Archive for Aprile, 2011
Ferrara, per esempio

Ferrara, per esempio. Perché è una città bellissima. Una delle tante in Italia. Sto lavorando con le istituzioni comunali per mettere in essere un evento di grande valenza culturale e sono stupito, io che l’Italia posso dire di averla camminata in lungo e in largo, dal fascino particolare di questa città. Ma ancor più mi stupisco di quanti posti in Italia ci siano da scoprire. Altrettanto fascinosi, altrettanto attraenti, altrettanto, e forse più, insospettabili. Che fortuna che abbiamo, nonostante tutto.

 

Jack London

Mia madre aveva alcune idee preconcette…. Le razze latine, dallo sguardo cupo, sono eccessivamente suscettibili, traditrici e sanguinarie…..Questo italiano, questo Pietro, aveva proprio i terribili occhi neri di cui mia madre mi aveva parlato…Come avrei potuto, io, ragazzo di sette anni, analizzare la fiamma che li animava? Guardandoli, ebbi la visione di una morte violenta e rifiutai timidamente il vino….non ho mai avuto tanta paura come in quel momento. Portai il bicchiere alle labbra, e lo sguardo di Pietro subito si addolcì.

Compresi che non mi avrebbe ucciso. Questo pensiero mi sollevò, ma non posso dire altrettanto della bevanda. Era del vino nuovo e a buon mercato, aspro ed amaro, ed aveva un sapore ancora più cattivo della birra…Ecco come bevvi quel vino: buttai la testa indietro e ne trangugiai una sorsata…Chiamò Domenico……. non aveva mai visto un simile eroismo in un marmocchio. Per due volte riempì il bicchiere fino all’orlo e mi guardò vuotarlo….Quanto ne ho bevuto? Non lo so. Quel che mi ricordo è…. di avere visto innumerevoli bicchieri di vino rosso attraversare la tavola, per inabissarsi nella mia gola in fiamme……Poi tutto ripiombò nell’ombra….

Quando ripresi i sensi era notte. Mi avevano portato per quattro miglia, e messo a letto.”

John Griffith nacque a S. Francisco il 12 gennaio 1876, figlio di una sconclusionata e di un astrologo ambulante che non lo volle mai riconoscere e che, anzi, abbandonò la sciagurata per il semplice fatto ch’ella non aveva voluto abortire. Pochi mesi più tardi, la povera donna sposò un tale John London, uomo che nel proprio dna aveva il segno del fallimento, e che diede al piccolo il proprio nome, pur se fu  da sempre chiamato Jack.

Il brano sopra citato è tratto dall’autobiografia che Jack London scrisse nel 1913, tre anni prima di morire, “John Barleycorn”: è un’opera di feroce introspezione in cui rivive la sua vita sotto il segno dell’innata propensione a gettarsi tra le braccia dell’alcol, liquido che naturalmente disdegna, causa l’attrazione fatale verso i riti della virilità, dell’avventura, della socializzazione brutale tra esseri semplici e, tutto sommato, di un’insopprimibile talento verso quello che oggi noi chiamiamo il “farsi”.

Drogarsi per sballare, per uscire, per stendere un velo di ottundimento sopra una sensibilità e  una voglia di vivere che in alcuni momenti diventano insopportabili.

Jack London non amava l’alcol, ne aveva schifo: del vino più che della birra e del whisky; ciononostante “John Barleycorn” è una trama di sbronze epocali sopportate per dovere sociale o per bisogno cerebrale.

Jack amava le caramelle e i dolci ed era felice quando poteva isolarsi a sgranocchiare delle leccornie in solitudine e in santa pace.

John Barleycorn è il nomignolo che gli americani usano per definire l’alcol in genere, più propriamente la birra e il whisky, quando vogliono significare l’alcol come vizio, come abuso, come signore e padrone: Giovanni Chiccodigrano.

 

“Frank da un’enorme damigiana, versò un bicchiere di vino rosso per sugellare il nostro contratto. Mi ricordai il vino rosso del ranch italiano, e fui percorso da un fremito. Il whisky e la birra mi ripugnavano meno. Ma la Regina delle ostriche mi guardava, tenendo in mano un bicchiere mezzo pieno. Io avevo il mio orgoglio. Anche solo con i miei quindici anni, potevo almeno dimostrarmi uomo quanto lei. Inoltre, vedevo sua sorella e la signora , e il giovane pirata di ostriche ed Hadley e tutti, con il bicchiere in mano. Dovevo far la figura di un pulcino nella stoppa? No, mille volte no! Piuttosto bere mille bicchieri! Trangugiai il bicchiere pieno fino all’orlo….

Ragionavo così: essi bevono per passatempo questo immondo liquore. Tanto peggio per loro! Io non ci tengo affatto a contrariare i loro gusti. La mia qualità di uomo esige, secondo le loro singolari convinzioni, di mostrare che io amo il vino. Perciò procurerò di far bella figura, ma ne berrò il meno possibile.”

Quest’anno cade il centenario della pubblicazione di uno dei grandi libri dell’umanità: “The call of the wild”, da noi felicemente tradotto: “Il richiamo della foresta”; fu pubblicato a puntate tra  giugno e  luglio del 1903 sul giornale Saturday Evening Post. London lo scrisse in pochissimo tempo, appena tornato da Londra, dove aveva realizzato un incredibile reportage sui quartieri poveri e malfamati di quella metropoli, travestendosi e vivendo come un vagabondo per due mesi ( “Il popolo degli abissi” si intitola il libro che raccoglie quell’esperienza).

La critica letteraria, soprattutto quella di lingua inglese, non ha mai dimostrato di apprezzare l’opera di Jack London, relegandola spesso a letteratura per ragazzi o comunque a genere popolare: certo la lingua di London non è quella, magnifica, di Stevenson, ma la potenza di certi temi, i bisogni primordiali, la legge della sopravvivenza, la lotta dell’individuo contro tutto e tutti in London raggiungono vette di straordinario effetto, effetto che si protrae intatto nel tempo.

Bene o male tutti conoscono la storia di Buck, figlio di Elmo, un S. Bernardo gigantesco, e di Shep, una femmina di pastore scozzese, l’incipit è folgorante: “Buck non leggeva i giornali, altrimenti avrebbe saputo…..”.

