Archive for Settembre, 2011
Angelo Gaja, Wine Spectator e la filosofia Jaina

Ragazzo di strada è una vecchia canzone che negli anni Sessanta cantavano i Corvi, complesso beat il cui cantante e chitarrista usava esibirsi con un corvo appollaiato sulla spalla. Questa mattina, di ritorno da Savigliano, dove ero stato per ritirare 13 miei quadri esposti alla Festa del Pane, stavo ascoltando questo pezzo e rimuginando sul fatto che corvo in hindi si dice «koua» e cornacchia «Kaula» che somiglia tantissimo al siciliano «Ciaula» (si ricordi Ciaula scopre la luna di Pirandello) che significa la stessa cosa.

Sul più bello della canzone e dei miei strambi percorsi mentali, mi squilla il cellulare: era un mio amico che mi chiamava da Delhi. Top manager di una delle più importanti catene alberghiere di lusso del mondo, mi chiamava per complimentarsi con me, sapendomi amico di Angelo Gaja (che anch’egli aveva avuto modo di conoscere, seppur fugacemente), per la copertina di Wine Spectator, a Gaja appunto dedicata. E mi diceva che una simile uscita avrebbe aiutato le vendite di vino italiano in India: tutto il vino italiano, mica soltanto quello di Gaja! Dopo i  rituali, chiudo la telefonata e i miei pensieri prendono tutt’altro corso.

Mi era arrivato un e-mail qualche giorno addietro  dalla segreteria di Gaja e conteneva proprio la copertina della prestigiosa rivista (che a me non piace, ma questa è un’altra faccenda) e il pezzo introduttivo. Io di solito pubblico assai volentieri gli interventi che Angelo mi manda: sono sempre autorevoli e interessanti, trattando di argomenti specifici e in genere rappresentando punti di vista che pochi altri possono toccare. Ma stavolta avevo deciso che fosse  superfluo incensare Gaja e i suoi vini per l’ennesima volta: non ne ha mica bisogno! E dunque non avevo dato spazio al messaggio sul mio sito. Oltretutto, ero intervenuto sul blog di Franco Ziliani dando ragione a un suo intervento in merito sia alla copertina dedicata a Gaja, sia agli articoli del corpo editoriale, ritenuti fin troppo generosi nei confronti di Angelo.

La telefonata di Ronnie però mi aveva messo un dubbio: noi valutiamo WS dal nostro punto di vista italiano ed europeo, gli indiani e i cinesi hanno tutt’altri punti di vista. Rimuginando su queste faccende, guadagno casa e, aprendo la posta, leggo un messaggio che mi arriva da Hanover (New Hampshire, USA): anche qui lodi sperticate e complimenti per la copertina e gli articoli di WS.

E allora mi dico: guarda tu che imbecille che sono! Ho commesso lo stesso errore che vado da sempre predicando essere il peggio: pensare che hic et nunc sia l’unica prospettiva possibile, l’unica verità. Proprio io che su questo sito ho parlato di ekanta/anekanta vada e di asti/nasti della filosofia jaina di Mahavira. Ovvero: un conto è pensare l’impatto di WS dedicato a Gaja da noi, altro conto è l’impatto di questa pubblicazione su mercati come India e Cina che ancora rappresentano per noi terreno poco o punto guadagnato. E allora mi sono ridato dell’imbecille superficiale: WS ha fatto sì un gran servizio a Angelo Gaja, ma quel servizio è da estendere a tutto il mondo del vino italiano. Certo è che se Time decide di dedicare una copertina a un intellettuale italiano, probabilmente sceglierà Umberto Eco e non, che so, Vittorio Sgarbi o Gianni Vattimo (senza nulla togliere loro, ma appartenenti al nostro piccolo giardinetto e insignificanti altrove). Spero di essermi spiegato.

https://www.vincenzoreda.it/ekanta-vada-anekanta-vada-speculazione-meramente-intellettuale-sulle-caratteristiche-del-discernimento/

Michele Di Carlo, “gustosofo”, insegna a valutare il rum

Il personaggio è ingombrante in tutti i sensi. Ma emana grande umanità e grandi capacità di comunicazione che spande intorno senza presunzione e privo di quel distacco che molti altri sedicenti comunicatori spesse volte ostentano. Il curriculum di Michele Di Carlo parla per lui: consulente della Seagram, consulente di “una nota industria sita in quel di Atlanta (USA) che produce soft drink”, consulente di un sacco di aziende di prestigio, è un grande esperto di superalcolici, ma anche di molte altre faccende che attengono al cibo e alle bevande. Faccende di cui tratta con senso della storia e della cultura: caratteristiche che a me garbano assai. Devo però puntualizzare che il pessimo neologismo “gustosofo”, che Michele spende per definirsi, a me provoca lancinanti dolori giù, in basso….

