Archive for Ottobre, 2011
Degustazioni all’Enoteca Regionale di Jesi sabato 22 ottobre 2011

Sabato 22 ottobre è stata una giornata che definire intensa è per davvero peccare di ottimismo: concluso il convegno Verdicchio 2.0 e consumato un’ottimo buffet – di cui ho ampiamente scritto – presso la sede dell’azienda Casalfarneto, ci siamo spostati nel centro di Jesi, presso l’Enoteca Regionale. Un posto che ben conosco perché, grazie a Giancarlo Rossi dell’Assivip, vi avevo tenuto una personale dei miei quadri nel 2003.

Guidati dal signor Verdicchio – Alberto Mazzoni – che ci ha tenuto un’introduzione assai interessante in cui ha illustrato le caratteristiche dell’Istituto Marchigiano di Tutela Vini che egli dirige, abbiamo avuto il piacere e l’onere di compiere una serie di assaggi di grande interesse di alcuni tra i migliori vini marchigiani e, trattando di bianchi, si può tranquillamente parlare di eccellenza almeno nazionale.

Prima però di addentrarmi nell’ambito meramente tecnico della degustazione, devo spendere due parole sull’Istituto diretto da Mazzoni. Sono rimasto colpito dal fatto che questo Ente, che rappresenta circa un migliaio di aziende vitivinicole , ha saputo coinvolgere oltre a soggetti pubblici come la Provincia e la Camera di Commercio di Ancona anche due realtà particolari, ma di fondamentale importanza per il territorio, come il Consorzio delle Grotte di Frasassi e la Sogenus che gestisce la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti di 13 comuni direttamente interessati alle attività vitivinicole: i rappresentanti di queste quattro società siedono nel consiglio di amministrazione dell’IMTV, oggi presieduto dal dr. Gianfranco Garofoli. Mazzoni ci ha illustrato, inoltre, le linee strategiche che porteranno a investire in comunicazione importanti risorse finanziarie nei prossimi anni, con l’obiettivo dichiarato di imporre i brand MARCHE e VERDICCHIO soprattutto sul mercato italiano.

Insieme a Giorgio Dell’Orefice, Luigi Bellucci, Franco Ziliani, Monica Pisciella, Andrea Petrini e Stefania Zolotti, sotto la discreta regia di Alberto abbiamo avuto modo di assaggiare e valutare una ventina di vini delle migliori etichette marchigiane, per la maggior parte Castelli di Jesi Verdicchio DOCG e  Verdicchio dei Castelli di Jesi DOC (è importante la differente denominazione), ma anche 3 etichette di Verdicchio di Matelica DOC, 2 Lacrima di Morro d’Alba DOC e 4 Rosso Conero riserva DOCG.

Premesso che non ho trovato nessuno dei vini bevuti meno che buono, e su questa valutazione posso dire che siamo stati tutti d’accordo, segnalo le mie preferenze, senza stilare una classifica né addentrarmi in particolari.

Tra i Verdicchio DOC, il Santa Maria D’Arco 2009 di Ceci, il Tralivio 2010 di Sartarelli, lo Stefano Antonucci 2009 di Santa Barbara e i due fuoriclasse: Villa Bucci Riserva 2008 e Il Coroncino 2004 di Fattoria Coroncino.

Ovviamente, tra i Verdicchio di Matelica, il mio preferito Cambrugiano 2008 di Belisario.

Straordinario il Guardengo 2010, Lacrima di Morro D’alba di Lucchetti, forse il meglio (con il Rùbico di Marotti Campi) mai bevuto in questa tipologia.

La sorpresa finale l’ha fornita (a tutti) il Grosso Agontano Riserva 2006, Rosso Cònero DOCG di Garofoli: un rosso di classe superiore.

Da sottolineare l’incredibile rapporto prezzo/qualità di questi vini, oltre alla loro propensione all’invecchiamento (soprattutto i bianchi): con 10/15 euro si può bere una bottiglia ai vertici italiani. Semplicemente incredibile.

