Archive for Novembre, 2011
Colori d’autunno al mercato di Porta Palazzo
Da Michele: la Ribollita a Torino

Nell’angolo destro, guardando la chiesa della Gran Madre, di piazza Vittorio Veneto a Torino si trova la Pizzeria Da Michele. Al suo fianco altri due storici locali: il Porto di Savona – ristorante di schietta tradizione piemontese – e il Caffè Vittorio Veneto. Ora, definire pizzeria questo localino più che centenario è assai riduttivo: grande forno a legna, vi si mangia certo un’ottima pizza al tegamino (quella che io preferisco) e una più che buona farinata; ma vi si mangiano tante altre preparazioni tradizionali cucinate con materia prima di livello e ottima perizia. Per caso, ho saputo che il venerdì, nella stagione fredda, si cucina la Ribollita: uno dei piatti che io amo di più. Com’è ovvio, non è casuale questo fatto: è infatti da Montepulciano che arrivano, alla fine degli anni Settanta, Silvana, Paola e Andrea Tomagra, gli attuali proprietari che rilevarono lo storico locale nel febbraio del 1980. Sono rimaste poche le trattorie toscane che nel dopoguerra avevano colonizzato le città del nord realizzando per prime una sorta di unità dell’Italia enogastronomica: da più di 20 anni i cinesi e poi molti altri locali etnici le hanno sostituite e non sempre in peggio. A due passi da qui, e per tanti anni, il fantastico Adriano con la sua Spada Reale è stato un riferimento torinese di una onesta cucina: non si era certo al vertice della qualità da Adriano, ma le atmosfere erano uniche e tanti pittori, attori, registi, intellettuali di passaggio a Torino ben lo ricordano.

Comunque, la Ribollita che si può gustare da Michele è eccellente: cavolo nero, fagioli e patate accompagnano il pane raffermo in una preparazione contadina tipica toscana, che varia leggermente da paese a paese ma che è figlia delle campagne aretine e senesi. Consiglio amichevole: andate a provarla, se non la conoscete. Altro che sushi e diavolerie del genere. Ma prenotate, perché il locale è minuscolo – d’inverno non più di una decina di tavoli, mentre nella bella stagione un grande dehors permette molti più posti (ma non c’è la Ribollita, perché non c’è il cavolo nero). E poi l’atmosfera, autentica, di trattoria familiare d’altri tempi è impagabile. Almeno per me e i miei amici.

Pizzeria Da Michele

P.zza Vittorio Veneto, 4 – Torino

Tel. 011 888836 (chiusa il martedì)

Carne di maiale essiccata al peperoncino piccante

In Cina e specialmente in Tailandia si trova facilmente carne magra di maiale essiccata all’aria ma trattata con sale. Sono in genere lonza o arista. In Guatemala non l’avevo mai mangiata: me l’ha portata Enzo Brilli dal suo ultimo viaggio laggiù e, assicuro, è una delle migliori carni di maiale mai mangiate. Non so esattamente da quale parte del Guatemala arrivi, penso che con tutta probabilità sia un uso degli altipiani. Non so nemmeno come si prepara perché Enzo non me lo ha saputo spiegare. A buon senso credo che le sottili strisce di carne magrissima (non v’è traccia di grasso), vengano strofinate con abbondante peperoncino macinato non troppo fine (la carne presenta evidenti tracce dei semini gialli) e poi messa ad essiccare al sole. Sono striscioline non più spesse di un paio di centimetri e lunghe una trentina. Sono di sapore davvero straordinario!