La serata, presso il ristorante Martinetto (zona San Donato, a Torino; accogliente e di cucina discreta), era dedicata al rum e al nuovo metodo di degustazione, messo a punto con la sua tesi di laurea a Pollenzo, da Alessandro Barbesino. Alessandro, con una ricerca di notevole complessità e con metodo statistico, ha infatti elaborato un sorta di formula matematica che permette di valutare un superalcolico senza possibilità di errore, almeno nelle sue principali caratteristiche organolettiche.

Guidati dalla consumata abilità e esperienza di Michele, abbiamo potuto apprezzare la differenza tra eccellenti rum di 12 e 21 anni e banali rum di tipo commerciale, alcuni anche assai conosciuti e spesse volte stimati oltre i loro evidenti difetti produttivi.

Sovrano della serata è stato il rum cubano (di nascita, ma oggi prodotto a Santo Domingo) Cubaney: di straordinaria morbidezza e complessità, e al naso e al palato. In Italia è importato dalla Distilleria Bonaventura Maschio (Prime Uve) di Gaiarine (TV). Un rum per conoscitori ed esperti. Io personalmente preferisco il Caroni, assai più tosto: ma è una questione di gusti.

La serata è stata di notevole interesse professionale e Michele Di Carlo si è rivelato per davvero un personaggio di grande interesse, oltre che un professionista di livello eccelso. Alessandro è un amico: del suo metodo tratterò appena possibile (si è in una fase di tutela commerciale, dunque di particolare delicatezza).

Ristorante Taverna del Teatro a Savigliano (Cn)

La piazza Vecchia, nel centro di Savigliano, fu dedicata nella seconda metà del XIX secolo a  Santorre Annibale Derossi, conte di Pomerolo, signore di Santarosa, nato qui il 18 novembre del 1783 e morto nella battaglia di Sfacteria, isola greca, l’8 maggio 1825. Questo personaggio, già sindaco della sua città e poi ministro sotto Carlo Alberto, fu un grande rivoluzionario, carbonaro, libertario e liberale: egli fu infatti uno degli ispiratori dello Statuto Albertino del 1821, subendo poi le sorti del tradimento del tentennante sovrano e dovendo espatriare (Francia e Inghilterra) per non essere giustiziato durante la restaurazione di Carlo Felice. Si arruolò volontario per la lotta di liberazione greca e morì da martire nella suddetta battaglia.

Sul lato sinistro della lunga piazza saviglianese si apre un vicolo che si chiama via del Teatro perché congiunge questa piazza alla vicina piazza del Teatro; dopo pochi metri, sulla sinistra, due o tre gradini portano all’interno di un locale grazioso, arredato con stile e particolare gusto del colore: la Taverna del Teatro.

Su questo mio sito ho parlato, bene  – difficile che si trovino delle recensioni negative fra i miei scritti: preferisco parlare in positivo e, salvo rare eccezioni, non perdere tempo con le brutture e i disgusti – del ristorante L’Osto ‘d na Volta: qui siamo in un locale assai differente, meno classico, più particolare, più attraente dal  mio personale punto di vista estetico. Ci sono andato a cena il sabato, dopo la visita alla Festa del Pane, manifestazione che ospitava una mostra dei miei lavori.

Ho trovato un posto che mi è piaciuto assai, in cui mi sono trovato a mio agio (io ho una sensibilità speciale per case, palazzi, piazze: ne percepisco sensazioni forti che a volte sono positive e a volte negative e influenzano in maniera determinante il mio umore) e ho mangiato piatti tradizionali ma cucinati in maniera impeccabile e con materie prime di qualità. Io amo la cucina tradizionale e ho apprezzato un’insalata russa e una giardiniera preparate come poche altre volte ricordo. Eccellenti i salumi, ottimi gli agnolottini del plin, come ottima la tagliata di manzo. Soltanto il vitello tonnato aveva una carne non eccezionale, pur essendo più che decoroso.

Ho assai apprezzato la delicatezza di farmi assaggiare, fuori conto, un delizioso baccalà mantecato su cui, conoscendo quello tradizionale vicentino, mi ero permesso di mostrare qualche preventiva perplessità.

Ho commesso un’unica eresia: invece di bere uno dei tanti vini piemontesi della fornitissima cantina, ho scelto l’ottimo Pinot Nero Mezcan 2009 del grande Hofstatter. E non ho sbagliato, accompagnandosi perfettamente questo vino alle preparazioni cucinarie scelte. Il prezzo? Compresa quella bella bottiglia, meno di 70€ in due: mica male…

Il locale funziona da molti anni ed è aperto tutti i giorni (il sabato soltanto di sera): è gestito a conduzione familiare (si vede e si sente), con il papà Vittorio e la figlia Martina in cucina e la mamma Beatrice a servire in sala, con la discreta cortesia peculiare di questi posti.

Sono certo di non fare  brutte figure, segnalando questo bel ristorante (poi, i gusti di ognuno sono i più diversi: ma sulla qualità non si discute).