La giornata si è conclusa con una cena nello splendido Fortino Napoleonico, a Portonovo, ospiti della famiglia Togni. Ho avuto modo di apprezzare almeno un paio di piatti sorprendenti innaffiati dai vini di Casalfarneto.

Giornata piacevolissima ma per davvero faticosa!

Verdicchio 2.0, immagini

Alcune belle immagini riprese dalla mia amica Stefania Zolotti. Essendo io un esteta, sono abbastanza consapevole di non essere una bellezza (direi che sono abbastanza bruttarello, per essere generosi…) e perciò non amo vedere immagini che mi ritraggono: queste però sono assai generose nei miei confronti e dunque le pubblico. Eppoi, mi fa gran piacere essere ritratto con lo sfondo di una botte, in cantina. Nella collettiva spiccano (da sinistra) Alberto Mazzoni, Franco Ziliani e, alla mia sinistra, il caro Luigi Bellucci, persona deliziosa. Aggiungo anche l’articolo del Messaggero di domenica 23 che mi cita per primo, fra cotanto parterre.

Manuel Simonetti e il suo “Orzotto”

Conclusi i lavori, peraltro assai interessanti – pur se l’argomento merita ben altro respiro – del convegno Verdicchio 2.0, la famiglia TogniPaolo con la sorella Paola – ha offerto ai partecipanti, relatori e pubblico, un buffet di qualità nelle proprie ordinate e linde cantine. Sotto l’attenta regia dell’amico Alberto Mazzoni, che a me piace di chiamare Signor Verdicchio, e con l’organizzazione di Danilo Solustri, abbiamo avuto l’occasione di gustare prodotti e specialità marchigiane innaffiate dai vini di Casalfarneto, azienda relativamente giovane, ma avviata verso una strada aperta dritta verso il conseguimento dell’eccellenza. Vini come il Verdicchio Castelli di Jesi Classico Superiore Fontevecchia 2008, Classico Riserva Grancasale 2008 e Crisio 2009 (finalmente Docg!) – ottimo – sono prodotti eccellenti con un rapporto prezzo/qualità davvero notevole. Cito anche l’IGT Bianco Cimaio 2008 e il buon metodo classico che ha aperto le danze: questa è una realtà produttiva che vale 650.000 bottiglie e copre anche il mercato dei vini rossi con un export intorno al 50%.

Devo però citare una persona che mi ha stupito e piacevolmente sorpreso: il giovane chef Manuel Simonetti con il suo magnifico “Orzotto“. Di seguito la ricetta di un piatto di territorio e di tradizione tutt’altro che banale.

Ingredienti per 2 persone:

– 120 gr. orzo perlato di Colfiorito

– 14 gr. cipolla dorata tritata

– 8 gr carote tritate

– 22 gr di vino verdicchio

– brodo vegetale (quanto basta)

– 70 gr cicerchia di Serra dei Conti (lessata)

– 50 gr. ciauscolo I.G.P.

– 30 gr. burro

– 16 gr. grana padano ( sostituibile con del formaggio di fossa)

Preparazione:

Innanzitutto mettere in ammollo la cicerchia per 12 ore. Lessarla poi per 40

minuti circa.

Far appassire in un tegame dell’olio extra vergine di oliva con la cipolla e

la carota dopo di che aggiungere l’orzo perlato. Lasciar brillare e sfumare con

il vino bianco. Una volta evaporato aggiungere la cicerchia, precedentemente

lessata, e proseguire nella cottura aggiungendo man mano il brodo vegetale.

Nel contempo, in una padella antiaderente, far sgrassare il ciauscolo tagliato

a pezzettini e lasciarlo da parte.

Ultimata la cottura dell’orzo mantecare fuori dal fuoco con il burro e il

grana.

Impiattare ultimando con il ciauscolo precedentemente sgrassato.

