Archive for Gennaio, 2012
Gustazione di vino: Terredavino

https://www.vincenzoreda.it/terredavino-horeca-n-64/

Con la mia mania di parole e dizionari e un certo fastidio – ammetto, un poco “snob” – per l’uso sciatto, e spesso l’abuso, di alcuni termini, ho scoperto che il sostantivo  “gustazione” è assai più antico e classico dell’insopportabile “degustazione“. Entrambi hanno origine nobile nel latino, ma il secondo è entrato nell’uso comune dopo la seconda metà del XIX secolo, mentre il primo era già consueto ai tempi di Dante. Nel Tommaseo, infatti, si trova “gustazione” e è assente “degustazione”. Insomma, un po’ come “cucinario” e “culinario“: entrambe di origine latina, ma la prima d’uso assai più antico. Comunque, a prescindere da queste mie mere masturbazioni mentali, da ieri sera sto bevendo, gustando e valutando sei bottiglie della linea horeca dell’azienda piemontese Terre da Vino, in Barolo. Il tutto deve essere finalizzato in un articolo per il mensile Horeca nel numero che uscirà per il Vinitaly del marzo prossimo. Ho scelto questa realtà piemontese da circa 5 milioni di bottiglie e 20 mln. di euro di fatturato per la semplice ragione che è una delle poche aziende, forse l’unica, che distribuisce con lo stesso marchio  – ma vini di ben diversa qualità – sia nella linea horeca, sia nella gdo (con percentuali rispettivamente del 25 e 75). Per questo motivo, Terre da vino non gode, presso la stampa specializzata, dell’apprezzamento che secondo me merita. Senza entrare in dettagli che saranno oggetto del mio articolo tecnico, sto bevendo dei vini di qualità almeno medio-alta che presentano un rapporto qualità/prezzo davvero sorprendente. Barbera d’Asti eccellente “La Luna e i falò” 2009, tra le migliori 10/15 che ho bevuto (ben trattata dalle guide: ma si parla di 350.000 bottiglie!!). Il Barolo “Essenze” 2007, ancorché ancora molto giovane, è un Barolo come si deve, migliore senza dubbio di vini più blasonati e che costano anche di più. Mi hanno stupito il Nebbiolo “La Malora” 2009 e il Barbaresco “La Casa della collina” 2008: vini di ottima qualità, ben strutturati, con personalità e buona capacità di rappresentare il territorio da cui provengono. Buoni pure il bianco (Sauvignon/Chardonnay) “Tra Donne sole” 2010 e il Moscato Passito “La bella Estate” 2009. I rossi, dopo averli bevuti da soli, li ho accompagnati con i paccheri al ragout di cinghiale e un coniglio preparato al forno con salsa, olive e peperoni. Mi hanno confermato la qualità soprattutto Barbaresco e Nebbiolo, per la Barbera non ci sono bisogni di conferme.

Terre da Vino Spa  – Via Bergesio,6 – 12060  BAROLO (CN)  Tel. 0173 564611    Fax. 0173 564612

info@terredavino.it       www.terredavino.it

La neve…..
ECHA’- Cibo in lingua maya

 

Aré u xe oher tzih varal Quiché u bi (Questo è il principio delle antiche storie di questo luogo chiamato Quiché)….”

Così comincia il Popol Vuh ( Popol Wuj, nella più moderna trascrizione), quella che si definisce “Bibbia Maya”: il libro sacro dei maya Quiché, trascritto daPadre fra Fancisco Ximénez, dell’Ordine deiDomenicani, nei primi anni del settecento su un testo redatto con grafia occidentale, probabilmente intorno al 1550 nei dintorni di Chichicastenango, Guatemala. Popol Wuj significa: “libro del consiglio, carta della comunità, libro nazionale”. In questo testo poetico si racconta di come i Progenitori, Tepeu e Gucumatz – il Creatore e il Formatore – crearono gli uomini.

E’ una storia, tenera per certi versi, fatta di tentativi sbagliati: dopo aver provato malamente, con il fango e con il legno, di creare l’uomo, ci riuscirono col mais:

Poi presero a discutere sulla creazione e la formazione della nostra prima madre e del nostro primo padre. Di mais giallo e di mais bianco venne fatta la loro carne; di pasta di mais vennero fatte le braccia e le gambe dell’uomo. Soltanto pasta di mais compose la carne dei nostri padri, i quattro uomini che furono creati.”.

Il mais venne domesticato tra il quinto e il terzo millennio prima dell’Era cristiana nel nord del Messico: da quelle caverne si diffuse poi in tutta la l’area che si definisce Mesoamerica e rese possibile, come accadde del resto per le regioni degli altri cerali – grano e riso -, la nascita e lo sviluppo di culture evolute.Non nel Nordamerica, area in cui quelli che si definiscono “Indiani” rimasero popoli nomadi di cacciatori-raccoglitori; neanche nel Sudamerica, regione in cui fu la patata, adatta a essere coltivata alle altezze considerevoli dell’altopiano andino, a costituire il cibo principale delle culture Quechua.