Ristorante Taverna del Teatro – Via del Teatro, 7 – 12038 Savigliano (Cn)

 Tel. 0172 31088/393 903348

La mostra di Vincenzo Reda a Savigliano, tra farina pane e altro

 

Pallagrello Nero, Ambruco 2008 Terre del Principe

Ho già parlato sul mio sito del Pallagrello: era il vino spremuto dalle uve a bacca bianca dell’Azienda Selvanova (Acquavigna 2008) che mi aveva fatto bere Alessandro Barbesino. Vino bianco eccellente, senza dubbio alcuno. Sapevo che il Pallagrello era anche uva rossa: Campania, casertano.

Ho da ringraziare Marika e Sergio, grandi produttori in quel di Lucera di Nero  di Troia, per avermi reso omaggio di una bottiglia di Pallagrello Nero Ambruco 2008, prodotto dall’azienda Terre del Principe di Peppe Mancini che scopro essere l’artefice, con il suo enologo Luigi Moio, della riscoperta di questo antico vitigno: con tigna, contro tutti e contro tutto.

Erano i primi anni Novanta.

Oggi bevo un vino di rara eleganza, armonia, corpo e con antociani quasi devastanti (il rosso rubino è di un viola così intenso che si può paragonare soltanto a certi Dolcetto o a certi Lacrima di Morro d’Alba).

Al di là dei tre bicchieri assegnati (stavolta con pieno merito) dalla Nota Guida, questo è un grande vino, sotto ogni punto di vista. Bevuto dopo qualche ora dall’apertura della bottiglia – tempo che serve a stemperare  il troppo legno che la barrique un poco invasiva lo caratterizza al primo acchito – si apprezzano sorprendenti sentori erbacei sia al naso sia al palato: davvero magnifico!

Da consigliare per rapporto qualità/prezzo, per qualità assoluta, per peculiarità. Anche per farsi belli con quelli che frequentano i Vini dei Più: per sorprenderli e per far loro capire che la galassia del vino italiana è quasi infinita e inconoscibile. Salute.

Castel Campagnano, contrada Mascioni
Tel 0823.867126
Sito: http://www.terredelprincipe.com
Enologo: Luigi Moio
Bottiglie prodotte: 55.000
Ettari: 11 di proprietà
Vitigni: pallagrello bianco, pallagrello nero e casavecchia

Paestum, lo splendido sito archeologico
Padre Pio, preghiera

Padre Santo, Padre Pio

Affido alle tue mani segnate dal dolore

Quest’anima mia esitante e dubbiosa.

Accompagnala e incoraggiala

Lungo la strada del dolore e della sopportazione

Che porta alla Luce.

Assistila lungo il duro cammino

Con la Misericordia e la Compassione

Della tua Santità.

Questa è la mia preghiera umile e devota.

Amen.

Dicembre 2008

Il ciclo dei mosaici dedicati a San Francesco nella cripta di San Pio a S. Giovanni Rotondo

Bellissimi sono i mosaici dedicati alla vita di San Francesco d’Assisi sulle pareti della galleria che introduce alla lucentissima cripta che contiene il sarcofago con i resti di Padre Pio da Pietrelcina. E bellissimi sono tutti gli altri mosaici che decorano tutti gli spazi di questo luogo di fascino particolare. Non a tutti piace questo spazio di dorata luminosità che pare quasi essere in contrasto con l’asprezza del carattere del Grande Cappuccino, con la sua vita austera e povera. Da parte mia ho impiegato qualche anno a comprenderne la cifra e a apprezzarne la particolare scelta estetica: ma non è questo il posto per tentare di spiegarne i complessi meccanismi. Altrettanto stupenda è la bellezza maestosa della basilica concepita dalla mente di Renzo Piano.

Non mi piace, al contrario, il modo in cui è sistemato il sarcofago d’argento che contiene le spoglie del Santo. Non mi piace quella fessura attraverso la quale i devoti di Padre Pio possono onorarne la santità. Avrei preferito uno spazio aperto e non quella cripta angusta che pare concedere ai pellegrini soltanto un stento spiraglio della grandezza del Cappuccino. A ogni modo, tutto ciò che sta intorno alla cripta è di straordinaria e lucente bellezza. Semplici le forme in cui i colori vivacissimi dei mosaici risaltano nel giallo dell’oro che esalta l’argento massiccio del sarcofago.

SAVIGLIANO (Cn): Festa del pane 24-25 settembre 2011

La 6° edizione di questo evento biennale, organizzato dalla Città di Savigliano e dall’Ente Manifestazioni e in collaborazione con l’Associazione Panificatori della Provincia di Cuneo e dei panificatori saviglianesi, verrà inaugurata venerdì 23 settembre da un momento di riflessione di Carlin Petrini: Se il grano non muore, appuntamento organizzato in collaborazione con il festival letterario Collisioni. Ispirandosi a un testo di Andrè Gide e ai versi della Bibbia, il fondatore di Slow Food dialogherà con l’antropologo Marco Aime illustrando i pericoli che minacciano la piccola coltivazione e, passando dagli Ogm alla speculazione sui cereali, proporrà l’idea di un modello sostenibile di produzione che possa sopravvivere accanto a quello industriale.