Casaslurp: cibo e design per un locale incredibile a Torino

Aperto da pochissimo (i primi giorni di novembre), mi ci ha portato a pranzo Alessandro Barbesino che è uno degli aficionados cui i proprietari dànno la chiave – a loro discrezione, gli altri devono suonare – e possono entrare nel locale in qualsiasi momento dell’orario di apertura (11/18, chiuso sabato, domenica e lunedì) e fruirne a loro piacimento. La caratteristica, unica, è costituita dal fatto che dentro questo posto è tutto in vendita: cibo, vino, luci, tavoli, sedie, mobili e soprammobili, quadri, ecc. Basta chiedere: chi l’ha ideato, Vittorio Beraudo, lo usava come ufficio-abitazione per la sua attività di designer. Vittorio arriva da Saluzzo, è a Torino da qualche anno e i figli Alberto e Matteo gestiscono da un paio d’anni il ristorante Slurp in via Massena, 26. A pranzo si mangia benissimo e a prezzi correnti, la cucina è curata con passione dal giovane chef  Gabrio Dei da Fucecchio, come il suo aiuto Matteo Burgassi. Anche i piatti e le posate sono opera del desing di Vittorio e possono essere acquistati. Il vino si può prendere in bottiglia (buona cantina a prezzi da enoteca), oppure a calice con una tessera apposita. Il locale occupa due piani, quello interrato non prevede servizio di cucina e offre deliziosi angoli per chiacchierare, ascoltare musica, lavorare, bere un buon bicchiere, ecc. Su prenotazione il locale è disponibile a qualsiasi ora e si presta assai bene per eventi privati: di recente è stato utilizzato dall’amico Piero Rondolino (Riso Acquerello) e da Bruno Rocca (grandi vini di Langa). Un posto così poteva germogliare soltanto in una città come Torino: così formale in apparenza, così incredibile appena appena si scalfisce la dura superficie. Andateci e dite che vi mando io.

beraudo.alberto@hotmail.it

www.casaslurp.com

Quando lo scempio è istituzionale….

Quando lo scempio del disgusto è istituzionale, allora non c’è più speranza. Questo container orrendo è stato piazzato nella povera piazza spiazzata da tanto orrore estetico. Della Regione Piemonte! Non mi restano più parole per manifestare la mia indignazione, il mio disarmo, la mia resa. Fino a quando le povere piazze storiche dovranno sopportare simili insulti e il buon senso constatare d’essere alieno alle istituzioni? Che il Cielo abbia pietà di noi.

Le Marche, album fotografico di una regione “al plurale”

Discorrendo con un’amica marchigiana, questa mi diceva che la sua Terra la fa pensare a una coperta: una sorta di plaid a grandi e colorati e diversificati pezzi di ondulato e caldo tessuto. Caldo e rassicurante, in qualche modo. E come non darle ragione.

Per parte mia ricorro a una delle mie solite metafore stralunate: questa è una Terra che mi fa pensare alle donne. Alle 11 di sera quelle che si notano di più – è un’ora in cui sono tutte belle – sono quelle più appariscenti, quelle truccatissime e elegantissime: non bisogna giudicare l’interesse per una donna a quell’ora. Occorre attendere le 7 del mattino, appena sveglie: questa è l’ora della verità e allora si percepiscono la finezza dei lineamenti, il particolare taglio della bocca, l’eleganza del collo, l’intensità dello sguardo. E quelle sono le donne che meritano attenzione. Anche per la vita. Le Marche sono metaforicamente attraenti alle 7 del mattino e ti si insinuano nella mente pian piano. E lì restano. Anche per la vita.

Grazie a Alberto Mazzoni, Direttore dell’Istituto Marchigiano di Tutela  Vini – Gianfranco Garofoli ne è il Presidente -, che mi ha fornito la documentazione, ho messo insieme questa galleria di splendide immagini che costituiscono una sintesi efficace di quelli che sono i cangianti paesaggi marchigiani. Dal Conero a Sirolo, dalle Grotte di Frasassi ai Monti Sibillini, dalle vigne dell’Esino al Santuario di Loreto: un vero spettacolo.

