Archive for Agosto, 2011
Vendemmia 2011

Il fascino dei filari a girapoggio che incombono sulla Città. Vendemmia della Freisa di Chieri nella vigna di Villa della Regina a Torino, davanti alla Mole Antonelliana

L’antico vizio di esercitare generalizzazioni, in ogni campo, costituisce una delle più pericolose e diffuse tra le tentazioni della superficialità.

Parliamo di vendemmia: come sarà quella che in molte zone (non tutte!) è cominciata con largo anticipo, oggi non possiamo né prevedere, né sapere. Lo conosceremo quando l’ultimo grappolo, nell’ultima vigna, sarà raccolto.

Si leggono stime al ribasso (44 milioni di hl. contro i 46,7 dello scorso anno), con minor produzione dei francesi (le loro stime parlano di 48 mln. di hl.).

Tutte queste sono operazioni che non hanno alcuna rilevanza. Così come le stime che riferiscono alla qualità: basta un po’ di pioggia in più o in meno nell’ultimo periodo e tutte le previsioni vanno a ramengo. Non soltanto: i microclimi influiscono in maniera determinante. Dunque, meglio prendere tutte le vane parole che si leggono in merito di questi tempi con il santo beneficio d’inventario.

Pare incredibile che il sano buonsenso sia sempre (oggi in maniera eclatante!) messo da parte. E poi i giochi continuano in cantina e si concludono sui mercati: non su giornali, né su blog più o meno seri…

 

 

 

 

‘N DO ARIVO METTO ‘N SEGNO, ovvero IL CORONCINO

Non conosco personalmente Lucio Canestrari e sua moglie Fiorella  De Nardo, conosco invece molto bene Alberto Mazzoni, l’enologo che cura i loro vini.

Queste due persone negli anni Settanta da Roma si trasferirono nelle Marche: fecero una sorta di emigrazione alla rovescia, nel senso che erano umbri e marchigiani, in genere, a trasferirsi a Roma, fin dall’immediato dopoguerra.

Nel 1981 impiantarono il primo vigneto a Staffolo, riva destra dell’Esino, nell’entroterra jesino, a pochi chilometri in linea d’aria dall’Adriatico.

Oggi producono 50.000 bottiglie, quasi tutte di Verdicchio dei Castelli di Jesi nella tipologia Classico Superiore ( con rese inferiori a 110 ql per ha). Producono anche qualche bottiglia di rosso e olio extravergine d’oliva.

Non conosco gli altri vini della Fattoria Coroncino: Gaiospino, Gaiospino Fumé, Il Bacco, Stracacio, Bambulé (passito) e Ganzerello (rosso a base Sangiovese con il 5% di Shyrah).

Il Coroncino lo bevvi la prima volta qualche anno fa, probabilmente al ristorante Mandracchio, zona fiera in Ancona. E mi piacque assai già al primo sorso.

Oggi bevo il 2009, e bevo un Verdicchio di Jesi tra i migliori. Colore giallo paglierino intenso con riflessi dorati, un naso intenso di fiori e frutta bianca e un palato ampio, morbido con il tipico retrogusto di mandorla amara meno evidente che in altri Verdicchio. La persistenza è quella di un bianco importante, adatto a invecchiare qualche anno.

Ne producono circa 20.000 bottiglie, 14% vol., acidità non elevata e ottimo rapporto qualità/prezzo (si trova in enoteca poco sopra i 10 €, ma si beve un grande bianco).

E’ interessante la filosofia dei Canestrari: nessun dogma, nessuna associazione, meno alchimie possibili in vigna e in cantina. Soltanto buon senso.

D’altro canto, il motto romanesco: «’n do arivo metto ‘n segno» significa semplicemente, faccio quel che posso!

 

Fattoria Coroncino ‐ C.da Coroncino, 7 ‐ 60039 Staffolo (AN) Tel. +39 0731 77 94 94 – Fax 0039 0731 77 0205 www.coroncino.it ‐ info@coroncino.it

A cena con Alberto Mazzoni

Questa volta siamo stati a cena con Alberto Mazzoni salendo verso nord, alla fine delle vacanze d’agosto, purtroppo lasciando alle nostre spalle non tanto le vacanze, quanto l’amato Sud. A Porto S. Giorgio, le Marche di Ascoli Piceno, siamo stati ospiti del ristorante del Best Western, con il vecchio amico di Alberto, Luciano Scafà a dirigere con sapienza la nostra cena. Certo qui non siamo al cospetto di un grandissimo ristorante: la qualità però è  più che buona, con un’offerta di piatti di pesce alcuni assai piacevoli e non scontati. Raccomando i gamberoni su letto di anguria e il tonno presentato sopra una fetta di melanzana arrostita con zucchine e sottilissima julienne di peperoncino. Di qualità eccellente l’ostrica, presentata come si deve e, grazie a dio, una soltanto, come piace a me. Ma cenare con Alberto significa andare alla scoperta di vini poco conosciuti.

