Archive for Dicembre, 2011
I miei auguri per il 2012

Come ogni anno, ormai dal 1998, a ripetere un rito – a volte anche faticoso, ma che mi appartiene in esclusiva – ho scelto un Dolcetto, colore dei miei auguri. Quest’anno la scelta è caduta sul Barturot 2009 di Beppe Caviola: uno dei migliori da me bevuti e dunque usati. Ho finito di dipingere (come sempre di notte) i miei tradizionali 73 biglietti d’auguri tagliati a mano, dipinti e scritti sul retro con il mio inchiostro viola Mont Blanc e relativa penna stilografica: uno per uno, e tutto fatto a mano come non usa quasi più. Ma così io desidero e purtroppo ogni anno devo eliminare qualcuno per aggiungere qualcun altro; altrimenti, dovrei dipingere 2/300 biglietti e sarebbero troppi.

Il segno quest’anno è cinese: dopo simboli universali, indiani, egizi, ho scelto un carattere cinese che significa «buon auspicio» e credo si pronunci «Ji» (ma non ne sono certissimo). L’ho scelto perché è assai grafico e semplice; l’ho scelto perché, a seguire alcuni miei lavori che già sono a Shanghai, i primi giorni del 2012 sarò anch’io in Cina a dipingere con il vino e a conoscere una cultura che mi ha da sempre affascinato e di cui so poco.

In ogni caso: che il 2012 sia un anno prospero, in particolare per tutti i miei amici e per chi loro è caro.

Torino 2011, the best

Alcune fotografie sintesi di quest’anno irripetibile.

Warm wishes from Turin

Tante immagini da Torino 2011 (tra le quali anche la visita del Papa l’anno prima) per un anno indimenticabile: 150 anni festeggiati come meglio non si poteva con momenti che neanche nell’anno olimpico sono stati così straordinari (gli alpini, soprattutto).

Le luci incantate di Emanuele Luzzati

Di notte le figurine magiche del presepe di Emanuele Luzzati paiono animarsi e vivere una vita diversa da quella che la luce uniforme del giorno loro regala. I colori infantili del Maestro risaltano nei contrasti del buio profondo e le sagome sembrano come librarsi in danze di sogno….quasi osservate con amore dalle severe architetture barocche che della piazza sono da sempre attente sentinelle.

I miei vini e cibi di Natale 2011

Gli antipasti: cupolette di carciofi (una specie di flan, delizioso), mousse di salmone e paté di fegatini di pollo.

Primo: pasta al forno tradizionale calabrese, quindi con le polpettine di carne e pane pesto fritte, uova, salamino piccante, prosciutto cotto, besciamella, mozzarella.

Secondo: arrosto di cinghiale sfumato con vino bianco e insaporito con mirto, pepe, ecc. e contorno di passato di mela preparato con cannella, chiodi di garofano e bucce di limone.

Frutta e dolci: licis, ananas, fichi d’india e cartellate tradizionali calabresi (con ripieno di vino cotto, vin santo, noci, marmellate di prugne e fichi, nocciole, uva passa).

Vini: il Tralivio 2010 di Sartarelli , il Dolcetto d’Alba 2010 e il Barolo Le Cinquevigne 2007 di Damilano, l’Asti Moscat0 Galarej 2009 di Fontanafredda. Sempre da mettere in rilievo l’eleganza e la finezza dei vini di Damilano con questo Barolo (uvaggio da vigne dei cinque comuni di produzione dell’azienda: Barolo, Novello, La Morra, Grinzane Cavour e Verduno) giovanissimo eppure già pronto per un palato di raffinata austerità. Come il Dolcetto, con note di viola davvero interessanti.

Ho chiuso con un Single malt di Islay: Caol Ila 12 anni.

Mia moglie Margherita, con l’aiuto di Geeta, quest’anno è stata davvero una cuoca eccellente, in stato di grazia: da eleogiare soprattutto le preparazioni di carciofi e il delizioso paté!

