Archive for Aprile, 2012
I miei bar a Torino

Caffè Elena in piazza Vittorio Veneto, Nostradamus in via Cernaia, Brosio in via del Carmine, Café Paris in via Garibaldi: sono i miei bar, quelli che frequento abitualmente. Al Caffè Elena bevo di solito l’Erbaluce di Caluso (Cieck o Fontecuore); al Nostradamus Cinzanino o Pinot di Pinot; da Brosio il Kerner della Cantina dell’Isarco; al Café Paris bevo il rosato Solaria di Vetrere. L’Elena è il mio posto storico, quello che ospita i miei lavori con il vino su vetro, su muro e su carta; Pippo è il mio storico amico e Adina, romena, è la mia cameriera preferita: ci vado alla domenica mattina, al tramonto o in certi fine mattina durante la settimana. Quasi casa mia. Al Nostradamus ci vado a giocare al superenalotto, dopo aver giocato a tennis: lì trovo Paolo e suo figlio Cristian e la loro juventinità schietta e bevo per dissetarmi. Dal mio amico Fabrizio, via Garibaldi all’angolo con piazza Statuto, parlo di vino e ci vado verso sera a bere un rosato pugliese (Negramaro 60% e Malvasia 40%) e a parlare di vino. Da Brosio respiro l’aria di antica piola torinese: mi soddisfa il Kerner dell’Alto Adige e scambio sempre parole gradevoli con il vecchio Brosio, un monumento, e con Antonella dalla lingua di bragia (i vaffanculo sono più numerosi e saporiti dei bicchieri di vino che serve a una clientela a dir poco colorita, che forse gradisce più i primi che i secondi…).

Sono i miei bar, un pezzo importante della mia vita: e bevo vini quasi inconfessabili, ma sono i miei: vini rituali, vini che prescindono anche dalla qualità (Pinot di pinot o Cinzanino…), ma acquistano un senso bevuti a una certa ora, in un certo posto, con certe persone. Anche questo è il vino.

 

Serralunga d’Alba e il suo Castello

Un segno che, almeno per certe faccende, Lassù Qualcuno mi vuole bene è dato dalla stupenda giornata che mi viene donata per la mia visita a Serralunga. Dopo interminabili, tristi e sconfortanti giorni di pioggia, una mattina luminosa e tersa, come succede quando l’acqua ha provveduto a pulire l’atmosfera, mi rende ancora più interessante questa faccenda di accompagnare una mia vecchia amica a conoscere Serralunga e il suo Castello. Quando si parla di Langa e di Barolo, i più pensano a La Morra a Barolo a Monforte…Ma se un uomo della fatta di Angelo Gaja quando parla di Barolo – e sopratto quando scelse il Suo Barolo – si accende di passione per raccontare Serralunga, ci sarà pure una buona ragione, no? La ragione sta nel fatto che questo minuscolo borgo di origine medievale (con una popolazione di nemmeno 500 anime) è circondato da vigne portentose che danno i Barolo con più struttura: Rionda, Lazzarito, Collaretto, Marenca-Rivette (lo Sperss di Gaja), Gabutti, Cucco: chi vuole un Barolo di grande corpo deve per forza spremerlo dai Nebbiolo di queste vigne e i produttori lo sanno bene. Tornare a Serralunga è sempre un piacere: oggi, dovendo anche guidare una neofita, mi sono premunito e ho preso accordi con Maria Anselma Meier, amica che conoscevo, fino a oggi, soltanto virtualmente (Facebook), ma che si è rivelata (ne ero certo) una persona speciale. Oltre a essere la moglie di un discendente della famiglia Anselma (Franco), è una donna che ama in maniera particolare il paese che la ospita da ormai quasi vent’anni: è l’amore speciale che soltanto chi viene di lontano può donare alla Terra che ha scelto per vivere – anche perché la Terra natale non si sceglie, ahinoi! Della Famiglia Anselma, di Giacolin, della sua storia, dei suoi vini tratterò in un articolo a parte perché meritano tutta la mia attenzione e uno spazio adeguato.

