebbia lampi.

Né ti conforti? e i tremebondi lumi/Piegar non soffri al dubitoso evento?

A che pugna in quei campi/L’itala gioventude? O numi, o numi:

Pugnan per altra terra itali acciari./Oh misero colui che in guerra è spento,

Non per li patrii lidi e per la pia/Consorte e i figli cari,/Ma da nemici altrui

Per altra gente, e non può dir morendo:/Alma terra natia,

La vita che mi desti ecco ti rendo./Oh venturose e care e benedette

L’antiche età, che a morte/Per la patria correan le genti a squadre;

E voi sempre onorate e gloriose,/O tessaliche strette,

Dove la Persia e il fato assai men forte/Fu di poch’alme franche e generose!

Io credo che le piante e i sassi e l’onda/E le montagne vostre al passeggere

Con indistinta voce/Narrin siccome tutta quella sponda

Coprìr le invitte schiere/De’ corpi ch’alla Grecia eran devoti.

Allor, vile e feroce,/Serse per l’Ellesponto si fuggia,

Fatto ludibrio agli ultimi nepoti;/E sul colle d’Antela, ove morendo

Si sottrasse da morte il santo stuolo,/Simonide salia,

Guardando l’etra e la marina e il suolo./E di lacrime sparso ambe le guance,

E il petto ansante, e vacillante il piede,/Toglieasi in man la lira:

Beatissimi voi,/Ch’offriste il petto alle nemiche lance

Per amor di costei ch’al Sol vi diede;/Voi che la Grecia cole, e il mondo ammira.

Nell’armi e ne’ perigli/Qual tanto amor le giovanette menti,

Qual nell’acerbo fato amor vi trasse?/Come sì lieta, o figli,

L’ora estrema vi parve, onde ridenti/Correste al passo lacrimoso e duro?

Parea ch’a danza e non a morte andasse/Ciascun de’ vostri, o a splendido convito:

Ma v’attendea lo scuro/Tartaro, e l’onda morta;

Né le spose vi foro o i figli accanto/Quando su l’aspro lito

Senza baci moriste e senza pianto./Ma non senza de’ Persi orrida pena

Ed immortale angoscia./Come lion di tori entro una mandra

Or salta a quello in tergo e sì gli scava/Con le zanne la schiena,

Or questo fianco addenta or quella coscia/Tal fra le Perse torme infuriava

L’ira de’ greci petti e la virtute./Ve’ cavalli supini e cavalieri;

Vedi intralciare ai vinti/La fuga i carri e le tende cadute/E correr fra’ primieri

Pallido e scapigliato esso tiranno;/Ve’ come infusi e tinti

Del barbarico sangue i greci eroi,/Cagione ai Persi d’infinito affanno,

A poco a poco vinti dalle piaghe,/L’un sopra l’altro cade. Oh viva, oh viva:

Beatissimi voi/Mentre nel mondo si favelli o scriva.

Prima divelte, in mar precipitando,/Spente nell’imo strideran le stelle,

Che la memoria e il vostro/Amor trascorra o scemi.

La vostra tomba è un’ara; e qua mostrando/Verran le madri ai parvoli le belle

Orme del vostro sangue. Ecco io mi prostro,/O benedetti, al suolo,

E bacio questi sassi e queste zolle,/Che fien lodate e chiare eternamente

Dall’uno all’altro polo./Deh foss’io pur con voi qui sotto, e molle

Fosse del sangue mio quest’alma terra./Che se il fato è diverso, e non consente

Ch’io per la Grecia i moribondi lumi/Chiuda prostrato in guerra,

Così la vereconda/Fama del vostro vate appo i futuri/Possa, volendo i numi,

Tanto durar quanto la vostra duri.