Downtown in Turin by night

Il centro di Torino di notte con le sue “Luci d’artista” è una splendida città: le prospettive di via Po, piazza Castello, via Roma, via Pietro Micca sono messe in risalto dalle luminarie stupende ideate da artisti visionari che regalano a cittadini e turisti un poco della loro arte.

Il presepe di Emanuele Luzzati a Torino

Al posto degli odiosi gazebo, ecco una contaminazione come si deve di Piazza Castello, a Torino. Lo stupendo presepe di Emanuele Luzzati! Lo stile fanciullesco, più che naif, di questo inarrivabile artista portato in una delle più belle piazze d’Italia e regalato all’ammirazione dei cittadini: ecco come si può adoperare – addobbare – un luogo pubblico e storico, valorizzando oltremodo le sue naturali scenografie. E si divulga l’arte di un Grande.

Se un pomeriggio d’inverno, giù al Sud aspetti il tramonto….

Aspettare il tramonto in riva al mare campano, tra la costiera amalfitana e i monti del Cilento, a novembre…forse è una piccola – piccina per davvero – magia. Da solo, in compagnia dello sciabordare monotono, silenzioso delle onde; in compagnia dei colori sempre stupefacenti del tramonto. Soltanto in compagnia dell’assordante rumore dei tuoi pensieri, degli assurdi colori delle tue fantasie.

 

 

Dicembre a Torino

Torino, quando si veste a festa e stordisce con i suoi panorami mozzafiato. Vista dal Monte dei Cappuccini, in una domenica di metà dicembre, con la giogaia delle Alpi innevate che paiono sentinelle e esaltano i cieli, quasi tropicali, finalmente ripuliti da pioggia e vento. Che spettacolo!

GTT tennis: la cena sociale

Di sport ne ho fatto tanto: 40 anni di calcio dal nacg alla promozione, per poi finire in sfide assurde tra vecchie glorie che si pestavano come e peggio dei ragazzini; 10 anni ad altissimo livello agonistico di maratone e supermaratone; qualche anno passato a regatare nel Tirreno con il 47 piedi Josette di mio cognato; tanti anni di tennis non troppo seri, almeno fino a qualche tempo fa. In nome dello sport mi sono rotto più volte le costole, un dente, il coccige (che dulur!), un piede e mi mancano 3 menischi. Oggi, superati i 50 da qualche anno e superati altri malanni di quelli brutti, gioco soltanto più a tennis, ma in maniera seria: non più agonistica (quel che ho fatto basta e avanza), ma con ragazzi giovani che invece i tornei li fanno a buon livello (la media è una buona 4° con qualche 3°). Da qualche anno gioco più spesso con il mio maestro storico Gianni (le smorfie le ho messe apposta, così mi vendico della fatica che mi spreme in campo) e il livello s’è alzato di molto. Anche le smorfie di Roberto, che dirige il circolo, le ho lasciate: per divertimento. Il Cral del Gtt (in via Avondo, 26) ha due meriti particolari: il primo è che si insegna il tennis ai disabili, e questa è una gran cosa; il secondo è che c’è un buon ristorante, “Il capolinea del Gusto”, in cui si mangia bene spendendo poco…e se lo dico io, ci si può credere: consiglio una prova, anche il vino è più che decoroso (si spendono 15/20 €!). Comunque, mi piace mettere su questo sito le immagini della nostra cena sociale: è una delle innumerevoli che si fanno di questi tempi e, in genere, sono sempre rilassanti e anche divertenti.

http://www.cralgtt.it/attivita/sport/tennis/51_gestione-campi-tennis.html

http://www.cralgtt.it/attivita/bar-ristorante-via-avondo-26/505_il-capolinea-del-gusto.html

 

