Archive for Marzo, 2011
Alessandro Barbesino, il Pallagrello e altro

Alessandro Barbesino, figlio del mio vecchio amico Claudio (è stato il mio presidente al GGI dell’Unione Industriali di Torino), si è appena laureato a Pollenzo con una tesi sulla valutazione sensoriale dei superalcolici (ne parlerò prossimamente). Nel ristorante che i suoi hanno da poco rilevato a Marina di Pietrasanta si occupa della sala e dei vini. Nei bei giorni che ho passato da loro -il ristorante si chiama Osteria casa del pescatore e ne tratto con dovizia in altri articoli – abbiamo bevuto una serie di ottimi vini (cito, fra gli altri, il Greco e il Fiano della della Masseria Frattasi di Benevento, il Soave Carugate, il Chianti Classico Badia Passignano 2003 Antinori, il Guido Alberto Tenuta San Guido 2003 lo champagne Drappier Brut Nature dosage zero e il Franciacorta Mosnel Brut). Tra tutti, la sorpresa è stato il Pallagrello Acquavigna 2008 di Selvanova: un bianco (il vitigno è anche a bacca rossa) tra i migliori che ho bevuto. Vino di alta gradazione (14° che non si sentono), con acidità spiccata, di non grandissimo naso ma con una persistenza incredibile e sentori floreali, di albicocca e di mandarino davvero particolari. E’ un vino che non fa la malolattica ma che viene tenuto sui lieviti fini (sur-lies, una raffinata tecnica francese) per qualche mese. Reduce da assaggi eccellenti dei Verdicchio top e di alcuni Timorasso super (Mariotto), devo dire che questo vecchio auotoctono casertano, prediletto dal Borbone re Ferdinando (mica scemo…), non ha nulla da invidiare ai migliori bianchi italiani.

La storia di Droctulft da J.L. Borges e B. Croce

Citando Borges e cercando Gonzalo Guerrero (da Topializtli, 1992)

A pagina 804 del libro Jorge Luis Borges Tutte le Opere, volume primo (III edizione de I Meridiani, Arnoldo Mondadori SpA, Milano, gennaio 1985), il racconto Storia del Guerriero e della prigioniera comincia così:

“A pagina 278 del libro La poesia (Bari, 1942) Croce, riassumendo un testo latino dello storico Paolo Diacono, narra la sorte e l’epitaffio di Droctulft; ne fui singolarmente commosso, e in seguito compresi perchè.

Droctulft fu un guerriero longobardo che, durante l’assedio di Ravenna, abbandonò i suoi e morì difendendo la città che prima aveva attaccata. Gli abitanti di Ravenna gli dettero sepoltura in un tempio e composero un epitaffio nel quale espressero la loro gratitudine (contempsit caros, dum nos amat ille, parentes) e il curioso contrasto che si avvertiva tra l’aspetto atroce di quel barbaro e la sua semplicità e bontà:

Terribilis visu facies, sed mente benignus,

longaque robusto pectore barba fuit.

Tale è la storia del destino di Droctulft, barbaro che morì difendendo Ravenna, o tale il frammento della sua storia che poté salvare Paolo Diacono.”

Il racconto di cui qui sopra riporto le prime righe è parte della raccolta L’Aleph, pubblicato nel 1952 a Buenos Aires per i tipi di Losada; io lessi, e ne conservo nella mia biblioteca l’esemplare consunto, l’edizione economica di Feltrinelli, nella quinta ristampa del settembre 1979, tradotto da Francesco Tentori Montalto.

In questa edizione è a pagina 46 che Borges comincia il suo racconto dedicato a Ulrike von Kuhlmann.