XIV BMTA Paestum: Turchia nazione ospite

Quest’anno la Borsa di Paestum ha ospitato la Turchia. Dei valori paesaggistici, storici, archeologici e culturali di questo giovane paese, nato dopo la Grande Guerra in seguito al dissolvimento dell’Impero Ottomano, già si sapeva. Ma siamo stati piacevolmente sorpresi dalle sue offerte enogastronomiche. Proprio non male un vino bianco:  Côtes D’Avanos 2009. E’ un uvaggio di Narince e Chardonnay (70-30%), 15% vol. che appena si percepiscono con sentori al naso e al palato di resina e di spezie. Assai lungo. La retro-etichetta è addirittura commovente, c’è scritto tutto: produzione di 13.251 bottiglie, rese di 30 ql/ha, altitudine delle vigne di 950 mslm (!!), denominazione Cappadocia Kavaklidere, uso di barrique. Vino per davvero sorprendente, purtroppo ce n’era una sola bottiglia per tavolo e siamo dovuti poi passare a una squallida Falanghina Beneventana che non riportava in etichetta nemmeno il millesimo! Per curiosità, Narince significa «fine», l’uva è autoctona e considerata il meglio che l’enologia turca può offrire. Uve per vini rossi (non si dimentichi che il vino ha origini più o meno da queste parti, Georgia permettendo) sono: Okuzgozu, Kalecic Karasi (karasi significa nero: nero di Kalecik), Papazkarasi, Adakarasi (nero dell’isola). Altre uve bianche  Miskat (da noi chiamato Moscato), Emir, Sultanye. M’è venuta voglia di conoscere il vino turco, magari con un bel viaggio in Cappadocia con visite ai siti archeologici dove nacque, per primo al mondo (10.000 a.C. circa), il concetto di villaggio.

BMTA Paestum: presentazione del mio libro sui Maya

In occasione della XIV edizione della Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico che si è svolta a Paestum (SA) dal 17 al 20 novembre, sabato 19 alle ore 10.00 nella Sala Velia dell’Hotel Ariston di Capaccio, insieme con Marco Casareto – direttore dei mensili Focus Storia e Geo (Gruner-Mondadori) – ho presentato il mio ultimo lavoro: 101 storie Maya che dovresti conoscere prima della fine del mondo, edizioni Newton Compton. La presenza di Marco Casareto ha contribuito a rendere l’incontro assai piacevole con una intensa partecipazione del pubblico che ha avuto modo di interagire con noi. E’ stato un momento di grande soddisfazione personale per il quale ringrazio Ugo Picarelli, la Leader e, ovviamente, l’amico Marco, persona di grande spessore e competenza.

Paestum 2011 gli amici

A Paestum, fuori dell’ufficialità, ci si diverte sempre. Soprattutto, si ritrovano vecchi amici di quelli veri che, seppur vedi di rado, è come se ci si fosse lasciati il giorno prima. Tra questi, quelli che mi stanno più a cuore sono Andreas Steiner (direttore storico di Archeo e Medioevo), Flavia Maripietri (archeologa, ma oggi giornalista di Rai 1) e Enzo Brilli, rappresentante del turismo del Guatemala in Italia.

 

Eataly New York: un successo

Simona Milvo, responsabile della comunicazione di Eataly e mia buona conoscenza fin dal febbraio del 2007  – fu lei ad aiutarmi nella mia mostra in enoteca, tra il dicembre di quello stesso anno e marzo del 2008 – mi permette di pubblicare su questo sito alcune immagini della sede di Eataly nella Grande Mela e mi allega il comunicato stampa che annuncia il premio come migliore negozio innovativo del mondo raggiunto dalla sede di New York. Pubblico volentieri, integrandosi il tutto con quanto da me già pubblicato qui. Con una considerazione di campanilistico orgoglio: a New York (città che conosco e amo) sono arrivati un bel po’ dopo Torino. Mica…poco.

Torino, 28 settembre 2011

A Berlino, nel quadro del World Retail Congress 2011, il più importante evento internazionale dedicato al retail, Eataly New York ha vinto il primo premio nella categoria Retail Innovation Award, sponsored by Mastercard. 

Eataly New York è stato giudicato il più innovativo luogo di vendita al mondo, battendo nella finale prestigiosissimi retailer come American Eagle – 77 kids, Carrefour Planet e Immagination Center di Disney o promettenti concept quali The Craftsman Experience, e Shoes of Prey, tutti selezionati su oltre 60 casi iscritti da oltre 15 Paesi.

La storia di Eataly inizia a Torino, con la nascita del primo importante punto vendita del marchio che ha visto una stretta attività di consulenza e collaborazione da parte di Slow Food per il suo concepimento e sviluppo. Un successo immediato, ripetuto con altrettanti risultati in diversi centri italiani fino a giungere nella Grande Mela, in cui Eataly ha scelto di concentrarsi sulle eccellenze della gastronomia italiana e portarle alla clientela a stelle e strisce.