Con l’ostrica l’esordio è stato l’ottimo rosato brut di Garofoli: come a dire, andiamo sul sicuro. Ma il secondo vino è stato uno sconosciuto Bianchello del Metauro interpretato da Alberto. Il Bianchello è un vino bianco facile, tranquillo, non molto fruttato e con scarsa acidità e alcol. Questo – San Leone 2010 dell’Azienda Cignano in Fossombrone (PU) – è un bianco sì facile, ma con 13,5% vol., un bel naso di fiori e un palato quasi ricco, per un Bianchello (vino che ormai pochi fanno) sorprendente e ottimo per introdurre i più invadenti Verdicchio; che siano di Jesi o di Matelica poco conta. Altra sorpresa, un Verdicchio di Jesi – Ghiffa 2010, Azienda Tenuta Musone di Jesi (An) – di notevole qualità e di particolare mineralità: mi ha ricordato Il Coroncino, pur se con meno colore e, ovviamente, meno importante essendo il Ghiffa un classico e l’altro un superiore. Comunque, 13,5%vol. per un bianco fruttato e di apprezzabile freschezza.

La sorpresa è stata però il Lacrima di Morro d’Alba: selezione Guardengo 2009 dell’Azienda Lucchetti di Morro. 10.000 bottiglie per un Lacrima quasi estremo, nel colore, nei tipici profumi, nei tannini intensi e unici che possiede questo vino. 14% vol. per uno dei migliori Lacrima (insieme con il Rùbico di Marotti Campi) mai bevuti. Non mi dimentico di sottolineare che questi vini hanno tutti, e senza eccezione, un rapporto qualità-prezzo davvero sorprendente. Occorre che i marchigiani comincino a far conoscere meglio i loro vini in giro per l’Italia, ancor prima che in Europa e nel mondo. Come al solito, grazie Alberto. E alla prossima.

Beach colours from South of Italy
Nero di Troia in purezza: ovvero Nerone by La Marchesa

Mi è venuta in mente Claudia. Erano gli anni Ottanta, Claudia aveva una ventina d’anni: bellissima, smorfiosetta, donna già complicata come lo sono le napoletane, quelle veraci, borghesi di buona famiglia. A lei debbo il primo assaggio di Cacc’ e Mmitte, Cantine Svevo di Lucera: eravamo nel solito posto sul Gargano, tra Mattinata e Pugnochiuso. Il posto dove sono ancora oggi a trascorrere le mie vacanze che al solito sono tutt’altro che vacanti.

Gegè Mangano anni fa mi aveva fatto bere la prima bottiglia di un’azienda appena nata in Lucera: Nero di Troia in purezza, Nerone 2007 della cantina La Marchesa. Lo avevo trovato davvero ottimo e conoscevo bene Le Cruste di Longo, protagonista del mio racconto La bottiglia del giorno dopo.

Lo stesso Gegè mi ha messo in contatto con Marika Maggi che insieme a Sergio Lucio Grasso conduce la giovane azienda di circa 11 ha, posta nella piatta e fertilissima campagna a pochi chilometri a nord di Lucera.

Avevo pianificato questa visita già lo scorso anno e finalmente riesco a interrompere le mie vacanze per una giornata di piacevole lavoro.

Lucera è un importante centro che dista una ventina di chilometri da Foggia, verso ovest. Ci si trova nel piatto Tavoliere pugliese, ovvero una Terra generosa che da molti millenni ospita olivi, grano, viti, molti ortaggi e frutta; inoltre, da un paio di secoli ha adottato, con risultati straordinari, l’alieno pomodoro.

Lo scirocco oggi soffia sulla piana: sono 39° già intorno alle 11 di mattina!

Mi accoglie Marika e mi consegna nelle mani di Sergio per un giro nelle vigne: qui la memoria mi risveglia il ricordo dell’indimenticabile Gino: le vigne “bisogna camminarle”, anche a 39° in un lunedì di agosto.