Nella mia biblioteca esiste un esemplare de La poesia di Benedetto Croce (Terza edizione economica, Giuseppe Laterza & Figli, Bari, 1971) in cui a pagina 269 Croce scrive: “Mi piacerebbe andare notando, per offrirne esempî, la poesia che alza il capo dove meno si aspetterebbe. Era un tempo in San Vitale di Ravenna l’epitaffio (serbatoci da Paolo Diacono) di un alemanno Droctulft, che aveva abbandonato i longobardi per difendere contro di loro quella città. L’epitaffio versificato conteneva un attestato di gratitudine per quell’uomo, che aveva sacrificato l’affetto dei suoi cari alla sua nuova patria (“contempsit caros, dum nos amat ille, parentes – hanc patriam reputans esse, Ravenna Suam”). Ma, nel dettare questi distici, l’ignoto autore è preso da una visione lirico-epica del personaggio, e in pochi tratti lo scolpisce nella sua fisica possanza e nella sua particolare maestà e umanità di barbaro:

Terribilis visu facies, sed mente benignus,

Longaque robusto pectore barba fuit!

Dal giorno che lessi i Rerum longobardicarum scriptores, questo Droctulft entrò nella schiera delle figure poetiche che vivono nel mio ricordo.”

E’ importante notare che Jorge Luis, citando il secondo distico riportato da Croce in riferimento all’aspetto fisico del barbaro, chiosa i versi con una nota a pié di pagina in cui ricorda come questi sono trascritti anche da Gibbon (Decline and Fall, XLV). Borges poi continua il suo racconto spiegando che Droctulft non fu un traditore, perchè costoro non sogliono ispirare epitaffi pietosi; e si spinge oltre a raccontare che i longobardi, che pure avevano accusato il traditore, procedettero come lui: si fecero italiani, e forse qualcuno del loro sangue – un Aldiger – generò i progenitori dell’Alighieri …

Jorge Luis, dopo una dissertazione sui cavalieri mongoli che, partiti per fare della Cina una steppa desolata, finirono per invecchiare dentro le mura delle città che avevano desideratoradere al suolo, finalmente trova, vagante fra le nebbie incerte del suo passato, la storia che cercava, narratagli dalla nonna inglese, ormai scomparsa.

Nonno Francisco Borges, un gaucho fiero dal sangue caliente, era nel 1872 distaccato a sorvegliare i confini col nulla ventoso della Pampa: alla nonna inglese, che si doleva del proprio tristo destino di esiliata in una terra di frontiera aliena al suo mondo, fecero incontrare una strana creatura del deserto che Borges descrive cinerea, ossuta, dalle svelte membra di cerva, che si esprimeva in uno strano linguaggio un poco inglese, un poco araucano.

Questa raccontò alla nonna la sua storia di emigrata inglese, dallo Yorkshire, coi genitori, a Buenos Aires, quindici anni prima; le raccontò di una scorreria di indii, dell’uccisione dei genitori, del suo rapimento e di come in seguito era diventata moglie di un capo, delcoraggio di questi, dei due figli che gli aveva dato e chissà cos’altro, tra gli ululati e i vortici del vento della Pampa.

Eppoi, l’inglese che s’era fatta india, era svanita, ingoiata ancora dal deserto, dalla sua nuova vita, la sua vita, ignorando le esortazioni della nonna a tornare tra la gente civile.

Jorge Luis, il cieco, racconta ancora che nonno Francisco due anni dopo, nel ’74, era morto tra le spire della rivoluzione e, ancora, alla nonna inglese era apparsa, come una visione, la strana donna; così termina il suo racconto: “Mia nonna era a caccia; in un rancho, vicino allo stagno, un uomo sgozzava una pecora. Come in un sogno, passò l’india a cavallo. Si gettò al suolo e bevve sangue caldo. Non so se lo fece perché ormai non poteva agire altrimenti, o come una sfida e un segno.

Mille e trecento anni e il mare stanno tra il destino della prigioniera e il destino di Droctulft. Entrambi, oggi, sono irraggiungibili. La figura del barbaro che abbraccia la causa di Ravenna, la figura della donna europea che sceglie il deserto, possono apparire contrarie.