Non è possibile parlare di cucina del Centroamerica senza parlare del mais: oltretutto, oggi questo cereale costituisce la fonte principale della nostra alimentazione, considerando che tutti gli allevamenti intensivi di carne, rossa o bianca che sia, hanno come alimento fondamentale composti a base di mais.

La principale fonte di alimentazione è il mais da cui ricavano svariati cibi e bevande; preso poi dopo essere stato trattato come essi usano, serve loro da cibo e bevanda insieme. Le donne indie mettono il mais a bagno in acqua e calce per una notte cosicché la mattina seguente è morbido e cotto a metà; si possono in tal modo togliere la buccia e il picciolo e macinarlo a due pietre. Quando è macinato a metà, ne confezionano delle palle e dei carichi e li danno ai viaggiatori, ai lavoratori ed ai naviganti poiché, così trattato, dura alcuni mesi e acquista soltanto una certa acidità. Prendono poi un poco di quest’impasto e lo stemperano in un vaso ricavato dalla scorza di un certo frutto – prodotto da un albero per mezzo del quale Dio li ha provvisti di recipienti – e sorgono quell’intruglio che è saporito e assai nutriente.Dal mais completamente macinato ricavano una specie di latte e lo mettono al fuoco preparando delle farinate che mangiano al mattino ben calde; a ciò che avanza della colazione aggiungono acqua per bere il tutto durante la giornata, dato che non usano mai bere acqua pura.

Il mais viene anche tostato, macinato e sciolto nell’acqua e se ne ottiene una bevanda molto rinfrescante con l’aggiunta di un po’ di cacao e di pepe. Col mais e col cacao macinati preparano una specie di schiuma molto saporita che usano per celebrare le loro feste; dal cacao poi traggono un grasso che sembra burro e con tale sostanza unita al mais ricavano un’altra bevanda molto buona e ricercata.

(……) Usano preparare vivande con legumi e carne di cervo, uccelli selvatici e domestici, che hanno in quantità, pesci, che sono del pari abbondanti, cosicché dispongono di buoni piatti, e ciò in particolare dopo che hanno cominciato ad allevare maiali e uccelli importati dalla Castiglia.”.

Questa citazione è tratta dalla “Relaciòn de las cosas de Yucatàn”, scritta dal francescano spagnolo Diego de Landa intorno al 1566, in Spagna dove era tornato per subire un processo intentato a suoi danni da un confratello invidioso e geloso. De Landa, nato nel 1524, era arrivato nello Yucatàn, da poco conquistato, nel 1549.

Il Francescano si era guadagnato il favore degli indios per la sua grande e meritoria opera di protezione nei confronti dei crudeli latifondisti – encomenderos – dai quali erano tenuti in considerazione non più che alla stregua di bestie da soma: uscì trionfante dal processo e ritornò nello Yucatàn, nominato vescovo da papa Pio V nel 1572, e il 29 aprile del 1579, a Mérida, lo colse una morteprematura.

Il lavoro di questo religioso si è rivelato fondamentale per la comprensione e per l’inizio della decifrazione della scrittura maya: il paradosso storico vuole che fu egli, nel 1561, a ordinare la distruzione con un rogo immenso di un’intera biblioteca di antichi testi maya!

Quanto descrive Diego de Landa è ancora oggi, dopo cinque secoli, la caratteristica principale che costituisce la cucina india, sia in Messico sia in Guatemala, paese che ho appena visitato per lavoro.

Ho avuto modo a Ciudad de Guatemala di vedere all’opera una donna india preparare le tortillas: il mais ammorbidito è detto kuum, una volta macinato – ai tempi precolombiani con il mano e sul metate, una pietra leggermente concava – diventa zacàn che viene impastato e ridotto a una sorta di focaccia rotonda, la tortilla appunto (uah in maya). L’impasto, del diametro di una quindicina di centimetri, viene messo a cuocere su una piatra metallica rotonda (xamach o comal); la tortilla, appena cotta, viene posta in un recipiente, anticamente una zucca vuota, che ne contiene 10 o 15 tenute caldissime avvolte dentro un panno: è necessario mangiarle calde perché fredde diventano collose e allappanti.

Il dio maya del mais si chiamava Yum Kaax, anche dio del’agricoltura, rappresentato sempre come un giovane con una pannocchia come copricapo e accoppiato al glifo del giorno Kan (serpente), simbolo del mais nei rari codici precolombiani giunti fino a noi. Il mais veniva, e viene ancora oggi coltivato nelle milpas, campi strappati col sistema taglia e brucia (swedden o shifting agriculture) alla foresta: terreni coltivati uno o due anni e poi abbandonati o riutilizzati a rotazione per i fagioli neri, buul , a cui gli steli delle piante di mais possono servire da sostegno.