E allora le mani appassionate e contadine di un uomo che ama la sua Terra ti mostrano con amore il grappoletto spargolo di uva Nero di Troia che proprio in questi giorni sta compiendo l’invaiatura. E la stessa persona ti descrive le potature corte di una giovane vigna tenuta a spalliera e ti racconta le necessarie e successive operazioni di potatura verde e di diradamento che servono a limitare le quantità di uva che naturalmente queste piante, spinte dai suoli ubertosi e dal clima, producono con una vigoria fuori del comune. Questo furore produttivo va controllato e limitato con rigore: soltanto in questo modo l’uva può raggiungere il giusto livello di qualità che potrà garantire un ottimo vino.

Le rese per ettaro delle uve Bombino, Montepulciano, Falanghina e Nero che vengono usate per i vini bianchi, i rosati e i neri da bere giovani raggiungono, pur con i diradamenti, i 160/180 ql per ettaro! Ovviamente per il Cacc’ e Mmitte e il Nerone le rese, in vigne più vecchie, non possono superare gli 80 ql.

Non c’è nulla di meglio, per conoscere un vino, che girare per le sue vigne, calpestarne il suolo che le ospita ed essere carezzati dalle stesse brezze che le aiutano a maturare.

Mai bisogna dimenticare che il vino è spremuta d’uva fermentata: e l’uva, dunque la vigna, è tutto. La cantina serve soltanto a non rovinare quello che il frutto ha donato: l’attività in cantina può soltanto peggiorare, mai migliorare, la qualità che la Terra ha saputo guadagnare.

Assai accaldati, ritorniamo al sicuro della frescura che i spessi muri di una masseria ristrutturata con gusto sanno conservare.

Ci aspetta Marika che si occupa di tutto ciò che riguarda marketing e commercio.

Se Sergio è il discendente di una vecchia famiglia contadina e ne è espressione dura e pura, Marika è una persona curiosa, dalla grande facilità di rapporto umano. Laureata in Lettere Moderne a Perugia, nella stessa Umbria ha seguito con passione e profitto i corsi AIS e dalla grande tradizione di quella regione ha mutuato le conoscenze riguardo alla comunicazione, all’immagine e al commercio del vino. Inoltre, è un’ottima cuoca, curiosa e sperimentatrice di gusti e tradizioni, anche esotiche.

Comincio a bere il rosato. Il Melograno, Nero e Montepulciano (80-20%), è un vino di 12,5% vol, colore rosa scarico, naso delicato. In bocca è un vino in cui si sente la struttura del Nero di Troia, buona acidità, secco, persistente e armonico: uno di quei rosati non modaioli, lontanissimo dalle vinificazioni in bianco, spesse volte stucchevoli, del Negramaro. Ne producono circa 15.000 bottiglie.

Il Quadrello è il bianco da uve Bombino bianco e Falanghina (80-20%), per 12,5% vol., di colore giallo paglierino, profumi delicati di frutta bianca e palato che esalta la banana, con sfumature di miele. Un bianco quasi importante, assai lungo e di gradevole equilibrio. Tenuto a macerare sulle bucce per soltanto 5 ore (alla faccia della moda!), rappresenta un risultato eccellente per un vino che a scaffale non supera i 7 €, come il rosato, del resto. Ne producono circa 15/20.000 bottiglie.

Il rosso Donna Cecilia, uve Nero e Montepulciano (60-40%), soltanto acciaio, è tenuto a gradazione alcolica non eccessiva (12,5% vol.). Colore rubino intenso, sentori delicati di frutti rossi, in bocca è pulito, armonico e di buona persistenza: un vino non impegnativo da consumare giovane e con una grande facilità di abbinamento a differenti cibi. 20.000 bottiglie per un vino da 6/6,5 € a scaffale.

La Doc Cacc’ e Mmitte  risale al 1975, precisamente il 13 dicembre, Santa Lucia. Per molti anni prodotto dalla Cantina Cooperativa Svevo di Lucera, oggi viene presentato da numerose aziende. Questo de La Marchesa, 2009 è assemblato con il classico uvaggio Nero, Montepulciano e Bombino bianco (70-20-10%), riposa 15 mesi in tonneau prima di continuare l’evoluzione in bottiglia. 13% vol. con colore rubino intenso e riflessi granata, al naso sentori di frutta di bosco. In bocca è un vino grasso, di buona acidità, ancora con qualche squilibrio dovuto alla giovane età. Molto persistente: questo è un vino importante che ha bisogno di ancora un paio d’anni per dare il meglio.6.000 bottiglie per 15 € a scaffale.