Manuel Simonetti è un giovane chef arrivato alla ristorazione  dopo aver compiuto studi d’arte (questo fatto me lo rende di particolare simpatia). Verso la fine degli anni Novanta ha cominciato l’apprendimento cucinario lavorando in diversi locali matchigiani. Nel 2000 si è trasferito a Londra dove ha lavorato come chef de partie presso l’Hotel Savoy. Nel 2003, ritornato nelle Marche, con l’aiuto della sua famiglia, ha aperto un ristorante a Serra de’ Conti fino al 2007. Dal 2007 al 2010 si è dedicato all’apertura di un nuovo ristorante a Lodi come executive chef. Finalmente, nel 2010, rientrato a Jesi, ha ripreso in mano la gestione del ristornate “Al 44” a Serra de’ Conti, dove attualmente svolge la sua attività.

Il suo motto è così bello che merita di essere citato e una visita al suo ristorante diventa per me un impegno: “Il cuoco è colui che fa l’arte piú alta e generosa perché ció che crea con tutto se stesso finisce e scompare nel momento in cui chi ne mangerá la gioia la terrá per se“.

Salute.

 

 

Franco Ziliani, la sua cronaca a proposito del convegno Verdicchio 2.0

Non amo granché scrivere di fatti pubblici attinenti al vino che mi vedono coinvolto in prima persona. E di più: poco o punto amo la cronaca, preferendo occuparmi di storia e di storie. Dunque lascio volentieri la parola a chi di tali questioni scrive usualmente e tutto sommato con buona perizia. Franco Ziliani è una voce autorevole in questo senso e quindi trovo opportuno ospitare le sue parole sul mio sito. Io, per quanto attiene alle giornate passate nelle sempre ospitali Terre Marchigiane, parlerò di quinta, come si dice in teatro: fa parte del mio modo di intendere le cose. Ecco il link:

http://vinoalvino.org/blog/2011/10/il-web-2-0-fa-e-fara-sempre-piu-rima-con-verdicchio-impressioni-a-caldo-dopo-un-convegno-a-casalfarneto.html

Salute.

Rinaldo Marcaccio, 22 ottobre 2011 Verdicchio 2.0

La cronaca stringata ma efficace di Rinaldo Marcaccio, blogger marchigiano, a proposito del convegno tenutosi ieri presso l’azienda Casalfarneto. Ecco il link:

http://avvinatorebloggato.blogspot.com/2011/10/verdicchio-20-casalfarneto.html

Verdicchio 2.0 – Casalfarneto ( Serra de’ Conti, AN) Sabato 22 Ottobre ore 9.30

http://www.casalfarneto.it/il-nostro-mondo/articoli/verdicchio-2-0.html

Quando muore un poeta è sempre un triste giorno

Se n’è andato Andrea Zanzotto (Pieve di Soligo 10 ottobre 1921, Conegliano Veneto 18 ottobre 2011).

Ha scelto di nascere e di morire in ottobre, tra le vigne già appassite e bronzee, vendemmiate di uve Glera che in cantina ormai cangiano in liquidi pallidi e odorosi che saran Prosecco: i lieviti si sono divorati tutti, o quasi, gli zuccheri e l’alcol si prepara a impadronirsi di olfatti e palati. Un giorno triste, com’è triste ogni giorno in cui un Poeta ci abbandona. Ma rimangono i suoi versi, le sue parole:

«L’uomo sta ribollendo nel proprio enigma, e la poesia non può dare che dei lampi di “consolazione”, nei quali appare ancora il miraggio dell’autofondazione e dell’autogiustificazione dell’essere. In essa c’è dunque un qualche valore, almeno provvisorio. Ma il quadro che abbiamo di fronte è quello di una catastrofe “ecologica” della mente».

Il trapasso ti sia lieve, è l’augurio di chi, cosciente, si dibatte inerme in queste gore putrescenti.