 

Orecchiette con le cime di rape

La difficoltà vera di questa preparazione cucinaria, tipica pugliese, sta nel trovare cime di rape davvero tenere. E’ una verdura invernale che si può comprare di ottima qualità a non più di 1/1,5 € al chilo. Occorre avere la pazienza di selezionare le parti tenere da quelle più dure, sia per le foglie sia per i gambi. Poi bisogna lavare per bene quanto scelto e tagliare il tutto in sezioni non più lunghe di 3/4 centimetri. La fase successiva prevede una cottura in acqua poco salata di circa 15 minuti in bollore ( a me piacciono tenere, altri preferiscono cotture meno lunghe). Si scolano avendo cura di conservarne l’acqua da riutilizzare per cuocere le orecchiette: è bene aggiungere un poco di sale ulteriore. Per quattro porzioni, se le cime sono come si deve (ovvero se non bisogna scartare troppa roba),  ne bastano circa mezzo chilo. In un tegame bisogna mettere aglio, olio (extravergine, ovvio), un paio di acciughe debitamente sfilettate  e peperoncino fresco; appena l’aglio prende colore si possono aggiungere le cime di rape. A seconda di come le si predilige, si soffriggono (per chi le preferisce morbide, bastano 2/3 minuti) e poi ci si saltano per uno o due minuti le orecchiette. E’ un piatto magnifico nella sua semplicità e, oltretutto, le cime di rape sono una verdura ricca di molti nutrienti utili alla nostra buona salute.

Gianni Mura, La fiamma rossa

Questo articolo l’ho scrissi qualche tempo fa. A distanza di otto anni, onore a Uno dei Pochi che mi ha fatto sognare. I sogni sono veri, tutto il resto è illusione.

Minimun fax, pp. 459, € 17,50

Minimun fax, pp. 459, € 17,50

Storie e strade dei miei Tour

Quella sera me la ricordo bene: ero col mio amico Patrick, di Sacramento (California), nel locale di Ivan, prospiciente il duomo di Arezzo.

14 febbraio, S. Valentino; anno 2004, lontano dalla mia famiglia, dirigevo decine di ettari di vigne, centinaia di ettari di bosco e numerosi casali da affittare nelle terre tra Monte San Savino e Castelnuovo Berardenga.

L’aggeggio elettronico dalla mia tasca mandava segnali fastidiosi e insistenti: un messaggio scritto, l’infernale abusato acronimo sms, chirurgico, mi avvisava che era morto Marco Pantani.

Un pugno nello stomaco, un appiglio che cede improvviso, una vertigine di vuoto.

Mi venne in mente l’8 maggio del 1982, Gilles.

Mi passarono sullo schermo labile della memoria le immagini sbiadite del 29 di un altro maggio a Bruxelles, e quella volta ero presente: i dolori, lo stordimento, l’angoscia sorda che lo sport riesce a gettarmi addosso ogni tanto.

Ho appena finito di leggere questa pregevole raccolta di articoli, scelti tra quelli scritti da Gianni Mura inseguendo i fachiri volanti sulle strade di Francia.

Ho rivisto Marco Pantani vivo: le smorfie, gli scatti ostinati e ossessivi, i rari sorrisi.                              

Perché Marco Pantani è uno di quelli, non tanti, che mi ha fatto sognare.

Come Gilles, come Gelindo, come Marcello Fiasconaro o Peppino Gentile o Sara;e ancora, come Bettini, Chiappucci, e prima Wladimiro Panizza, Michele Dancelli,Cuoremmatto, per risalire agli idoli di bambino: Irnerio Massignan e Italo Zilioli, quando il mio eroe supremo era Roberto Anzolin di Valdagno (Vicenza).

Di sport ne ho praticato assai e a buon livello – calcio, atletica, vela, tennis -; tanto ne ho letto e tanto ne ho guardato: con la bicicletta ho sempre avuto poca dimestichezza, a me piaceva correre a piedi. Ma il ciclismo è stato da sempre, insieme all’atletica, lo sport che ho seguito, da spettatore, più che ogni altro, calcio compreso.