Il Nerone 2009 l’ho bevuto per ultimo. Questo è un vino importante, direi un grande vino che sta nelle ancora poco esplorate possibilità del Nero di Troia vinificato in purezza e spremuto da uve di vigne vecchie con rese sotto gli 80 ql/ha. Un vino a cui 12 mesi di barrique di secondo passaggio fanno bene. Soltanto 13% vol., colore rubino intenso con riflessi aranciati, al naso sentori complessi che dai frutti di bosco cominciano a migrare verso profumi di  cuoio e pellami vari. La bocca è piena, grassa, già equilibrato e maturo ma che promette almeno altri 8/10 anni di evoluzione.

Non vi sono dubbi, lo dicevo quando lo si conosceva in pochi (oggi il Nero di Troia sta cominciando a insidiare Primitivo e Negramaro): questo vitigno si deve considerare appartenente di diritto alla famiglia dei grandissimi a bacca rossa del nostro Sud. La fortuna è che queste uve le abbiamo soltanto noi: non ci possono far concorrenza francesi, spagnoli, cileni, sudafricani, americani et caetera! Ne sapessimo approfittare per una volta…

Chiudo con la considerazione che le persone che mi hanno ospitato in maniera semplice e calorosa, Marika e Sergio, hanno bisogno di lavorare con serenità e con l’appoggio, anche soltanto morale, di chi ama la Terra e il Vino. La loro passione, la loro tenacia, la loro applicazione – pur in un contesto che sconta una certa sudditanza periferica (almeno rispetto al modaiolo Salento) – saranno premiate dal tempo, che è sempre galantuomo. Forse e non per nulla, sono giunto qui dal ristorante Li Jalantuumene, di quel simpaticone – nonché grande chef – di Gegè Mangano.

Salute.

Cantina La Marchesa

Via Ciaburri, 101 – 71036 Lucera (Foggia)

+39 337 838702  +39 329 0946868

maggi_26@libero.it

Mi piace fotografare gli olivi in agosto

Le fronde degli olivi, in agosto, sono assai grafiche. Lo sono per le forme e i colori delle foglie; lo sono per i frutti ancora non pienamente maturi; lo sono perché io penso che lo siano. Passo ore e ore a dondolarmi sulla mia amaca messicana e a guardare gli olivi. Con gli olivi ci parlo, mi confido, ascolto le loro confidenze. La gente ama assai più gli animali che le piante: io non sono la gente e le piante mi piacciono come gli animali. Anzi, certe piante anche di più che certi animali…E poi, per fare un animale bastano pochi mesi e dura pochi anni. Un olivo con meno di un secolo è un giovincello, e gli serve qualche secolo per raggiungere la piena maturità. I vegliardi attraversano due o tre millenni. Mica fesserie!

Mattinata, eccellenze gastronomiche

Dopo molti anni credo sia sacrosanto parlare sul mio sito di quegli alimenti che ogni estate soddisfano il mio palato, il mio odorato, la mia vista: sono autentiche eccellenze gastronomiche che rendono questa Terra preziosa oltremodo tra tutte le Terre preziose della nostra Terra d’Italia.

Sono parecchio esigente e di abitudini da sempre coccolate dalle tavole che uso frequentare, a cominciare da quella della mia famiglia: qui a Mattinata ho trovato alcuni produttori e commercianti all’apice della qualità, ancorché persone semplici, lontane da certe presunzioni che oggi sono costume fastidioso in ambito gastronomico.

I personaggi di cui parlo sono accomunati da una caratteristica fondamentale: producono, trattano e commerciano i loro alimenti da generazioni. Hanno imparato da padri e da nonni e questo lo si coglie in maniera inequivocabile e chiara.

Da Silvia prendiamo pane e focaccia che vengono sfornati più volte al giorno: il negozietto è sempre strapieno, sia di turisti sia di mattinatesi. Occorre sopportare il caldo soffocante e armarsi di santa pazienza: poi si gusta una focaccia (preparata in modi diversi, con o senza pomodoro e aglio) che rimane nella memoria. Non si può non rimarcare la cortesia, l’efficienza, la discrezione del servizio di Silvia.