Avrebbe saputo che era partita la corsa all’oro del Klondike cui London, tra il 1897 e il ’98 partecipò attivamente, ritornandone ammalato e senza un soldo, ma con un bagaglio di esperienze che saranno il terreno fertile dei suoi racconti sul grande nord e sulla corsa all’oro, e che costituiscono, secondo il mio modesto parere, una raccolta in cui si trovano dei veri gioielli.

Per restare sui nostri temi, consiglio di leggere: “Un distillato iperboreo” (“A hyperborean brew”, tratto dalla raccolta “The faith of  men”, La fede degli uomini, pubblicata nel 1904): è un apologo straordinario sull’incontro tra l’uomo bianco e una povera tribù artica, buggerata con l’alcol.

La vita di Jack London fu essa stessa un romanzo epico, di seguito cito un brano dalla sua autobiografia in cui egli, dopo un periodo di studi feroci, a 19 o 20 ore al giorno per un paio d’anni, sente il richiamo:

“… Tuttavia, quando il mio sguardo si posò su quelle barche di pescatori fra i giunchi della costa, senza riflettere abbandonai il timone, mi precipitai sulla tela e mi diressi verso la riva. Istantaneamente, nel più profondo del mio  cervello in delirio, seppi quel che volevo. Desideravo bere, volevo ubriacarmi……Ed ecco quel che voglio concludere: per la prima volta in vita mia, in pieno possesso della mia coscienza, per deliberaro proposito, avevo voglia di bere. Manifestazione nuova, completamente diversa del potere esercitato da John Barleycorn. Provavo per l’alcol un desiderio cerebrale. Il mio spirito, stanco ed affaticato, cercava l’oblio…..All’inizio, tutto il mio organismo si ribellava contro l’alcol che avevo assorbito, per molti anni, per puro spirito di compagnia e perché si trovava ad ogni passo in quella vita avventurosa. Ero adesso giunto al momento in cui il mio cervello reclamava non già un semplice bicchiere, ma l’ebbrezza totale.”

Con la celebrità arrivano tante cose, e London compra una immensa proprietà vicino a Oakland, a pochi chilometri da Napa Valley: diventerà, proprio lui, un vignaiolo.

“…Quando apparve il mio primo libro, fui invitato una sera da parecchi amici, cittadini dell’Alaska, al ‘Club della Bohème’ di S. Francisco, di cui erano soci…..Per la prima volta, sentii allora pronunziare il nome di quei liquori preparati con marche speciali, e non sapevo nemmeno che ‘Scotch’ volesse dire whisky.

Non conoscevo che le bevande dei poveri, -quelle della frontiera e dei porti,- la birra ed il whisky a buon mercato, che si chiamava senz’altro col suo nome. Ero così imbarazzato dalla scelta, che il cameriere parve quasi svenire, quando gli domandai un bicchiere di vino, come digestivo dopo pranzo. Figuratevi un po!”

Di Jack London potrei parlare per molte altre pagine ( i racconti di mare, lo Snark, la boxe, la devozione di personaggi come Lenin o Guevara, il suo amore per Nietzsche..) ma non mi dilungo oltre, anche perché questa mia rubrica vuol solo essere un pungolo: non sono certo un critico e il periodico che mi ospita non è un giornale letterario.

Morì nel suo ranch il 22 novembre del 1916, a poco più di quarant’anni, ormai morfinomane, eroinomane, con i reni distrutti: meglio, si suicidò lentamente, lucidamente col cibo ( amava il pesce e la carne cruda ), con l’alcol, con le droghe.

I brani citati sono tratti dal libro:

“Memorie di un Bevitore” (John Barleycorn)

Traduzione di A. Salucci, prefazione di Giorgio Celli

Franco Muzzio Editore 1992

Quisquilie & Pinzillacchere: recensione di una testata cattolica

http://www.laperfettaletizia.com/2011/04/quisquilie-e-pinzillacchere.html

Abbinamenti del 25 aprile

Gnocchetti con ragout di mare. Eccellenti. Come li si può accompagnare?.

Ho tre vini davvero eccellenti.Un bianco classico: il Tralivio di Sartarelli; un bianco eretico: il Vilèt di Spertino; un Grignolino eccellente, quello di Luigi Spertino.

Sono tre ottime compagnie. Il Tralivio è un classico Verdicchio dei Castelli di Jesi di 13,5° alcol, verde paglierino, minerale, che non ha alcun problema a accompagnare, bene assai, un sacco di buone cose.

Poi c’è il Vilèt: qui siamo all’eresia. 1850 bottiglie  da una vecchia vigna (60/70 anni) di Cortese. Il 2009 è la prima vendemmia di un vino non filtrato, trattato come semplice succo d’uva fermentato. Vino per pochi iniziati. Pazzesco: certo è troppo giovane, ma sembra di vedere palleggiare Maradona a 11 anni. Chissà cosa potrà diventare tra 5/6 anni (avendo cura di cambiare un’etichetta orrenda).

Infine, il giovanissimo Grignolino 2010 (degli altri millesimi non v’è rimasta traccia, tutti già onorevolmente bevuti): è questa la compagnia, per me, ideale per gli gnocchi. Un vino fresco, franco, acido il giusto che con il ragout di pesce ci va alla grande. Il Grignolino di Luigi Spertino, che era il nonno di Mauro e il vino lo barattava soltanto con chi gli dava in cambio il rame (così poteva avere la materia prima per proteggere le vigne…), è tra i migliori che vi possa accadere di bere. E non fidatevi di quegli sciagurati che parlano di Grignolino ampi e strutturati: non sono Grignolino, che vino franco, fresco, rosato naturale,  dev’essere. E lieve.

La chiusura è con l’ottimo, non sensazionale, passito di Sartarelli delle vigne che danno il Balciana. E col Balciana sono inarrivabili, il passito è soltanto buono.

Jean-Luc Hennig, Breve storia delle natiche

https://www.vincenzoreda.it/jean-luc-hennig-eros-vino/

“…« Il Medioevo ha raffigurato la nudità » nota Bataille(Le lacrime di Eros) « per instillarne l’orrore». Effettivamente, guardando il Giudizio Universale di Rogier Van der Weyden o La Caduta degli angeli ribelli di Dirck Bouts, ci si può stupire di quella valanga di natiche gettate nude e crude all’inferno e magari restarne delusi, a meno che, naturalmente, non le si veda come natiche del peccato, natiche maledette, consegnate alle tenebre eterne. Il che permette di capire la strana reciproca attrazione tra diavolo e natica.