Eppure, ambedue furono trascinati da un impulso segreto, un impulso più profondo della ragione, e ambedue ubbidirono a quell’impulso, di cui non avrebbero saputo dar ragione. Forse le storie che ho narrate sono una sola storia. Il dritto e il rovescio di questa medaglia sono, per Dio, uguali.”

L’avvocato di Salem, laureato orgogliosamente a Harvard come i suoi avi da tre generazioni, William H. Prescott, nella sua Storia della conquista del Messico (Edizioni Giulio Einaudi, I Millenni, Torino 1970, tradotta da P. Jahier e M.V. Malvano), pubblicata per la prima volta nel 1843, quando parla del prete Jeronimo de Aguilàr di Ecija, pur citando in nota Herrera e Bernal Diaz del Castillo, non racconta null’altro.

Chissà se Borges avesse mai letto William H. Prescott o la Historia Verdadera del la Conquista de la Nueva Espana.

Sicuramente, quando, grazie a Borges, Jorge Luis il cieco, io conobbi il destino di Droctulft e della vecchia inglese della Pampa, avevo già letto e riletto e consumato quel volume, peraltro magnifico, dei Millenni Einaudi dell’avvocato William H. Prescott.

Ma nulla ancora sapevo.

Doveva vorticosamente irrompere nella mia vita il 1989 (che fa tre volte nove, ossia ventisette che è ancora una volta nove, che nei tarocchi magici è la carta affascinante del vecchio eremita che sonda l’ignoto con la sua lanterna): in quell’estate, vagolando attonito tra gli ulivi antichi, contorti e spaccati, della piccola piana di Mattinatella, Gargano, arrostita dal sole inclemente di agosto, scoprivo tra le pagine di un’edizione apparentemente insignificante, scovata in qualche libreria remainder o nei mucchi affascinanti di supplicanti e consunti volumi usati o resi di qualche bancarella, di un saggio pubblicato dalla SugarCo Edizioni (Milano, novembre 1980) di un etnologo tedesco, Wilfried Westphal, la chiave che mi permetteva di accedere direttamente dentro quell’edificio di cui, fino a allora, avevo avute visioni soltanto parziali attraverso fenditure occasionali, finestre, spiragli, crepe.

Steso dentro un’amàca tessuta dal mio amico Nicola Silvano, l’antico dauno, tesata fra due ulivi centenari, leggevo questo saggio molto di parte dell’etnologo tedesco: I Maya, antichi e moderni schiavi, fumando innumerevoli mezzi antichi toscani e deliziandomi con il gusto intenso e franco di un magnifico e contadinobianco del sud, “il bianco forte che fa assaggiare l’infinito a tutta la gente di bocca buona”, come canta Guccini che di vino se ne intende.

Lì dentro, acquattata, c’era la storia di Gonzalo Guerriero, altro Droctulft….

Il Balciana di Sartarelli

Finalmente pare si sia vicini alla DOCG anche per il Verdicchio. Era ora.

Lavorando in Ancona in un settore vicino a quello dell’enogastronomia, ho avuto la possibilità, fin dagli anni Novanta, di scoprire e seguire la grande evoluzione che ha visto un vino dall’immagine abbastanza scadente, pur assai conosciuto, raggiungere traguardi allora impensabili.

Il Verdicchio è un vitigno antico e autoctono: le solite leggende, diffuse ovunque da noi, riportano la storiella del re visigoto, Alarico, che nel 410, prima di assalire Roma, si fece una scorta di Verdicchio caricando una quarantina di muli! Ma che il grande Pietro Aretino parli bene di questo vino, già diffuso nel XVI secolo, è faccenda acclarata; e non si può parlare di vini marchigiani, senza almeno ricordare Andrea Bacci, di Porto Sant’Elpidio!