Michele Ricucci è macellaio e anche un appassionato tifoso juventino: mi serve sempre un agnello eccellente, tipico del Gargano. Quest’anno però si è superato con una carne che mi ha lasciato strabiliato: non ricordo agnelli migliori tra i tanti mangiati in molte parti d’Italia (trentini, marchigiani, sardi…): l’ho fatto preparare leggermente impanato e fritto, pochissimo, nell’olio degli olivi che mi fanno ombra a Mattinatella.

Memorabile.

I dolci di pasta di mandorle e di cocco di Ciangularie sono celebri, provare per credere: li ho fatti mangiare a tedeschi, piemontesi, lombardi e romani. Ho sempre ricevuto complimenti. Anche questa gente lavora da generazioni nella loro pasticceria.

Matteo e le sue figlie ci forniscono di frutta e verdura direttamente a Fontana delle Rose, ma hanno un negozio sul corso principale di Mattinata. Fichi d’india, meloni, uva, fichi, angurie, rucola, peperoncini, olive, origano sempre di qualità notevole.

La pizza del Saraceno: al top di quelle da me frequentate in Italia. Una pasta ineguagliabile con una cottura che la rende croccantissima e leggera. Ottima la mozzarella di bufala (anche se il meglio è cilentana) e dello stesso livello gli altri ingredienti. Luigi è l’erede di Raffaele Basso in un locale assai particolare che è aperto da quasi cinquat’anni (frequentato anche da Lucio Dalla, tra l’altro). Si mangia sugli scaloni di tufo all’aperto.

E infine, gli spaghetti alle cozze di Tonino mangiati a due metri dalla battigia e preparati dalla figlia  Colomba che ha imparato da sua madre (irrinunciabili le sue orecchiette al pomodoro). I cefali di qui sono muggini dorati, altro che spigole e orate d’allevamento!

Non mi paga nessuno per fare pubblicità e pago regolarmente il giusto per i cibi di cui parlo qui sopra: mi rende felice onorare il lavoro di gente che se lo merita, per passione, per abilità, per cortesia, per affidabilità.

A smentire chi del Sud parla male: forse se lo merita o parla per sentito dire, da altri imbecilli.

La piana pleistocenica di Mattinatella

Vista dal mare, questa piccola piana è ancor più evidente nella sua esemplare costituzione geologica che ne ha fatto il più bel litorale del Gargano. Dagli impluvi alla sua destra e alla sua sinistra, per centinaia di migliaia di anni due torrenti hanno scaricato depositi alluvionali che hanno creato questa deliziosa piana, già colonizzata in epoche paleolitiche antiche (6/700.000 anni fa). Poi Greci, Dauni, Romani (c’è la presenza di una villa romana), popolazioni medievali provenienti da tutta Europa e anche da Asia e Africa, hanno continuato a popolarla. Alcuni esemplari di olivi sono millenari (3/4 mt. di diametro!). La terra è fertilissima e oltre agli olivi, i mandorli e i fichi d’india vi crescono rigogliosi insieme a tutte le spezie e le erbe della macchia mediterranea, qui di particolare sapore: la rucola è piccante! Il timo e il rosmarino sono di gusto e profumo impareggiabili, come l’origano.

Mica per nulla ne ho fatto il luogo delle mie vacanze, ormai da tempi memorabili (qui si mangia a…decimetri zero).

Il signor Verdicchio (Alberto Mazzoni)

 

Le Marche, non a caso, costituiscono l’unica regione italiana dal nome declinato al plurale: nel concentrato di diversità di campanili che è lo Stato Italiano, questa Regione rappresenta la quintessenza della convivenza di nazioni, in senso etnologico, differenti.

Partendo dal nord vi si incontrano romagnoli, umbri, anconetani, abruzzesi: ciascuna etnia con caratteri, lingue, tradizioni assai differenti.

Rotolando verso Sud, quando in gioventù cercavamo il mare e il caldo in estati che non finivano mai, attraversavamo inconsapevoli questo territorio dolcemente ondulato che bacia spiagge monotone.

Di Marche  cominciai a sentirne parlare dal commilitone intellettuale e rotondetto Gigi Cesetti, già laureato avvocato e poco più vecchio di noi: arrivava da Monte Giorgio, o comunque da un paese dell’ascolano di quelle parti e parlava sempre e solamente di cibo e cavalli, olive ascolane e bai.

Gigi era poco più che una conoscenza periferica: oltretutto al Car di Fossano Cesetti era uno dei “Tigre” e io un “Cobra” e, trasferiti a Torino, in corso Unione Sovietica, io smisi di fare il militare – ero il fotografo ufficiale della brigata e, dunque, usufruivo di privilegi che tutti gli altri neppure sognavano.