Serralunga è un paese minuscolo, raccolto attorno al magnifico castello che si erge quasi come un grattacielo fortificato a sorvegliare da una posizione di particolare favore l’intera Langa. Fu costruito intorno al 1340, a opera dei Marchesi di Falletto che erano i feudatari che per tanti secoli furono i fortunati padroni di queste terre. Questa costruzione era adibita a scopi essenzialmente militari e le caratteristiche sia interne sia esterne sono assai chiare in questo senso. Quando  i loro possedimenti passarono ai Savoia, e siamo nel XVII secolo, il Castello cessò di essere importante dal punto di vista militare e venne adibito in buona sostanza a mero magazzino, svuotato di mobili e suppellettili. Nel 1949 fu acquistato dallo Stato Italiano e fa oggi parte del nostro immenso patrimonio pubblico. Un importante restauro fu effettuato alla fine degli anni Cinquanta, per diretto interessamento di Luigi Einaudi, Grande uomo di Langa e poi grande Presidente della nostra neonata Repubblica.

Oggi il Castello è assai visitato, grazie soprattutto all’attività dell’Associazione Amici di Serralunga che mette a disposizione il personale per l’accoglienza e la guida per accompagnare i turisti: due ragazzi competenti e appassionati (Massimiliano e Luciana, meritano di essere ricordati). La visita dura 20/30 minuti ed è di straordinario interesse certo storico, ma direi soprattutto paesaggistico. Non costa nulla! E qui mi verrebbe da scrivere un oceano-mare di invettive: la nostra Cultura non può essere regalata, non ce lo possiamo permettere. Inoltre, non mettere un prezzo a un servizio – comunque unico comunque emozionante comunque affascinante – è sbagliato perché riduttivo. Qui mi fermo. E continuo su altre strade: Serralunga è anche il suo Castello e il suo Castello non può essere soltanto un contenitore – pur affascinante – vuoto per turisti. Credo che questa costruzione potrebbe vivere una nuova vita se inserita, con le dovute cautele e il dovuto rispetto, in un contesto di animazione, eventi, rievocazioni che il Territorio e la Storia suggeriscono: Serralunga, i suoi abitanti, i suoi vini, chi ama questo piccolo e magnifico Borgo se lo meritano. Speroma.

Collio, Ronco dei Tassi

Ho conosciuto Enrico Coser durante la gustazione tenutasi alla Maison ai Nove Merli di Piossasco, complice l’amico Mario Busso della guida Vini d’Italia, edita dal Touring Club Editore. Certo, il Collio è uno dei territori italiani (ma la regione si estende con maggiore superficie in Slovenia) più vocati quando si tratta di vini: sono circa 1.500 ettari vitati di una decina di comuni in provincia di Gorizia. Un territorio che respira le brezze dell’Adriatico distante pochi chilometri, protetto a nord dalle Alpi Giulie; sono basse colline di origine eocenica che nostro signore Bacco (o chi per lui) ha creato ad hoc per ospitare vigne da cui si spremono sublimi vini bianchi, molti dei quali di origine autoctona. Il Consorzio del Collio fu creato nel lontano 1964 e, dal 2010, si è fuso con il Carso. Le aziende che occupano quest’angolo nord-est dei confini italiani sono svariate decine e molte di queste sono assai note e tutte di eccellente qualità. Non conoscevo Ronco dei Tassi, dunque per me è stata una lieta sorpresa.

L’azienda è nata nel 1989, quando Fabio e Daniela Coser acquistarono un podere a Cormons, paese situato nel cuore del Collio. Oggi si estende su 25 ettari di cui 18 vitati e produce circa 110.000 bottiglie, con un export che vale il 60%. La conduzione è rimasta a carattere familiare con i giovani figli Enrico e Matteo che curano rispettivamente la produzione e la parte gestionale e commerciale.