Savigliano, per tre giorni vetrina di territori e tradizioni enogastronomiche, seguirà per le vie cittadine l’intera filiera del pane. In Piazza del Popolo saranno ricreati tutti i luoghi e i processi dell’arte bianca, dal chicco alla pagnotta. Le farine e i forni saranno il cuore dell’evento e una grande panetteria rappresentativa ne rilascerà tutta la fragranza.

Specialità gastronomiche, antenate dell’attuale fast food, invaderanno gli angoli di Savigliano. Da Piazza del Popolo a Piazza Santarosa mercati e mercatini per trovare pane e companatico, prodotti da forno, un villaggio delle eccelenze e la campagna in città, proposta da Coldiretti.                                               Novità di questa edi­zione la partnership tra la manifestazione imperiese “OliOliva: Festa dell’olio nuovo” e la Festa del Pane, che vedrà tra i pre­senti alcune aziende olivicole facenti parte dell’Associazione Nazionale Città dell’Olio. E inoltre l’ esclusivo utilizzo in anteprima nella panetteria di Piazza del Popolo di “antiqua”, farina di grani piemontesi da agricoltura controllata macinata a mano.     Particolare attenzione alla didattica si articolerà con laboratori degustativi e dimostrativi allestiti per educare e sensibilizzare ai consumi consapevoli sul nostro territorio ma anche per conoscere la cultura gastronomica straniera.

Tanti gli appuntamenti da non perdere. A cominciare dalla lectio Non di solo pane. Il Risorgimento romantico di Antonio Scurati fino alle Il Pane quotidiano lontano da casa , un reading di Claudia Ceroni e Federica Demaria. Scalderà l’atmosfera Claudia Bonadonna che dialoga con Emilio Targia per un tributo a Patty Smith, mentre, presentato da Filippo Margiaria, il libro Anime in carpione di Paolo Ferrero svelerà con graffiante ironia una riflessione semiseria sul bere e sul mangiare. Due esponenti di diverse comunità religiose indagheranno – insieme ad uno scrittore esperto di cultura mediorientale e al direttore di Gazzetta d’Alba Don Antonio Rizzolo-  le simbologie del pane e del grano per dare un senso al Pane degli altri, l’enologo Lorenzo Tablino racconterà invece la storia, la tradizione e la cultura di un altro alimento simbolo del territorio cuneese: il vino. Sul palcoscenico, teatro, musica, concerti, spettacoli e performance illumineranno le serate saviglianesi. Arguta e profetica la conferenza-spettacolo di Luca Scarlini narrerà La leggenda del pane con immagini e parole. Intratterranno il pubblico la musica Klezmer dei sei componenti del gruppo Miskalè e la voce della cantautrice Maria Giua, in alternanza ad animazioni teatrali e letture diffuse intorno al tema del pane e a djset serali che chiuderà la giornata di sabato. Non mancheranno le mostre: dalle sculture di cioccolato proposte dagli Amici del cioccolato Pasticceri della Provincia Granda alle fotografie sul pane dal mondo a cura dell’Associazione Culturale di promozione sociale “Uomini e terre” ai dipinti eseguiti con il vino dal maestro Vincenzo Reda, fino all’incontro-performance di Diego Maria Gugliermetto, designer del cibo presso il Museo Civico “Antonino Olmo” di Via S.Francesco.

Un evento multiforme dunque per raccontare la grande storia del pane, ricca di sapienza e di poesia, d’arte e di tradizione. Per tutti i gusti, sarà pane da guardare, pane da assaggiare, pane da impastare, pane da raccontare e pane da ascoltare. E, ancora, sarà pane da condividere, poiché il pane attraversa le generazioni ed è denominatore comune alle popolazioni di tutto il mondo, da nord a sud, con le sue forme più strane e i suoi sapori più diversi.                                                                                                                       Una manifestazione ricca di sorprese che coinvolgerà agricoltura, commercio, arte e le tradizione e che si rivolgerà a grandi e bambini in un percorso nella storia del pane che solleticherà palato ed intelletto.

 

 

Savigliano (CN): Festa del pane

Mi sono recato in una splendida e luminosissima giornata di luglio a Savigliano, paese piemontese che sorge quasi all’ombra della perfetta piramide del Monviso. L’occasione era data da un appuntamento per concordare i dettagli della partecipazione con una mostra dei miei lavori a questa stimolante manifestazione che non è la classica e banale sagra. Ho incontrato Alessandra Giuffra, che si occupa dell’organizzazione e insieme abbiamo visitato l’edificio e la piazza in cui si svolgerà tutta la bella festa, che ha cadenza biennale.