Ho bevuto (non amo il verbo “degustare”), scegliendole personalmente, 6 bottiglie di produttori diversi e annate comprese tra il 2006 e il 2008, alcuni di questi vini sono stati invecchiati in barrique, altri hanno visto soltanto acciaio. Quasi tutti sono stati vendemmiati tardivamente, alcuni con la presenza già di muffe nobili.

Sono tutti vini più che eccellenti

E poi, poi c’è il Balciana di Sartarelli: qui i miei giudizi non sono da tenere in gran conto, perché per il Balciana io nutro amore vero e gli innamorati non sono mai gente affidabile.

Questo, del 2008, presenta un colore giallo oro (non il classico paglierino con riflessi verdognoli del Verdicchio), una esplosione di sentori che non mi sento di descrivere e in bocca ti dice, semplicemente: gustami piano, a lungo, non mi dare nessuna compagnia perché sono geloso ed esclusivo, bevimi come fossi una droga…

Il Balciana è qualcosa di straordinario: 15° per un vino che abbiamo soltanto noi, in Italia e che costa poco, come tutti i vini marchigiani. E qui mi piace di fare una proposta: alcune verticali per saggiare la tenuta di questi vini a fronte di invecchiamenti anche molto lunghi.

Mio dovere è quello di ringraziare Alberto Mazzoni, direttore dell’Istituto Marchigiano di Tutela dei Vini.

Il Consorzio, costituto nel 1999, mi ha gentilmente fornito i vini  e il materiale di documentazione.

 

Amo le mimose e non le compro l’8 marzo

Ho trovato – quasi nascoste, perché non vanno ancora bene, secondo i tempi e le mode che i media ci impongono – mazzi di mimose da un fioraio! E le ho comprate, per quattro soldi: se non è l’8 marzo, chi le compra le mimose? A me piacciono da impazzire, sono i fiori che più amo. Per l’effluvio che spandono intorno, per il colore, per la forma insolita dei loro fiorellini morbidamente irsuti. Così come mi piacciono i fiori dei tigli e i fiori di sambuco che stordiscono il senso dell’odorato con i loro profumi sensuali. Pochissimi sono i fiori recisi che mi piacciono: i narcisi, i garofani, le gardenie, le margherite. Ma le mimose sopra ogni altro fiore: non c’è confronto. E purtroppo, se non si abita tra la Liguria e la Toscana e non si è tra gennaio e marzo, le mimose non le si vedono e per comperarle bisogna approfittare delle giornate intorno all’8 marzo. Non compro mimose l’8 marzo! E altrettanto: amo le donne tutti i giorni dell’anno, ma evito di dimostrarlo l’8 marzo….

Luigi Bellucci, Tigulliovino a proposito del mio Quisquilie & Pinzillacchere

http://www.tigulliovino.it/dettaglio_articolo.php?idArticolo=7609

Che dire? Luigi Bellucci è un amico e mi tratta sempre meglio di quanto merito. Ma Luigi è anche uno dei pochi onesti e capaci scrittori di vino e di cibo: quando il campo è quello, allora Luigi è autorevole e dei suoi giudizi ci si può fidare.

Grazie Luigi, speriamo al più presto di ritrovarci con le gambe sotto un tavolo e al riparo di un buon bicchiere. Ovunque, perché poche volte conta il dove, sempre conta il con chi.

HoReCa: Mozzarelle Rivabianca

E’  uscito il nuovo numero di HoReCa. Questo è l’articolo di cui avevo parlato in precedenza su questo sito.

Si fa presto a dire Bio

Andrea e Stefano hanno da poco aperto un piccolo negozio (Biobe) che propone alimenti biologici, veri: scelgono i loro fornitori personalmente e con una certa attenzione. Sono in via Genovesi, 5/E, dalle parti di corso Turati a Torino. Non li conoscevo, me li ha segnalati un amico e ve li consiglio, fanno anche gastronomia.