Comunque, il Cesetti diventò amico di mia sorella che, ospite di tanto in tanto nelle favolose Marche meridionali, mi narrava meraviglie a proposito di vino e specialità cucinarie esotiche.

Negli anni ottanta mi capitò per lavoro di visitare un mio collaboratore a Civitanova e anch’io cominciai a apprezzare il pesce e i vini di quei posti, ma senza entusiasmi eccessivi.

Qualche anno appresso, fui spedito da Sergio Musumeci a Ancona in occasione della prima edizione di “Parco produce” e fu amore: amore per la vita, come tutti i miei amori.

Arrivammo a ora di pranzo con Elio, un mio collaboratore di quei tempi, e ci gettammo a corpo morto dentro il primo ristorante che trovammo: “Sotto ai archi”, prospiciente il porto e vicino alla sede della fiera.

Ne uscimmo tramortiti e con nessuna voglia di eseguire i compiti per cui eravamo stati inviati in quella città.

Da quel giorno ho cominciato a conoscere e amare il Verdicchio, insieme alle cicale, ai cocktail di conchiglie in umido, alle olive ascolane, al baccalà con le patate e via dicendo.

E il mio primo Verdicchio importante fu un Sartarelli, non ricordo se Tralivio o Balciana: non sapevo che la sorte mi avrebbe consentito di conoscere, anni dopo, Alberto Mazzoni, quel signore pacioso dagli occhi vivaci che sta intorno a baffi importanti e che a me piace di chiamare “Signor Verdicchio”.

Alberto ho avuto modo di conoscerlo in occasione della nona edizione del concorso “Vini da pesce”, manifestazione di cui egli è l’anima e il motore: in cima al Monte Conero, in un albergo che fu un eremo benedettino, l’occasione per incontrare persone interessanti è quanto di meglio possa capitare.

E il mese di maggio senza dubbio predispone l’animo agli incontri importanti.

In quella occasione Alberto mi fece promettere di visitare la sua struttura di agriturismo che aveva da poco inaugurata a Porto San Giorgio.

Non ho perso l’abitudine di rotolare ogni estate verso Sud, oggi con la mia famiglia, incontro al caldo e al mare: fine luglio era proprio l’occasione, passando lì accanto, di fermarci a visitare questo posto benedetto

Siamo arrivati nel tardo pomeriggio, all’imbrunire, salendo uno sterrato che, tra vigne e oliveti, porta in cima a un colle che domina un angolo di Marche tra il mare e le dolci alture dell’entroterra, chiuse là in fondo, a ovest da montagne importanti dell’Appennino.

La Casa avita, il posto degli antenati contadini, posto di anni e di storie, posto che il buonsenso del tempo ha sistemato come meglio non si può.

I figli di Alberto, Paolo e Michela, hanno voluto che il nome della struttura, rinnovata e trasformata in accogliente dimora per turisti illuminati alla ricerca di qualità, in tutti i sensi, significasse un messaggio internazionale: “Marche life”; in apparenza non sembra granché, invece unisce due concetti fondamentali e li comunica in modo quasi universale.

Alberto Mazzoni ha voluto con forza questa piccola oasi di qualità; l’ha ristrutturata con gusto e semplicità, ricavandone non molti posti letto davvero gradevoli e ospitali in un contesto che è unico. Unico, se la cultura e la sensibilità di chi ha la fortuna di essere ospite di questa struttura sono adeguate a quelle di chi l’ha realizzata.

Il casale è un corpo unico, non molto grande, con piano terra e primo piano; la facciata è dipinta con una tonalità di  rosa caldo e intenso che contribuisce a inserire la costruzione in maniera armoniosa nel magnifico paesaggio, di oliveti e vigneti, che la circonda.

In un corpo a parte, più in basso, la struttura di accoglienza espone alcuni prodotti tipici marchigiani (che è possibile acquistare) e, soprattutto, i molti vini di cui Alberto Mazzoni è padre; e qui devo per forza citare il celeberrimo Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico Superiore Doc 1997 “Balciana” di Sartarelli che nel 1999 fu eletto miglior vino bianco del mondo.

La serata si è conclusa con una cena luculliana a base di pesce, com’è ovvio, in un ristorante prospiciente il mare a Porto San Giorgio; i vini li ha portati Alberto e non posso non ricordare un altro Verdicchio, davvero eccellente, che è suo figlio: il “Coroncino”, vino prodotto da una famiglia che ha una storia molto interessante che prima o poi, anche questa, dovrò raccontare.

