Archive for Giugno, 2011
Porcorosso, inaugurazione

Martedi 21 giugno, solstizio d’estate (per la cronaca il solstizio si è verificato precisamente alle 18 e 16′), abbiamo inaugurato Il ristorante Porcorosso, in via Giacchino 53, a Torino. Inaugurazione tra amici e per amici con un buffet di cosine semplici e sfiziose, accompagnate da Barbera d’Alba, Dolcetto (Michele Chiarlo) e Prosecco. Il posto è carino, una quarantina di coperti in un ambiente ristrutturato e arredato con gusto. Alle pareti quattro dei miei quadri, di cui uno al ritorno da un lungo giro prima negli Usa e poi in India. Abbiamo finito la serata a chiacchierare, bere e mangiucchiare seduti all’esterno, sulla strada: come è uso fare nelle sere d’estate in certi nostri paesi del Sud.

Piola da Celso

Incastonata dentro i palazzi operai di Borgo San Paolo, questa “Piola”, parola piemontese che significa più o meno osteria, rappresenta oggi uno dei posti più tipici in cui mangiare una cucina torinese di tradizione. Aperta da poco, è condotta da un’unica, intera famiglia che cucina in maniera casereccia: i cusott in carpione (con un carpione delicato), le acciughe al verde (con un bagnetto quasi dolce, delicatissimo, in cui l’aglio, d’obbligo, è stemperato in maniera perfetta: il meglio che mi sia capitato di assaggiare), il classico vitello tonnato (con la maionese preparata in casa, e si sente, eccome!). Primi piatti semplici come gnocchi e tagliarini conditi con ragout e pomodoro fresco. Il vino è un’onesta bonarda beverina che si beve volentieri. E naturalmente la “carta” la fanno loro, soprattutto la pepata Elisabetta, con una linguaccia piccante che sa di vecchio borgo e di disincantate periferie operaie.

Aperta da poco, soltanto a pranzo e su prenotazione alla sera, è un locale pulito e ordinato con non più di una cinquantina di coperti, di cui una ventina ricavati nel cortile. Si spendono meno di 20 € a testa, mangiando e bevendo bene. E, soprattutto, respirando un’aria che sa di una Torino che i torinesi pensavano non più esistere. Mi ci ha portato Alessandro Barbesino, in una delle rincasate dalla Versilia e dal suo magnifico ristorante “La casa del pescatore” a Marina di Pietrasanta.

Piola da Celso

Via Verzuolo, 40/B – Torino

Tel. 011 4331202

pioladacelso@gmail.com

Una domenica di luce, a Torino

Alessandro Ferrero della Marmora morì, poverino, di colera nel giugno del 1855, a Balaklava. Aveva 56 anni e stava partecipando alla Guerra di Crimea, voluta da Cavour per guadagnare dignità internazionale al piccolo Regno Sabaudo. Il 18 giugno del 1836 aveva fondato il corpo dei Bersaglieri. Mi pare giusto ricordarlo quando a Torino in una luminosa e fresca giornata di giugno si festeggia il 175° anniversario della fondazione di quell’unità, unica al mondo, che va sempre di corsa con le piume di gallo cedrone agitate dal vento. Che belli che sono i bersaglieri! E Torino, come suo solito, li onora nel migliore dei modi: una luce abbacinante che i portici antichi altro non fanno che esaltare.

 

Freme la Vecchia Mole quando corre la Fanfara…

Giuro fremere m’è parso di vedere

per un attimo la Vecchia Mole:

leggeri gli scarponi carezzavano veloci

i porfidi lucidi della Via Po tricolore pavesata a festa.

I fiati fragorosi della fanfara

si frangevano sui vecchi portici severi

oggi quasi sorridenti in ordine schierati

a contenere i brividi dell’affannato scorrazzar di piume.

Giuro

fremere m’è parso di veder la Vecchia Mole.

Per un’attimo forse

per un  attimo soltanto…

 

Tipo scrauso e non solo….

La lingua evolve, di giorno in giorno. E in tempi di internet e di scenari mondiali la lingua muta in maniera più che tumultuosa.