In verità mi avevano contattato per la presentazione di un produttore di vino di Calosso che produce vini biologici: io sono sempre molto sospettoso in proposito. E invece mi sbagliavo. Andrea Venturino,  figlio di Costantino (foto), in poco più di 3,5 Ha (il vero biologico non è che si possa fare su vigneti molto vasti), produce buon vino (Azienda Ca ‘d Tantin). Segnalo il Dolcetto, bello tosto e, soprattutto la Barberra Superiore del Monferrato 2007: un vino di ottima qualità (a un prezzo molto interessante). Producono anche l’Armonia, più modaiolo (ma sempre Bio): un taglio di Barbera e Cabernet.

www.biobe.it

www.catantinvinobio.com

Omaggio a Renato Dominici

Questa è una vecchia fotografia del febbraio del 2007.

Caro Renato, vecchio socialista e grande uomo di cucina, oggi che non sei più tra di noi – almeno con il tuo corpaccio – accetta questo piccolo omaggio. L’omaggio di un amico, come una sorta di preghiera che ti preservi un posticino nei nostri stomaci, più che nel nostro cuore (in fondo, il cuore è soltanto un muscolo insensibile che scandisce imperterrito il tempo della nostra vita. Lo stomaco è più sensibile, ma questo gli uomini non vogliono capirlo. Fatti loro).

Scrivevo anni fa, nel mio libro Più o meno di vino:

“…Tornando a casa e salutando Luigi, pensavo a cosa trasportavo in borsa, sopra il prezioso portatile Apple: una bottiglia di Muscat de Beaumes de Venise di Paul Jaboulet Ainè 1998 che Renato Dominici mi aveva appena regalato.

Renato Dominici era l’ultima delle persone che avevo incontrato all’Eataly prima di venir via.

«Salito il monumentale scalone vi accomoderete in una sala con porte e sovraporte di legno intarsiato che farebbero la felicità di un antiquario. Alla presenza di Renato Dominici non vi sentirete un avventore seduto al tavolo, ma un amico di famiglia invitato. E la cucina di Renato ed Anna è diversa da quella dei ristoranti  anche di classe; conserva il tono familiare ed è frutto solo di cultura e ispirazione….».  A proposito del ristorante La Carmagnole, brano tratto dalla Guida d’Italia 1986 di Henri Wintermans, diventata poi, di moda, come guida dell’Espresso.

Renato, monumento della gastronomia italiana, sta seduto tutti i giorni in un  angolo strategico del vecchio stabilimento Carpano, rimesso meravigliosamente a nuovo: svolge il ruolo di “Consulente gastronomo”. Andate lì, vi sedete al tavolo dinanzi a lui e gli chiedete quel che vi occorre in cucina per stupire i vostri ospiti. E state sicuri che egli vi risponderà con la competenza di un grande e l’entusiasmo di un adolescente.”.

Arrivederci, Renato. Da qualche parte.

 

Torino 150°, topos storici by night

Palazzo Carignano (Il Palazzo del 1° Parlamento Italiano del 17 marzo 1861), Statua equestre di Carlo Alberto, Piazza Carlo Alberto con la Biblioteca Napoleonica e l’altra facciata di Palazzo Carignano. E ancora: Piazza Castello con il Palazzo Reale e la cupola barocca di San Lorenzo; Galleria Subalpina e il Caffè storico Baratti & Milano. Ripresi nelle suggestioni luminose delle fredde notti invernali di una Città sempre inebriante.