Barturot 2009 Cà Viola, un Dolcetto barocco

Erano ormai diversi anni che volevo conoscere Beppe Caviola e dipingere i miei tradizionali auguri di fine anno con uno dei suoi Dolcetto. L’occasione me l’ha fornita Claudia Rosso, mettendomi direttamente in contatto con Beppe, enologo delle Cantine Damilano da molti anni.

Purtroppo, i giorni tra la fine dei settembre e i primi di ottobre non sono i migliori per trovare un momento di tregua nelle indaffaratissime giornate di vendemmia, oltretutto quando ci si occupa di aziende situate in mezza Italia. Comunque, Beppe è stato assai disponibile e sono andato a trovarlo nel suo rifugio, splendido, di Dogliani il 6 ottobre scorso. Era una giornata tiepida, con un sole che ha fatto fatica a imporsi dopo una mattinata di grigiore quasi autunnale.

Immediato il feeling con una persona che, pur potendo vantare collaborazioni di alto livello e vini eccellenti riconosciuti con dovizia di grappoli, stelle e centesimi, è rimasto l’adolescente neodiplomato enologo, 1982, nel famoso istituto albese che sognava di diventare un bravo vignaiolo. Invece trovò un impiego nel Centro per l’enologia di Gallo d’Alba (analisi e forniture per cantine). Svolgendo questo lavoro interessante, ebbe modo di conoscere e di ascoltare le parole dei più importanti produttori di Langa. Tra questi, soprattutto Elio Altare e Quinto Chionetti. Finalmente, nel ’90 riesce, con il suo amico Maurizio Anselmo, a prendere in affitto un ettaro di vigna a Montelupo Albese, suo paese natale e, spinto e aiutato da Elio Altare (che gli regalò alcune delle sue barrique usate), da quella vignolina ricavare 850 bottiglie di Dolcetto Barturot. Bovio (ex Belvedere a La Morra) fu il suo primo cliente.

Smise l’impiego a Gallo nel 1996 e cominciò a fare l’enologo per diverse cantine. Nel 2002 ricevette il prestigioso  riconoscimento di Enologo dell’anno. Oggi lavora, tra gli altri, con Damilano, Einaudi, Umani Ronchi, Marziano Abbona, Gancia, Anselmet, Sella & Mosca e le altre aziende vinicole del Gruppo Campari. Ma Beppe si sente soprattuto un produttore e la prova del suo giusto sentire quest’anno è rappresentata dai tre bicchieri che il Gambero Rosso ha riconosciuto al suo Barolo Sottocastello 2006, che ho bevuto in sua compagnia e che considero uno dei migliori Barolo da me mai gustati, senza esagerazione.

Ho lasciato Villa Bracco, di cui parlerò, con un cartone di sei bottiglie di Barturot 2009. Per dipingere i miei 70/80 biglietti d’auguri mi basta meno di mezza bottiglia, le altre le bevo per cercare ispirazione (è una fandonia: le bevo per piacere; l’ispirazione è faccenda che non è innescata da vini, alcol, droghe o fesserie del genere).

Conoscevo il Vilot di Beppe, ma non avevo mai avuto l’opportunità di bere questo Barturot, purtroppo il giorno appresso ero a Fontanafredda per uno speciale su HoReCa e per una settimana abbondante ho dovuto bere e valutare diversi vini di questa cantina. Finito il duro lavoro (faccio per dire: non è proprio stare in miniera….), finalmente domenica 16 ottobre ho potuto dedicarmi al Barturot di Beppe. L’ho confrontato con un ultimo bicchiere del Dolcetto La Lepre 2009 di Diano di Fontanafredda, che pure è un prodotto di qualità più che buona: ma non c’è stata storia. Ho bevuto un vino di 14,5%vol. che non si sentono. Si sentono invece profumi  e gusti caldi, vellutati, amplissimi e complessi che riconducono alle confetture di lampone, di marasca, di mora: una sinfonia di sensazioni che si appropria con eleganza di naso e palato e che rimane per tempi lunghissimi con retrogusti amarognoli, che riportano alla mandorla. Mi è piaciuto un sacco questo Dolcetto d’Alba, con il suo colore rubino intenso che spazia in tonalità amaranto. Mi auguro che i biglietti di auguri gli rendano giustizia. Beppe ne produce circa 13.000 bottiglie, sempre nelle erte vigne di Montelupo Albese.