Ma compito nostro – che abbiamo una formazione linguistica importante, e prima che alla formazione obbediamo, soprattutto, a una sensibilità linguistica che è fuor di media – dev’essere con necessità portare all’attenzione di chi ci segue il pericolo di sciatteria che l’utilizzo, per sentito dire, di parole con poco o punto senso, comporta. Di seguito, alcuni termini da evitare come la peste.

. Tipo: sempre usato al posto di «per esempio», ma diventato intercalare insopportabile.

. Scrauso: aggettivo, di probabile origine romanesca che significa «taroccato, scarso, falso».

. E non solo: ormai «soltanto» e «solamente», avverbi, sono sostituiti dall’aggettivo «solo».

. Compound: in inglese significa «composto». Nella lingua corrente sostituisce il termine «edificio» con significato di «edificio militare».

E ancora: «quant’altro», «sclerare», «accellerare (rigorosamente con 2 elle)», «a 360 gradi», «piuttosto», «DNA», «assolutamente sì assolutamente no» et caetera, et caetera…

Qualche decennio fa andava di moda un bel neologismo che allora era considerato sciatto e oggi è compreso nei migliori vocabolari: «togo». Significava: «fico» nel linguaggio dei giovani degli anni Sessanta, potrebbe essere non sciatto riadottarlo oggi. O no?

Pastificio Defilippis, a Torino dal 1872

Questo locale, da sempre situato in via Lagrange al numero civico 39, è una di quelle “Istituzioni Torinesi” che coloro i quali sentono la propria “torinesitudine” (neologismo coniato da Giovanni Arpino) ben conoscono.

Rilevato nel 2007 dalla famiglia Damilano, è stato da non molto riportato agli antichi splendori, anche profittando della recente pedonalizzazione della via Lagrange. Il Pastificio oggi occupa una decina di persone con un altro paio che lavorano nel laboratorio artigiano di corso Verona (in spazi attigui ricavati nel ristorante Rural) a confezionare le preziose paste ripiene per cui il Pastificio è giustamente famoso. Sotto la preziosa consulenza di Annamaria Tamasco, da circa un anno viene offerto agli estimatori il “Raviolo della Gran Tradizione Torinese” , preparato con ripieno di tre carni diverse (fassona, coniglio e maiale), verdure e riso Carnaroli, e presentato dentro deliziose scatole per due e per quattro persone.

Oltre che acquistare paste varie, è anche possibile pranzare e cenare in tre differenti ambienti: un dehors di 30 coperti, nella saletta attigua al bancone per 20 coperti e in uno spazio delizioso, altri 40 coperti, ricavato al primo piano e arredato con straordinario gusto. Non ho ancora avuto il tempo di apprezzare la qualità delle paste e della cucina: appena possibile informerò i miei lettori in proposito (ma sono certo che non avrò di che lamentarmi…).

HoReCa maggio 2011, Rosati e Vino della Regina
Zafferano del Kashmir e Carnaroli Acquerello

La cucina sublime è un fatto semplice, bastano pochi ingredienti di qualità eccelsa e con preparazioni semplici, anche tradizionali, si approntano piatti davvero eccellenti. Qui abbiamo unito un incredibile zafferano che il mio amico Giovanni Leopardi mi ha portato dal Kashmir (uno zafferano che sa di spezie, mai prima d’ora provato) e il Carnaroli Acquerello di Piero Rondolino: semplicemente eccezionale. E senza astruserie tecnologicamente immaginifiche. La grande cucina è sublime artigianato, non arte. L’arte è altro: né più, né meno. Altro.