Premesso che Gianni Mura poco ho avuto modo di frequentare: leggo La Stampa, come ogni torinese, ahinoi, è abituato a fare e, ogni tanto, sfoglio Tuttosport. Per di più, non ho molta stima per i giornalisti in generale e per quelli sportivi in modo particolare: innanzi tutto perché mi è più congeniale la storia che la cronaca.   E poi perché la scrittura che i giornalisti, almeno quelli bravi (che se non altro hanno dimestichezza con la materia), debbono usare per poter comunicare al maggior numero di lettori possibile è un insopportabile ibrido tra la lingua parlata (e l’italiano si parla appena da una sessantina d’anni) e quella scritta.

E questo mi reca noia.

Ho cominciato a frequentare lo sport leggendo le cronache di Vittorio Pozzo e ho avuto la fortuna di seguire per anni gli scritti, magnifici, di calcio – non che ne capisse molto – di Giovanni Arpino.Certo, ho letto Orio Vergani, Bruno Raschi, Gianni Brera (sopravvalutato come giornalista e mediocre come scrittore: è la mia personale opinione) e una quantità cospicua di altri giornalisti sportivi: stimo, insieme a quelli citati, solamente Gianni Clerici, anche scrittore di qualche interesse. Mi è molto caro, inoltre, Vladimiro Camiti: pur se scriveva davvero malamente (ma quando parlava del mio amatissimo capitano Beppe Furino rasentava, molto a modo suo…, la poesia).

Gianni Mura mi è piaciuto: le cento pagine scarse che dedica a Marco Pantani sono per davvero belle. Trasmettono l’amore per un personaggio unico nel suo genere e sono belle pagine di sport, di uno sport duro, tremendo, umanissimo nelle sofferenze, nelle vittorie, nelle sconfitte, nelle mille vicende in cui inciampa chi percorre La Strada coi sensi in allerta.

Il volume è diviso in sostanza in quattro parti: gli anni che vanno dal ’67 al ’72, l’era di Indurain, l’era di Pantani e quella di Lance Armstrong.

Cito qui e là.

“Io spero che Armstrong vinca il Tour perché, come tanti, gli sono debitore di un gesto (parlo di Limoges) e di un’emozione forte. Lo so che le favole fanno paura a molti, ma a me piacciono. Se non si è convinti che i vecchi suonatori, gli innamorati e le capre possono volare come nei quadri di Chagall, il Tour è meglio guardarlo in tv o non guardarlo affatto. Se si pensa che nello sport ci sia ancora qualcosa che non è determinato dai soldi e dalla chimica, è meglio venire al Tour, perché nonostante tutto (anche l’anno scorso, perfino l’anno scorso) qualcosa si impara, si sente e talvolta si presente. Nel ’98 presentivo Pantani e stavolta Armstrong. Basta dirlo subito, forse capisco più di uomini che di ruote lenticolari”.

È del Tour del 1999 che Mura sta parlando: Armstrong lo ha sempre trattato bene, invaghito della sua straordinaria vicenda umana. A me non è mai piaciuto, ma come si fa a non apprezzare quella testa, quella volontà, quella forza che solamente, forse, un texano guarito dal cancro può ostentare?

“…attenzione: non solo un calciatore, come canta De Gregori, si vede dal coraggio, dall’altruismo e dalla fantasia. Anche un ciclista, anche un ciclista. Mondini non è un pivello…E’ un generoso, uno che trasforma l’umiltà in carica positiva. Uno che non ha paura della fatica, che la cerca. Sono quelli che vanno in fuga il sale del ciclismo, anche se non sono famosi, anche se sono di squadre piccole, dove quello che conta è farsi vedere”.

Sempre il Tour del ’99, a proposito della vittoria del gregario Mondini: non è possibile che un giornalista citi De Gregori in questo modo e non piaccia. Un giornalista sportivo che ama Attila József, Carlitos Gardel, Roberto Murolo, Sergio Endrigo e che ricorda la splendida Anna Identici.