Per capire l’importanza della tortilla nel mondo maya, soprattutto nelle terre basse del Petén e del Chiàpas, riporto una storia raccontata da un viaggiatore italiano in un suo volume dei primi anni sessanta e successa nei dintorni di Rio Dulce, dipartimento di Izabal, in Guatemala.

“(…) Mi accorsi, infine, che la padrona della miserrima bottega era pronta a darmi tutto ciò che chiedessi, con la sola eccezione delle tortillas. Le chiedemmo nuovamente e, ancora una volta, la risposta fu: « no hay». Solo quando cavammo di tasca il denaro per pagare ciò che ci era stato fornito, la donna, dopo aver confabulato in kekchì con il marito, si decise a mettere sul banco una montagna di tortillas caldissime, che divorammo unitamente a un locale tipo di formaggio, che trovai eccellente, ma che fece storcere la bocca agli altri. E poi si chiarì il mistero di quel « no hay » ripetuto con tanta ostinazione.

La tortilla gode di un tabù penale accettato da tutti senza discussioni: se cioè uno entra in una bottega o in una casa e chiede delle tortillas, le mangia e poi dice di non avere il denaro per pagarle, ma pagherà quando potrà, nessuno può fare storie, nessuno potrà muovere accusa. La legge tradizionale della foresta vuole che una tortilla non si rifiuti mai a un affamato. Ma il mais è scarso e la fame molta; non tutti sono disposti a un dono del genere e meno che meno le botteghe. Così la consuetudine vuole che quando uno sconosciuto si presenti e chieda tortillas, la bottegaia, se non vede il denaro sul banco, risponda no hay, eufemismo per chiedereil denaro. Noi non conoscevamo questo uso e così fu solamente quando mettemmo sul banco una banconota da 5 quetzales per pagare ciò che avevamo comperato che la donna ci pose davanti le tortillas.

Per altre merci, di qualunque specie, il tabù non esiste. E questo significa che chi comandi qualsiasi cosa, salvo le tortillas, e poi non paghi, allora deve sottostare alla legge della foresta, che contempla anche la uccisione del ladro. E tali sono considerati anche il truffatore e l’imbroglione.”.

La storia mi piace di citarla per sottolineare quanto davvero la cultura maya tiene in considerazione il mais e la tortilla, suo comune denominatore: si pensi al nostro pane o ai vari tabù legati al sale (merce una volta preziosissima).

Con la tortilla si può mangiare di tutto: imbottita e arrotolata diventa il famoso taco, che si può considerare come il nostro panino imbottito; può servire anche da base su cui vengono stese, a mo’ di piccola pizza, le preparazioni, a base di carni o di verdure, più disparate. Com’è ovvio, viene spesso consumata come il nostro pane o preparata come zuppa (con pomodori e chili). La cucina guatemalteca non è piccante come quella messicana: chili e pimienta (il pepe), sono usati con molta più parsimonia. Con la conquista occidentale il modo di nutrirsi delle popolazioni locali è cambiato: così come a noi sono stati regalati mais, pomodori, zucche, tacchini, cacao e peperoncino, gli amerindi hanno da subito apprezzato il maiale, il pollo, il manzo, il grano, il riso, l’uva, le banane e il caffé (originario dell’Etiopia, ma di cui in Guatemala sono diventati i migliori produttori del mondo, con i colombiani).

La cucina guatemalteca è varia e molto ricca: ne parleremo più diffusamente in un prossimo articolo, con un’avvertenza: oggi, purtroppo, tranne alcune zone ancora inesplorate e dunque intatte – la foresta del Petén è considerata foresta pluviale vergine come Amazzonia, centro Africa e pochissime altre aree del mondo – anche il Guatemala è sempre più colonizzato dalla cultura occidentale degradata e degradante; fino agli anni settanta c’era la United Fruit Co. americana (successivamente rilevata dalla Del Monte, vedi foto) con la Cia, oggi ci sono le sette evangeliche, i fast food e le catene di cibo take away, pure declinate alla guatemalteca (vedi foto con guardie armate di fucili a pompa calibro 12 e motorette dai colori che si possono vedere solamente da quelle parti)….

Vincenzo Reda novembre 2008  (Pubblicato sul numero di dicembre di Barolo & Co)

Cocina guatemalteca

Ecco alcuni piatti tipici dell’odierna cucina guatemalteca. Meno piccante di quella messicana, più delicata. Sempre a base di mais (le immancabili tortillas preparate in maniera tradizionale), di pomodori, avocado, erbe e frutti tropicali per comporre gustose zuppe e salsine e per insaporire carni di pollo e di maiale (così come riso e caffé) portate dagli europei dopo la scoperta del nuovo continente.