Durante la cena ero rimasto colpito soprattutto dal Friulano 2009 e dal Fosarin 2011, mentre la Ribolla Gialla 2010 e il Picolit 2008 mi erano parsi vini corretti, di buona qualità ma nulla di eccezionale. Lo stesso rosso – un uvaggio bordolese – il Cjarandon 2007, senza dubbio un buon vino ma non certo memorabile. Sia il Friulano, sia il Fosarin – Pinot Bianco 45%, Friulano 35% e Malvasia Istriana 20% – vengono spremuti da vigne vecchie almeno di 40 anni, con esemplari che raggiungono il secolo: si sente. Sono vini di gradazione alcolica importante ma non fastidiosamente aggressiva, con note al naso e al palato di particolare tipicità varietale e di lunga persistenza. Enrico mi ha ricordato che lavorano con lieviti selezionati e la vinificazione avviene in acciaio. I sesti d’impianto sono di 4/5.000 piante per ettaro, tenute a guyot. Per ognuna delle due etichette producono più o meno  14/15.000 bottiglie con prezzi a scaffale intorno ai 13/14 euro. Enrico Coser mi ha fatto dono di alcune bottiglie di Malvasia Istriana, Pinot Bianco, Sauvignon e Fosarin – 2011 e in bottiglia soltanto da un paio di settimane – da valutare con calma e tranquillità a casa mia. Il Fosarin, gustato senza le distrazioni di una cena importante, mi ha confermato tutto ciò che avevo apprezzato durante la serata alla Maison ai Nove Merli: un gran bianco dalla personalità importante e dalle caratteristiche abbastanza uniche. Di ottima qualità anche il Pinot Grigio – 13,5% vol., 32.000 bottiglie da vigne di 15 anni per un vino che è quello che dev’essere: davvero tipico della varietà – e il  Sauvignon, anch’esso immediatamente riconoscibile per 18.000 bottiglie da vigne giovani.

Ma la sorpresa è stata la Malvasia Istriana. Ne fanno soltanto 3.000 bottiglie spremute da una vignolina di mezzo ettaro, vecchia di oltre 60 anni; hanno cominciato a produrla dal 2004. E’ un vino per certo straordinario: di colore giallo tenue, al naso è delicatamente floreale ma al palato dona delle sensazioni di mandorla amara che sono uniche e che persistono, in bocca e in gola, assai a lungo. L’alcol, 14,5% vol., non è per nulla aggressivo: questo è senza dubbio uno dei migliori bianchi che ho bevuto negli ultimi tempi.

(Sul sito dell’Azienda si trova tutto ciò che serve, comprese le schede tecniche dei vini di cui ho scritto sopra).

http://www.roncodeitassi.it/front-page

101 Storie Maya e cena maya a Cambiano

Organizzata dal mio vecchio amico (sono quasi 30 anni che ci conosciamo) Ernesto Saggese con l’Associazione Evento di Cambiamento di Cambiano, si è svolta una belle serata in cui sono stato invitato a presentare il mio libro sui maya nel contesto di una cena a tema maya. Se pure non filologicamente impeccabile – non era certo quello l’intento – la serata è stata di grande piacevolezza. Il pubblico intervenuto si è dimostrato assai coinvolto: sia nella cena, sia nelle faccende maya e per me è stata una serata di soddisfazione come poche altre. Tra le altre cose, la Trattoria del Centro è un locale (con possibilità di affitto camere) di cucina tradizionale piemontese e di atmosfera familiare che consiglio senza esitazione a tutti coloro che amano questo genere di ristoranti.

Con Ernesto ci conosciamo dai tempi mitici della Radio Abc Italiana, quando io mi occupavo dell’organizzazione generale e lui teneva uno dei pochi programmi in Italia di musica brasiliana. Erano con noi i vari Piero Chiambretti, Alba Parietti, Patrizia Giangrand e con una redazione giornalistica che poteva vantare Emanuele Fiorilli, Marco Ansaldo, Nico Ivaldi: mica poco! Ma noi, soprattutto, ci si divertiva un sacco. E, tutto sommato – pur tra i perigliosi flutti in cui oggi dobbiamo navigare con difficoltà varie – cerchiamo di continuare a divertirci, quasi fossimo rimasti incoscienti giovincelli ancora da guadagnare una disperante maturità. La serata è finita tardissimo e con una splendida sorpresa: dopo quasi 20 anni ho potuto riabbracciare il mio grande amico Emilio (ancora grazie, Ernesto)!