Ristorante Rural

Ci sono andato con Claudia Rosso che è la responsabile della comunicazione e del marketing della famiglia Damilano, barolisti insigni e proprietari dei marchi Sparea e Valmora, oltre che del Pastificio Defilippis in via Lagrange (di cui parlerò). E’ stato inaugurato nel gennaio del 2010, situato in corso Verona, è senza dubbio uno dei migliori ristoranti in Torino. A cominciare dall’arredamento e dall’atmosfera: luminoso, di classe ma minimale; per continuare con il servizio: cortese e efficente senza essere assillante. Per finire con la qualità dell’offerta, sia per la cucina sia per la carta dei vini. Lo chef, sotto la consulenza dello stellato Massimo Camia, è il giovane e molto promettente Alessandro Levo: meno di trent’anni, ma con un curriculum invidiabile (Cracco e Iaccarino, giusto per citare qualcuno). Mi ha proposto un correttissimo vitello tonnato, strepitosi gnocchi di patate rosse di montagna con vongole, pomodorini e basilico e un baccalà in crema di cannellini di sorprendente equilibrio e delicatezza. Ci ho bevuto l’Arneis Damilano – uno dei pochi Arneis degni di essere bevuti, nulla di eccezionale ma non si può pretendere altro da un Arneis, ancorché buono – e il rosato Damilano, discreto (Damilano ha ben altri vini, di ben altra qualità: ma dovevo bere quelli che conoscevo di meno, comunque più che onesti). In sala il bravo Marco Masera, anch’egli giovane e capace. Un posto che posso raccomandare con calore, che merita di essere meglio conosciuto di quanto lo sia finora. Un posto poco “torinese” e di gran qualità. Dalla prossima settimana tutti i lunedì propone un aperitivo degno di questo nome (non le ciofeche, carissime che si trovano in giro e meritano di chiamarsi «apericena»: un termine orrendo per un’offerta sempre scadente). Si spende una cifra onesta in un locale di un centinaio di coperti in cui si può parlare senza subire il fastidioso brusio di certi ristorantacci.

Quisquilie & Pinzillacchere, Inno al culo (Bar Elena)

APPENDICE

 

 

La poesia qui sotto, che si intitola “Inno al Culo (Bar Elena), è stata aggiunta quando questo libro era già in fase di correzione delle bozze. Non ho potuto ometterla perché in verità mi pare che il suo posto più giusto sia questo lavoro: non so se nel futuro questa poesia potrebbe essere accolta così bene come lo è qui.

La sua genesi, lunga vari mesi, è stata assai laboriosa, pur se l’idea – o l’ispirazione di fondo – fu folgorante. Ci ho messo un paio di settimane a scriverla e a correggerla e mi piace di puntualizzare che è nata come una piccola sceneggiatura cinematografica,  durante le mie interminabili serate e notti trascorse sotto i portici di piazza Vittorio Veneto a Torino, ai tavoli dello storico Caffè Elena, di fianco al Cinema Empire, un piccolo gioiello liberty. Due sono i riferimenti precisi: Aldo Palazzeschi e Federico Fellini (Amarcord).

Inno al Culo (Bar Elena)

Affacciato al mio tavolino

Respirando i portici antichi

Dentro quei rari infiniti,

Ospiti inattesi che mi lasciano ebbro e tramortito,

Incollo i miei ragionamenti a questo fluire

Ora lento ora ticchettante ora nervoso

Di carovane

Carovane estenuanti di culi.

Culi sicuri

Timidi culi

Culi che sospirano

Culi che parlano

Culi che cantano culi che urlano

E son culi soprani

Culi baritoni

Culi a cappella.

Culi bugiardi

Culi sinceri

Culi sereni

Culi nevrotici.

Culi insonni

Culi dormienti

Culi che raccontano storie

Culi che tacciono ostinati.

Culi che ricambiano gli sguardi

Culi che passano silenti e sdegnosi

Culi che ridono

Culi che piangono

Culi lamentosi.

Culi smorfiosi

Culi impettiti.

Culi atei

Culi cristiani

Culi musulmani

Culi politeisti

Culi buddisti

Eretici culi anelanti roghi.

Culi a bizzeffe

Culi a folate

Ondate di culi

Valanghe di culi

Inquadrati in falangi in legioni in reggimenti

O disordinati sparpagliati solitari

Anarchici culi.

Culi pluralisti liberali fascisti democratici

Comunisti.

Incapaci tutti di allontanare i miei occhi

Adolescenti

Critici analitici sistematici

Che ai pensieri regalano matite colorate

Per disegnare ghirigori inutili.

Ho appiccicato pupille puntute a

Culi nebbiosi a

Culi incerti a culi dubbiosi.

Ho inseguito

Culi tremolanti

Culi secchi

Progetti di culi

Culi invidiosi.

Ho assaporato culi immensi come province

Culi sterminati culi infiniti

E culi piccini culi graziosi

Culi infantili.

Ho degustato culi profumati

Culi fragranti olezzanti ritmi tropicali

Culi di sabbia

Culi a strapiombo culi verdi come acque

O blu profondi insondabili culi colorati di mistero.