Smart City “La città intelligente”

Si è svolto il 24 gennaio 2012 – presso il Blah Blah di via Po, 21 a Torino – il primo dei quattro incontri dedicati al tema “Stiamo più attenti all’ambiente“. Ideata e organizzata dal Dr. Giorgio Diaferia, questa iniziativa, curata dalla Vas Piemonte, intende portare all’attenzione dei cittadini tutte quelle complesse tematiche che legano ambiente e salute. Moderata da Antonella Frontani – giornalista e conduttrice della trasmissione Antropos di 4ReteTv, nonché caporedattrice di Ecograffi w.j. – si è avuta una carrellata assai interessante su quel che significa, oggi e a Torino, il concetto di Smart City. Gli ospiti, tutti autorevoli, hanno presentato i loro punti di vista supportati dalle loro importanti esperienze e competenze. Nelle fotografie sotto, da sin.: Massimo Guerrini (pres. Circoscrizione 1), Enzo Lavolta (Assessore Ambiente della Giunta guidata da Piero Fassino), Antonella Frontani, Filiberto Rossi (ex Assessore nelle giunte guidate da Diego Novelli) e Roberto Bertasio (funzionario della GTT, azienda trasporti della Città di Torino). L’incontro ha visto la proiezione di una intervista all’ex sindaco Diego Novelli, incentrata soprattutto sulle vicende della grande immigrazione svoltasi tra i Sessanta e i Settanta: la sintesi consiste che, in fondo, gli schemi di quei fatti sono tuttora, pur nel cambiamento, immutati. Sono stati poi proiettate alcune scene tratte dal film di Gianni AmelioCosì Ridevano“, del 1998: anche questa pellicola svolge temi legati all’immigrazione delle genti del Sud verso la Grande Città con la Grande Fabbrica.

L’incontro, di notevole interesse, si è concluso con alcuni interventi incisivi di un pubblico attento e competente. Consiglio, personalmente e con entusiasmo, la partecipazione agli incontri successivi di questa interessante iniziativa, tutt’altro che banale e politicamente schierata: i temi trattati sono di interesse collettivo; svolti con competenza e approfondimento sempre da persone competenti, autorevoli e di statura etica adeguata.

Suggestioni torinesi – Winter sunset in Turin
I vini di Vino Libero

Ho preso sei bottiglie di diverse zone e tipologie tra quelle prodotte da aziende che partecipano alla neonata impresa di Oscar Farinetti: Vino Libero, di cui ho trattato in occasione della presentazione a Eataly di Roma lo scorso lunedì 17 settembre.

Tralascio di parlare del Nebbiolo Langhe 2009 di Mirafiore di cui già mi sono occupato e del Barolo Borgogno 2003 di cui tratto a parte.

Ho molto gradito il metodo classico extra brut Alta Langa Docg 2008: Pinot Nero e Chardonnay, per uno spumante eccellente di 12% vol. e rapporto qualità/prezzo straordinario.

Quasi altrettanto buono il Franciacorta Docg Prima Cuvée Monterossa, 12,5% vol. (85% Chardonnay & Pinot Bianco, 15% Pinot Nero e 24 mesi sui lieviti) per uno spumante che tutto subito promette molto ma con l’ossigenazione lascia qualche rimpianto, pur appartenendo a livelli di elevata qualità.

Un soddisfacente Merlot in purezza, quello prodotto da Le Vigne di Zamo’, il Vigne Cinquant’anni Doc Colli Orientali del Friuli 2007: è un vino di 13,5% vol che ha bisogno di un poco di pazienza per essere apprezzato. Merlot robusto, di una certa eleganza e buona sapidità.

Certo, Il Rosso dell’Abazia 2006 di Serafini & Vidotto appartiene a un’altra classe. Lo conoscevo di fama, non ne avevo mai bevuto. Questo vino, prodotto in 18/20.000 bottiglie nella Doc Montello e Colli Asolani (poco a nord di Treviso, vicino a Conegliano Veneto),  è notevolissimo. Un classico uvaggio bordolese (la scheda tecnica non specifica le quantità di Cabernet Sauvignon, Franc e Merlot) di grande struttura ed eleganza. Bel colore rubino carico lievemente aranciato; naso complesso e al palato sapido, armonico e di lunga persistenza, con un grado alcolico non troppo elevato di 13,5% vol che rimane discreto sia al naso, sia in bocca. Questo tipo di vino può ben rappresentare la filosofia complessiva che Farinetti ha voluto caratterizzare con Vino Libero: vino prodotto da un’azienda di qualità, non troppo grande (18 ha.), che lavora con filosofia orientata al biologico e alla tradizione, ma sempre con l’obiettivo di una irrinunciabile qualità, offerta al mercato a prezzi ragionevoli.

Io non sono un entusiasta del taglio bordolese, ma quando bevo un gran vino riconosco di bere un Gran Vino. A prescindere, punto e basta.