http://www.trattoriadelcentro.it/

I vini del Collio alla Maison ai Nove Merli di Piossasco

Quando Mario Busso mi chiama io, se posso, rispondo sempre con entusiasmo, conoscendo la sua serietà e la qualità delle sue proposte. Questa volta l’occasione era costituta da una cena nello splendido ristorante Maison ai Nove Merli, posto in un castello del XVI secolo, rimesso magnificamente a nuovo – con gusto – e trasformato in un relais di notevole qualità che sorveglia da una terrazza naturale l’inizio della pianura Padana, sullo sfondo delle prospicienti Alpi Marittime e Cozie. La cena si è svolta in una piccola e accogliente sala del castello con una trentina di ospiti selezionati e competenti. Devo ricordare la conoscenza di un personaggio davvero assai interessante: il Cav. Gian Nicolino Narducci, consulente per l’esport di Bosca, ne parlerò ancora. Con le preparazioni cucinarie dello chef Antonio Chiodi Latini (mi ha colpito il suo astice: davvero notevole), abbiamo gustato i vini del Collio di Renato Keber e Ronco dei Tassi; soprattutto i bianchi di questa giovane realtà friulana hanno incontrato i miei favori (tra i vini di Keber, devo menzionare l’eccellente Pinot Grigio 2008; gli altri, pur corretti, non mi hanno entusiasmato). Ho trovato assai interessante il Friulano 2010 di Ronco dei Tassi: un vino di gran corpo ottenuto da vigne vecchie con 14% vol. che non si sentono. Notevole l’uvaggio Fosarin 2011 (Pinot Bianco, Friulano e Malvasia Istriana) da un paio di settimane in bottiglia ma già pronto: un bianco complesso e di grande personalità, assai lungo in bocca e in gola. Comunque, dei vini di Ronco dei Tassi tratterò in un articolo a parte. A ogni buon conto la serata è stata, come al solito, di grande interesse e soddisfazione. E di questo ringrazio ancora l’amico Mario Busso.

7% (da Alessandra Destefanis)

Ricevo questa storiella esemplare da Alessandra Destefanis, che pone in calce questa nota: “Si  stima che il 93% delle persone non inoltrerà questo messaggio. Se  fai parte del 7% che lo farà, invialo con il titolo:  7%“. Io, evidentemente, appartengo a quel 7%!!

“Un sant’uomo ebbe un giorno da  conversare con Dio e gli
chiese: «Signore, mi piacerebbe sapere come  sono il Paradiso e l’Inferno».
Dio condusse il sant’uomo verso due  porte: ne aprì una e gli
permise di guardare all’interno. C’era una  grandissima tavola rotonda. Al centro della tavola si trovava un  grandissimo recipiente contenente cibo dal profumo delizioso. Il sant’ uomo sentì l’acquolina in bocca. Le persone sedute attorno al  tavolo erano magre, dall’aspetto livido e malato. Avevano tutti l’aria affamata. Avevano dei cucchiai dai manici lunghissimi, attaccati alle loro braccia.
Tutti potevano raggiungere il piatto di cibo e  raccoglierne un
po’, ma poiché il manico del cucchiaio era più lungo del  loro braccio non potevano accostare il cibo alla bocca.
Il  sant’uomo tremò alla vista della loro miseria e delle loro
sofferenze.
Dio disse: «Hai appena visto l’Inferno».
Dio e  l’uomo si diressero verso la seconda porta. Dio
l’aprì. La scena che  l’uomo vide era identica alla precedente.
C’era la grande tavola rotonda,  il recipiente che gli fece venire l’acquolina.Le persone intorno alla  tavola avevano anch’esse i cucchiai dai lunghi manici. Questa  volta, però, erano ben nutrite, felici e conversavano tra di loro  sorridendo.
Il sant’uomo disse a Dio: «Non capisco!»
«E’  semplice – rispose Dio – essi hanno imparato che il
manico del cucchiaio, troppo lungo,non consente di nutrire se stessi…. ma permette di nutrire  il proprio vicino. Perciò, hanno imparato a nutrirsi gli uni con  gli altri! Quelli dell’altra tavola, invece, non pensano che a loro stessi…Inferno e Paradiso sono uguali nella struttura…La  differenza la portiamo dentro di noi!
».
Mi permetto di  aggiungere…
Sulla terra c’è abbastanza per soddisfare i  bisogni di tutti
ma non per soddisfare l’ingordigia di pochi.
I  nostri pensieri, per quanto buoni possano essere, sono perle
false  fintanto che non vengono trasformati in azioni.
Sii tu il cambiamento  che vuoi vedere avvenire nel mondo
“.
(Mahatma Gandhi)

La Stazione Centrale di Milano

Io amo la Stazione Centrale di Milano. Queste sono alcune fotografie che vogliono essere un piccolo omaggio verso un posto che trovo sempre di fascino speciale.

https://www.vincenzoreda.it/milano-e-le-sue-bellezze-architettoniche/

Sui Maya

 

Aré u xe oher tzih varal Quiché u bi (Questo è il principio delle antiche storie di questo luogo chiamato Quiché)….”