L’edificio, situato nella vasta piazza del Popolo, è la settecentesca costruzione che in antico ospitava il mercato coperto (vedi foto). Ho poi preso un boccone nell’ottimo ristorante “l’Osto – si pronuncia «ostu» ‘d na Vòlta” che si trova nei pressi e che mi è stato indicato da Alessandra. Davvero ottimo, con una bella carta dei vini e un’offerta legata al territorio di eccellente qualità. Ho mangiato carne cruda di manzo al coltello e uno squisito coniglio. Ci ho bevuto un Valdobbiadene Prosecco docg Ruggeri e una mezza bottiglia di Dolcetto d’Alba Madonna di Como 2009 dei Marchesi di Barolo. Francesco Demichelis, figlio del titolare, mi è stato ottima guida. Per concludere, un ristorante da consigliare per qualità, pulizia, arredamento, accoglienza e prezzo giusto.

 

‘l Toret, simbolo di Torino: più che la Mole Antonelliana

Il Toret, «piccolo toro» – si pronuncia «turet» – è il vero simbolo di Torino. Più che la Mole Antonelliana, più che ogni altro segno: non per nulla il toro rampante è sulle bandiera (giallo e celeste, i colori) della Città. I toret sono fontane diffuse in ogni parte del centro, e non soltanto, della nostra Città. Questo, soggetto delle mie fotografie, è in piazza Vittorio Veneto.

Restituire la memoria, gli atti finalmente pubblicati da Giunti

Sono molto orgoglioso del fatto che in questa splendida pubblicazione dell’editore Giunti di Firenze, in un contesto di interventi di grandi accademici internazionali, compaia un mio scritto: «In viaggio tra i Maya». Già tutto il convegno, di cui ho curato l’intera organizzazione – in collaborazione con la D.ssa Maria Cristina Ronc e lo staff di Archeologia Viva – era stato un vero successo.

La pubblicazione, per davvero splendida, rimane come testimonianza di un lavoro eccellente sotto tutti i punti di vista. Mi è doveroso ringraziare l’assessore alla Cultura della Regione Valle d’Aosta, Laurent Vierin; Maria Cristina Ronc, direttrice del Museo Regionale di Archeologia; Piero Pruneti, direttore di Archeologia Viva; e, ultimo ma soltanto in ordine di elencazione, Enzo Brilli e tutta l’INGUAT (e la guida, l’epigrafista maya Antonio Cuxil) per il mio indimenticabile viaggio nelle foreste e sugli altipiani del Guatemala.

Matyox Yalan (grazie)

 

E’ cominciato il solito delirio mediatico di grappoli, stelle, bicchieri e centesimi

Sia chiaro: non ho niente contro le guide, anzi. Sono consapevole che queste compilazioni meritocratiche svolgono una loro funzione importante e, più o meno, utile a produttori, commercianti e consumatori. Forse, due o tre sono anche abbastanza serie in una gora puteolente di cartaccia che è utile soltanto al business – neanche troppo ricco – degli editori (e chiedo scusa innanzi tutto al Principe Giulio e al mio amico Enrico Tallone).

Un florilegio di articoli riempie quotidiani, periodici e blog: tutti che si affannano a stabilire graduatorie di merito e a scoprire che le votazioni più alte vanno sempre alle medesime etichette delle medesime cantine appartenenti ai medesimi gruppi. Che può anche andar bene, ci mancherebbe! Oltretutto, trattandosi di aziende prestigiose e di professionisti apprezzati in tutto il mondo.

Quello che mi provoca noia e fastidio, a volte anche qualche attacco di liquide deiezioni, è il fatto che nessuno si prenda la briga di scrivere che tutte queste votazioni e classificazioni sono una questione assai relativa; quanto dev’essere relativo tutto ciò che attiene alle valutazioni sensoriali, malgrado gli sforzi ammirevoli (da parte di seri ricercatori, va detto) di renderle “scientifiche”.

Attenzione: personalmente ho lavorato in laboratori di analisi sensoriale molto seri (Matelica, per esempio) e ho partecipato a concorsi (sempre alla cieca) in cui si davano valutazioni e votazioni. Ma tutto ciò non m’impedisce di ripetere, con solida convinzione, che il vino (come il cibo, del resto) è una questione assai, assai relativa…E specificare  che si parla comunque di prodotti e di produzioni impeccabili dal punto di vista qualitativo, mi pare quasi scontato.

Comunque, i grappoli che preferisco sono questi: Nebbiolo, Verdicchio, Nero di Troia, et caetera….

Sguardi che ogni giorno mi sento addosso, senza requie senza giustificazioni

https://www.vincenzoreda.it/locchio-eye/

Antonio, Pier Paolo, il principe Giulio, Luigi e anche Ivan, fra tanti Grandi: sono alcuni degli sguardi che so inflessibili con cui ogni giorno mi confronto. E soprattutto la sera, quando mi guardo allo specchio. So che non posso accampare giustificazioni, so che non v’ha pietà.