Serafini & Vidotto
Via Luigi Carrer, 8/12 – 31040 Nervesa della Battaglia (TV)
Tel. 0039 0422 773281  fax 0039 0422 879069
serafinievidotto@serafinievidotto.com   http://www.serafinividotto.it/

 

 

21 dicembre 2011: manca un anno…..

La faccenda del 2012 fu tirata in ballo dal geniale artista, nato a Rochester, Minnesota, il 24 gennaio del 1939, Joseph Anthony Arguelles, meglio noto come José Argüelles.

Questo pittore visionario, ma anche docente, sperimentatore di droghe pesanti, geniale interprete della concezione New Age, pubblicò nel 1987 il libro: Il fattore maya: la via al di là della tecnologia, un libro in cui elaborava astruse teorie basate sulla numerologia e applicate, a vanvera, ai calendari maya.

Joseph Antony Arguelles

Argüelles, ironia della sorte, è passato tra i più il 23 marzo 2011, a 72 anni di età (proprio quando ero impegnato a scrivere il mio libro, serio, sui Maya…). Il caso ha voluto che egli non riuscisse ad arrivare a vedere gli sconvolgimenti da lui teorizzati e profetizzati per il 2012!

La numerologia è un’attività che, se si possiedono in buona dose tempo e fantasia, può dare soddisfazioni incredibili: e nei numeri, nelle loro infinite combinazioni, ci sta tutto e il contrario di tutto.

All’intuizione geniale di Argüelles bisogna aggiungere il bisogno di “millenarismo”, conosciuto anche come principio escatologico o apocalittico: tutto ciò è insito nell’uomo, fin da epoche remote.

Ancora, occorre aggiungere la moda del catastrofismo che sta imperversando nel cinema, nella letteratura di evasione ma anche in quella divulgativa e scientifica.

Ci sono fior di scienziati che predicono sconquassi cosmici di ogni genere e altrettanti che invece si affannano a dimostrare che non è vero niente: che il mondo non finisce, che la storia delle macchie solari non è vera, che il buco dell’ozono non ha alcuna influenza e che il pianeta non è né sovrappopolato, né surriscaldato.

Anche la fede cieca nella scienza, quando i dati sono assai opinabili, è una brutta faccenda. Come ogni fede cieca.

Tutto quanto si va dicendo attorno al 2012, più o meno, è stato detto qualche anno prima attorno al 2000. Basta rileggere le cronache della fine degli anni Novanta: c’è da ridere

4 Ahau 8 Cumkú corrisponde all’11 agosto 3114 a.C. e la data espressa come 13.0.0.0.0 4 Ahau 3 Kankín corrisponde al 21 dicembre 2012.

Queste correlazioni sono ottenute secondo il metodo detto GMT, che è quello accettato dalla stragrande maggioranza degli studiosi maya. Ma, attenzione: non è l’unico. Vi sono altri metodi di correlazione abbastanza strampalati e in palese discordanza con le datazioni chimico-fisiche in uso nelle ricerche archeologiche. L’unica altra possibile alternativa seria è la datazione GMT che non prevede la correzione di due giorni: le date corrisponderebbero rispettivamente al 13 agosto 3114 e al 23 dicembre 2012. Tutte le altre date non hanno alcuna credibilità, soprattutto quelle che riportano il 3113 a.C. Queste infatti non tengono conto che non esiste l’anno zero. Il numero esatto di anni che compone il Grande Ciclo maya corrisponde a 5.125,37, arrotondato per eccesso. Questo numero di anni è espresso dal concetto matematico maya dei 13 baktun, ossia 13 periodi di 144.000 giorni: 1.872.000 giorni che corrispondono al numero di anni sopra citato.

Quando si parla di 2012 e di Maya si scorda, o non si conosce, che si sta trattando di un concetto elaborato dalla cultura che i popoli maya delle foreste del Petén e del Chiapas seppero sviluppare, approssimativamente, tra il II secolo a.C. e il X secolo d.C.

Selfportrait

Some years ago…me, like Allen Ginsberg.

Un bicchiere di Bacò, vino antico

Ho bevuto un bicchiere di Bacò, uno solo, purtroppo. Me lo ha portato la mia amica Stefania dall’entroterra del Finalese. Produce questo vino – che non si può commercializzare perché è spremuto da uve che derivano da un incrocio di vite american e vite europea – un vecchio contadino ligure. Contrariamente a quanto si dice – vino da consumarsi entro ottobre, massimo – era eccellente: colore tipico blu profondo, quasi nero, naso d’uva e palato di confettura d’uva, leggermente abboccato. Straordinario! Meno di 10% vol. per un vino di quelli che discendono dai vari Clinton, Clinto, Fragolino: tutti incroci con viti americane. Proibiti perché, ufficialmente, contenenti un alto tasso di pectina (presente nei tannini delle bucce) e quindi di alcol metilico pericoloso per la salute. E’ vero: ma bisognerebbe berne un ettolitro tutti i santi giorni! Infatti, il contadino ligure sta benissimo. E’ una vecchia storia, questa dei vini proibiti per legge, sulla quale meriterebbe trattare in maniera approfondita. Lascio la parola a Giampiero Rorato che, in un convegno organizzato dalla Fisar il 29 aprile 2009 a Casarsa della Delizia (PN), su questi vini ha trattato con dovizia e competenza:

«Altro vitigno abbastanza diffuso in passato è il Bacò, un Ibrido Produttore Diretto, ottenuto dall’incrocio di Vitis Vinifera per Vitis Riparia. È originario della Francia, ottenuto probabilmente nei vigneti sperimentali dell’Università di Montpellier e il suo nome, secondo alcuni, si riferirebbe a Bacco, l’antico dio romano del vino. È però vero che il tecnico che ha selezionato questo ibrido si chiamava proprio “Baco” e la varietà ottenuta fu chiamata Baco noir. La storia di questo vitigno, poi, è molto simile a quella del Clinton col quale condivide la zona di tradizionale insediamento e, soprattutto, la bassa qualità del vino.

Tra gli Ibridi Produttori Diretti di prima generazione è uno dei pochi nel quale non è presente la Vitis Labrusca ma la Vitis vinifera europea, i cui caratteri più gentili sono, infatti, ben evidenti, confrontando questo vino con altri ibridi, come Isabella, Clinton, Oberlin, ecc. Abbiamo già ricordato che si tratta di un vino leggero, dal gusto particolare, con fondo dolciastro e di corta vita. Prodotto in piena estate, non regge a lungo le temperature elevate e soprattutto gli sbalzi termici che già a settembre possono essere notevoli. Praticamente, con l’arrivo dell’autunno, il Bacò era già finito e l’ultimo bevuto non lasciava rimpianti.»

http://giampierororato.blogspot.com/2009/05/i-vini-proibiti.html

Ita, la birra di Stefania

Stefania Bessone la conobbi in occasione del Vinitaly 2001. Ero allora consulente di Lingotto Fiere il cui patron era Alfredo Cazzola e Beppe Bitti ne era l’ammistratore delegato: li portai a incontrare Gino Veronelli, nel cui stand erano esposti alcuni dei miei quadri di vino. Scopo dell’incontro era esplorare le possibilità di coinvolgimento del grande Gino nell’organizzazione del nascente Salone del Vino di Torino. Purtroppo, non se ne fece nulla, e non per colpa né mia, né di Veronelli: le vicende successive dimostrarono quanto poco felice fu la scelta di non tenere in conto le nostre conoscenze nel campo. Stefania era stata appena assunta proprio per occuparsi delle fasi operative della nuova manifestazione che Lingotto Fiere stava per organizzare. Mi colpì la sua grande passione e lo scrupolo con cui lavorava. Del Salone del Vino si occupò per vari anni con riconosciuta competenza e  lavoro appassionato. Con la nuova proprietà, cambiata nel frattempo, Stefania è  ancora oggi parte dello staff di Lingotto Fiere.

Il sogno di Stefania era, però, quello di poter diventare un giorno  una contadina e rincontrare la vocazione dei suoi avi per la terra (sia i bisnonni paterni che materni, astigiani e cuneesi, erano infatti produttori di vino). A lei piacciono la vite e il luppolo, piante per molti versi simili: nel 2008 acquistò un certo numero di rizomi – questo è il nome tecnico delle pianticelle di questa specie – di luppolo da aroma, sperando un giorno di avere abbastanza terra per piantumarle. Grazie alla mia conoscenza di Roberto Saini, allora Commissario del Parco Naturale di Stupinigi e promotore di una meritoria operazione di ricupero delle attività di agricoltura e allevamento all’interno del parco, Stefania riuscì nel 2010 ad avere in affitto un piccolo terreno di poco meno di una giornata piemontese (3.400 mq.). E finalmente nella primavera dell’anno successivo potè piantare i suoi luppoli. Il raccolto fu buono e, coronando il suo sogno, la materia prima fu affidata al Birrificio Beba di Villarperosa. Così sono nati un migliaio di litri della birra “Ita-Castelvecchio-La Chiara“: birra chiara dal colore biondo tenue, non pastorizzata né filtrata e priva di conservanti. I suoi componenti, oltre al luppolo bio di Stupinigi, sono l’acqua della Valchisone e un malto d’orzo biologico: dunque, birra italiana in tutto e per tutto. L’ho bevuta ed è una birra leggera (4,5% vol.), con delicati aromi e perlage molto fine: davvero straordinaria, molto fresca e beverina per accompagnare un pasto completo o da bere solitaria per spegnere la sete. Confezionata in bottiglie da 1/2 litro costa intorno ai 4/5 €. Brava Stefania! Per informazioni il sito è:

www.laviadelluppolo.it

Curiosità e coincidenze. Stefania abita in via del Carmine, pieno centro di Torino: a due passi – via della Consolata – da casa sua, nel 1845, nacque il primo birrificio italiano: Bosio&Caratsch. E a due passi da casa sua, in via S. Domenico, Alessandro propone la sua birra artigiana (ne produce 20 litri per volta) nel suo piccolo e splendido ristorante “Quanto basta“. La birra di Alessandro è una birra di tipo inglese, molto più aromatica e alcolica di quella di Stefania, comunque una birra di strepitosa qualità anche questa.