Così comincia il Popol Vuh ( Popol Wuj, nella più moderna trascrizione), quella che si definisce “Bibbia Maya”: il libro sacro dei Maya Quiché, trascritto da  Padre fra Francisco Ximénez, dell’Ordine dei  Domenicani, nei primi anni del Settecento e basato su un testo redatto da un indigeno con grafia occidentale, probabilmente intorno al 1550 nei dintorni di Chichicastenango, Guatemala. (altro…)

Napoli: dei vini, del cibo e…. della musica

Avere l’opportunità di stare a Napoli con amici archeologi e musicisti e passare due intere giornate tra Via del Duomo, Via dei Tribunali, Via S. Biagio dei Librai, Piazza Gesù Nuovo e Piazza San Domenico Maggiore è stata una gran fortuna. Se il primo giorno dovevo visitare la Certosa di San Martino e fotografare le sue straordinarie vigne ripristinate da Peppe Morra e godere di uno straordinario panorama soleggiato con i catamarani di Coppa America a scorrazzare davanti a Mergellina, il secondo giorno ho goduto di straordinarie visite a Napoli Sotterranea, accompagnato da Daniele Petrella (archeologo esperto di estremo oriente e unico italiano autorizzato a scavare in Giappone) e delle visite agli scavi sotto San Lorenzo in compagnia di Alberto e Francesco, archeologi classici sempre parte del team di Archeologia Attiva, per cui ero stato invitato a presentare il mio libro sui Maya al Gran Caffè Neapolis in piazza San Domenico.

Con il sesto senso di cui la natura mi ha fornito, ho scoperto ‘O Munaciello, ristorante in piazza Gesù Nuovo: proprietario un attempato signore che mi ha raccontato la sua storia di studente libico venuto a Napoli per studiare medicina e qui rimasto invece a fare il ristoratore. Da Tarek ho bevuto un eccellente Gragnano (vino assimilabile, molto alla lontana, al Lambrusco: Cantine degli Astroni, situate ai Campi Flegrei e condotte dalla famiglia Varchetta; dovrò necessariamente occuparmene in maniera professionale) e mangiato un primo eccellente di pasta fatta in casa e frutti di mare. La pizza me l’hanno fatta mangiare i miei amici in un bel posto all’angolo tra via dei Tribunali e via dei Panettieri: ottima, manco a dirlo.

Magnifica la Trattoria La Campagnola, in via dei Tribunali, nei pressi di Napoli Sotterranea. Qui, con Alberto e Francesco ho bevuto finalmente un vino di cui avevo soltanto sentito parlare: l’Asprinio di Aversa, delle Cantine Grotta del Sole. Era l’ultima bottiglia, il bis lo abbiamo fatto con un Lacryma Christi dello stesso produttore. Questa cantina, di cui Gennaro Martusciello (purtroppo da poco scomparso) è stato l’impareggiabile iniziatore, produce alcuni vini davvero eccellenti (notevole la Falanghina dei Campi Flegrei) e sarà oggetto di uno dei miei prossimi articoli specifici, anche perché il loro enologo è Federico Curtaz, valdostano ma legato per molti anni al mio amico Angelo Gaja. L’Asprinio è un vino antico le cui viti sono coltivate a tutore vivo: sono, cioè, “maritate” a pioppi attorno a cui si inerpicano per 15/20 metri, secondo l’antica conduzione che prende anche il nome di “lambruscaia“. Ho bevuto un vino che mi ha sorpreso: una grande acidità per una complessità che in bocca mi ha lasciato un sentore fortissimo di mandorla dolce, davvero ottimo! E bevendo questo vino ho conosciuto un musicista di quelli che si guadagnano la pagnotta intrattenendo i clienti dei ristoranti e meriterebbero ben altre platee: e questo qui è uno davvero speciale. Si chiama Pino Ruffo, voce (di rara potenza) e tamburello; 39 anni, figlio di un pescatore di Pozzuoli, compagno di una musicista tanzaniana e padre di una cioccolatina di 22 mesi che si chiama Carla. Ha cantato per noi un pezzo dei suoi: “Addo’ vai?”, dedicato al padre…E nel mentre mi ritrovavo a pensare: mannaggia, Napoli!