“Si tratta di una bella soddisfazione per l’Italia che ogni tanto fa bella figura – commenta Francesco Farinetti, Amministratore Delegato del gruppo – e anche per Eataly, naturalmente. La parte più grande del merito va a tutto il personale del gruppo Eataly e in modo particolare a quello di Eataly New York che si è impegnato moltissimo in questo primo anno di apertura, raggiungendo risultati eccellenti sia come vendite che come consensi”. 

Secondo Fabrizio Valente, Amministratore Delegato della società di consulenza Kiki Lab — Ebeltoft Italy e presidente della giuria degli esperti internazionali che ha selezionato i 6 finalisti  “il successo di Eataly nasce anche dalla capacità di offrire un’esperienza di qualità anti-snob: eccellenza dei prodotti proposta in ambienti accoglienti e familiari, un connubio sempre più apprezzato dai clienti. Inoltre Eataly ha innovato il modello di business tradizionale, con un approccio glocal nell’espansione all’estero: grande coerenza con il DNA dell’insegna coniugata con partnership locali e variazioni anche considerevoli, di superfici e servizi offerti.”

 

Cime di rape saltate con salamino piccante, piatto tradizionale silano

Una delle mie coccole preferite, insieme a lampascioni e patate, consiste in una vecchia ricetta che mi riporta alla mia primissima infanzia calabrese, vissuta a Rovale, sul Lago Arvo ai quasi 1400 mt. della Sila magnifica. Le cime di rape (Brassica rapa sylvestris) nel nostro dialetto si chiamano “vrùocculi ‘e rapa” per distinguerli dai broccoli veri e propri che si definiscono “vrùocculi ‘e sponza“: è molto importante la pronuncia, perché nei dialetti meridionali (tutti) non esiste il dittongo e dunque è sempre tonica la prima vocale. Questa verdura, tipica della stagione fredda (si trova buona da ottobre ad aprile), è universalmente nota come condimento delle orecchiette pugliesi, da loro si chiama “strascinati“. Ma da noi si preparava in maniera molto semplice. Occorre prendere delle cime di rape con foglie piccole e pochi fiori (sono piccole infiorescenze gialline), i gambi devono essere sottili e presentarsi ben sodi. Si tagliano le foglie più grandi e i gambi in pezzi non più lunghi di 4/5 cm., scartando le foglie poco tenere e le parti più dure e grosse dei gambi. Una volta pulite e tagliate, le cime devono essere lessate con acqua e sale. Basta una mezz’oretta circa. Scolate ben bene vengono messe in una grossa padella e, una volta evaporata la residua acqua di cottura, si aggiunge abbondante olio extravergine d’oliva, alcune sottili fette di salamino piccante (aver cura di scegliere salami non stagionati, perché poco adatti a essere fritti), e del peperoncino verde tagliato a rondella. Sono sufficienti pochi minuti e il piatto è bell’e pronto. Saporosissimo, con quel delizioso gusto amarognolo che hanno le cime di rape che si devono mangiare insieme alle fette di salamino appena rosolate.

Claudio Mariotto vignaiolo in Vho (Tortona, Alessandria)

Insieme con Matteo del ristorante La Tana del Re sono andato a trovare Claudio Mariotto nella sua dimora posta sulle alture di Vho, a poca distanza da Tortona. Con noi c’era anche Nicola, ex broker e ora allevatore di oche in Roccaverano, specialista nel preparare stupendi salami (che devono essere insaccati nella pelle dell’oca e poi cotti) con le carni delle sue bestie. Claudio è oltretutto un assaggiatore e dunque grande intenditore di salumi che prepara con il suo norcino, altro bel personaggio. Abbiamo cominciato a bere e a discutere dei suoi diversi (tutti eccellenti, qualcuno strepitoso) Timorasso: il Derthona (nome romano di Tortona), il Cavallina (2008, primo esperimento di macerazione di Timorasso sulle bucce), il fantastico Pitasso. Abbiamo bevuto sia in orizzontale, sia in verticale risalendo fino al 2004. Abbiamo bevuto i rossi, li abbiamo confrontati con quelli di Elisa Semino (La Colombera) e di Walter Massa. Abbiamo discusso animatamente e senza peli sulla lingua, inframezzando parole sapide su calcio, donne e cibo…come si fa tra buoni amici. Dalle 11.30 del mattino siamo riusciti ad arrivare alle 19, direi con assoluta leggerezza. Claudio Mariotto non lo si può descrivere, bisogna conoscerlo e bere con lui qualche bicchiere per poi percepire la netta sensazione di aver a che fare con un uomo fuori di ogni possibile classificazione. Giornata indimenticabile.