 

I numeri maya

Partendo dal presupposto che le dita di un uomo sono 20 (mani e piedi), l’aritmetica maya è a base vigesimale e si basa soltanto su 3 segni: il punto (unità), la linea (cinquina) e la conchiglia (lo zero). I multipli di venti sono dati dalle posizioni: la più bassa moltiplica per uno, la successiva per venti, la terza per 360, la quarta per 7.200 e via di seguito. I numeri fanno riferimento soltanto al tempo: non esistono testimonianze di computi che ad altro si riferiscano. Nei capitoli 62/66 del mio libro tratto ampiamente di questa affascinante questione.

https://www.vincenzoreda.it/101-storie-maya-che-dovresti-conoscere-a-prescindere-dalla-bufala-della-fine-del-mondo/

Genesi di un mio quadro di vino (Barolo 2004 Manzoni)

Di seguito 8 scatti che documentano la genesi di un mio quadro eseguito usando il buon Barolo Manzoni 2004 dei Fratelli Ferrero di La Morra, imbottigliato per il marchio cinese “Rosso Rosso” di Shanghai. L’enologo è l’amico Beppe Caviola (una garanzia). Il vino – che ho come sempre prima bevuto – è un Barolo di buon livello (il millesimo non è eccezionale), 14.5%vol., con naso e palato già evoluti verso i tipici sentori di un Barolo di 7 anni, che comunque può ancora crescere, e molto. Il colore è scarico: già quel rosso granato che da pittore definirei meglio come rosso mattone. Non è il massimo per dipingerci: avrò bisogno che il vino resti sulla carta almeno 2/3 giorni per penetrarne le fibre e poi almeno uno per asciugare perfettamente. Sono sufficienti circa 100/150 cl. di vino. Ho scelto un foglio di pregiata Archer da 300 gr. (57×76 cm.) e ho usato il verso anziché il recto, per una questione di trama. Ecco gli scatti della sequenza, a distanza di ore e di giorni.

Incontro a La Tana del Re

Martedì 1 novembre ho conosciuto Jian Wu, imprenditore di Shanghai innamorato dei vini, della cucina e dell’arte italiana. E’ stato l’artista russo Andrey Tamarchenko a presentarmelo e in compagnia di Davide e Alessandra, che curano gli interessi di Mr. Wu in Italia, abbiamo passato una serata indimenticabile con l’ottima cucina cilentana che al solito Matteo e i suoi propongono, bevendo il Timorasso di Claudio Mariotto e una bottiglia di Lacrima di Morro d’Alba Rosae, molto apprezzata, di CasalFarneto che mi ero portata appresso. Bere, mangiare e chiacchierare di arte e di vino tra i miei quadri, in questo interrato secentesco sotto via Po, mi fa sempre assai piacere. Ancor più quando la compagnia è di questo calibro.

Organetto di Barberia/Vecchio frack

“E’ giunta mezzanotte, si spengono i rumori, 
si spegne anche l’insegna di quell’ultimo caffé.
 Le strade son deserte, deserte e silenziose, 
un’ultima carrozza cigolando se ne va. Il fiume scorre lento frusciando sotto i ponti, 
la luna splende in cielo, dorme tutta la città. Solo va un vecchio frack.

Ha un cilindro per cappello, due diamanti per gemelli, 
un bastone di cristallo, la gardenia nell’occhiello
 e sul candido gilet un papillon, un papillon di seta blu.

Si avvicina lentamente, con incedere elegante
, ha l’aspetto trasognato malinconico ed assente, 
non si sa da dove vien nè dove va. 
Chi mai sarà quel vecchio frack?
 Bonne nuit, bonne nuit, bonne nuit: buona notte, 
va’ dicendo ad ogni cosa, ai fanali illuminati 
ad un gatto innamorato che randagio se ne va.

E’ giunta ormai l’aurora si spengono i fanali, 
si sveglia a poco a poco tutta quanta la città
. La luna si è incantata, sorpresa e impallidita, 
pian piano scolorandosi nel cielo sparirà.
 Sbadiglia una finestra sul fiume silenzioso 
e nella luce bianca galleggiando se ne van: 
un cilindro, un fiore, un frack.

Ha un cilindro per cappello due diamanti per gemelli, 
un bastone di cristallo, la gardenia nell’occhiello 
e sul candido gilet un papillon, un papillon di seta blu.