Si è a lungo disputato se Satana avesse le chiappe.[…] Ci limitiamo a dire che la tradizione di un diavolo senza chiappe spiegherebbe, secondo Desmond Morris, perché basta mostrare le natiche a Satana per ricordargli la sua debolezza e costringerlo a distogliere lo sguardo. Stratagemma utilizzato di frequente da Lutero che si riteneva incessantemente tormentato dal demonio.[…] Lo vedeva un po’ ovunque, a letto, a caccia, e persino nelle scimmie, nelle cocorite e nei pappagalli che intrattenevano i signori dell’epoca. Nel 1532, nota nei suoi Discorsi a tavola, raccolti da Johannes Auribafer: « Questa notte, discutendo con me, il diavolo mi accusava di essere un ladro, di aver spogliato il papa e numerosi ordini religiosi di beni che spettavano loro: ‘Leccami il culo‘ gli risposi e tacque.”

“…la natica della Bardot, che rispondeva perfettamente alla « qualità francese», era già conosciuta nel mondo intero. Natica insolente, imbronciata, animalesca, fece girare la testa a tutti i giovani dell’epoca, per i quali rappresentava uno dei vertici della creazione.”

“Géricault ha disegnato un’infinità di culi: massicci culi di cavalli senza testa (1813), culi di atleti e trapezisti o persino (raramente) culi di donne: nei suoi Amanti abbracciati (Giove e Alcmena), ad esempio, è molto curioso vedere la donnatorcersi per presentarci quasi per intero i glutei. Di lei non vediamo né il viso, né i seni, né il ventre, ma solo il culo e la capigliatura sciolta: una groppa di cavallo ebbra della propria bellezza. Culi e groppe giungono talvolta al mimetismo completo, come nel Cacciatore a cavallo (1812) e nell’Uomo inginocchiato che alza il braccio destro: uomo e cavallo sono di spalle, le gambe divaricate, una tesa come una molla e l’altra piegata, e, fra le due, la configurazione perfetta dell’ano, della fessura delle natiche e dei genitalia. In breve, questi ertoli nudi inarcano il culo quasi come cavalli.”

I brani di cui sopra sono tratti da alcune delle 33 voci che sono altrettanti saggi – si va da Afarensis a Voyeur – su faccende, sempre raffinate e coltissime, che riguardano le natiche o il culo che dir si voglia (pur di non rendersi volgari, parlando dell’insopportabile «Lato B»). Hennig, di cui sul mio sito ho già recensito il suo Eros & vino (vedi link), è un giornalista francese assai colto e raffinato che ha pubblicato questo lavoro nel 1995 (Bréve histoire des fesses); è stato pubblicato in Italia nel 1996 da ES e mai ristampato: un libro strepitoso, per gente colta e raffinata; un libro introvabile che meriterebbe altre fortune, ma si sa: così va il mondo.

Comunque, un consiglio per chi se lo merita: andate a cercarlo sulle bancarelle dei remainders o dell’usato. Un libro da non perdere (sempre per chi se lo merita).

Vedi anche il mio:

https://www.vincenzoreda.it/?s=inno+al+culo

Bèrto, il wermouth di Federico Ricatto

Federico Ricatto è lo chef del ristorante Il Marachella di P.zza Emanuele Filiberto, 3. Ma da oltre 12 anni ha una passione: produrre una bevanda alcolica speziata. Si chiama Bèrto e ne fa circa un migliaio di bottiglie.

E’ un wermouth, vale a dire una bevanda a base di assenzio a cui unisce altre 15 erbe e spezie: cannella, garofano, china, ecc. La ricetta è, pare ovvio, segreta. La base alcolica è composta con un uvaggio langarolo di chardonnay e moscato. Il risultato è eccellente, direi unico. Un alcolico leggero di delicatezza notevole e altrettanto notevole complessità sia al naso, sia in bocca. Ha un unico difetto: è difficile da trovare, pur costando una cifra onesta. Se riuscite a procurarvelo siete fortunati e berrete un liquore, la categoria cui appartiene questa  bevanda alcolica, per certo unico. Il paese di produzione è Monforte d’Alba. Salute, neh!

VINO A DOPPIO SENSO di Stefania Zolotti

Incontro Stefania in un tardo pomeriggio terso e secco in piazza delle Muse, nel centro storico di Ancona: un aperitivo all’ombra rassicurante di un dehors per scambiare quattro chiacchiere sul suo libro, sorseggiando uno dei molti e buoni Verdicchio dei Castelli di Jesi di questa opulenta, discreta, e pur sempre sorprendente, provincia italiana.

Stefania ha gli occhi verdi, chiari, sinceri: sguardo che osserva e si fa osservare senza imbarazzi e privo di orpelli inutili. E’ una donna, ahinoi rara, di quelle che sanno mettere l’interlocutorea proprio agio.

Doveva essere solo un aperitivo e invece si è piacevolmente prolungato in una cena a base di paccheri, stoccafisso e patate che più tradizionale non avrebbe potuto essere; gradevolmente impregnata di un Lacrima di Morro all’altezza della situazione.Com’è mio solito, la prendo alla larga. Stefania Zolotti è una trentenne che cerca di capire i rapporti e gli uomini anche attraverso le belle metafore del vino.

Ha studiato e lavorato tra Bolzano e Milano, per ritornare a occuparsi di comunicazione in ambito pubblico nella sua Ancona.

L’idea del libro è sbocciata, improvvisa, durante una visita a Cupramontana, terra di ottimo Verdicchio di Colonnara e Bonci: era lì con una sua amica e venne fulminata da questo progetto. Un libro che raccontasse con leggerezza e ironia cose di vino, metaforizzando vicende di uomini e donne.

Il lavoro, concepito nell’autunno del 2005, fu presentato al Vinitaly del 2006 per i tipi dell’editore Gabrio Marinelli di Falconara Marittima.

E’ un oggetto che richiede una sorta di maneggio: si legge in un verso per uomini e vini rossi, e nel verso opposto per donne e vini bianchi; ovviamente, il libro presenta due copertine opposte e simmetriche.