P.s: Il 2 dicembre presenterò il mio libro “101 Storie Maya che dovresti conoscere prima della fine del mondo”, Ed. Newton Compton, al ristorante La Tana del Re (via Vincenzo Virginio, 2 a Torino): i vini dell’aperitivo saranno quelli di Claudio Mariotto, pare ovvio e scontato.

https://www.vincenzoreda.it/il-timorasso-di-claudio-mariotto-a-la-tana-del-re/

Odio con tutte le mie forze i gazebo nelle Piazze Storiche

Non riesco a capacitarmi di come si possa continuare a insozzare le nostre piazze stupende con queste strutture posticce, con queste manifestazioni orrende. Di come si sottraggono spazi stupendi alla fruizione di cittadini e turisti. Questi godono nei loro sentori di salsicce e hot dog che infestano luoghi bellissimi. E pubblicità di oli, automobili, telefoni e qualunque azienda paghi quattro soldi.

FATELE IN PERIFERIA LE VOSTRE SAGRE STRAPAESANE E TAMARRE!

Roma, 8 novembre 63 a.C.

Scrivevo su questo sito qualche mese fa, senza poter sapere che oggi, 8 novembre 2011, pur senza un Cicerone che lo dicesse, un Catilina minore giunto ormai alla propria fine – rantolante, agonizzante – continuasse ad abusare della nostra pazienza!

«Quousque tandem abutere, Catilina, patientia nostra? Quamdiu etiam furor iste tuus nos eludet? quem ad finem sese effrenata iactabit audacia?

“Fino a quando, Catilina, abuserai della nostra pazienza. Quanto a lungo ancora codesta tua follia si prenderà gioco di noi? Fino a che punto si spingerà [la tua] sfrenata audacia?”.

Dov’è, oggi in Italia, un Marco Tullio Cicerone che interroghi con chiarezza la coscienza di una giovane Nazione sugli abusi indecorosi di un Catilina minore? Duemila anni sono trascorsi invano in questa nostra sciatta e gloriosa penisola: la testa in Europa, i piedi in Africa e tutto il corpaccio in un mare di escrementi malodoranti: che un qualche misericordioso dio abbia pietà di noi.».

Quiriguà, dove il tempo è pietra

Ho preso queste fotografie nell’ottobre del 2008, durante il mio magnifico viaggio archeologico in Guatemala. Quiriguà è il sito maya che possiede più stele: sono tutte monumenti di pietra dedicati al tempo. In quel sito maya c’è anche la famosa stele C, quella su cui è impressa la data del 21 dicembre 2012: la fine di un’era, l’inizio di un’altro segmento di tempo circolare che durerà ancora 5125,37 anni…

Lampascioni e patate

Il termine scientifico è Muscari comosum e indica una pianta erbacea della famiglia delle Liliacee che fiorisce in primavera e presenta un tipico fiore con petali filamentosi di colore viola carico. I bulbi di questa pianticella sono i famosi lampascioni, lambascioni, ecc. Noi montanari calabresi li chiamiamo cipulline o cipulluzze. Non è vero che crescono soltanto in meridione (Puglia e Basilicata sono le terre in cui per tradizione meglio si conoscono e si preparano): mi ricordo che con mio padre andavamo a raccoglierle nei prati del quartiere Lingotto, lungo la ferrovia delle periferie torinesi nei primi anni sessanta.

Nella nostra tradizione silana si cucinano fritte con le patate o si mangiano a frittata con soltanto uova. La ricetta per cucinarle fritte (sono una di quelle 5/6 preparazioni che considero coccole personali) è la seguente.

