Archive for Febbraio, 2012
Religione e mito di Hermann Hesse

«Colui per il quale Dio non è un idolo, che non usa la preghiera come una formula magica, ma la vive come massima concentrazione delle forze interiori, come volontà tesa al bene, al risveglio, a ciò che è unico e necessario, costui trarrà forza per tutta la vita dalle preghiere di oggi, poiché l’hanno costretto ad esaminare il suo cuore, a combattere la pigrizia, a rafforzare la sua ispirazione verso l’alto, a dimenticare i propri piccoli interessi per quelli superiori e comuni».

E’ questo un librino (nenche 170 pp.) che comprai una ventina d’anni fa: costava 8.000 lire, Saggi Oscar Mondadori (oggi costa 8 euro). E’ la prima edizione del 1989. Lo rileggo ogni tanto con piacere estremo: le parole di Hesse sono sempre un balsamo. Consiglio di cercarlo, acquistarlo e consumarlo. Come fosse una medicina, oltremodo gradevole e tanto utile.

«Non condivido nessuno degli ideali del nostro tempo. Ciò non significa che non abbia fede. Credo nelle millenarie leggi dell’umanità, credo che sopravviveranno alla confusione odierna. Non so indicare la via per mantenere fede a quegli ideali, che ho sempre reputato eterni, e contemporaneamente credere ai nuovi, alle mete e alle consolazioni della nostra epoca. Del resto non ne ho neppure voglia. Nella mia vita ho sperimentato molte vie per superare il tempo e vivere senza di esso (questi cammini li ho rappresentati in parte per gioco, in parte seriamente). Quando incontro dei giovani che hanno letto Il lupo della steppa, mi rendo conto che prendono sul serio tutto ciò che vien detto sulla follia del nostro tempo; non colgono invece ciò che per me è mille volte più importante, o in ogni caso non vi prestano fede. Non basta biasimare la guerra, la tecnica, l’ebrezza del denaro, il nazionalismo, ecc. Bisogna sostituire gli idoli della nostra epoca con una fede».

Hermann Hesse (1877/1962), Premio Nobel per la Letteratura 1946.

https://www.vincenzoreda.it/quel-tedesco-ubriacone-di-hermann-hesse/

La fotografia di copertina del mio prossimo libro

Questa fotografia la realizzai, su commissione, nel 1982. Sono passati trent’anni. Fu eseguita con una Hasselblad 500 C e, se non ricordo male, con un teleobiettivo da 150 mm. La pellicola era una 120 Kodak Tri-x plus formato 6×6 che sviluppai e stampai come al solito. La modella era giovanissima e bellissima, con un seno che di più belli non ho mai visti e tanti ne ho visti e fotografati. L’immagine fu scattata nel mio studio di via Madama Cristina e doveva servire per illustrare la copertina di un libro di poesie di Giancarlo Turco, amico medico chirurgo e antropologo – esperto di preistoria sahariana. Questo libro era il regalo che Giancarlo si faceva al compiere dei suoi sessanta anni di raffinato esteta, assai narciso, coltissimo e dotato di grande ironia. Mio cognato Alex, che era l’art-director della nostra agenzia grafica e pubblicitaria – la Stage – ideò e realizzò l’impianto grafico e l’impaginazione della copertina. Il taglio dell’inquadratura originale fu un poco stravolto, ma mi piacque. Per il mio libro userò invece proprio l’inquadratura originale e il naturale bianco e nero.

Intervista a Gaia Gaja, anteprima

Di seguito pubblico alcuni brevi brani dell’intervista realizzata con Gaia, la primogenita di Angelo che ormai è a tutti gli effetti cooptata, e con successo, in azienda. L’intera intervista comparirà sul numero di marzo (in uscita in occasione del Vinitaly) del mensile HoReCa, per cui scrivo.

https://www.vincenzoreda.it/gaia-gaja-di-padre-in-figlia-horeca-n-64/

«E proprio pensando alla figura della bisnonna Tildìn – e ricordando mia nonna Filomena con i suoi occhi di brace il cui sguardo soltanto il suo confessore, Padre Pio, riusciva a sostenere – che mi accingo a intervistare Gaia, la primogenita di Angelo: in continuo viaggio per il mondo a raccontare i suoi vini. Gaia è ormai una donna fatta, volitiva, dallo sguardo fiero e dai bei lineamenti: una persona che è entrata in azienda guidata con leggerezza dalla mano di un papà importante con cui, per necessità, deve confrontarsi. Ma oggi il confronto è su un piano di assoluta parità.