Di formato quadrato e bella carta uso-mano, impostato su due colonne e stampato con un leggero carattere bastone, è illustrato da numerose vignette di genere umoristico disegnate da N. Orliani.

La grafica è assai curata: i numeri delle pagine sono inscritti dentro un piccolo calice!

La prefazione è di Bruno Gambacorta e lo sviluppo del progetto si articola su tre sezioni, sia per la parte dedicata agli uomini, sia per quella dedicata alle donne: “Neologismi/Enologismi”, i ritratti/interviste dei personaggi – tutti più o meno marchigiani – introdotti da una sorta di simpatica scheda sinottica e, infine, “Matrimoni a tavola”, sezione in cui Giuseppe Cristini e Alberto Mazzoni presentano i principali disciplinari dei vini, rossi e bianchi, delle Marche.

Nella prima sezione la metafora passa dall’uomo passito (il perfetto) all’uomo novello (la primizia), dall’uomo da invecchiamento (il fedele) all’uomo da fuori pasto (l’amante). Per le donne, scritte da Leonardo Cemak, le scelte passano da quella astringente (la brontolona) a quella appassita (la rugosa), dalla donna cuvée (la perfetta) alla donna perlage (la brillante).

I ritratti degli uomini sono 17: si passa da Tonino Carino a Neri Marcorè, da Riz Ortolani a Adolfo Guzzini. Le interviste femminili sono 14: tra le altre, Valentina Vezzali, Rosanna Vaudetti, Katina Ranieri e Natasha Stefanenko.

La scrittura di Stefania è incisiva, sintetica, capace di attingere a immagini anche ardue ma sempre in tema col personaggio: ne escono ritratti che paiono illustrazioni tracciate con linee secche di china, stemperate comunque nell’ironia e nella leggerezza.

Ho avuto l’impressione, leggendo il libro, che Stefania abbia un talento ancora tutto da esplorare.

Di seguito, cito a esempio alcuni brani tratti dall’intervista a Moreno Cedroni, il grande chef della Madonnina del pescatore di Senigallia.

“Ad un velocista della fantasia come lui piace senz’altro giocare. Libere associazioni di idee cesellate col vino. Per ogni tipologia di donna un calice da abbinare. La ventenne inesperta ma curiosa, una donna che si affaccia alle prime esperienze.

Deve assaggiare la vita ma senza bruciare le tappe. Così anche il vino. Non le darei nulla di troppo importante, sarebbe sprecato. Ed un barrique non sarebbe certo capito. Le servono profumi fragranti, note acide e dolci al tempo stesso così da sperimentare ogni possibilità a piccoli sorsi. Sicuramente un Gewurztraminer. Poi la trentenne single, un lavoro precario, la finta ambizione di carriera che cela il desiderio di famiglia. Lei ha già fatto un percorso, ha già avuto esperienze. Nello scegliere un vino adatto conta molto la sua incertezza, la sua precarietà. Il vino troppo costoso la manderebbe in crisi e magari non se lo gusterebbe neanche. Scelgo allora un Brachetto, con note fiorite. Piacevolmente dolce e piacevolmente frizzante. Vorrei inebriarla con il profumo della rosa, aiutarla per un po’ a non pensare troppo ai suoi problemi. Scalpita la quarantenne alla ricerca del tempo perduto. Consigliare una quarantenne malmaritata sembra persino troppo facile, proviamo con la quarantenne delusa che ha invece voglia di provare a vivere davvero. Per lei assolutamente banditi acidità e tannini, è già inasprita di suo. Le serve sicuramente il dolce, molto più che alla trentenne. Ha bisogno di un vino avvolgente, direi un passito. Trovato: Passito di Sauvignon vendemmia tardiva.

Infine la cinquantenne. Il desiderio di un ritorno alla giovinezza, la consapevolezza di un bivio da cui riprendere un percorso. Con lei non ho dubbi, vuole effervescenza. Ha bisogno di sana freschezza, di bollicine, di euforia. Champagne rosée.

Magia del gioco quando aiuta a decifrare la vita.

Magia della vita quando la si beve giocando.”

Un libro da consigliare senza riserve. Sono circa 300 pagine per 14,50 €.

Vincenzo Reda

Torino 20 luglio 2008

Ps: per giocare….(appendice da una e-mail del 14 luglio 2008)

SEGNI PARTICOLARI

Segno zodiacale: bilancia ascendente gemelli, Mercurio, Venere e Saturno in scorpione.
Segno zodiacale con maggiore affinità: toro e capricorno
Scaramantico: moltissimo, ma a modo mio
Colore per sé: un colore singolo non dice nulla, amo particolari accostamenti di colore
Colore preferito su una donna: come sopra
Numero portafortuna: sono ossessionato dai numeri
Pregio: la sensibilità
Difetto: il bisogno sempre e comunque di armonia
Arma di conquista: sono un affabulatore non logorroico
Elemento in comune con il vino: la complessità
Elemento in comune tra il vino e le donne: la capacità di ebbrezza

SUL VINO

Bianco o rosso: mi piacciono tutti
Fermo o frizzante: fermo, ma in certi pomeriggi o sere d’estate, i frizzanti: dio li vuole
Fresco o a temperatura ambiente: sempre un pelo meno freddo di quanto è consigliato
Con che vino conquisterebbe: mia moglie è astemia
Con che vino si farebbe conquistare: un grande Bourgogne o uno Chateau d’Yquem 1967 ( ma basterebbe un ’99)
Luogo d’acquisto abituale: direttamente dai produttori o in enoteca
Il ricordo di un’ubriacatura: tantissimi, ma sono ormai annosi
Uomo e donna celebri con cui vorrebbe bere: donna per bere, Fernanda Pivano (tante altre mi attraggono, ma non penserei certo a bere); uomo, Francesco Cossiga/Umberto Eco.

SULLE DONNE

Pregio: l’immaginazione
Difetto: l’acidità
Qualità cui non potrebbe mai rinunciare: la femminilità
Qualcosa da invidiare: l’essere madre, ma anche l’inarrivabile, per l’uomo, intensità dell’orgasmo.

SUL SENSO

Quello preferito: l’udito
Quello che sintetizza la Sua idea di donna: il gusto

SUL DOPPIO SENSO

La donna è un doppio senso? La donna è un multisenso.