Per 4 persone occorrono circa 1/2 chilo di lampascioni e 1/2 chilo di patate. E’ bene comprare i lampascioni più grossi perché si puliscono meglio: è la pulizia di questi cipollotti ricchi di fastidiosa resina, assai collosa, che è di particolare difficoltà. Dopo averli ben bene ripuliti degli strati esterni zeppi di terra, averne tagliato la sommità e la parte inferiore, si lavano con cura. Vanno poi lasciati almeno un paio d’ore in acqua e aceto (bastano un paio di cucchiai per 2 litri d’acqua. Trascorso questo periodo, che serve per far perdere molto del gusto amarognolo che è loro tipico, si tagliano in quattro pezzi e li si mette a stufare, con un poco della loro acqua e aceto, in una padella. Appena l’acqua è evaporata si aggiungono le patate, tagliate a spicchio, e l’olio (extravergine, mi raccomando). Vanno rimescolate spesso e le patate devono quasi spappolarsi. Occorre circa una mezzoretta a fuoco non troppo vivace per la giusta cottura. Impiattate e salate, il meglio consiste di condirle con una ricca spolverata di peperoncino rosso macinato. Un piatto dal sapore assai particolare, certo non delicato ma pur cui io personalmente impazzisco. Il vero problema è rappresentato dalle conseguenze notturne e del giorno dopo: io la chiamo guerra chimica….Dimenticavo: l’ultima volta ci ho bevuto un delizioso Nero di Troia di Lucera (Nerone La Marchesa 2010, en primeur).

Pezzogna al forno

Il nome scientifico è Pagellus Bogaraveo, in italiano il suo nome corretto è Rovello. In giro per i nostri campanili marittimi si conosce come: Pezzogna, Pezzonia, Occhione, Mupo, Pàrago….

E’ un pesce che vive in acque profonde, della famiglia dei pagelli e, infatti, sembra un incrocio tra un pagello e un’occhiata. Di colore rosato, ha una dimensione media di 30/35 cm. per circa un chilo, un chilo e mezzo. Gli esemplari più grandi arrivano a superare i 50 cm. e i due chilogrammi ma non si pescano a profondità inferiori ai 300 mt.

E’ un pesce dalla carne gustosa, con una polpa che molto ricorda il Dentice; conosciutissimo nella tradizione delle nostre coste (soprattutto campane e siciliane, ma anche toscane e liguri), è cucinato all’acqua pazza o al forno. Me lo hanno servito, tradizione campana, alla Tana del Re: magnifico. Il mio amico Andrey di San Pietroburgo lo ha assai apprezzato.

XIV BMTA Paestum 17/20 novembre 2011, Programma

www.borsaturismo.com

http://leaderonline.it/upload/news/programmaWeb.pdf

 

 

 

 

 

CasalFarneto

Conosciuta in maniera approfondita durante la mia visita nelle Marche, causa il convegno Verdicchio 2.0 ideato e organizzato presso la sede di Serra de’ Conti, questa azienda agricola di circa 60 ettari che produce soprattutto vino è a mio parere una di quelle realtà destinate a crescere, in qualità e in quantità, nei prossimi anni. I suoi 32 ettari vitati sono situati nel cuore dell’Esino, sponda sinistra, a una ventina di chilometri in linea d’aria dalle brezze dell’Adriatico, ma poco distante anche dalle montagne dell’Appenino Umbro-Marchigiano.

Azienda relativamente giovane, fondata nel 1995, è stata rilevata nel 2005 dalla famiglia Togni, già proprietaria di un importante gruppo che opera da tempo nel settore delle acque minerali e di cui fa parte anche la grande azienda spumantistica Serra dei Forti di Serra San Quirico.

Oggi questa realtà produttiva vale circa 650.000 bottiglie su due ben differenti linee di produzione e di commercializzazione: Donna di Bacco è la linea di qualità con destinazione Horeca, Le Colline per la Gdo. Per entrambi i marchi la produzione impiega quasi per intero i vitigni autoctoni marchigiani e questo significa che l’azienda possiede vigneti dislocati nei punti chiave della regione: dal Bianchello del Metauro (Pesarese), a Passerina e Pecorino (Ascolano), passando per il Lacrima di Morro d’Alba, e i rossi Cònero e Piceno.

Se in loco mi avevano colpito i Verdicchio Grancasale 2008 ( DOC Classico Riserva) e, soprattutto, il Crisio 2009 (già DOCG), nelle bevute di valutazione effettuate con molta calma e molto tempo (ritornando sulla stessa bottiglia a distanza anche di uno o due giorni) ho potuto apprezzare il Cimaio 2008 che è un vino da bere solitario che può al massimo accompagnare certi formaggi, certa frutta esotica, certa pasticceria secca. E’ un vino spremuto da uve raccolte surmature e botritizzate, dunque con elevato residuo zuccherino ma che lascia il palato pulito e rimane in gola a lungo con 14.5% vol. di alcol che non si sentono.