Innanzi tutto, da quanto tempo sei entrata a tutti gli effetti in azienda e con quali mansioni?

A tutti gli effetti da Ottobre 2004. Non abbiamo uffici a compartimento stagno, pertanto ognuno svolge più mansioni. Io mi occupo della commercializzazione all’estero e della promozione dei vini ma non sono l’unica: mi consulto con mio padre, anche lui continua ad occuparsene. Viaggio e raccolgo idee che poi condivido con la mia famiglia, con i nostri collaboratori in cantina e in campagna e a volte da questi confronti nascono nuove idee e stimoli, nuovi progetti e esperimenti.

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Per finire, dimmi due parole sulle donne e il vino.

Quando penso alla mia azienda penso che il ruolo svolto dalla mia bisnonna in passato sia stato determinante nell’educazione di mio padre. E mi piace pensare che sia stata una donna a dare un impulso alla crescita qualitativa dei nostri vini, in un momento per giunta in cui la donna non aveva grandi riconoscimenti. L’esempio costante di cosa voglia dire essere donna del vino ce l’ho in casa, è Lucia. Lavoro con mia sorella Rossana e abbiamo molte collaboratrici donne sia un ufficio sia in cantina e in campagna. Così come sono sempre più le consumatrici di vino mie clienti. E’ un dato di fatto.

Grazie e in bocca al lupo, per tutto.»

101 Storie Maya su INFLY

INFLY è il magazine degli Aeroporti di Roma. Al terzo anno di vita, è un bel prodotto editoriale: ben confezionato, ben impaginato e con i contenuti che deve necessariamente avere un mensile come questo, con il proprio target bene identificato. Diretto da Antonella Euli, presenta 112 pagine patinate con una stampa di qualità. Il n.34, dicembre 2012, ha segnalato, dedicandomi mezza pagina, il mio libro sui Maya. Ne sono contento e, per ciò, ringrazio Pier Domenico Garrone e Angela Valenti.

Le mie 101 Storie Maya segnalate su Focus Storia n. 64
Con un gruppo di simpatici turchi al Café Paris

Incontro casuale dal mio amico Fabrizio, titolare del Café Paris (mi raccomando: una effe soltanto, alla francese!) in via Garibaldi, angolo piazza Statuto. Capitato per bere un buon bicchiere di rosato (Negramaro 60% e Malvasia 40%, per un rosato non dei soliti, neanche per il colore) dell’azienda pugliese Vetrere, ho risposto a un brindisi di tre simpatici avventori. Erano tre ragazzi turchi a Torino per affari con la Lavazza: Serdar Gokhan Kuruoglu – dirigente dell’aeroporto internazionale di Istambul – Osman e Yildiz Bakar dell’Hotel Susesi di Antalya. Tre persone di grande simpatia. Avevo conosciuto il cibo e, soprattutto, i vini turchi a Paestum in novembre, quando la Turchia era la nazione ospite: cibi e vini eccellenti. Ho da poco conosciuto la moussaka e lo chef Osman mi ha confermato che si cucina senza patate e usando la paprika. La Turchia manca tra i miei viaggi per il mondo, chissà che questo incontro non sia foriero di un prossimo grande viaggio: forse mi aspettano Gobekli Tepe o Catal Huyuk…..

http://www.susesihotel.com/index_en.htm

https://www.vincenzoreda.it/xiv-bmta-paestum-turchia-nazione-ospite/

https://www.vincenzoreda.it/gobekli-tepe/

 