 


Michele Reverdito a La Tana del Re

Michele Reverdito è una persona dotata di grande entusiasmo e passione enorme per il vino: quando comincia a parlare si accalora e non c’è verso di fermare un vero e proprio torrente in piena. Fa piacere osservare l’autentico spirito teso verso il fare con cognizione che emana da questo ragazzo, che si percepisce franco e aperto. Cominciò nel 1991, convincendo il padre Silvano a trasformare un’azienda zootecnica in vitivinicola. Oggi hanno 20 ha di vigna distribuiti tra La Morra, Verduno e Serralunga. L’azienda rimane a conduzione familiare con la sorella Sabina e la mamma Maria che, insieme al padre, aiutano Michele. Ho bevuto un notevole Pelaverga, mia passione, tra i migliori mai assaggiati, buono quasi come quello dei Fratelli Alessandria. Ottimo il Nebbiolo, all’altezza del Roccardo del mio amico Locatelli. Ma davvero eccellente il Barolo Moncucco 2005: un’eleganza, non facilmente riscontrabile in altri Barolo, che molto racconta delle terre di La Morra. Il tutto bevuto mangiando specialità cilentane del ristorante, tra i miei quadri e in compagnia del sempre piacevole Matteo, che oggi si occupa di più del  ristorante, ma che rimane comunque uno storico. E non è poco.

Il Vino della Vigna della Regina

Il 13 aprile, finalmente, ho potuto bere la Freisa di Chieri Superiore “Vigna della Regina” dell’Azienda Melchiorre Balbiano. Dopo la presentazione nel sontuoso ambiente della Villa, di cui sotto riporto il comunicato stampa, Francesco Balbiano ha ospitato un gruppo ristretto di giornalisti, amici e funzionari della Soprintendenza nella terrazza panoramica del ristorante “Monte dei Cappuccini”. Abbiamo iniziato con una Freisa vinificata in rosé, gradevole; siamo poi passati a bere Il Vino: che presenta alla vista un bel colore rubino con riflessi granati, all’olfatto un ampio ventaglio di profumi di frutti di bosco e al palato…ruvidezze di un giovane che ha ancora qualche anno di strada da percorrere. Si percepisce la gioventù del vino e, ancor di più, la tenera età della vigna di cui il millesimo 2009 costituiva la seconda vendemmia di un impianto risalente a tre anni addietro. Ma le premesse per diventare un gran vino ci sono tutte, viste le caratteristiche del vitigno, della terra e dell’esposizione. Un Cari, sempre delizioso, ha accompagnato il dessert e la grappa distillata dalle vinacce della Freisa ha chiuso le danze con autorevolezza.

Per una questione di stile – sono stato parte in causa – non esprimo giudizi a proposito dell’etichetta dipinta apposta per i lotti di bottiglie che andranno all’asta.

Il vino, la grappa e la pastiglie
della Vigna della Regina
Dal reimpianto del Vigneto storico, parte integrante
del progetto di recupero di Villa della Regina

Torino, 13 aprile 2011: è stato presentato oggi a Villa della Regina dal direttore regionale per i beni culturali e paesaggistici del Piemonte Mario Turetta, dalla soprintendente per i beni storici, artistici ed etnoantropologici Edith Gabrielli, dalla direttrice della Villa della Regina Cristina Mossetti e dal titolare dell’azienda vitivincola Balbiano Franco Balbiano, il vino prodotto dalle uve del reimpianto del vigneto storico, cinquemila bottiglie con l’etichetta “Vigna della Regina”, prodotte dall’azienda vitivinicola Balbiano, insieme a quattrocento bottiglie di grappa dalle vinacce di “Vigna della Regina” (prodotta per conto di Balbiano dalla distilleria Berta di Mombaruzzo) e le celebri pastiglie Leone al gusto di vino “Vigna della Regina”, nelle versioni al Freisa e al Cari, in scatoletta metallica.

L’esordio odierno del vino di Villa della Regina ha un’importante appendice sabato 14 maggio, alle 16, quando si terrà l’asta benefica del “Vigna della Regina”, e saranno battuti da Giancarlo Montaldo (già banditore dell’Asta del Barolo e dell’Asta del Tartufo di Alba) 26 lotti di differente formato, Magnum da 1,5 litri, Jeroboam da 3 litri e Balthazar da 12 litri, magnum di grappa e cinque maxi latte delle pastiglie Leone al “Vigna della Regina”. Tutti pezzi unici, con etichette griffate dall’artista Luigi Stoisa. I proventi dell’asta saranno devoluti dall’azienda vitivinicola Balbiano a Villa della Regina per lavori di restauro e recupero della splendida residenza sabauda che si affaccia su Torino.

Tutte le informazioni sull’asta si possono trovare sul sito:

http://www.vignadellaregina.it/

Il complesso recupero del compendio di Villa della Regina, intrapreso dalla Soprintendenza per i Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici del Piemonte dal momento del suo affidamento nel 1994, in collaborazione con la Soprintendenza per i Beni architettonici e paesaggistici per le province di Torino, Asti, Cuneo, Biella e Vercelli, ha portato al riscatto dell’intera proprietà, una vigna collinare con parti auliche al centro di giardini formali, teatro d’acque con grotte, fontane e belvedere ed aree agricole.

L’articolato intervento (1995-2010) ha inteso restituire identità alla Vigna reale, una Villa con appartamenti reali decorati ed arredati, giardini all’italiana “in forma di teatro” delimitati da una “corona boscata” ed aree destinate ad usi agricoli, nuovamente apprezzabile anche negli straordinari e peculiari aspetti paesaggistici ed ambientali che ne fanno il fondale storico della città. Parte integrante del Progetto Generale di restauro della proprietà demaniale è quindi il reimpianto del vigneto storico che sarà completato con il previsto recupero di tutte le parti storicamente produttive compresi gli orti adiacenti la Cascina del Vignolante, recentemente oggetto di intervento conservativo e strutturale. Il vigneto è descritto dai documenti come parte integrante della Vigna voluta ad inizio Seicento dal principe cardinale Maurizio di Savoia, un «Grande appezzamento di vigneto popolato da piante fruttifere» sulla collina a nord della proprietà. Dipinti, piante catastali e fotografie storiche attestano il persistere dell’interesse per questo aspetto del «Vivere in Villa» nel corso del Settecento e dell’Ottocento, quando il vigneto, allora dato in locazione, confinava con i «Giardini a Frutta», a loro volta contigui all’«Orto a legumi».