In cantina non avevo avuto modo di bere i loro rossi e così, per soddisfare la mia dannata curiosità, mi sono fatto inviare alcune bottiglie del loro Lacrima e del loro Montepulciano in purezza. Parlerò per primo di questo vino che a mio parere racconta in maniera perfetta le caratteristiche dell’azienda, e dei suoi uomini (com’è ovvio), di cui è amorevole figliolo.

Si chiama Mèrago (pronuncia sdrucciola): il 2007 è il primo millesimo di una vigna di due ettari piantata da tre anni con sesto d’impianto moderno e terreni e esposizione di assoluta eccellenza. Il vino presenta il tipico colore rubino intenso del Montepulciano, al naso è pieno e fruttato e in bocca…ecco: al palato racconta della giovane età delle sue vigne e ne racconta insieme anche le potenzialità, che saranno davvero straordinarie con almeno un paio d’anni in più. Il Mèrago è gia un vino di notevole struttura che presenta qualche disarmonia dovuta appunto alla vigna giovane: non ho dubbi che tra due, tre anni berremo un rosso di quelli che lasciano il segno e di quelli che andranno a caccia di bicchieri, grappoli e stelle con ottimi risultati. E’ un vino di 13.5% vol. che ha visto una lunga macerazione dopo una raccolta selettiva effettuata a mano. E’ maturato in legno grande e per 18 mesi ha continuato a evolvere in bottiglia. Certo, ancora qualche difetto di gioventù: ma aspettiamolo e vedremo il suo talento fiorire. Ne producono 6/7.000 bottiglie e il prezzo in azienda (compreso dell’Iva) è intorno ai 10 euro!

Il Lacrima di Morro d’Alba della linea Donna di Bacco si chiama Rosae e, al contrario di tutti gli altri vini di questa selezione di qualità ( la cui produzione media odierna non supera le 7.000 bottiglie), viene prodotto in 26.000 pezzi a un prezzo-cantina (sempre comprensivo di Iva) di circa 5,5 euro! Questo millesimo 2010, con 13% vol. e colore che soltanto i Lacrima possono avere (è un rosso rubino con particolari riflessi violacei dato da antociani davvero importanti), è un Lacrima particolare, come non ne avevo mai bevuti. Conosco Mancinelli dagli anni Novanta, mi sono poi appassionato al Rùbico di Marotti Campi e oggi stimo tra i migliori quelli di Lucchetti: sono tutti vini di una certa struttura, quasi imponenti, con sentori di fiori e frutta rossa che inebriano e palato che viene letteralmente assediato da tannini importanti e pronunciata acidità. Questo è invece un vino beverino, fresco, pulito ma che al naso regala quel tipico profumo di rosa che più intenso e riconoscibile non si può. Il Lacrima è un vino di abbinamento assai difficile e comunque personale: a me piace berlo con certa frutta o, come il mio solito, solitario e in compagnia di me stesso.

Devo citare tra i vini bevuti in loco anche il Primo 2008, metodo classico prodotto con uvaggio Chardonnay/Verdicchio (80-20%): con l’esperienza maturata nell’azienda Serra dei Forti da Paolo Togni, non potevano realizzare un primo (da qui il nome) spumante meno che interessante. Perlage finissimo per uno spumante franco, di semplice eleganza e buona persistenza in cui i sentori tipici di crosta di pane sono ben evidenti: io non amo in maniera particolare spumanti e champagne che non siano vinificati da Pinot Nero in purezza, però questo l’ho trovato più che gradevole. E siamo anche qui con un metodo classico che vien via dalla cantina intorno ai 10 euro (prodotto in circa 7.000 bottiglie).

Chiudo questo mio scritto citando il fatto, importante, che le etichette della linea Donna di Bacco (tutte di elegante semplicità, finalmente) sono state illustrate dal pittore marchigiano (un manierista) Bruno D’Arcevia cui CasalFarneto, dimostrando una certa sensibilità artistica e culturale, aveva commissionato l’incarico.

HoReCa n.59, mio articolo su Cantina La Marchesa di Lucera
HoReCa n.59, mio articolo su Bortolomiol