Frittura di ghiozzi

Difficilmente, chi non è pescatore conosce certi pesci che sono deliziosi e oltretutto poco costosi. Un esempio emblematico è il ghiozzo. Appartiene alla famiglia dei Gobidi, i pesci a scheletro osseo più diffusi al mondo, presenti in tutti i mari del globo (eccetto le acque polari) con 2000 specie per circa 200 generi. Io lo pesco nel mio amato mare del Gargano. E’ un pesce bentonico, ovvero: vive attaccato al fondo ed è un predatore. I più grossi arrivano a 30 cm., io ne ho pescati di circa 25. Sembra semplice da fiocinare perché resta immobile, di solito all’imbocco della tana, in agguato. Invece riesce a scattare come un fulmine anche quando sembra facile preda. La sua qualità, a parte lo scatto fulmineo, è la capacità di mimetizzazione. Ha una carne bianca delicatissima, forse in assoluto la più delicata. Con una leggera infarinatura e una breve frittura in olio d’oliva extravergine si gusta un pesce straordinario, tra l’altro senza grandi problemi di spine. Si trova ogni tanto sui banchi del pesce, lo consiglio davvero, e costa poco.

Umberto Eco: Costruire il nemico e altri scritti occasionali

” E’ solo nel silenzio che funziona l’unico mezzo d’informazione che è il mormorio. Ogni popolo, anche se oppresso dal più censorio dei tiranni, è sempre riuscito a sapere tutto quel che succede nel mondo attraverso il mormorio. Gli editori sanno che i libri che sono diventati best seller non lo sono diventati per la pubblicità o per le recensioni, ma per un termine che in francese si dice bouche à oreille, in inglese si dice world of mouth, in italiano si dice passaparola: i libri arrivano al successo solo attraverso il mormorio. Perdendo la cognizione del silenzio si perde la possibilità di captare il mormorio, che è l’unico fondamentale e attendibile mezzo di comunicazione. Ed ecco che quindi, in conclusione, direi che uno dei problemi etici che ci si pone è come tornare al silenzio. E uno dei problemi semiotici che potremmo affrontare è studiare meglio la funzione del silenzio nei vari modi di comunicare. Abbordare una semiotica del silenzio: può essere una semiotica della reticenza, una semiotica del silenzio nel teatro, una semiotica del silenzio in politica, una semiotica del silenzio nel discorso politico, cioè la lunga pausa, il silenzio come creazione di suspence, il silenzio come minaccia, il silenzio come consenso, il silenzio come negazione, il silenzio in musica….”

Non è uno dei libri memorabili di Umberto Eco, quest’ultima raccolta di scritti e interventi vari (Bompiani, 334 pp. 18,50 €). Però è sempre l’Umberto Eco saggista lucido e osservatore di fatti da prospettive sempre uniche, sempre e comunque portatrici di conoscenza. Questa citazione dal capitolo “Veline e silenzio” è straordinaria: in un mondo in cui sembra essere premiante strillare più forte forse il silenzio merita d’essere eticamente rivalutato. Tra i quindici piccoli saggi che compongono il libro, oltre a questo sopra citato, meritano attenzione anche: “Astronomie immaginarie“, “Perché l’isola non viene mai trovata” e “Costruire il nemico“. Se come romanziere (“Il cimitero di Praga”, come ho già detto, è assai deludente) spesse volte Eco lascia a desiderare, come saggista è assai più spesso inarrivabile. anche se non in forma smagliante.

Consiglio: invece che spendere soldi in libri inutili che sono al top delle classifiche, regalate questo libro, perché vi potrà servire, prima o poi.

La ribollita come piace a me

La ribollita ho imparato ad apprezzarla quando ho trascorso quasi un anno a lavorare in un’azienda agricola tra Monte San Savino e Castelnuovo della Berardenga, ossia tra Arezzo e Siena. Piatto invernale perché basato sul cavolo nero e quel suo gusto amarognolo che a me piace tantissimo. Noi la prepariamo con i fagioli, il sedano, la carota, aglio e cipolla. Un po’ di olio d’oliva extravergine (di questi tempi magari appena franto) e pane vecchio o tostato a fare da base. Il segreto è, secondo me, mangiarci insieme dei cipollotti crudi. Gusti d’altri tempi per un piatto di tradizione come pochi altri.