Il progetto voluto d’intesa dalle due Soprintendenze ed affidato all’arch. Federico Fontana, preparato da accurati studi ed indagini scientifiche, ha riscattato anche questa parte compromessa ed invasa dalla vegetazione infestante e riattivato l’attività produttiva storica affidata dalla Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici del Piemonte nel 2008 alla Azienda vitivinicola Balbiano, da settant’anni conosciuta nel settore per la produzione di vino Freisa.

Il pubblico è stato invitato in occasione del Giornate del Patrimonio 2008-2010 a partecipare alla Vendemmia che contraddistingueva molte Residenze Sabaude extraurbane, un’esperienza peraltro tuttora unica nel contesto cittadino e che oggi caratterizza in modi diversi solo alcune grandi capitali europee come Parigi e Vienna.

Superficie del vigneto storico: 1,4783 ettari, superficie del reimpianto in uso: 0,7370 ettari. Barbatelle messe a dimora: 2.700 (di cui 2.546 di tre tipi di freisa e le restanti suddivise fra barbera, bonarda, carry, grisa roussa, neretto duro e balaran (vitigni rari).

Finanziamento: Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Fondi Lotto 2001-2003, Perizia n. 06/2001 Restauro del parco.

 

 

Alexej Zimin al Salone del Libro di Torino

E’ chef e giornalista questo gioviale e simpatico moscovita quarantenne. Al Salone del Libro ha cucinato, in condizioni assai precarie, due zuppe tradizionali russe, una calda e una fredda. Gli ingredienti base erano vegetali poveri come patate, pomodori e barbabietole. Ama Torino, il Salone del Gusto e la cucina italiana che dice essere quella più amata nella sua Mosca dove i nostri vini vanno molto di moda.

A lui piace la cucina fusion e tra i suoi piatti, tutti molto tradizionali, ci sono ricette italiane, francesi, giapponesi, cinesi, indiane e messicane.

Alexej rappresenta in Russia il rinnovamento della cucina tradizionale con grande attenzione all’orizzonte mondiale, sempre però seguendo una linea di preparazioni semplici con materie prime selezionate. E poi, cosa che non guasta mai, è un simpaticone.

Angelo Gaja risponde a tre domande di Vinitaly

Ricevo e pubblico volentieri.

1 – Vinitaly: Può il Paese primo produttore vivere di solo export, con i rischi rappresentati dalle fluttuazioni monetarie e dalle agguerrite politiche di marketing e distribuzione dei competitori dei cosiddetti Nuovi Mondi?

A. Gaja: E’ compito dei produttori di applicarsi per conoscere le dinamiche dei mercati e scegliere se, come e quando affrontarli. Mercato interno e mercato estero sono complementari. Ancorché diversi per dimensione sono i leader dei diversi settori, Santa Margherita, Campari, Armani, Barilla, Ferrero … ad insegnare che il mercato interno va curato con attenzione.

 

2 – Vinitaly: Il gap del mercato italiano è di natura economica, culturale o è un problema di comunicazione?

A. Gaja: Un problema di comunicazione? A loro modo i produttori comunicano tutti, in Italia sono 35.000. I giornalisti che occasionalmente/ abitualmente scrivono del vino italiano sono più di 1.500. Sono più di 500 le cantine che organizzano premi giornalistici. Oltre 50 le guide che giudicano i vini. Vino nei convegni, turismo del vino, vino in piazza, vino alla radio ed in televisione, di vino si disserta sui blog … Il mondo del vino sprizza vivacità, fa gola ai politici che sono interessati al territorio ed al turismo, alle associazioni che offrono servizi, alla finanza che vorrebbe trovare il modo di entrarci. Ci siamo ormai abituati a questo frastuono, non sappiamo farne a meno. Siamo in molti a ritenere che parte delle sovvenzioni pubbliche destinate alla promozione vengano sprecate. C’è chi propone di farle convergere in una cabina di regia alla quale affidare il compito della promozione. Come evitare che diventi l’ennesimo carrozzone al servizio di politici e qualche privilegiato? Chi la guiderebbe? Da dove gli deriverebbe l’autorevolezza? Sarebbe capace di lavorare nell’interesse di tutte le categorie? Io avrei una mia ricetta: per abbassare i decibel servirebbe tagliare il 50% delle sovvenzioni destinate alla promozione del vino italiano e orientarle alla formazione di soggetti destinati a svolgere attività di rappresentanza di vini italiani sui mercati esteri; e dare maggiore impulso all’apertura di scuole di formazione di chef di cucina italiana nei paesi BRIC.

 

3 – VinitalyPerché al contrario il trend dell’export è in crescita?

A. Gaja: Il trend dell’export è in crescita perché le cantine italiane abituali esportatrici hanno contribuito a costruire nel tempo una domanda che non va soltanto a loro esclusivo beneficio ma rimbalza successivamente in Italia ad opera di importatori che vengono alla ricerca di altri produttori italiani in grado di fornire loro vini delle stesse tipologie ma meno cari, oppure di migliore qualità, oppure più esclusivi, meno distribuiti. Vinitaly è il palcoscenico del vino italiano al servizio degli importatori provenienti dal mondo. Da anni l’Italia è il primo paese esportatore di vino in volume e lo è stato ancor più nel 2010; la Francia lo è in valore. La Francia, che in volume nel 2010 ha esportato il 50% in meno dell’Italia, se non vuole espiantare vigneti dovrà esportare di più. L’Italia, che vende sui mercati esteri con un prezzo medio per litro di 2,5 volte inferiore a quello della Francia, deve cercare di vendere meglio e per farlo occorrerà migliorare sia la qualità che il marketing. Però il successo dell’Italia è innegabile. A chi va il merito? Alle varietà autoctone? Al territorio?