E tutto questo affannarsi di culi

Ho rimirato inseguito anelato

Affacciato al mio tavolino

Tra rare sorsate d’infinito

Tracannate respirando i portici amici.

Octavio Paz, Apparenza Nuda – L’opera di Marcel Duchamp

Di seguito uno straordinario brano di Octavio Paz, tratto da Apparenza nuda – L’opera di Marcel Duchamp, scritto tra il 1966 e il ’76 e pubblicato in Italia da Abscondita nel 2000.

È l’inizio del suo saggio fondamentale su Duchamp e suLa Mariée mise à nu par ses Célibataires, même (Il Grande Vetro). Un testo tanto difficile quanto irrinunciabile per chiunque voglia approcciare l’arte moderna con serietà e in maniera approfondita.

Pablo Picasso (Malaga, 25 ottobre 1881-Mougins, 8 aprile 1973)

Marcel Duchamp (Blainville-Crevon, 28 luglio 1887-Neuilly-sur-Seine, 2 ottobre 1968)

“Forse i due pittori che hanno esercitato maggior influenza sul nostro secolo sono Pablo Picasso e Marcel Duchamp. […]

Picasso è ciò che accadrà e ciò che sta accadendo, l’evento futuro e quello arcaico, quello remoto e quello prossimo. La velocità gli permette di essere qui e là, essere di tutti i secoli senza smettere di essere dell’istante. Più che i movimenti della pittura del ventesimo secolo è il movimento fatto pittura. Dipinge in fretta e, soprattutto, la fretta dipinge con i suoi pennelli: il tempo pittore. I quadri di Duchamp sono la presentazione del movimento: l’analisi, la scomposizione e il contrario della velocità. Le figurazioni di Picasso attraversano velocemente lo spazio immobile della tela; nelle opere di Duchamp lo spazio cammina, si fonde e, divenuto macchina filosofica ed esilarante, confuta il movimento con il ritardo, il ritardo con l’ironia. I quadri del primo sono immagini; quelli del secondo, una riflessione sull’immagine.

Picasso è un artista dalla fecondità inesauribile e ininterrotta; le tele di Duchamp non raggiungono la cinquantina e furono eseguite in meno di dieci anni: infatti abbandonò la pittura propriamente detta quando aveva appena venticinque anni. Certo, continuò «a dipingere» per altri dieci anni ma tutto quel che fece a partire dal 1913 si inserisce nel suo tentativo di sostituire la «pittura-pittura» con la «pittura-idea». Questa negazione della pittura che egli chiama olfattiva (per il suo odore di trementina) e retinica (puramente visiva) fu l’inizio della sua vera opera. Un’opera senza opere: non ci sono quadri se non il Grande Vetro (il grande ritardo), i ready-mades, alcuni gesti e un lungo silenzio. L’opera di Picasso ricorda quella del suo compatriota Lope de Vega e, in realtà, parlandone bisognerebbe usare il plurale: le opere. Tutto quello che ha fatto Duchamp si concentra nel Grande Vetro, che fu definitivamente incompiuto nel 1923. […]

I due artisti, come tutti quelli che lo sono davvero, senza escludere i cosiddetti minori, non sono paragonabili. Ho associato i loro nomi perché mi sembra che, ognuno a modo suo, definiscano la nostra epoca: il primo per le sue affermazioni e le sue scoperte; il secondo per le sue negazioni e le sue esplorazioni.”

Stefano Rosso: la leggerezza degli anni Settanta

La marjuana ti fa male, il Chianti ammazza l’anemia…“.

Che bello 
col pakistano nero e con l’ombrello 
e una ragazza giusta che ci sta
 e tutto il resto che importanza ha? Così di casa li cacciai senza ritegno
 senza badare a chi mi palesava sdegno li accompagnai per strada e chiuso ogni sportello
 tornai in cucina e tra i barattoli uno che….Che bello
 col giradischi acceso e lo spinello
 non sarà stato giusto si lo so
ma in 15 eravamo troppi o no? 
E questa 
amici miei è una storia disonesta
 e puoi cambiarci i personaggi ma
 quanta politica ci puoi trovar“.

La prima citazione da Letto 26: ogni volta che l’ascolto mi viene da piangere. Io sono così, che ci posso fare. Alla faccia della leggerezza. La seconda è tratta dalla conosciuta  Una storia disonesta, il suo pezzo più famoso.