Moussaka al Cecchi Point

Nell’ambito delle iniziative che vanno sotto il nome di “Sotto il cielo di Fred“, organizzate ormai da qualche anno e dedicate a Fred Buscaglione, l’associazione Conservatoria delle Cucine Mediterranee del Piemonte ha proposto un incontro, al Cecchi Point di via Cecchi, 17, con cena multietnica – antipasto piemontese classico, orecchiette con cime di rape, moussaka e dolcini secchi arabi – durante la quale Francesco Vietti e io – presentati da Marcella Filippa – abbiamo raccontato alcune faccende relative al cibo e alla storia del mercato di Porta Palazzo e del suo stratigrafico rappresentare e sintetizzare tutte le successive immigrazioni che hanno toccato la nostra Città negli ultimi sessanta anni. In particolare, è stato delizioso il racconto di Francesco relativo a un certo ingrediente misterioso che serve a cucinare in maniera perfetta e alla tradizione araba – non alla greca, anche se oggi questo piatto viene associato alla cucina greca, ma di origini dell’area curda dell’Iraq – la moussaka. Una serata assai gradevole e partecipata con calore dal numerosissimo (sala piena) pubblico.

E’ un fatto spiacevole che le grandi valenze culturali di questo mercato, il più vasto d’Europa e per molti versi unico al mondo, non siano sfruttate in maniera più proficua per questioni turistiche, come succede per altri mercati famosi in Europa e nel mondo. Nella nostra splendida e provinciale Torino questi aspetti culturali di valenza estrema sono considerati quasi dei disvalori, quasi cultura di “serie B”. Invece sono i valori autentici di ogni popolo e testimonianza unica e diretta, senza mediazioni, delle nostre caratteristiche e della nostra storia.

http://www.conservatoria.eu/

Quando il brutto è anche incomprensibile

Con Manuela Rampi – consigliera della lista civica Alleanza per la Città, che riferisce al consigliere Alberto Musy, per la I circoscrizione (Centro-Crocetta) – e Giorgio Diaferia – Ecograffi.it e Antropos – stiamo da tempo svolgendo un’intensa e appassionata attività di denuncia sullo scempio che si sta consumando ai danni delle piazze e delle vie auliche di Torino. Negli ultimi tempi, oltre alle brutture di cui s’è già ampiamente parlato, si sono aggiunti dei misteriosi e orrendi cubi di legno la cui funzione è affatto incomprensibile. Proprio non si capisce cosa vogliano significare, comunicare, simboleggiare: boh! Oltre a occupare spazio prezioso dentro magnifiche piazze, sono davvero brutti. Si pensa che siano anche costati denaro pubblico: quanto non è dato sapere. Qui di seguito pubblico le fotografie di quello (ma ce ne sono altri simili in altre piazze storiche di Torino) che è spuntato in piazzetta Corpus Domini, a pochi passi dal Municipio e davanti alllo storico ristorante libanese El Mir. C’è anche un articoletto assai opportuno di un giornalista de La Stampa e l’interrogazione che Manuela Rampi ha portato all’ordine del giorno della giunta della Circoscrizione 1: speriamo che tutto questo impegno porti a svelare l’arcano e scoprire chi è il responsabile di questi obbrobri e, soprattutto, quanto costa il tutto e a cosa diamine possa servire…..