Piccola puntualizzazione che può spiegare un certo  modo di ragionare napoletano: quando ho chiesto un’altra bottiglia di Asprinio e Antonio, il titolare, mi ha detto che purtroppo quella era l’ultima, a me è scappata una piccola imprecazione. Antonio ha sorriso e mi ha detto che invece dovevo considerami fortunato: ero riuscito a bere proprio l’ultima di quelle benedette bottiglie!

 

Le mie prime mostre (My first art shows)

Questi sono i depliant originali di alcune delle mie prime mostre, tra il 1998 e il 2001. Dalla prima, a Capoliveri (Isola d’Elba), dove conobbi Vittorio Fiore (mio primo collezionista), a quella di Monte S. Angelo, voluta dal mio grande amico chef Gegé Mangano, a quella di Camigliano con molti artisti provenienti da mezza Europa. Certo, il depliant che mi è più caro è quello che riguarda la mostra al ristorante La Marianna di Mirco Panattoni a Bergamo alta. Ne fu promotore Luigi Veronelli che intervenne: lo scritto, il primo in assoluto a me dedicato, è di Gigi Brozzoni. Indimenticabile.

Idea diVino al Vinitaly 2012

Poco prima del Vinitaly 2012 mi chiama il mio vecchio amico Claudio Gori, enologo di Vinci, per dirmi che sarebbe stato opportuno avere un incontro in quella occasione perchè avrebbe dovuto parlarmi di una novità interessante. Io so che Claudio è un vulcano di idee e mi sono incuriosito.

E, infatti, ho avuto modo di conoscere questa iniziativa interessante: Idea diVino. E’ una faccenda a cui stanno lavorando da più di un anno: un ambizioso progetto relativo alla costituzione di un consorzio – denominato Idea diVino – tra diverse realtà produttive del mondo vinicolo italiano. Al momento i partecipanti effettivi sono 4 aziende: Castello di Velona (Brunello di Montalcino), Villa Corliano (Chianti Colli Fiorentini), Cantine Lupo (Lazio – vermentino e Syrah come prodotti di punta), Vigna Pironti (San Giuseppe Vesuviano – al loro attivo, tra gli altri, un ottimo lacryma christi bianco). Ho visitato il loro stand e ho bevuto alcuni di questi vini che mi sono piaciuti: io non amo fare valutazioni professionali circa le fugaci bevute in salone, distratti da mille odori, mille suoni, mille immagini che non permettono di concentrarsi come si deve su quello che si sta valutando. Comunque, ho apprezzato il Brunello 2004, il Vermentino laziale e il Syranto 2010 (un vino espresso da 4 diversi cloni di Syrah) di Cantine lupo, il Lacryma Christi e il Carpino 2008 (80% Piedirosso e 20% Aglianico) di Vigna Pironti. Vini all’altezza della fama di Claudio Gori. Il progetto è assai interessante e ne parlerò in futuro, così come senza dubbio effettuerò delle valutazioni professionali che verranno pubblicate su questo sito. La giornata del lunedì, cominciata per me con la verticale di Sperss, è finita degnamente a cena con alcune di queste persone (produttori e commerciali) alla Taverna di via Stella, due passi dal fatidico balcone di Giulietta nel pieno centro di Verona. E’ un bel posto dove si sta bene e si mangia come si deve. Lo consiglio, con la giusta compagnia, ovviamente!

Napule è….

Spaccanapoli, Forcella, i Quartieri Spagnoli, la Vigna di San Martino, la Funicolare, il Vesuvio (con il Monte Somma), il Maschio Angioino: Napoli…Città dal fascino unico in cui ho passato due giornate irripetibili.