“(Pantani) Ha vinto la tappa alla sua maniera, staccando tutti che poi è il solo modo che ha di vincere, una felice condanna. Tra quei tutti, anche Armstrong […]La ferocia con cui ha sprintato negli ultimi 50 metri, flagellandosi muscoli e polmoni, la dice lunga. Arriva con la testa abbassata sul manubrio, senza cercare la bella posa per fotografi e collezionisti di immagini (le braccia alzate, il sorriso soddisfatto).È grinta, solo grinta, pura grinta, tutta grinta in quella buffa divisa rosa. È un urlo frenato, Pantani. Solo oltre la riga bianca alza la mano destra, alla Mennea, col dito a  dire uno, ma la abbassa subito, o per stanchezza o perché se ne vergogna”.

È il Tour del 2000, Courchevel: mi pare di ricordare, l’ultima delle grandi poesie di Marco Pantani. Nulla da aggiungere.

Mi piacerebbe farne molte altre di citazioni, ma è meglio leggere il libro: alcune pagine dedicate a Jaques Anquetil, a Luis Ocaña – cui il libro è dedicato, a far compagnia a  Luciano Pezzi -, a Claudio Chiappucci sono per davvero belle assai. A volte il gusto, forse eccessivo, per l’allitterazione e il gioco di parole rendono la scrittura discontinua; alcuni neologismi sono brutti («Pantadattilo», a mio immodesto parere, è orrendo), ma quando inventa «Vedremo» come sopranome di Gianni Bugno, sfiora il sublime. E quando scomoda il Poeta per rubargli l’immagine del grande uccello marino, goffo sulla coperta della nave e deriso dai marinai, è un gran bel leggere.

“La terra dei Catari è il posto ideale per arrostire quest’eretico (Armstrong, Tour del 2001)”. Mi pare un’ultima citazione degna.

Dovrò, per forza e per piacere, seguire il prossimo Tour di Gianni Mura.

Una nota: a pagina 225, un refuso balenghissimo in una frase che recita:”(Pantani)…vince il Tour sessantacinque anni dopo Gimondi”.

Immagino sia già stato segnalato e annotato.

 

Poscritto. Come tutti, mi spettavo più enogastronomia. Quel poco che c’è, basta: è trattato con l’amore e la riconosciuta competenza. Le vicende degli uomini sono più importanti e più affascinanti.

 

29 dicembre 2008

 

J. S. Bach Partita per violino n. 2 in re minore BWV 1004

Da adolescente ascoltavo Dylan e Guccini insieme a Vivaldi, Beethoven, Tchajkovskij e Dvorak. A trent’anni scoprii il jazz di Monk e mi stonavo con le polacche, le mazurke e soprattutto la Ballata in sol minore opera 23, sonata da A. B. Michelangeli, di Frederic Chopin (tantissimo Horowitz, secondo me il più grande pianista, con Listz ovvio, di tutti i tempi). Nei primi anni Novanta arrivai finalmente al Mozart del Don Giovanni, del Flauto magico e, infine, del Requiem.

Di Bach ascoltavo ogni tanto le opere più famose: mi piaceva, lo conoscevo ma non avevo ancora capito un bel niente. Fino a quando, ormai quarantenne, non mi misi con passione a ascoltare le variazioni Goldberg di Gould e la Passione di San Matteo: pare ovvio che rimasi estasiato, ma era soltanto l’inizio.

Johan Sebastian Bach – nato a Eisenach il 21 marzo 1685 e morto il 28 luglio 1750 – mi conquistò la pancia  e tutto il resto quando scoprii la Partita per Violino solo sonata dal grandissimo violinista russo Nathan Milstein (1904-1992). Questo straordinario interprete sonava uno Stradivari del 1716 (ex-Goldman, da lui ribattezzato Marie-Thèrése in onore di moglie e figlia).

Lo scoprii grazie a una irripetibile iniziativa editoriale de Lo Specchio, settimanale de La Stampa. Dopo di allora quell’opera mi è stata compagna in innumerevoli serate a parlare con me stesso o con l’Insondabile; a volte, spesso, semplicemente seguendo e inseguendo le singole note che ne compongono le cinque parti (Allemanda, Corrente, Sarabanda, Giga e Ciaccona). Dura in tutto mezz’ora scarsa di cui quasi 14 minuti sono del movimento finale che è senza dubbio uno dei capolavori della musica di ogni tempo.