Di Dolcetto ne ho bevuti davvero tanti, forse più di ogni altro vino: questo Barturot, che definirei barocco, è tra i 3/4 migliori, senza classifiche. Fare graduatorie e classifiche dei vini mi fa venire l’alopecia, la psoriasi e finanche la cacarella. Salute.

Azienda Agricola Ca’ Viola Borgata San Luigi 11, 12063 Dogliani – Tel. +39017370547 – Fax +390173720921 – e-mail:caviola@caviola.com

 

https://www.vincenzoreda.it/succo-duva-che-sara-nebbiolo-by-beppe-caviola/

Ruché Laccento Montalbera: Luca Maroni s’è accorto che è un gran vino!

Murale al Caffè Elena di Piazza Vittorio Veneto a Torino, vino Ruché Laccento di Montalbera 2008

Luca Maroni ha votato 98/100 il Ruché Lacento di Montalbera 2009 e lo ha sistemato tra i migliori vini italiani. Evviva! Io, che sono soltanto Vincenzo Reda (e meno male) quel vino lo conosco e lo apprezzo da anni, tant’è che ci ho dipinto anche il mio ormai celebre murale in piazza Vittorio Veneto, sui muri del Caffè Elena. Non soltanto, il Ruchè fu il vino rosso che scelsi per onorare il mio pranzo nuziale il 27 maggio 1990, Imbarchino Perosino sul Po. Probabilmente Maroni allora quel di vino neanche aveva sentito parlare…Oggi è di moda: lo testimonia Maroni stesso. Bah.

https://www.vincenzoreda.it/ruche-montalbera-martedi-4-maggio-al-caffe-elena/

 https://www.vincenzoreda.it/il-mio-murale-su-lespresso/

https://www.vincenzoreda.it/ulrich-von-hutten/ 

Indignados a Torino: da noi tutto tranquillo e civile
Erwin Johannes Eugen Rommel

Sergio Zavoli:

«Vi abbracciaste?».

Manfred Rommel:

«Da noi non usa».

14 ottobre 1944: il Feldmaresciallo Rommel si avvia al suicidio, accompagnato da suo figlio Manfred. Questa è la testimonianza raccolta da Sergio Zavoli in una trasmissione televisiva del 1970. Non credo ci sia nulla da aggiungere, là dove dignità, orgoglio, statura etica e tradizione raccontano, nella stringatezza della situazione, già tutto.

E oggi?

Fontanafredda, Altalanga DOCG Rosa Rosé 2008

Credo di essere uno dei primi a bere e a scrivere di questo sorprendente rosato brut metodo classico Pinot Nero 100% Docg Altanga con vigneto posto a 600 mt. slm. (con esposizione sud-est e terreni sabbioso-marnosi) nel comune di Lequio Berria in provincia di Cuneo.

Io non amo in maniera particolare le bollicine e tra queste ancora meno amo i rosati. Mi piacciono i grandi champagne, com’è ovvio, e mi piacciono le poche grandi bollicine italiane quando la base è costituita da Pinot noir, se non c’è Chardonnay è meglio e comunque meno ce n’è e migliori sono, sempre secondo me.

Ma trovo che le bollicine dell’Alta Langa siano davvero eccellenti, oltretutto a prezzi più che convenienti. Ero stato uno dei primi a parlarne su Barolo & Co e assai mi piacciono i vini di Cocchi e Enrico Serafino(by Beppe Caviola, quest’ultimo).

Ora ho bevuto, fortunato e tra i primi, questo entusiasmante rosato, 100% Pinot Noir, millesimo 2008, di Fontanafredda: davvero magnifico! Acidità spiccata, profumi delicati con tutto come si deve (frutti rossi, crosta di pane, ecc.), persistenza lunga, perlage finissimo, colore delicato e sensuale.