Pennette al pistacchio e grongo in umido

Assaggiai questo piatto tipico delle falde dell’Etna nel 2005, in occasione della mia ultima (ahimè) mostra in terra siciliana, precisamente a Trecastagni. Lo assaporai in un magnifico ristorante di Nicolosi di cui non ricordo il nome: magnifico perché ricavato in un vecchio frantoio di cui si conservavano gli incredibili e giganteschi ingranaggi in legno per azionare le macine di pietra. Il piatto è semplicissimo e di gusto particolare. Per quattro persone è sufficiente circa un etto edibile di pistacchi non tostati. Questi devono essere pestati in maniera non troppo fine affinché si possa poi apprezzarne in bocca la consistenza materica. Il pistacchio va poi stemperato con olio d’oliva e un poco di panna, nient’altro. In questo preparato vanno poi semplicemente saltate delle pennette rigate (prendono meglio il sugo). Una spolverata di pepe nero non gli fa male. Un piatto davvero squisito. A questo primo abbiamo poi fatto seguire un’altra preparazione semplicissima e poco costosa: grongo al forno in umido. Il grongo (Conger conger) è un pesce osseo del mediterraneo che somiglia a una grossa anguilla (può raggiungere i 3 metri di lunghezza e i 70 kg. di peso, ma la dimensione più normale non oltrepassa il metro e le femmine sono più grosse dei maschi). Questo è un pesce poco stimato, a torto: la sua carne un poco grassa è molto saporita e, infatti, viene assai apprezzato nei caciucchi e nelle zuppe da chi di pesce s’intende per davvero. In umido è ottimo.

“101 storie maya…” con gli amici a La Tana del Re

 

 

La serata di presentazione a La Tana del Re l’avevo concepita come una faccenda per amici, tra amici, protetto dai miei quadri e dalle mie installazioni vinifere che, nel locale secentesco sotto la via Po, sono in mostra permanente. E la serata era dedicata espressamente a Nicola Silvano Borrelli, il mio maestro per tanti aspetti della mia vita. Per questo fatto erano presenti Cristiano, apposta giunto da Monaco di Baviera, sua madre e moglie di Silvano, Edda e Silvia, figlia di un’altra compagna di Silvano (che è stato un donnaiolo impenitente, pace alla sua anima). Poi alcuni vecchi e cari amici, Claudia e Tommaso, sono arrivati apposta da Siena. C’era mia moglie Margherita e mia figlia Geeta che ha curato con me le illustrazioni del mio libro e ripreso le immagini della serata. Con me al tavolo, i miei amici Giorgio Diaferia, medico e grande batterista jazz, e Nico Ivaldi, giornalista e scrittore che conosco dai tempi in cui (fine anni Settanta) io dirigevo al Radio ABC a Torino e lui era parte della redazione giornalistica che comprendeva Emanuele Fiorilli e Marco Ansaldo (oggi uno in Rai e l’altro a La Stampa). In sala, mia sorella Maria, Walter Martiny – il mio primo editore (Più o meno di vino) – Alessandro, Robi Pighi, Vittorio e tanti altri amici che mi hanno fatto assai piacere. La serata è finita a tavola, cucina cilentana e vini di Claudio Mariotto (con lo strepitoso Pitasso 2008, un Timorasso grandissimo). Ebbene, di presentazioni ne ho fatte tante, ma questa è stata la più soddisfacente per me, in tutti i sensi: a distanza di 40 anni esatti dal tempo in cui, diciassettenne, conobbi questo tanghero maledetto da cui ho imparato un sacco di cose.

    http://www.latanadelre.it/

HoReCa n. 60: speciale Fontanafredda

Ecco il mio ultimo lavoro: sono 8 pagine di articolo con testo e fotografie mie. Grazie tantissimo a Francesca Tablino che mi ha aiutato nel mio giorno di visita (un giorno è troppo poco a confronto di una realtà produttiva di queste dimensioni e con queste implicazioni sia commerciali sia storiche). C’è anche una piccola intervista a Oscar Farinetti, sempre disponibile nei miei confronti. E c’è pure il solito, evitabilissimo refuso: Sommaria Perno anziché SOMMARIVA PERNO. E ciò nonostante il testo sia stato riletto e corretto più volte anche da persone diverse: brutta bestia, il refuso.