Galleggiando dolcemente e lasciandosi cullare, 
se ne scende lentamente sotto i ponti verso il mare, 
verso il mare se ne va
. Chi mai sarà,  chi mai sarà quel vecchio frack?  Adieu, adieu, adieu:  addio al mondo. Ai ricordi del passato, ad un sogno mai sognato, 
ad un attimo d’amore che mai più ritornerà.”

Ho fotografato questo artista di strada, sotto lo storico Palazzo Carignano, una domenica di maggio del 150°. Dalla fotografia non si può capire che l’organetto sta accompagnando questo artista mentre canta una delle più belle canzoni mai scritte “Vecchio Frack” di Domenico Modugno. Questo artista immenso, a tutto tondo, la scrisse nel 1955, quando aveva 27 anni (nacque a Polignano a Mare il 9 gennaio 1928 e morì a Lampedusa il 6 agosto 1994): passò inosservata. Si dovette giungere al 1958, con la vittoria di Sanremo e “Nel blu dipinto di blu” (Volare), perché il mondo si accorgesse di lui. E ancora oggi non è considerato per quanto seppe fare e non soltanto nella canzone popolare. Cinema e teatro, soprattutto; ma anche impegno civile, politico, ecologico.

L’immagine di quest’artista con l’organetto mi ha fatto tornare indietro di molti anni. A poche decine di metri di qui, in via Carlo Alberto, nel 1975 mi diplomai in aiuto-regia con Adriano Cavallo. I testi da mettere in scena erano due atti unici di Jean Paul Satre: “Morti senza tomba” e “Le mani sporche“. In uno dei due, non ricordo quale, si citava una organo di Barberia: non sapevo bene cosa fosse…Ho ripensato a Adriano, ai suoi insegnamenti e soprattutto alle scoperte che mi fece fare, impagabili: il teatro di Lorca, Tennesee Williams, Ibsen, Feydeau, Anouilh, Osborne….E odiava Bertold Brecht: vero anarcoide, gli recava gran fastidio che in quei prodigiosi anni Settanta non si potesse parlare di teatro senza citare, spesso a sproposito, il tedesco!

 

Il bollito come si fa a casa mia

Scaramella (che è più o meno la parte addominale del bovino), testina, pollo, salsiccette; patate, carote e zucchine; salsa verde, salse rosse, tartare, maionese, senape. E una buona bottiglia: Barolo riserva 2004 Fontanafredda. Nulla di meglio. Poi si può opinare su cosa manca: il punto è che quando si è in pochi in famiglia non è proprio possibile avere tutti i tagli che un Gran Bollito esige: Ma le carni di cui sopra, con le opportune salsine, bastano e avanzano.

HoReCa n. 61, il mio articolo su Beppe Caviola
I miei vini e cibi di Capodanno 2012

Mi piace passare la fine dell’anno a casa mia con amici: quest’anno eravamo soltanto in quattro, essendo ormai i figli adulti. Camino acceso, sotto il murale del prigioniero maya (quest’anno in tema…) e tovagliato come si deve con la nostra storica, ormai, argenteria.Il menù che mettiamo insieme ogni anno è ideato secondo i nostri gusti e le preparazioni sono rigorosamente fatte in casa, evitando nel limite del possibile cibi esotici o eccessivamente costosi. I vini sono sempre di produttori amici, scelti con attenzione maniacale, così come i bicchieri. Quest’anno abbiamo aperto le danze con un rosé Champagne R. Blin & Fils (da Trigny, due passi a nord-ovest di Reims), neanche malvagio. Gli antipasti veri e propri – acciughe al verde e in salsa di pomodoro, vol au vent ripieni di insalata russa, salamino piccante calabrese e salame crudo piemontese (entrambi caserecci), olive ascolane, salmone in crosta – sono stati accompagnati anche dal delizioso Verdicchio Castelli di Jesi Il Coroncino 2009. Il primo, gnocchetti con ragout di mare, ha avuto come compagno il Cacc’e Mitte La Marchesa 2010. Per il cotechino in crosta con spinaci e le classiche lenticchie mignon, ho scomodato il  Bolgheri Camarcanda 2007. Per frutta e dessert, un ottimo Sartarelli Verdicchio dei Castelli di Jesi Passito 2007. Il brindisi al nuovo anno è stato consumato con un eccellente Fontanafredda Alta Langa Vigna Gatinera 2004. Che dio sia con noi!

Recensioni libriblog.com e altri siti

http://libriblog.com/in-evidenza/101-storie-maya-che-dovresti-conoscere-prima-della-fine-del-mondo/

Questo sopra è un link che permette di acquistare il libro on-line ma che fornisce una buona recensione del mio libro. Qui sotto, invece, un altro link con varie offerte di siti diversi.

http://www.wikio.it/prodotto/reda-vincenzo-101-storie-maya-che-dovresti-conoscere-prima-della-fine-del-mondo-isbn-9788854133235-110876437,g.html