Ho poi apprezzato anche l’esecuzione di Uto Ughi e della Ciaccona ho una versione per pianoforte eseguita da Michelangeli: ma per me nessuno eguaglia Milstein e il suo Marie- Tèrése. La Giga mi è servita come colonna sonora di un corto animato da Vincenzo Gioanola con i miei bicchieri di vino.

Tra l’altro, questo Cd – oltre a contenere testi preziosi che descrivono le opere, i generi e riportano brevi biografie di compositori e esecutori – contiene alcuni magnifici esempi di Sonate di Arcangelo Corelli (La Follia), di Handel e tre opere di Domenico Scarlatti: tra queste, ascolto sempre volentieri e con grande piacere la Sonata per clavicembalo in mi maggiore K 380, eseguita da Ivo Pogorelich al pianoforte.

Oggi riesco a ascoltare di tutto e ho imparato a  apprezzare Shuman, Musorgskij, Ravel, Rachmaninov, Berlioz e Debussy. Poi ho continuato con il Jazz e tutto il resto: perfino la lirica e le avanguardie, almeno fino a Cage e Nono.

 

GIGA

http://www.youtube.com/watch?v=xSfBXWmbn8s

Il link qui sopra rimanda alla visione di un breve filmato in animazione realizzato da Vincenzo Gioanola con alcuni dei miei quadri. La colonna sonora è costituita dal 4° movimento della Partita per violino n. 2 in re minore BWV 1004 di Johann Sebastian Bach suonata in maniera divina da Nathan Milstein (Londra 1973); di quest’opera io prediligo la Ciaccona che è l’ultimo movimento – un brano che per me è la cima inarrivabile della musica di tutti i tempi: come interpreta l’opera il divino violinista russo è la perfezione, nemmeno Uto Ughi riesce a raggiungere questi apici.

Vincenzo Gioanola lo conosco da oltre trent’anni: è una delle persone più dotata di talento che io ho incontrato (e ho avuto la fortuna d’incontrarne tante). Quando qualche giorno fa mi ha chiamato per dirmi che era interessato a realizzare un corto con i miei quadri, sono stato molto contento: era da tempo che volevo di nuovo lavorare con lui.

Qui sotto ci sono alcune immagini dei primi anni Ottanta, quando  avevo un’agenzia di pubblicità e mi occupavo soprattutto di fotografia: Vincenzo suonava con La Lionetta e faceva parte di quella stupenda accozzaglia di talenti che era La Compagnia del Bagatto.

Nell’immagine che ritrae “Billo” – un furgone Bedford che era diventato un essere vivente, compagno fedele di mille viaggi avventurosi e sgangherati – ripresa nel cortile di via Piave al numero 5 (io oggi abito al 9 della stessa via), dove stava la sede della Compagnia, si riconoscono tra gli altri, Silvio e Alfio Bastiancich, Laura Malaterra, Marco Ghio, Raffaella Marsella. Il pieghevole era stato ideato dall’indimenticabile Mariano Gai-Lofaso, amico carissimo scomparso pochi mesi dopo.

Nell’altra immagine, uno scarto di fotografie realizzate per la copertina di un Lp della Lionetta, tutti i componenti del gruppo sono sospesi per aria: Vincenzo è il pazzo più in alto, nel gruppo suonava la ghironda. Le altre due immagini riguardano un lavoro – strepitoso – che la mia agenzia aveva commissionato a Vincenzo per le attività di teatro ragazzi a Torino in quegli anni: è una platea di personaggi assurdi e improbabili, opera dell’immaginazione di Vincenzo.

Il breve filmato in link, che è ancora una semplice bozza, testimonia del suo talento: Vincenzo, come me del resto, è uno di quelli noti e apprezzati in giro per il mondo e totalmente ignorati in questa gora di provincialismo che è la nostra, magnifica per altro, Città.