Stefano Rossi, diventato Rosso chissà perché, era un trasteverino nato nel ’48; se n’è andato il 15 settembre del 2008. Non è considerato, probabilmente a ragione, un Grande. Eppure i testi delle sue melodie semplici sono la dimostrazione di come si possa essere leggeri e profondi in periodi – gli anni Settanta – che tutto pretendono di essere meno che leggeri.

Stefano Rosso è tutto da riscoprire in canzoni come Odio chi, Senti cosa fo, Colpo di stato, L’osteria del tempo perso, La banda degli zulù. Ogni tanto, tra le facili marcette e melodie di ispirazione country, ti getta in faccia una ballata straordinaria: vedi Tre fratelli, Canzone per chi e la bellissima Quando la luna.

A un certo punto della sua vita Stefano Rosso, deluso da tutto il sistema e anche da qualche amore andato a male, si arruolò addirittura nella Legione Straniera, era l’inizio degli anni Ottanta. Poi rientrò in Italia e riprese  a fare il musicista, con disillusione e disincanto, oltretutto era un ottimo chitarrista (finger picking).

Uno dei tanti sottovalutati e dimenticati: Ivan Graziani, davvero grande – poeta e musicista solidissimo – è un altro di questi. Ascoltatemi, ascoltateli per bene e poi fatemi sapere.

Risotto agli asparagi

Uno dei motivi per i quali all’epoca ho sposato mia moglie era per certo la sua propensione alla buona cucina: il fatto poi di avere un marito come me – gran rompiballe – l’ha portata a diventare un’ottima cuoca. I risotti, anche per questioni meramente genetiche, sono sempre stati tra le sue specialità. Avendo ricevuto direttamente da Piero Rondolino il suo Acquerello, e dovendo scriverne, ho “usato” mia moglie come cuoca. Gli asparagi arrivano dal mercatino dei contadini di Porta Palazzo, nostro abituale luogo di fornitura, distante poche centinaia di metri da casa. In effetti la preparazione del Carnaroli Acquerello è più lunga di un riso normale: occorrono quasi 30′ di cottura! Abbiamo usato quello invecchiato poco più di un anno, mi riprometto una prova per il riso di 7 anni: l’invecchiamento è fondamentale perché rende stabile l’amido e ne impedisce la dispersione durante la cottura. Be’, mia moglie ha cucinato un ottimo risotto, come al solito, ma è straordinaria la resa dell’Acquerello! I chicchi sono tutti separati tra loro, belli, di sorprendente consistenza: e poi il sapore… Ci ho bevuto l’eccellente Nebbiolo Marghe 2009 di Damilano e, dello stesso produttore, l’ottima Barbera d’Asti 2009: 14% d’alcol per entrambi i vini che non si sentono per l’elegante Nebbiolo e invece paiono aumentare per la sensuale Barbera (tra i vini di Damilano, tralasciando i Barolo, questa Barbera d’Asti è quello che prediligo, pur apprezzando Nebbiolo, Dolcetto e Barbera d’Alba). Riflessione: non costa poco l’Acquerello – almeno il doppio di un un buon riso industriale – ma, consumando pochi chilogrammi l’anno pro capite, vale la pena spendere quella frazione di euro in più, per piatto a testa, e mangiare un riso che non ha eguali. Mica per nulla i migliori ristoranti del mondo lo usano. Non Ferran Adrià a El Bulli: egli non adopera nella sua cucina il riso…