Concordi, moglie e figlia, il mattino successivo nel dirmi di aver riposato bene davvero: a onore dell’amico Alberto Mazzoni, mettere d’accordo mia figlia, mia moglie e chi scrive non è faccenda di tutti i giorni.

Un’ultima, piccola nota: il depliant, molto elegante, che descrive “Marchelife” contiene un inserto traslucido su cui è stampata, in fac-simile con la grafia originale, “L’infinito” di Giacomo Leopardi.

Beh, “quest’ermo colle” del grande recanatese, lo noterete senz’altro, ha molto da spartire col poggio che ospita “Marchelife”, senza tema di smentite.

Mi piace anche la definizione: Centro di vita e di cultura della nostra terra.

Grazie, Alberto: siamo stati bene.

Vincenzo Reda

Settembre 2008

 

MARCHE LIFE – Via Valle Oscura,3 – 63017 Porto San Giorgio (AP) Italy

Tel./ Fax +39 0734 671056    e-mail: info@marchelife.it

www.marchelife.it   

 

Da Gegè
Nicola Silvano Borrelli, il mio maestro dauno

Nicola Silvano Borrelli (Torino, 25.12.1938/27.5.2004), figlio di un barbiere originario di Cerignola (Fg) emigrato a Torino negli anni ’30. Lo conobbi nel 1971 grazie a un annuncio alla trasmissione radiofonica “Per voi giovani”. Avevo 17 anni. La prima volta che vidi quest’uomo piccino dagli occhi profondi, indossava una dolcevita marrone con un ciondolo di cuoio a cui era attaccata una punta di selce bifacciale preistorica.

Mi ci attaccai come un neonato si attacca alla tettarella della madre: a ciucciare conoscenza, manualità, leggi universali, archeologia, geologia, antropologia, storia della tecnica, associazione mano/cervello. Il sapere del bosco, delle piante, delle essenze della macchia mediterranea. Il valore della lettura dei saggi scritti da esperti autorevoli; Scientific American, National Geografic, i Saggi e i Millenni Einaudi, i testi di Laterza e de Il Saggiatore….

Un uomo difficile dal carattere complicato, spigoloso, duro. Stronzo, spesse volte.

Dio, o chi per lui, gli aveva donato mani capaci di dominare qualsiasi materia: con le sue mani era capace di fare qualunque cosa e sempre della massima qualità. Legno, pietra, argilla, metallo, resine sintetiche. E barche, chitarre, archi, boomerang, utensili preistorici, accessori di automobili, modelli architettonici, fotografie…..

Un tanghero maledetto, spesse volte. Infedele, donnaiolo impenitente, iracondo, vendicativo, irriconoscente…..

Ma gli devo molto di quello che sono e conservo nel mio cuore, o in qualche altra parte del corpo, una teca speciale in cui sono riposti ricordi carissimi e un amore e una riconoscenza che non si possono spiegare appieno agli altri. Eppure, quante volte abbiamo discusso, litigato. Quante volte ci siamo mandati con franchezza a quel paese. Per poi ricominciare, sempre: come si conviene tra grandi amici. Quasi tra padre e figlio. Quanto mi manca Silvano, certe volte…

Le immagini qui sopra mostrano il modello, fedelissimo, in scala 1/10, della nave funeraria di Cheope. Non so neppure dove si trova oggi. Pare non interessasse a nessuno: un’opera pregevole di ricostruzione che non ha eguali. Un gioiello su cui Silvano lavorò per anni….

silvano-medioevo

Il Gruppo Mariposa di Cesena a Mattinatella

Happy hours a Fontana delle Rose a cura del Gruppo Mariposa di Cesena. E’ il secondo anno che questo gruppo (45 persone) viene a animare il Ferragosto di Mattinatella. Hanno una scuola di balli sudamericani a Cesena e girano tutta la Romagna. Fuori dalla loro terra vengono soltanto qui: ancora persone che si sono innamorate di questo magnifico posto. E sono tutti bravi, allegri e ottimi animatori. Qui li ha portati Laura, di Imola, che sono ormai oltre venti anni che frequenta la magica piana di Mattinatella.

Maturano i fichi d’india

Io adoro i fichi d’india. E finalmente stanno maturando, qui nel nostro voluttuoso sud. Quest’anno li sto mangiando accompagnandoli con il Nero di Troia e il Bombino Bianco. Una meraviglia! Per queste fotografie ho usato una splendida bouganvillea come sfondo.