Mood Café, presentazione di Quisquilie & Pinzillacchere

Alcuni scatti a illustrare la serata al Mood Café dove, con Giorgio Diaferia e Angelo Conti, ho presentato Quisquilie & Pinzillacchere, parlando anche di Più o meno di vino. Nella saletta di questo posto intelligente – caffè e libreria insieme – una piccola mostra di miei lavori con il vino (6 quadri tra cui il mio ormai celebre Lingam) fungeva da scenografia. Ho poi dipinto un pezzo dedicato al Mood e al mio amico Paolo Porzio, conosciuto ai tempi del Gruppo Giovani dell’Unione Industriali di Torino, Associazione nella quale abbiamo entrambi ricoperto ruoli istituzionali. Per questo lavoro ho usato l’ottimo Dolcetto d’Alba 2009 dell’Azienda Damilano in Barolo. Nella foto di gruppo, insieme a me e a Paolo (primo da sinistra) ci sono il produttore Guido Damilano e la responsabile dell’Ufficio Stampa, Claudia Rosso.

La mia mostra all’ Osteria Casa del Pescatore.

Questa mostra è un grande piacere per me: rivedere un amico dopo anni e realizzare con lui, e con la sua famiglia, questa piccola manifestazione è davvero un regalo.

http://www.osteriacasadelpescatore.it/

Quanto Basta, per star bene, in via S. Domenico, 12/B

Sono due ragazzi giovani, coetanei di 23 anni: si sono conosciuti frequentando l’Istituto Alberghiero N. Bobbio di Carignano (ci insegna il mio amico Stefano Fanti, chef del ristorante del Circolo dei Lettori), Alessandro – in sala – e Stefano in cucina.

Sono bravi e coraggiosi, perché ci vuol coraggio, e fiducia nei propri mezzi, per mettersi in proprio a 23 anni e aprire un ristorantino – che è un piccolo bijoux – di una ventina di coperti, in via San Domenico – pieno quadrilatero romano – a Torino. Coraggio perché la zona ha un ….sesto d’impianto in fatto di ristoranti, pizzerie, wine-bar e via dicendo che definire fittissimo è dir poco. E’ pur vero che una percentuale elevatissima di questa offerta doviziosa è quantomeno scadente e anche poco conveniente. Ma ciò non toglie che la concorrenza è per davvero tanta e aggressiva.

Hanno aperto a ottobre 2010: e stanno avendo ragione. Perché sono seri, preparati, umili ma coscienti dei propri mezzi. Il minuscolo locale è arredato con semplicità e buon gusto, colori rilassanti e poco riferibili a certi stucchevoli standard dovuti a architetti soltanto uterini e poco talentuosi. Grigio perla e arancione con tavoli semplici e sedie, grigie, un poco più ricercate. Ho mangiato e bevuto ascoltando Frank Sinatra, a volume giusto(!).

Un piattino di coppa, affettata sottile, da mangiare con le mani è servita da entrée, accompagnata da un ottimo Grillo in purezza di Feudo Maccari (siamo a Noto, in Sicilia), Tenuta Setteponti 2009. Poi, Stefano mi ha preparato una deliziosa lingua brasata con impanatura di grissini rubatà,  guarnita da un delicato pesto di prezzemolo lievemente insaporito con aceto e aglio. Una Barbera Vegia Rampana 2007 di La Colombera (Colli Tortonesi, Azienda di cui già mi sono occupato per Suciaja e Timorasso) aveva dato il cambio  rosso piemontese al bianco siculo.

Eccellenti i ravioli ripieni di barbabietola con guarnitura di fonduta e gorgonzola (qui il mio giudizio è da tenere in conto relativo, avendo io problemi irrisolvibili con i formaggi…). E poi un piatto che mi è stato assai  gradito, per la semplicità raffinata e per il coraggio di proporlo. Due semplici filetti di sgombro (di pezzatura piccola) cucinati al forno e accompagnati  da una crema di cavolfiore: un accostamento fuori del comune e di risultato eccellente. E’ un pregio particolare proporre piatti con pesce azzurro che si ritiene poco nobile: lasciamo a chi non sa mangiare branzini e orate allevate chissà dove con farine di mais e razioni bibliche di antibiotici.