Questi sono fattori della produzione. Il merito va ai 35.000 produttori di vino italiano di cui oltre 25.000 artigiani dalle dimensioni medio- piccole molti dei quali si applicano con sacrificio, passione, entusiasmo, intraprendenza. Succede abbastanza spesso che i vini degli artigiani vengano accreditati per la loro qualità contribuendo così a consolidare l’immagine del vino italiano. Gli artigiani sono complementari alle cantine di grandi volumi alle quali vendono all’ingrosso la totalità o parte del vino che producono. E’ un sistema ottimamente integrato che ha funzionato egregiamente. La frammentazione della produzione vinicola è caratteristica dei paesi europei, il nuovo mondo ha altre peculiarità. La manfrina dell’Italia del vino inadeguata a competere sui mercati esteri a causa della frammentazione della produzione e della zavorra dei troppi piccoli produttori che non saprebbero stare sul mercato perché fragili e destinati al collasso è sonoramente smentita dal successo dell’export del vino italiano.

 

Angelo Gaja

30.3.2011

 

Vincenzo Reda, nient’altro che io, dipintore di vino

Alcuni scatti del mio murale, in piazza Vittorio Veneto a Torino, dipinto nel maggio dello scorso anno con il ruchè Laccento di Montalbera. Sembra sia passata un’epoca biblica e invece sono trascorsi soltanto 12 mesi. Il murale è bellissimo.

HoReCa, Il Verdicchio dei Castelli di Jesi

Ecco il mio ultimo articolo pubblicato su HoReCa di aprile: è dedicato a uno dei miei vini preferiti. E’ il Verdicchio dei Castelli di Jesi e, avendo lavorato anni a Ancona, posso dire di conoscerlo assai bene (anche se c’è sempre l’ottimo produttore di cui non sai nulla…). Oltretutto, posso sfruttare l’amicizia di Alberto Mazzoni, il signor Verdicchio, come lo chiamo io. Peccato che tra gli ottimi vini che ha provveduto a spedirmi il Consorzio non ci fosse il Coroncino, uno dei  migliori e anche di particolare mineralità. Vuol dire che ne tratterò a parte un’altra volta.

“Il bolide” di Giovanni Pascoli (dai Canti di Castelvecchio)

Il 6 aprile del 1912  moriva Giovanni Pascoli, uno dei miei poeti prediletti di cui qui sotto pubblico una poesia meravigliosa ancorché poco conosciuta. E’ un componimento cosmico che in apparenza poco si accorda con la fama di poeta lirico del Pascoli. Ma è una poesia straordinaria per davvero, con alcuni versi indimenticabili.

Tutto annerò. Brillava, in alto in alto, 


il cielo azzurro. In via con me non c’eri,


in lontananza, se non tu, Rio Salto.


Io non t’udiva: udivo i cantonieri


tuoi, le rane, gridar rauche l’arrivo


d’acqua, sempre acqua, a maceri e poderi.


Ricordavo. A’ miei venti anni, mal vivo,


pensai tramata anche per me la morte


nel sangue. E, solo, a notte alta, venivo


per questa via, dove tra l’ombre smorte 


era il nemico, forse. Io lento lento


passava, e il cuore dentro battea forte.


Ma colui non vedrebbe il mio spavento, 


sebben tremassi all’improvviso svolo


d’una lucciola, a un sibilo di vento:


lento lento passavo: e il cuore a volo 


andava avanti. E che dunque? Uno schianto;


e su la strada rantolerei, solo…


no, non solo! Lì presso è il camposanto,


con la sua fioca lampada di vita.


Accorrerebbe la mia madre in pianto.


Mi sfiorerebbe appena con le dita:


le sue lagrime, come una rugiada


nell’ombra, sentirei su la ferita.


Verranno gli altri, e me di su la strada 


porteranno con loro esili gridi


a medicare nella lor contrada,


così soave! dove tu sorridi


eternamente sopra il tuo giaciglio 


fatto di muschi e d’erbe, come i nidi!


Mentre pensavo, e già sentìa, sul ciglio 


del fosso, nella siepe, oltre un filare


di viti, dietro un grande olmo, un bisbiglio


truce, un lampo, uno scoppio… ecco scoppiare


e brillare, cadere, esser caduto, 


dall’infinito tremolìo stellare, 


un globo d’oro, che si tuffò

muto 
nelle campagne, come in nebbie vane,


vano; ed illuminò nel suo minuto


siepi, solchi, capanne, e le fiumane


erranti al buio, e gruppi di foreste,


e bianchi ammassi di città lontane.


Gridai, rapito sopra me: Vedeste? 


Ma non v’era che il cielo alto e sereno.


Non ombra d’uomo, non rumor di péste. 


Cielo, e non altro: il cupo cielo, pieno


di grandi stelle; il cielo, in cui sommerso 


mi parve quanto mi parea terreno.

E la Terra sentii nell’Universo.


Sentii, fremendo, ch’è del cielo anch’ella.


E mi vidi quaggiù piccolo e sperso 


errare, tra le stelle, in una stella.

 

HoReCa, il mio articolo sul Ristorante Del Cambio

Ecco il mio ultimo articolo per il mensile Ho.Re.Ca. E’ dedicato al magnifico ristorante Del Cambio, a Torino, in piazza Carignano, il celebre ristorante del conte Camillo Benso di Cavour e della Finanziera. Riproduco anche il menu (che a richiesta sarà disponibile per tutto l’anno dei festeggiamenti) messo a punto in occasione della ricorrenza del 150° anniversario dell’Unità d’Italia che fu sancita dalla prima riunione del nostro Parlamento, tenuta a Palazzo Carignano il 17 marzo del 1861, proprio davanti al bellissimo ristorante. E’ roba nostra di cui è sacrosanto essere orgogliosi.

… a Pranzo con Cavour

Nel 150° dell’Unità d’Italia

Potage di patate e tartufo nero di Norcia

La finanziera del Cambio dal 1875

Risotto Carnaroli Acquerello alla Cavour

La manza fassona piemontese alla Vialardi

Gattò di nocciole con crema sambaglione

Caffè

Pasticceria mignon

€ 75,00

 

Torino, 1° maggio, festa del lavoro

Che faccenda imbecille la polemica sul fatto di lavorare o meno durante la festa del lavoro! Da parte di chi, forse, ha mai lavorato. Ristoratori, forze dell’ordine, medici, infermieri, ecc. hanno sempre lavorato. E allora? Si lasci libero chi desidera lavorare anche, e soprattutto, durante la festa del lavoro. Viviamo un’epoca in cui per forza qualcuno si sente in dovere di dire a qualcun altro cosa deve fare (di più: cosa è giusto fare!). L’unica cosa giusta è lasciare, nel limite del buon senso (che parolaccia!), che ognuno faccia quel che meglio crede. Ma è il buon senso, dopo il buon gusto, che va perdendosi in questa zacchera invischiante e mortifera.