Valtènesi: la nuova Doc sulle sponde bresciane del Lago di Garda

Fin da bambino, avendo una zia vicentina, ho frequentato la zona del Lago di Garda, ma conoscevo, come tanti del resto, soprattutto le sponde sud e orientali del nostro grande lago. Venni invitato per una mostra nel 2003 a Mòniga del Garda e scoprii un territorio di dolci colline con olio e vino eccellenti nonché peculiari. Bisogna dire che già in epoche preistoriche il territorio gardesano ha conosciuto la presenza dell’uomo e del vino: infatti, sulle colline moreniche del Garda è stato ritrovato il più antico aratro costruito dall’uomo che, fin dal Neolitico (IV/V mill. a.C.), conosceva la vite selvatica e probabilmente anche il vino. Saranno però gli Etruschi nel V secolo a.C. a far conoscere la coltivazione della vitis vinifera sativa, che in breve soppianterà quelle selvatiche. Anche i Romani si stabiliranno nel bresciano e un esempio emblematico è rappresentato da Sirmione, dove i continui ritrovamenti archeologici testimoniano la fama dell’insediamento fin dall’età di Cesare. Catullo – il poeta dell’amore per eccellenza – che qui fissò la sua residenza, cantò il vino “retico” della Riviera Gardesana. Durante il Medioevo, come in tutta la nostra Penisola, saranno gli ordini monastici a custodire le tradizioni romane e perpetuare soprattutto coltivazioni e allevamenti che altrimenti sarebbero andati perduti. Dai loro inventari emergono lunghi elenchi di vigneti e ingenti redditi da vino e da torchio. E infatti, ormai in età rinascimentale, Andrea Bacci – medico di Papa Sisto V e professore di botanica a Roma dal 1567 al 1600 – ci offre la descrizione più entusiastica e completa della viticoltura bresciana del XVI secolo: “Il territorio bresciano supera tutto il resto della regione Transpadana nella fecondità d’ogni frutto, ma specialmente dei vini“. La Doc Garda è una delle più vecchie e risale al 1967, dal 1996 si è meritata l’appellativo “Classico”.

(altro…)

Neve, semplicemente neve a Torino
Forse non tutti sanno che: I Murazzi…..

Qui di seguito riporto la copia dell’interpellanza che il consigliere Alberto Musy ha presentato in Consiglio Comunale sulla questione dei Murazzi. Il fatto nuovo è che quasi nessuno è al corrente che questo luogo, tanto caro ai torinesi e tanto esposto a ogni genere di osservazione, è soggetto a vincolo Paesaggistico e Monumentale. Questo significa che non è possibile, senza complicate e rigidissime concessioni, intervenire in alcun modo con infra e sovra strutture che possano alterarne l’aspetto e la fruizione. Oggi i Murazzi sono diventati un obbrobrio estetico (per quanto mi concerne, soltanto a questo io mi riferisco) che incoraggia altri obbrobri. Trovo assai opportuna e meritoria l’interpellanza dell’avv. Musy. Sperando che sia accolta e non ignorata causa, magari, alcuni interessi che riguardano persone influenti….

Ps: parla chi i Murazzi li frequenta dai primi anni Settanta, quando c’era una discoteca che si chiamava Club 71. Uno che conosce Giancarlo Cara dai tempi eroici del Centralino. Uno che è stato l’editore de “L’urlo dei Murazzi” dell’indimenticabile Peppo Parolini.

https://www.vincenzoreda.it/peppo-parolini/

I Murazzi: fotostoria di un degrado

Queste fotografie sono state riprese in un tardo pomeriggio di febbraio: mi pare che raccontino con sufficiente chiarezza lo stato di assoluto degrado di un luogo che di giorno non è fruibile dai cittadini. Oltre alla bruttezza e allo squallore di un posto che potrebbe essere bellissimo se soltanto fosse ripulito da tutti gli obbrobri che lo deturpano, non è possibile consumare nulla, essendo tutti i locali chiusi. Eppure, qualche torinese ancora passeggia dentro questa gora di squallore e abbandono. Qualche torinese, e qualche turista sanno ancora godere del magnifico paesaggio che quest’angolo sfortunato di Torino sa regalare, specialmente al tramonto.

https://www.vincenzoreda.it/forse-non-tutti-sanno-che-i-murazzi/

Il raffinato paradiso di bevitori e fumatori

Si chiama The Cigar Inn, è un locale moderno e accogliente in via San Tommaso, 20 a Torino. Mi ci ha portato l’amico avvocato Gianluca Annicchino, calabrese come me (di Corigliano Calabro, sullo Ionio) e come me innamorato di Torino, che ormai abita dal 1996. Gianluca è anche un grande appassionato di vino, di champagne e di distillati: magari ancora un poco troppo grezzo e appassionato, ma cercherò di orientarlo al meglio, perché per certo ha talento e promette bene. Inoltre, ama i sigari, quelli cubani – ma anche altri – in maniera particolare ( e chissà che non riesca a iniziarlo al sottile piacere dei nostri insostituibili Toscani….).