Non son tipo da dolci, ma una mousse di ananas – ottima e senza alcoli vari, alla francese – ha chiuso il mio pranzo, che voleva essere soltanto una sequenza di assaggi e invece s’è trasformato in una mangiata di gusto (odio il sostantivo degustazione e il verbo degustare). Alessandro, non conoscendo il mio scarso apprezzamento per il Passito di Caluso, mi ha proposto  quello di Cieck, Alladium 2003: un poco meno stucchevole di tutti gli altri, sono tanti e mai uno accettabile, vini di questo tipo.

Alessandro mi ha poi fatto assaggiare la birra che produce personalmente e che propone come aperitivo: ottima, leggera, amara.

Mi sono trovato bene: Alessandro Gioda e Stefano Malvardi sono per davvero bravi. Consiglio il localino, soprattutto per incontri intimi o fra persone di buon gusto e sensibilità adeguata.

Per finire, alcuni dati tecnici. I prezzi sono nella media (25/40 € a seconda di come si beve), la cantina offre un centinaio di etichette con un 70% di proposte piemontesi. Apertura a pranzo e a cena con i consueti orari torinesi (la sera fino alle 23.00). Giorno di riposo il lunedì.

www.quantobastaristorante.it

Torino insolita

La cupola di S. Lorenzo e la Cappella della Sindone di Guarini, via Garibaldi, la statua del Conte Verde, Palazzo Civico, il vecchio ingresso del Sollazzo Gastrico (Birraria Cerri, in via Palazzo di Città dirimpetto al n. civico 14, sede del mitopoietico Postino Cheval), La Mole….E’ sufficiente cambiare punto di vista e….tutto cambia.

Ristorante Del Cambio 1757, Torino

Sto preparando alcuni articoli che riguardano il più bel ristorante del mondo: Del Cambio, a Torino, in piazza Carignano fin dal 1757. Sono stato ospitato in questa cattedrale della ristorazione con garbo e senza affettazioni o false cerimoniosità – al contrario di quanto il luogo comune vuole essere peculiare dei torinesi.

Mi è stata preparata una Finanziera classica, cucinata a modo da Riccardo Ferrero, chef torinesissimo (per quattro anni alla corte del Maestro Gualtiero), dal 2006 padrone delle cucine di questo luogo di suggestioni.

Vincenzo Di Lauro, sommelier di origini molisane ma torinese per amore  – da dodici anni alla cura delle cantine del ristorante (quasi 700 etichette e oltre 6.500 bottiglie) – mi ha fatto accompagnare la Finanziera con una superba bottiglia di Barbera d’Asti Superiore 2007 Montruc di  Martinetti.

Daniele Sacco, direttore del ristorante da 27 anni, è stato il discreto ospite. Sono ritratti nella foto – lo sfondo è costituito dal tavolo del conte Camillo Cavour (è lo stesso posto su cui è fotografata, in suo onore, la Finanziera) – da sinistra: Vincenzo, Riccardo e Daniele.

Salute e lunga vita a questo Monumento della Ristorazione Torinese, Italiana, Europea e, se vengono di più lontano, sono benvenuti tra noi.

Valle Giulia

Caro Pierpaolo,
non ci sei più, purtroppo. E sono tanti, tanti anni.
Ti penso spesso e mi manchi tanto.
Oggi, per esempio, sono riandato a leggermi Valle Giulia.
Era tanto, tanto tempo fa.

Oggi altra valle, altra storia. Sempre lo stesso.

E ancora non s’è compresa la tua lezione.
Che tristezza, porca miseria (quella intellettuale)….

E confondere o, peggio, speculare ideologia buonsenso sopravvivenza dentro gore putrescenti di miserevoli miasmi di morte a rate, a pezzi. Verso le noosfere dei Poeti antichi.

Siamo già morti e ancora non lo sappiamo.