Ma quanto mi aiutano, queste pupille puntute, questi occhi dardeggianti, sempre vivi, sempre vigili….

Cent’anni di rugby a Torino

Mirio Da Roit è un insegnante di grafica e fotografia all’Istituto Paravia di Torino. Lo conosco da oltre vent’anni perché siamo vicini di casa: quando ride, le sue risate echeggiano importanti per tutti gli antichi e spessi muri del nostro palazzo storico nel centro di Torino. Mirio è un toscano di Piombino, grande e grosso (non per nulla il suo ruolo era quello del pilone) e assai bonario: non ha dei toscani il gusto del pettegolezzo e della maldicenza. Appassionato sportivo – pratica ancora ciclismo, podismo e sci – è rimasto assai legato al mondo di quello splendido e nobile gioco (ancora prima che sport) che è il rugby. Personalmente non sono un esperto, seguo soltanto, ma con calore, le partite della nazionale e trovo che una delle più belle e spettacolari cose che tutto lo sport regala sia un’apertura “alla mano” di una squadra di rugby, semplicemente maestosa! Insieme con Benedetto Pasqua, insegnante di sport (che non conosco) sono gli autori di un ottimo libro dedicato al rugby torinese (che comprende anche il territorio della provincia). E’ un volume assai ben fatto, sia nei contenuti sia sotto l’aspetto meramente editoriale: moltissime illustrazioni (tra le quali alcune storiche di gran fascino) e testi ben argomentati e documentati. Sono 248 pagine in bella carta patinata opaca da 130 gr., racchiuse da una legatura cartonata eseguita come si deve. L’editore è Ananke e il prezzo  è di 35,00 €. Questo è uno di quei famosi libri, come piacciono a me, che non sono inutili passatempi: raccontano un pezzo di storia che hanno costruito ragazzi, giovani e uomini spinti da una grande passione. E raccontano allo stesso tempo un territorio visto da una particolare prospettiva. Mancava un volume così: peccato che, come al solito, le risorse per la realizzazione sono state trovate a cura degli appassionati. Il denaro pubblico, che in questo caso sarebbe stato ben speso, non è stato toccato: conviene sprecarlo per faccende inutili che non servono a nessuno, se non a coloro che sono soliti lucrarci sopra.

Bicchiere di vino

Certe volte vuotare, a piccoli e misurati sorsi, un calice ricolmo di buon vino può servire a liberare la mente di tutti quegli assilli che vivere porta a accumulare. A scrostare le sinapsi di quelle ruggini pericolose che incrostano i fili delicati: rifiuti tossici che le delusioni, i tradimenti, magari soltanto gli egoismi e l’insensibilità che mi cresce rigogliosa intorno, rendono insopportabili. Un pizzico di sano cinismo potrebbe aiutare; qualche momento di calcolo lucido; qualche periodo di lontananza da persone vampire o semplicemente inutili servirebbe a alleggerire il peso di vivere. Questi versi sono frutto di una sofferenza profonda che mi ha inciso l’anima: bere – non per cercare oblio o stordimento ma per ritrovare sensazioni usate che mi accarezzano senza pretendere nulla in cambio – spesse volte mi aiuta.

Un calice di traminer friulano al Mood, in piazza Carignano a Torino

Bicchiere di vino

Nei riflessi rubini

s’è fatto liquido presente l’acino passato:

liquido diafano,

liquido inebriante

scolorirà,  piscio immondo,

nel suo irrimediabile futuro.

Futuro ogni passato è stato,

furono speranze i ricordi:

ricordi tenui diluiranno forti speranze.


I riflessi d’un bicchiere elegante

di diafane promesse ricolmi

il tempo rimescolano

del tempo si fanno beffe

quando  lacrime insolenti,

passate presenti future,

solchi, concrete, incidono.

Materiche, chirurgiche

la pelle devastano sensibile:

ne scavano le rughe profonde di già.

A queste disperanze assisto attonito,

e sono le mie e non capisco

se sono se sono state se saranno.


Bortolomiol vendemmia 2011

Ricevo da Bortolomiol e volentieri pubblico.

Sfide tra amici: dall’ultima cozza all’ultimo spaghetto

Ogni tanto Sor Pietro, sardo autentico ma da sempre a Torino, chiude al pubblico il suo bar (che è una delle ultime piole storiche in cui si gioca a carte e si beve Vermentino di Sardegna) – posto in via Santa Chiara all’angolo con corso Valdocco – e lo apre soltanto per gli amici. Allora Gioacchino, vetraio ma pescatore appassionato, porta le ultime prede: sono lecce, sarde, pagellini, occhiate che si cucinano fritte e si mangiano alla faccia di chi non riesce più ad apprezzare queste cose. Lina poi cucina delle cozze che vengono divorate fino all’ultima goccia di sugo e…non basta ancora. Leonardo, meccanico di quelli che non si trovano più, desidera gli spaghetti. E allora: avanti Savoia con una battaglia all’ultimo spaghetto! Serate magnifiche, fatte di nulla se non di semplicità e di autentico piacere di stare insieme tra vecchi amici, a due passi da locali in cui si consuma il nulla, anche gastronomico….