Ferragosto e dintorni, 2011 a Fontana delle Rose
Monte S. Angelo, scorci medievali per uno dei più bei paesi d’Italia

Nelle fotografie qui sopra non ho deliberatamente inserito didascalie: spero che qualcuno vada a scovare i preziosi particolari medievali nelle numerose chiese di Monte S. Angelo. Il paese è posto a quasi 900 m slm e sorveglia come una sentinella la sottostante piana di Foggia e il golfo di Manfredonia. Famoso per la grotta, qui riprodotta (pur se è vietato scattare fotografie, io non ho resistito alla tentazione), dove è apparso l’arcangelo Michele e che lega questo paese alla Sacra di S. Michele, in Val di Susa (Piemonte), e a Mont Saint Michel, in Normandia. Secondo la mia opinione Monte S. Angelo è per certo uno dei più belli tra i paesi del nostro Sud, e dunque d’Italia, e dunque d’Europa, e dunque….

Loc. Masseria Mattinatella, Mattinata (FG): camping Fontana delle Rose. Un piccolo sogno che dura da quasi 40 anni.

Ci arrivai la prima volta nell’agosto del 1972: ero con Nicola Silvano e la sua Fiat 850 coupè bianca e una tendina canadese. Avevo 18 anni. Allora era soltanto un campeggio di fortuna inventato all’ombra degli olivi centenari della piana alluvionale pleistocenica, letteralmente zeppa di selci preistoriche a testimonianza della presenza dell’uomo fin dal paleolitico antico (tracce forse anche più vecchie di 500.000 anni) che si è protratta senza soluzione di continuità in epoca neolitica, dauna, romana e medievale (epoche tutte testimoniate da resti in loco). Località baciata dagli dei per la presenza di una ricca macchia mediterranea con flora e fauna tipiche e una spiaggia che pare creata per l’uso esclusivo – tramite una scala creata apposta e il letto, secco d’estate, del torrente che ha contribuito a formare la piana alluvionale – di chi sta sopra la falesia e sotto gli olivi, e altrimenti accessibile soltanto dal mare.

Oggi l’antico, rustico, indimenticabile camping degli anni settanta è diventato quasi un villaggio turistico con molta gente che arriva dai dintorni pugliesi e affezionati che provengono invece dal nord e dalla Germania. Da qualche anno si cominciano a vedere genti dell’est: polacchi, romeni, qualche bulgaro.

Sulla spiaggia, a 3 metri dalle onde, Tonino da trent’anni ha costruito una specie di ristorante a conduzione familiare che cucina soltanto pesce pescato fresco tutti i giorni nei fondali assai pescosi dei dintorni.

Qualcosa, si capisce, con gli anni s’è rovinato (non voglio entrare in particolari sgradevoli da raccontare), ma il posto resta incantevole e per davvero di tutto riposo e ricreazione (nel senso letterale del termine).

Se questa località vi incuriosisce, c’è un bel sito dal quale si possono ricavare tutte le informazioni necessarie e si può anche prenotare un soggiorno (le offerte sono molte e tutte vantaggiose). Chiedete di Leonardo Vaira e dite che vi mando io: può essere che siate trattati con maggiore attenzione e riguardo.

www.fontanadellerose.it

Vincenzo Reda

Sartarelli, ovvero “il” Verdicchio dei Castelli di Jesi

Terra sublime per persone speciali. Alberto Mazzoni ha guidato la mia visita presso l’Azienda Sartarelli. Accoglienza indimenticabile di persone semplici eppure splendide. In una Terra per cui ogni parola appare inadeguata.

L’Olio di Fontana delle Rose 2009

Finalmente, con le etichette nuove pure l’olio nuovo, quello franto nel dicembre scorso, è arrivato. E’ la prima volta in oltre trent’anni che lo gusto così fresco.

Sull’etichetta Leonardo ha fortemente voluto un mio scritto, che ho realizzato con lo stomaco (l’organo della sensibilità) e che di già avevo pubblicato su questo sito: certo che sta meglio sopra una bottiglia che contiene ciò di cui si parla.

“Il Sole bacia con amore gli olivi centenari

della piana di Mattinatella ed essi piangono lacrime di gioia:

è un liquido prezioso, denso e saporoso, che indora il nostro cibo.

E le nostre anime.”