Prof. Vincenzo Zappalà: l’etilometro è una truffa!

http://www.vinix.com/myDocDetail.php?ID=4535

Il link qui sopra rimanda a un intervento assai articolato sul lavoro di ricerca svolto da Vincenzo Zappalà, già ordinario di astrofisica e appassionato di vino, circa l’inconsistenza scientifica dello strumento etilometro usato per “prevenire” possibili incidenti stradali causati da ubriachi consumatori di vino. La lunghissima e argomentata trattazione sostiene, in sintesi, che è quasi impossibile risalire a quanto alcol è presente nel sangue di un individuo analizzando l’alcol presente nel suo fiato. In buona sostanza l’etilometro (costo: 7.000 euro!) non è uno strumento affidabile e spesse volte punisce persone perfettamente in grado di guidare un’automobile.

Pubblico la sua lettera al Prof. Calabrese, lettera che è un riassunto efficace della trattazione di Vincenzo Zappalà.

Lettera aperta al prof. Calabrese, Presidente dell’ONAV, lettagli e consegnatagli personalmente il 5 novembre 2011 a La Morra

LETTERA APERTA AL PROF. GIORGIO CALABRESE, PRESIDENTE DELL’ONAV

Gent.mo prof. Calabrese,

Mi presento:

Sono Vincenzo Zappalà, professore ordinario di astrofisica nonché sincero amante dei grandi vini, della loro cultura, storia e scienza e dei grandi personaggi che aiutano la natura a svolgere una delle sue più affascinanti operazioni.

Come appassionato vero del vino, ho fin da subito ritenuto l’etilometro a fiato una condanna sommaria, ambigua e semplicistica che ricadeva non solo su chi cercava nell’alcol un piacere effimero spesso affiancato dalla droga, ma -anche e soprattutto- su chi degustava il vino con la giusta moderazione e attenzione. Chi ama il vino e le emozioni che sa offrire NON si ubriaca, in quanto annullerebbe la gioia e le sensazioni più profonde. 

Da buon ricercatore, il mio scopo non è stato, però, quello di lottare contro una legge sicuramente troppo pesante e vendicativa, ma contro lo strumento che veniva e viene utilizzato per applicarla. Ho cercato allora tutte le fonti riguardanti l’etilometro a fiato. In Italia è ben difficile trovare qualcosa, ma negli USA la situazione è ben diversa. Ho così individuato e contattato i più grandi fisiologi polmonari e tossicologi forensi americani per analizzare l’efficacia di uno strumento che si prende la prerogativa di analizzare il fiato e di TRASFORMARE il risultato in percentuale di alcol nel sangue. Troppo facile mi sembrava far riferimento alla legge di Henry che è applicabile solo sotto particolari condizioni. Ed infatti dapprima il prof. Frajola dell’Ohio University e in seguito il prof. Hlastala di Seattle mi hanno aperto completamente gli occhi: l’etilometro a fiato è una vera e propria TRUFFA scientifica.

Mi hanno mandato i loro lavori e io li ho tradotti creando un dossier completo (con tutta l’enorme bibliografia che sta dietro). Come Lei ben saprà entrambi sono tra i massimi luminari della problematica e Hlastala è considerato uno degli esperti più esimi della fisiologia polmonare moderna. Con lui ho stabilito dei rapporti molto stretti ed è stato mio ospite in Italia.

Tutta la documentazione tradotta in italiano può trovarla a questo indirizzo:

http://www.megaupload.com/?f=0W7NC3LC

dove vi è anche l’articolo più recente (in lingua originale) di Hlastala, insieme a tutti gli indirizzi necessari per contattare direttamente gli studiosi.

Ovviamente il Suo aiuto è fondamentale in un periodo e in un paese che non riesce più a uscire dalla paura e dall’anonimato. Lei è Presidente dell’ONAV, è un medico illustre e ha una visibilità mediatica enorme.

Oltretutto, nella Sua presentazione all’atto della nomina a Presidente dell’ONAV, leggo testualmente : “…Oggi amare il vino non significa più solo insegnare a riconoscere vitigni e qualità, ma anche diffondere la cultura di questo prodotto simbolo dell’Italia e difenderlo dagli attacchi, spesso ingiustificati, cui è sottoposto a causa della scarsa conoscenza…”. Ecco, il problema è proprio questo: si distrugge il vino e il suo commercio senza capire che non è il suo utilizzo moderato, che è tipico di chi veramente lo ama, a comportare le stragi del sabato sera… Ed invece vengono colpite ripetutamente persone che, alla luce delle prove scientifiche che ho collezionato, sono spesso e volentieri del tutto INNOCENTI: il loro valore superiore al fatidico 0.5 g/l è dovuto solo alla completa inaffidabilità dell’etilometro a fiato. In altre parole, non bisogna eliminare l’etilometro perché colpisce troppi ubriachi o pseudo-tali, ma SOLO e SOLTANTO perché le sue misurazioni sono completamente inaffidabili e molto spesso del tutto casuali e non veritiere. L’errore previsto può facilmente raggiungere l’80%!

Nessuno vuole che si permetta di guidare agli ubriachi, ma soltanto colpire i colpevoli e non gli innocenti attraverso uno strumento che si è dimostrato del tutto inadeguato e truffaldino. Basterebbe, ad esempio, utilizzare l’analisi dei riflessi. In tal modo si “scoverebbero” anche i moltissimi “ubriachi a tasso zero”, come li chiamo io, saturi di droga, stupefacenti, tranquillanti o in preda alla stanchezza e alla smania di dimostrare qualcosa a qualcuno. 

Lei è l’uomo giusto al posto giusto e sono convinto che comprenderà la situazione e darà il massimo aiuto a chi il vino lo ama con passione e a chi sul vino fatica e lavora. Io sono disposto a fornirLe tutta la documentazione scientifica più accurata e a stabilire i contatti con il Prof. Hlastala dell’Università di Seattle.

Il vino e la sua cultura meritano questo e molto di più.

Vincenzo Zappalà

P.S.: ogni giorno un numero enorme di nuovi degustatori e produttori vengono colpiti dalla macchinetta così fraudolenta. Cerchiamo di muoverci in fretta….