Eccellente, per davvero. Mi è piaciuto tantissimo e penso anche al rapporto qualità/prezzo! L’ho bevuto in un calice marchiato FISAR, non a caso: io sono un maniaco dei bicchieri e non a caso ho scelto questo calice elegante (il vino se lo merita).

Beviamolo assai: se lo merita, ma, soprattutto, ce lo meritiamo.

Succo d’uva che sarà Nebbiolo by Beppe Caviola

Vendemmiato da pochi giorni nella vigna quarantenne di Novello, non potrà diventare Barolo Sottocastello perché spremuto e curato nelle cantine di Dogliani, fuori dal territorio che il disciplinare del Barolo prescrive. Ecco il prodigioso succo d’uva che Beppe Caviola con amore trasformerà in un Nebbiolo (vino da tavola per la legge, ma sempre Nebbiolo secondo il sano buonsenso…) che si promette eccellente: 22° Babo che saranno più di 14% vol. ma con un’acidità straordinaria, che significa grande struttura e attitudine a migliorare invecchiando.

Cominciano i travasi per permettere l’aerazione del mosto: lo beviamo succo di pochi giorni.Eccezionale. Come stupefacente è l’odore sensuale del succo d’uva appena munto che invade le narici e innesca fantasie e ricordi (vedi Proust e tutto il resto): è l’odorato il senso del ricordo e della nostalgia.

Poesia, prima che sciatti numeri di analisi chimiche (che pure valgono e contano). Si tuffa il naso dentro il bicchiere e quel succo recita carmi sublimi. Null’altro. Di nient’altro c’è bisogno, se chi sa ascoltare i propri sensi è persona degna. Grazie, Beppe. Che il dio del vino, ammesso che esista, sia con te.

Salute.

 

 

Lina e la sua paella di mare

Io abito un vecchio palazzo (XVIII sec.) del centro storico di Torino, adiacente al Quadrilatero Romano, E’ un palazzo di ringhiera in cui ci si conosce tutti e in molti, quelli con cui ci sono evidenti affinità, ci si frequenta. Spesse volte siamo ospiti di Lina e Mirio, pugliese di San Giovanni Rotondo (il paese di San Pio) lei, toscano di Piombino lui. Lina è un’estetista, ma è soprattutto una cuoca eccellente. L’occasione questa volta era data dal compleanno di una nostra vicina di casa, Micaela. E Lina si è prodotta in una magnifica paella di mare, preparata come si deve. L’abbiamo accompagnata con un vino, il Doset, proveniente da Serralunga: un uvaggio di Dolcetto e Nebbiolo vinificato da uno di quei viticoltori che conferiscono le uve a Fontanafredda e che per il loro consumo, e quello dei loro amici e parenti, usano produrre vini particolari che non sono in commercio. Il tutto, come pare ovvio, davvero eccellente e con la compagnia giusta che è sempre una componente fondamentale dello star bene a tavola.

Torino Viva, Convegno Ambiente e Salute, 8 ottobre 2011: il testo del mio intervento

Saluto e ringrazio i presenti.

Desidero portare alla vostra attenzione un malcostume che,  soprattutto a partire dalle Olimpiadi Invernali del 2006, sta diventando non soltanto insopportabile ma direi anche controproducente.

Con tutta probabilità in quel periodo moltissimi si accorsero di quanto fosse attraente il centro storico di Torino: quelle strade, quelle piazze, quelle quinte scenografiche di portici e facciate del severo barocco piemontese che tanto affascinarono Giorgio De Chirico e gli ispirarono la sua pittura metafisica.

Ebbene, da allora si assiste alla perniciosa attitudine di permettere che in quelle stesse strade e piazze, che nel frattempo si è lodevolmente provveduto a liberare dal traffico privato, spuntino come funghi invasivi e velenosi gazebo e posticce strutture di ogni genere che ospitano qualunque tipo di attività, giustificata da qualsiasi futile occasione. Ciò con l’apparente intento di animare, tra virgolette, il centro storico.