I Carabinieri a Torino

Questo è l’unico evento che non ho documentato. C’è un motivo. Importante. Per tutti gli altri Corpi del nostro esercito – Alpini, Bersaglieri, Areonautica, ecc. – sono stato contento di fotografare e commentare, soprattutto per Alpini e Bersaglieri, i loro ritrovarsi con allegria, partecipazione, orgoglio. Pur stimando La Benemerita, però, nessuno può impedirmi di ricordare che qualcuno, magari soltanto obbedendo a ordini criminali, sparò alle spalle dei propri connazionali! Nessuno ha il coraggio di ricordarlo, ma successe spesse volte nelle trincee della Grande Guerra, quando i poveri contadini ignoranti del nostro Sud non avevano alcuna voglia di essere vittime consapevoli di un massacro privo di ogni logica e non partivano all’assalto suicida contro le mitragliere austroungariche. I nostri carabinieri gli sparavano alle spalle oppure ne sopprimevano gli sfortunati con l’atroce tecnica della decimazione. Purtroppo, la bandiera della Benemerita deve sopportare questo tragico peso, non documentato, volutamente dimenticato. Scomodo. Ma è parte della storia, pur gloriosa, di questo Corpo. Che nessuno abbia il coraggio di ricordarlo è triste. Dimenticare i propri errori non aiuta a crescere. Scordare i momenti bui della propria storia è un fatto misero: tutti commettiamo errori, la differenza sta nel fatto di riconoscerli, di ammetterli per non ripeterli. Quello che sta accadendo in Libia e in Siria testimonia di quanto certi schemi, criminali, non finiscono mai di essere attuati da menti deviate che non amano le proprie genti. Ma la Storia è pronta a presentare il conto. E quando ciò avviene, il conto è salato. Senza appello!

Il Vilet di Luigi Spertino

https://www.vincenzoreda.it/abbinamenti-del-25-aprile/

Di questo vino sensazionale ne ho parlato qualche mese fa (vedi link). Oggi ne ho aperto la seconda bottiglia perché devo prepararmi psicologicamente a un articolo – e  relative degustazioni – che riguarda il Prosecco: io non amo in maniera particolare le bollicine, pur non disdegnandole. Ma andavo anche dicendo, stolto, che non amavo il Cortese, che il Piemonte non è Terra di bianchi, et caetera con queste corbellerie pregiudizievoli. Non avevo bevuto il Vilet: questo vino mi fa andare fuori di senno, mi procura orgasmi, mi seduce il palato come pochissimi altri e mi fa scrivere parole iperboliche che non dovrebbero essere mie. Ma pazienza: l’amore è l’amore e all’amor non si addice la misura. Attenzione, questo è un vino per pochissimi: la stragrande maggioranza lo troverebbe pieno di difetti. Poi è ancora giovanissimo e pare un Barolo bevuto a due, tre anni di età. Questo vino -purtroppo Mauro Spertino ne ha prodotte soltanto 1850 bottiglie – sarà immenso fra 5/6 anni e sopporterà ben oltre i 10 anni di età! Ma già oggi mi fa impazzire e l’ho bevuto dentro un nobile calice soffiato a Murano, che esalta il colore quasi bronzeo di questo Cortese 2009 spremuto, con metodi semplici e tradizionali, da bionde uve astigiane. Ma si diffidi di uno come me: io trovo assai più attraente Teresa Mannino che Belen Rodriguez….

SOHANA ALI JAVAID, il baratro dell’orrore

Nessun Gramellini, nessun moralista patentato di quelli che usano frequentare facebook o le lettere indignate ai direttori: nessuna voce ho udito levarsi sorda e attonita di fronte a questo fatto inaudito.

E’ atroce la violenza sui deboli, sugli indifesi; la violenza sui vecchi, sulle donne, sui bambini; l’accanimento privo di ogni decenza sugli inermi. Ma misere, squallide, remote giustificazioni quali la malattia, lo squilibrio mentale, la guerra, le condizioni estreme possono giustificare alcuni comportamenti dell’uomo: abominevoli, orrendi, inqualificabili….

Ma questo no! Questo no!! E nessuno, dopo i titoli dei giornali – titoli dovuti, data la notizia – nessuno che abbia avuto la necessità di gridare all’orrore, devastante, terrificante, che quasi toglie il fiato come il dolore infinito che fa piangere lacrime mute.

Una bambina inerme, figlia di una famiglia miserrima, presa e drogata e imbottita di esplosivo per essere spappolata e spappolare anch’ella gente inerme. Il tutto progettato e messo in atto con lucido calcolo, con efferato sprezzo di ogni umano comportamento da esseri che sono peggio che il Male assoluto…..

Non ci ho dormito per giorni, assordato dai silenzi di moltitudini che all’orrore pare siano ormai abituati. Oppure, peggio: si dichiarano sgomenti a fronte di storielle squallide di sesso, ladrocini, corruzioni che sono semplicemente parte delle nostre caratteristiche di piccoli uomini. Non questo, non questo: che iddio, o chi per lui, abbia il coraggio e la forza di non perdonare.