Vinitaly 2011, i vini

Soprattutto rosati, sui quali ho da scrivere un articolo per HoReCa di maggio: e allora i classici pugliesi di Leone de Castris (Five Roses) e Botromagno (Lulù): perché il rosato classico vuole come padre il Negramaro (magari con un poco di Malvasia nera). Poi, sempre nella tradizione, il Chiaretto Garda Classico. Ma nell’innovazione l’ottimo bio di Manincor (Alto Adige), il brut rosé di Marramiero (Abruzzo) e il sorprendente rosato da Freisa di Chieri di Balbiano (Piemonte). Sempre di Balbiano, il Vino della Vigna della Regina 2009, da uve coltivate nella ripristinata vigna, dentro la città di Torino, della Villa della Regina: Freisa di Chieri. Infine, i vini di Spertino: siamo nell’astigiano e qui c’è il Grignolino, sublime rosato naturale. Poi Spertino fa una Barbera memorabile e un Cortese che sembra un Rieseling da vigne vecchie di 50/60 anni: purtroppo (o forse meno male), ne fa soltanto 1.850 bottiglie,  per un bianco davvero sensazionale.

Vinitaly 2011
Vinitaly 2011 free shots
In Taberna quando sumus

In taberna quando sumus, / non curamus, quid sit humus,/ sed ad ludum properamus, / cui semper insudamus./

Quid agatur in taberna, / ubi nummus est pincerna, / hoc est opus, ut queratur, / sed quid loquar, audiatur. //

Quidam ludunt, quidam bibunt, / quidam indiscrete vivunt. / Sed in ludo qui morantur, /ex his quidam denudantur; /

quidam ibi vestiuntur, / quidam saccis induuntur / ibi nullus timet mortem., /sed pro Baccho mittunt sortem. /

Primo pro nummata vini ; / ex hac bibunt libertini. / Semel bibunt pro captivis,/ post hec bibunt ter pro vivis, /

quater pro Christianis cunctis, / quinquies pro fidelibus defunctis, / sexies pro sororibus vanis, / septies pro militibus silvanis. //

Octies pro fratribus perversis, / novies pro monachis dispersis, / decies pro navigantibus, / undecies pro discordantibus,/

duodecies pro penitentibus, / tredecies pro iter agentibus. / Tam pro papa quam pro rege / bibunt omnes sine lege. //

Bibit hera, bibit herus, / bibit miles, bibit clerus, / bibit ille, bibit illa, / bibit servus cum ancilla, /

bibit velox, bibit piger, / bibit albus, bibit niger, / bibit constans, bibit vagus, / bibit rudis, bibit magus. //

Bibit pauper et egrotus, / bibit exul et ignotus,/ bibit puer, bibit canus, / bibit presul et decanus, /

bibit soror, bibit frater, / bibit anus, bibit mater, / bibit ista, bibit ille, / bibunt centum, bibunt mille. //

Parum durant sex nummate, / ubi ipsi immoderate / bibunt omnes sine meta, / quamvis bibunt mente leta. /

Sic nos rodunt omnes gentes, / et sic erimus egentes. / Qui nos rodunt, confundantur / et cum iustis non scribantur.

 

 

 

Ho finito di dipingere  il materiale grezzo su cui Vincenzo Gioanola lavorerà per montare un corto in animazione che sarà basato sul celebre testo, e altrettanto celebre musica, dei Carmina Burana di Carl Orff. Non ho idea di quando sarà pronto, ma confido in un grande risultato di cui la Giga è una interessante anticipazione (o bozza).

https://www.vincenzoreda.it/giga/

Nico Ivaldi, un vecchio amico dei tempi di Radio Abc Italiana, 97 mhz

http://www.piemonte-magazine.it/leggi_ultimonumero.asp?articolo=962&numero=02_2011

Nico Ivaldi era una ragazzotto dei tanti (con Emanuele Fiorilli, Celi, Marco Ansaldo, ecc.) in gamba che facevano parte della redazione di Radio Abc Italiana, 97 mhz in via Ettore de Sonnaz, 3.

C’erano anche Piero Chiambretti, Eric Colombardo, Patrizia Giangrand e una giovanissima e bellissima Alba Parietti faceva soltanto la fan.

Tempi irripetibili…Ci siamo ritrovati a un tavolo del Caffé Elena e ci siamo fatti una bella chiacchierata, una sorta di nostalgica rimpatriata. Grazie Nico.