Giorgio Diaferia: Antropos, trasmissione Tv di ambiente, salute e benessere. 4 Rete Tv

Questo è l’articolo pubblicato oggi sul quotidiano Cronaca qui di Torino. Parla della trasmissione Tv Antropos, che andrà in onda sulle frequenze dell’emittente piemontese 4Rete Tv sul canale 11 ogni giovedì alle 22.30. Di questa trasmissione – per passione e per l’antica amicizia che mi lega a Giorgio Diaferia – io sarò consulente per quanto riguarda il marketing e la pubblicità. Speriamo in una stagione, come le precedenti, di successi. Oggi, sempre più, gli argomenti di cui tratta questa trasmissione sono non soltanto strategici, ma direi di fondamentale importanza per tutto ciò che si definisce: qualità della vita, che in fondo è l’unica faccenda per la quale merita impegnarsi. Per noi, ma soprattutto per quanti verrano dopo di noi. Primi fra gli altri – per ovvie ragioni – i nostri figli.

Fontanafredda, piccolo acconto d’immagini

Giornata d’ottobre. Ventosa e limpidissima. Le vigne ormai orfane dei grappoli appena vendemmiati in stagione prematura come forse mai. Ma con grandi promesse. Questo è un piccolo acconto: a Fontanafredda mi hanno sommerso di suggestioni. Mica male, di questi tempi.

Balciana, finalmente la verticale da tempo desiderata

Patrizio Chiacchiarini, mostrandomi la sua piccola cantina, mi dice che il Balciana fermenta e riposa soltanto nelle vecchie vasche di cemento da 50 hl, e questo è dovuto al fatto che il mosto nel cemento fermenta in maniera meno impetuosa, più dolce rispetto all’acciaio. Il fatto, che proprio non conoscevo prima, mi viene confermato da Alberto Mazzoli, il grande enologo che da anni segue la Sartarelli e si può considerare l’amorevole papà del Balciana.

Un altro dato che mi stupisce, credo anche abbastanza unico nel panorama vinicolo italiano, è la percentuale rispetto al fatturato che la Sartarelli raggiunge con le vendite dirette in azienda: il 50%! Per il resto, l’export non raggiunge il 30% e non esiste una organizzazione commerciale per l’Italia, il tutto per una realtà di oltre 60 ha e più di 300.000 bottiglie (200.000 di Classico, 100.000 di Tralivio e, soltanto quando il clima lo permette, 15/20.000 bottiglie di Balciana) di Verdicchio dei Castelli di Jesi, sviluppato su diversi cloni a cui è sconosciuto il legno: soltanto acciaio e cemento.

Questa è un’altra caratteristica di Sartarelli: soltanto uve bianche del Verdicchio, con cui viene anche distillata una grappa di notevole morbidezza e prodotto un buon passito. Una piccola chicca: la Sartarelli propone due tipi di cioccolatini, alla grappa e al passito, che sono di eccellente qualità.

Uno dei paradossi del Balciana è costituito dall’esposizione dei suoi vigneti: a nord-est! Le uve sono raccolte molto tardi e in alcuni anni si arriva fino a metà novembre.

L’altro fatto incredibile è dato dal colore di queste uve: quasi rosate, che danno quel colore giallo paglierino intenso, quasi dorato che caratterizza questo vino e che non ha bisogno di succhiarlo, per giorni e giorni, dalle bucce, come oggi pare sia molto di moda (soltanto alcune uve, e in certi anni, possono permetterlo senza dare vini stucchevoli).

La sede dell’azienda, circondata dalle sue vigne, è posta a ridosso di Poggio San Marcello, un minuscolo paese situato sulla riva sinistra dell’Esino, a meno di 400 slm e a circa 25 km di distanza dall’Adriatico di Senigallia.

Il paesaggio è quel dolcissimo susseguirsi di colline su cui insistono colture di vario genere: girasoli, mais, boschi e, ovviamente, vigne che non sono comunque invasive come in Langa e Chianti.

Donatella Sartarelli – che è una donna di forte carattere e modi schietti e riservati ma cordiali – con il marito Patrizio Chiacchiarini, uomo franco e di grande disponibilità, mi hanno accolto in maniera davvero calorosa: nella sostanza assai più che nei modi, come usa tra la gente legata per davvero alla Terra.

La mia famiglia e io abbiamo soggiornato nei pressi – Moie di Maiolati – in un albergo ricavato in una struttura nobiliare del XIX secolo: Hotel La Torre, da consigliare senza riserve a chi vuol conoscere la Terra del Verdicchio di Jesi, tra Cupramontana e Stàffolo (destra dell’Esino) e Montecarotto, Moie e Poggio San Marcello (riva sinistra). Morro d’Alba dista non più di una quindicina di chilometri, verso nord-est: questa è una Terra che offre un’impressionante varietà di prodotti enogastronomici, con tradizioni che sono secolari.