Concessionari di auto, venditori di magliette, organizzatori di rassegne musicali, fabbriche ambulanti e malodoranti di street-food di pessima qualità: a tutti viene concesso di imbrattare il centro storico per la più inutile delle occasioni.

Le strade e le piazze storiche di Torino, e mi riferisco soprattutto agli assi ortogonali Carlo Felice-Via Roma-Piazza Castello e Via Garibaldi-Via Po-Piazza Vittorio, non sentono la necessità di essere animate: già lo sono dai sempre più numerosi turisti, italiani e stranieri, che si osservano passeggiare ammirati con le loro brave cartine e gli sguardi curiosi e stupefatti dall’austera bellezza che Guarini, Castellamonte, Juvarra hanno saputo donare a Torino. Già sono animate dall’abitudine dei torinesi di riappropriarsi di questi luoghi magnifici semplicemente per passeggiare, per sostare nei numerosi dehors di locali pubblici che sono uno dei nostri vanti.

Il comune può far cassa, come si dice, stimolando Coldiretti, venditori di auto, cicli, motocicli e hot-dog a rendere vivi e animati i bellissimi e numerosi spazi che Torino possiede nelle aree semicentrali e periferiche. Il comune farebbe bene a permettere l’organizzazione di concerti, fiere, rassegne, mostre e sagre varie dove si sono sempre fatte prima di sgombrare il centro storico dal traffico privato, cioè alla Pellerina, al Valentino, nell’area del Vecchio Palazzetto dello Sport, nel parco della Colletta. Le zone periferiche necessitano di essere valorizzate e rese fruibili da chi le abita che in questo modo può riappropriarsene e preservarle da tutte quelle attività di malaffare che l’abbandono aiuta a incentivare.

Va sottolineato che i megaconcerti e comunque tutto ciò che necessita di sovrastrutture ingombranti e posticce lascia danni enormi sulle delicate superfici che si sono provvedute a restaurare in maniera anche esteticamente apprezzabile e con grande impegno economico. Piazza Castello con le sue stupende lose è stata devastata da queste strutture: il punto è che la manutenzione, costosissima, è a carico della circoscrizione, alla quale non spetta però un solo euro per la concessione del suolo pubblico: i denari sono incassati direttamente dal comune.

In coda a questo mio intervento,  desidero ricordare con piacere e un poco di nostalgia un galantuomo, di cui non condividevo le idee politiche ma che stimavo: l’architetto Giuseppe Dondona, scomparso nel dicembre del 2000. Tra l’85 e il ’92 egli fu assessore all’arredo urbano nelle giunte Cardetti, Magnani Noya, Zanone e Cattaneo Incisa. In buona sostanza, egli creò il concetto di arredo urbano e tanto dobbiamo a quest’uomo dell’odierna ritrovata bellezza del nostro centro storico.

Certo, mi rendo conto che altre sono le priorità: ma la capacità di una comunità di riconoscere i propri valori estetici e di permettere ai cittadini di fruirne nei modi più opportuni, misura il grado di civiltà e il livello culturale di quella stessa comunità.

Grazie.

 

http://torinoviva.blogspot.com/2011/10/dibattito-su-ambiente-e-salute-buona-la.html

https://www.vincenzoreda.it/continua-lo-stupro-delle-piazze-storiche-a-torino/ 

Batsoà all’Osteria Battaglino di Dogliani

In compagnia di Beppe Caviola, grande enologo ma anche grande produttore di Dolcetto d’Alba(Vilot e Barturot) di Barbera (Bric du Luv) e dello stupendo Barolo Sottocastello, abbiamo pranzato all’Osteria Battaglino, in Piazza Martiri della Libertà a Dogliani.