Il locale è stato inaugurato nel dicembre del 2010 da Andrea Gentile, un italo-americano che viene da New York, che ha girato il mondo lavorando per l’ONU e che si è innamorato di Torino quando, fuggendo dalla triste Ginevra, soleva frequentare la nostra Città alla ricerca di buon cibo, di buon bere, di buona compagnia, di suggestioni che la fredda anima svizzera non poteva offrirgli.

Questo è un posto unico: raffinato, elegante ma non costoso né pretenzioso. Ci si possono gustare centinaia di introvabili distillati di tutto il mondo: single malt, bourbon, blended, rhum, cognac, grappe, vodka, gin, tequila….Ma anche ottimi cocktail e vini di grandi produttori. E si può fumare in santa pace senza essere penalizzati da occhiate assassine. Tra l’altro, il locale offre ottimi sigari da tutto il mondo, con la possibilità di conservare in cassette dedicate e climatizzate i propri sigari.

E’ sorprendente quanto Torino sappia offrire, senza enfasi – assai sempre sotto le righe – posti straordinari che in altre città mancano o non sono della stessa qualità: purtroppo, poco pubblicizzati, non abbastanza apprezzati, non valorizzati quanto meriterebbero. Anyway: se amate i grandi distillati, in ogni loro declinazione; se amate fumare in maniera raffinata; se amate conversare senza disturbo e senza insopportabili rumori di fondo, visitate The Cigar Inn, ve lo consiglio di cuore. E poi ringraziatemi.

The Cigar Inn – Via San Tommaso, 20 – 10121 Torino – Tel. +39 011 0812368

info@tci-to.com    www.tci-to.com

Porta Palazzo

https://www.vincenzoreda.it/porta-palazzo-il-mercato-piu-grande-deuropa/

Molto ho scritto, sia su questo sito sia altrove, di Porta Palazzo. Questo mio grande affanno, questa mia dedizione al Grande Mercato – unico al mondo per molti versi – giunge a una piccola soddisfazione: sono invitato a parlarne in una occasione particolare  e con le gambe sotto una tavola apparecchiata. Qui sotto i ritagli di “Specchio” de La Stampa del 10 febbraio 2012. Ne parlerò con maggior diffusione nei prossimi giorni.

Antropos al Blah Blah

Continuano gli incontri del martedì al Blah Blah di Via Po, 21 – a Torino – organizzati dal Dr. Giorgio Diaferia e condotti da Antonella Frontani. Qui sotto alcune fotografie che documentano l’avvenimento dedicato alla trasmissione Antropos, ideata da Giorgio Diaferia e ormai giunta al suo 12° anno, in onda su 4Rete Tv il giovedì sera. Questo format, ormai spalmato su carta stampata, Youtube, sito internet e vari social-network (con il logo Ecograffi), è forse l’unico del suo genere in Italia: tratta, infatti, delle interazioni tra ambiente, società e medicina a livello divulgativo, ma ospitando personaggi e personalità di indubbia fama – tra questi è opportuno citare Mercalli, Odifreddi, Fracastoro, Giorgio Calabrese, Gambarotta, Nesi, Emma Bonino…. Ospiti di questo incontro il Consigliere Avv. Alberto Musy, già candidato sindaco della Città di Torino e Stefano Bernardi dell’Associazione onlus Enzo B. www.enzob.org