Verso l’interno, quando l’Esino compie una larga ansa verso sud, ci si trova nel Parco Regionale di Frasassi, con le splendide omonime grotte e più oltre si giunge a Fabriano e Matelica: sono le terre del Verdicchio di Matelica, più acido, più minerale (le carezze dei venti qui sono di montagna e non di mare) del morbido vino dei Castelli di Jesi.

Sognavo da tempo una verticale di Balciana e avevo chiesto in maniera esplicita a Caterina – la primogenita da poco entrata in azienda per imparare da Donatella e poi prenderne il posto – di poter realizzare questo piccolo desiderio.

Guidati dall’amico Alberto, in compagnia di Patrizio e del secondogenito Tommaso, abbiamo bevuto (bevuto, si badi bene, non degustato) le annate 2001, 2003, 2007, 2008 e 2009: gli altri millesimi durante questo periodo non sono stati prodotti.

Il 2001, forse a causa del tappo, si è rivelato non all’altezza. Memorabile, indescrivibile, da cuore in gola il 2003: in termini di bianchi invecchiati, a parte certi francesi, soltanto con il Timorasso 2001 di Claudio Mariotto ho provato sensazioni simili per persistenza, complessità e armonia al naso e al palato.

Una nota interessante riguarda il colore: sia per il 2003 sia per il 2009 – che si annuncia altrettanto formidabile – si nota una tonalità di giallo più scarico delle altre annate, al contrario di quanto era lecito aspettarsi.

Ottimo il 2007; meno di quello che mi era sembrato quando lo bevvi da solo, il 2008 (si tratta di sfumature, come si può intuire). E da queste scarne note si capisce ancora una volta che per la conoscenza e l’apprezzamento di certi vini, le bevute in verticale sono fondamentali.

ANGELO GAJA: L’ITALIA NON PRODUCE PIU’ ECCEDENZE DI VINO, FINALMENTE

Angelo Gaja mi manda questo intervento che pubblico volentieri:

“L’ITALIA NON PRODUCE PIU’ ECCEDENZE DI VINO, FINALMENTE

 

La vendemmia 2011 verrà ricordata come la più scarsa che il nostro paese abbia mai prodotto (il servizio di Repressione Frodi nel corso del 2012 dovrà stare ancor più con le orecchie dritte). La previsione era facile da fare già a fine agosto, dopo venti giorni di caldo africano che aveva asciugato le uve, premonitore di un forte abbassamento delle rese sia nel vigneto che in cantina.

Dopo appena due anni di applicazione le misure OCM vino introdotte da Bruxelles hanno fortemente contribuito ad equilibrare il mercato, congiuntamente ai crescenti volumi di vendita realizzati dal vino italiano sui mercato esteri: come miracolo in molte cantine le scorte di vino sono ritornate a livelli normali se non anche di scarsità.

Prende così avvio per l’Italia uno scenario nuovo, mai vissuto in precedenza, non ci esce più il vino dalle orecchie, per diverse tipologie il vino comincia a mancare e di conseguenza saliranno (finalmente !) sia i prezzi delle uve che quelli del vino all’ingrosso.

Per anni il problema dell’Italia era che ogni anno si produceva eccedenze: parte venivano avviate al mercato abusato della distruzione attraverso il provvedimento della distillazione e parte contribuivano a comprimere ancor più i prezzi delle uve e del vino all’ingrosso. In presenza di un mercato perennemente eccedentario l’imperativo era vendere, a qualsiasi condizione di prezzo, e così siamo diventati il primo paese esportatore. A soffrire furono sempre i viticoltori, molti dei quali costretti a cedere le loro uve al di sotto del prezzo di costo, e quei produttori che in prossimità della vendemmia si vedevano costretti a svuotare la cantina per fare spazio alla nuova annata in arrivo .

Ora l’Italia del vino deve imparare ad accelerare un ciclo già in atto. Ci sono dei produttori italiani che vendono all’estero il loro vino nella fascia più ghiotta, quella che va dai tre agli undici euro a bottiglia partenza cantina. Occorre però che il loro numero cresca rapidamente, che molte cantine italiane che già operano sui mercati esteri imparino a vendere meglio, con valore aggiunto più elevato, costruendo una domanda più qualificata, dotandosi di strategie e strumenti più adeguati ad aggredire le fasce di prezzo più remunerative. L’Italia del vino ha tutte le possibilità di farcela: per il fascino dei territori, le varietà autoctone, storia e tradizione, ma molto, molto di più, per avere un patrimonio umano straordinario, un numero così elevato di viticoltori e di produttori di vino che nessun altro paese al mondo ha, una ricchezza che merita di essere valorizzata ed in grado di produrre rapidamente risultati migliori.

Angelo Gaja,

8 settembre 2011″