La vivacissima e appassionata Flavia in sala (non più di 35/40 coperti apparecchiati con gusto non banale) e Marco in cucina ci hanno fatto apprezzare una cucina tradizionale di gran livello: i piedini di maiale classici (batsoà), spiedini di lumache di Cherasco alla parigina, acciughe  in salsa di pomodoro (squisite), porcini impanati e ottimi agnolotti del plin con ripieno vegetale e una pasta all’uovo molto sottile e tirata a mano. Il tutto nobilitato dal Barolo Sottocastello 2006: la vigna di poco meno di due ettari è un impianto di quarant’anni in Novello, esposto a sud-est. Vino di austera eleganza, con tannini spiccati ma, pur giovane, già con sentori di tabacco e tutto il resto (non sto qui a dilungarmi nelle sfumature che tanto amano i sommelier). Semplicemente un Barolo tra i migliori da me bevuti e ho fresco il ricordo del Cannubi Damilano 2007 elegantissimo e morbido, di cui Beppe è amorevole genitore.

Giornata di grande soddisfazione personale a contatto con persone dall’approccio semplice eppure di grandi valenze professionali: non è cosa di tutti i giorni. Parlerò ancora molto di Beppe Caviola e dei suoi numerosi vini in giro per l’Italia (certo Umani Ronchi, Damilano e Sella e Mosca, ma anche il mio prediletto valdostano Anselmet e altre piccole cantine di qualità in Liguria, nell’Oltrepo Pavese, in Umbria: tutte seguite direttamente, senza alcun collaboratore o stagista). I miei auguri tradizionali per le feste di fine anno saranno dipingi con il suo Dolcetto Barturot 2009: lo desideravo da qualche anno.

Osteria Battaglino – Piazza Martiri della Libertà, 12 – 12063 Dogliani (CN) – Tel. 0173 742089

info@osteriabattaglino.it    www.osteriabattaglino.it

HoReCa n. 58 mio articolo su Damilano
Riso Acquerello su HoReCa luglio/agosto by Vincenzo Reda
Barolo Borgogno 2003, quando il vino è medicamento

Càpitano nella vita certi momenti di particolare sconforto. Quelle volte che qualcuno, magari una persona cara e magari non valutando quanto possa far del male, pronuncia parole sbagliate in momenti poco opportuni. E càpita quando chi riceve queste ferite non è preparato, non ha la corazza sollevata a proteggere parti di delicata consistenza.

A me succede, non troppo spesso – grazie a dio. Mi è successo proprio il giorno del mio compleanno e non è stato gradevole.

Ma avevo messo da parte una bottiglia di Barolo Borgogno 2003, e avevo scelto proprio quel millesimo che è archiviato come sciagurato da quasi tutti gli addetti ai lavori. Lo avevo scelto dopo aver constatato che lo Sperss 2003 di Gaja era un grandissimo Barolo.

E così, invece di godere con animo sereno e in compagnia di amici di un grande vino, quel vino l’ho bevuto come si prende una medicina: e mi ha fatto bene. Mi ha aiutato a stemperare una sensazione di umiliante depressione, un malessere immeritato, sofferto nella giornata meno adatta.

E tanto mi ha aiutato questo Barolo elegante, raffinato, di delicata armonia che possono vantare i Barolo spremuti dalle vigne tortoniane che producono le loro uve Nebbiolo, tra La Morra e Barolo. Non sto a elencare parole, tutto sommato inutili e ripetitive – perfino sciatte, certe volte – che vogliono descrivere colore e profumi e sapori di un certo vino.

Ho bevuto un Barolo ai vertici e l’ho bevuto perché mi facesse del bene: più alla mente e alla pancia che al naso e al palato.

E questo Barolo ha saputo fare ben più che il suo solito e onorevole mestiere: mi ha aiutato a andare oltre, quasi suturando una ferita che rischiava di diventare pericolosa.

Nico Ivaldi: il suo articolo sulla piola di Brosio, Piemonte Magazine

http://www.piemonte-magazine.it/leggi_ultimonumero.asp?articolo=1178&numero=2011_08#.TocPmze9hqQ.facebook