www.ecograffi.it

ecograffi.blogspot.com

Stupidario del calcio e di altri sport di Marco Travaglio

Marco Travaglio è un torinese, essendo nato nella nostra Città il 13 ottobre 1964 (bilancia come me, di dieci anni più giovane). Ha studiato al liceo Valsalice, dai Salesiani e si è laureato, con calma (più che trentenne), in Storia Contemporanea sempre a Torino. Ma per certo è un torinese atipico: a me non è simpatico, ma il suo talento giornalistico è indubitabile. Ha lavorato con Montanelli a Il Giornale e a La Voce, poi ha collaborato come free-lance a diverse testate prima di essere assunto a La Repubblica e poi a L’Unità. Dal 2009 scrive per Il Fatto Quotidiano. Non è, ripeto, un personaggio che amo: per la semplice ragione che lo trovo sempre un poco sopra le righe e che intorno a un certo accanimento scandalistico (pur motivato, intendiamoci) ci ha costruito una piccola industria letteraria e mediatica, a volte uscendo dai confini del rigore e della documentazione. Ne parlo qui perché ho riscoperto uno dei suoi primissimi libri – credo il secondo, dopo una “Storia del Razzismo” pubblicata con la cattolica ElleDiCi di Torino nello stesso anno – nella mia sterminata biblioteca, ed è un libro assai spassoso: “Stupidario del calcio e di altri sport“,  Bum Mondadori, 1993. Il volume è presentato da Indro Montanelli, 162 pp. per 25.000 lire: la mia copia è una prima edizione. Inutile dire che vi si trovano delle chicche strepitose e che maestri dell’anacoluto, della sgrammaticatura, dello strafalcione linguistico-storico-geografico come Biscardi, Trapattoni, Schillaci, Tomba e via dicendo ne escono con radioso fulgore. Da cercare e da leggere, con grande spasso.

Andrea Frediani, 101 segreti che hanno fatto grande l’Impero Romano

Andrea Frediani è uno scrittore di divulgazione storica assai bravo e apprezzato. Romano, laureato in Storia medievale è anche collaboratore di Focus Storia e Medioevo. Questo libro, edito da Newton Compton nella collana 101 (280 pp. per 9 €), è una bella lettura: leggera, fresca e fuori da certe pesantezze tipiche della saggistica storica italiana. Un bel consiglio per l’estate. Ne riporto parte della voce n.55 che si intitola: «Senza salsa non c’è gusto».

Ah, stavo per dimenticarmelo: Andrea è anche il redattore (editor è il termine inglese che va più di moda, ma io sono uno fuori moda) che sta lavorando sulle bozze del libro che ho appena finito di scrivere e che sarà pubblicato nella medesima collana per fine anno. Il titolo? Non lo dico ancora, per scaramanzia.

Uno dei piatti con cui Trimalcione, nel Satyricon di Petronio, stupisce i commensali, è una lepre presentata a imitazione di Pegaso. La fa portare al centro di un enorme vassoio; ai quattro angoli, dagli otri di quattro statuine esce salsa di garum in quantità tale da far sembrare vivi i pesci disposti nel canaletto che corre lungo il bordo del piatto. Oggi c’è qualcuno che non saprebbe mangiare un secondo, o un contorno, senza kechup. Ai tempi dei romani, allo stesso modo, erano davvero pochi coloro che rinunciavano a condire qualunque piatto con una salsa detta garum.

Nessuna classe sociale ne faceva a meno. C’era il garum per  ricchi, elaborato, e quello per i poveri, più scarno. Entrambi avevano un gusto che, a giudicare dagli ingredienti, renderebbe sgradevole l’alito di chiunque, al nostro moderno olfatto; l’idea che offre è quella di una poltiglia maleodorante di pesce putrido. Ma forse eraa qualcosa di simile alla pasta d’acciughe.

La ricetta del garum – altrimenti detto liquamen – descritta da Gargilio Marziale, autore del III secolo d.C., prevede l’utilizzo di pesci crudi di piccola taglia, come sardine e sgombri, oltre a interiora di altri pesci nella misura di un terzo (ma altri autori aggiungono triglie, acciughe, menole e bavose). I pesci vanno stesi in una vasca della capienza di almeno trenta litri, su uno strato di erbe aromatiche secche: aneto, menta, finocchio, sedano, mentuccia, origano, ruta. A essi va sovrapposto uno strato di sale spesso due dita.

L’operazione va ripetuta, alternando i tre strati, finché non si raggiunge l’orlo della vasca. Dopodiché, si mette un coperchio e si lascia a macerare per una settimana. Altri venti giorni sono richiesti per rimestare e amalgamare, lasciando la vasca sotto il sole. Infine, si raccoglie la brodaglia facendola filtrare attraverso un setaccio, ed ecco pronta la salsa che ha deliziato il palato di milioni di romani nel corso dei secoli. Ciò che rimaneva nel setaccio era comunque messo in commercio, col nome di alec; si trattava di un garum meno puro, ma alla portata dei ceti meno abbienti e dei palati meno raffinati.

[…] Plinio definiva il garum ‘brodaglia di roba putrescente’, ma sena disprezzarla. Anzi, magnificava le doti del garum proveniente dalla Spagna, dove sembra fosse prodotto il tipo più rinomato, tanto da costare quanto un profuno. In Italia, invece, il più ricercato era quello di Pompei.” .

Oggi la salsa più simile al garum è la colatura di alici di Cetara, una vera leccornia.

Said “Pautasso” da Khourigba

Khourigba è una bella città di oltre 170.000 abitanti, situata 120 km. a sud-est di Casablanca, Marocco. E’ famosa per essere il centro di riferimento di un’area in cui si estraggono fosfati che sono esportati in tutto il mondo. Essendo molto frequentata dai soldati italiani durante la Seconda Guerra Mondiale, oltre all’arabo e al francese si parla anche italiano. Da questa città provengono moltissimi marocchini emigrati a Torino negli anni scorsi.

Said è un venditore ambulante che frequenta i locali del centro storico. E’ a Torino da vent’anni e parla perfettamente piemontese. E’ intelligente, furbo, sensibile. Mi chiama sempre “Maestro” e “Grande artista”, soltanto per propormi le sue sciarpe, accendini e cianfrusaglie varie. Oggi al Mood di via Cesare Battisti, dove ero in compagnia di Manuela e Giorgio, gli ho comprato un portachiavi (una tartarughina gialla con pila: orrenda, ma mia moglie ama le tartarughe in tutte le salse, anche quelle indigeste). Abbiamo fatto quattro chiacchiere: ecco uno che si è adattato a un lavoro precario con creatività, volontà, intelligenza. Vestiva un giaccone Napapijri…..

 

 

Cibo a Km zero, convegno Vas al Blah Blah di Torino

Mentre martedì 31 gennaio infuriava la tempesta su Torino (vedi fotografia di Via Po alle 17.30), siamo riusciti, con qualche defezione dovuta al tempo (Fredo Valla che sta sui bricchi), a dar via a un convegno di discreto interesse. Al solito moderato da Antonella Frontani e introdotto dall’ideatore dr. Giorgio Diaferia, abbiamo discusso con Maria Caramelli e  Francesco Antonioli di varie argomantazioni legate ai temi del mediometraggio in B/n (molto bello e ricco di atmosfere) di Fredo Valla e al cibo, con tutte quelle implicazioni che mi stanno a cuore (stagionalità, buon senso, Homo animale onnivoro – né carnivoro, né vegetariano – ecc.).

Men at work on the road in Turin…

Artisti, pazzi, emarginati, tangheri: stanno sulla strada a lavorare. Non li sfrutta nessuno, se ne fottono dell’articolo 18; tutto sommato non stanno male e fanno parte del nostro quotidiano. E lo sono a pieno titolo: ne conosco molti e tutti guardano alla realtà da prospettive diverse dalle nostre. Diverse: né migliori, né peggiori. E spesse volte ce ne dimentichiamo e giudichiamo: secondo quale metro di giudizio emettiamo sentenze (di ogni tipo)? E come possiamo pensare che i nostri parametri siano quelli “giusti”?

BOHEME – per anime libere

Per la prima volta da quando ho aperto le pubblicazioni di questo sito mi è capitato di dover eliminare un mio articolo, peraltro assai favorevole nei confronti del locale in questione. Non entro in dettagli sgradevoli, ma mi spiace per i molti che hanno avuto modo di consultare l’articolo eliminato, completo di fotografie, e che magari ancora lo cercano. Sono disponibile in proposito comunque al mio indirizzo e-mail (redavincenzo@libero.it).