101 Storie Maya: presentazione a Napoli

Ho conosciuto Daniele Petrella a Paestum durante una delle ultime edizioni della Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico. Aveva preso parte alla presentazione del mio lavoro – appena pubblicato, nel novembre 2011 – che il direttore di Focus Storia, Marco Casareto, condusse con grande competenza e tanta stima nei miei confronti. In quell’occasione mi propose di presentare il volume a Napoli.

Daniele – archeologo specializzato in Estremo Oriente – con Alberto Giudice e Francesco Panzetta, ha fondato a Napoli nel 2009 una realtà – Archeologiattiva – che opera nel campo dell’archeologia: a tuttotondo, con grande passione e navigando i flutti tumultuosi di una società che guarda alla Cultura e alla Storia da sempre con occhio sospettoso e, nel migliore dei casi, con malcelata sufficienza. Sono ragazzi di indubbia competenza e di straordinaria umanità; tra l’altro, con  curriculum di elevato profilo.

La presentazione, giovedì 12 aprile 2012, si è svolta presso il Gran Caffè Neapolis alle ore 18. Affacciato sulla splendida piazza di San Domenico Maggiore – pieno centro storico di Napoli – questo è un locale aperto da pochi anni, di discreta eleganza e molto ben frequentato. La presentazione, condotta da Alberto Giudice, si è svolta davanti a un pubblico attento e interessato fino a quando, verso la fine, uno strano figuro s’è messo di mezzo e ha creato un bel trambusto: gratuito e senza alcun senso.

Piccolo incidente, grazie al cielo senza conseguenze, grande confusione con intervento di ambulanza e forze dell’ordine: il tutto è poi finito a tarallucci e vino con scuse reciproche e abbracci riparatori. Quasi una piccola sceneggiata napoletana a lieto fine. Il tanghero, famoso nel quartiere, si chiama Francesco (Ciccio) Ciaccio: strimpella malamente la chitarra e continua a imperversare nei vicoli di Napoli…..A me, a un certo punto, ha detto:«Io sono un maya e tu non puoi permetterti di offendermi…». Inutile precisare che il tasso alcolico non era trascurabile. Comunque è stata una serata divertente e finita in pizzeria tra artisti, intellettuali, produttori di vino: gente che sa vivere e tenere nel giusto conto ciò che vale la pena di essere vissuto fino in fondo. Grazie Napoli, grazie amici miei.

http://www.archeologiattivashop.com/prodotto-144122/101-Storie-Maya-che-dovresti-conoscere-prima-della-fine-del-mondo.aspx

http://www.archeologiattiva.com

Ekanta vada – Anekanta vada, speculazione meramente intellettuale sulle caratteristiche del discernimento

Questo bicchiere di vino fu dipinto nel 2009 con due vini di Marotti Campi, il Rùbico (Lacrima di Morro d'Alba eccellente) e lo Xyris

Ho trovato la risposta a una domanda importante: perché persone di grande intelligenza (dove questo termine è da intendersi come capacità di analisi e poi di sintesi, di memorizzazione dei dati e di capacità di correlazione dei dati stessi, in tempi rapidi e in modo speculativo e opportunistico) sono spesse volte incapaci di applicare questa loro qualità – caratteristica positiva – a fronte di fatti o fenomeni particolari?

La soluzione è la seguente: mancanza di flessibilità;  mancanza di capacità di cambiare punto di vista, prospettiva.

Mahavira – nel VI secolo prima di Cristo (ma forse addirittura secoli prima) con le teorizzazioni della filosofia jaina – era già pervenuto alla soluzione: un fenomeno è analizzabile e sintetizzabile a seconda di infiniti punti di vista; tra questi ve n’è almeno uno più conveniente degli altri in un dato momento, in una data posizione di tempo e di spazio, per il conseguimento di un dato, possibile obiettivo. La filosofia jaina c’era arrivata qualche anno prima di Hegel: la sua formula “tesi, antitesi, sintesi” si può considerare meno evoluta della formula jaina: “apparire, disparire, permanere” o “asti-nasti vada” vale a dire la filosofia che permette di definire un fenomeno o una cosa con  un’affermazione o una negazione. Anche: unità nella molteplicità, identità nella diversità, permanenza nel mutamento. Non bisognerebbe mai dimenticare che Gandhiji attinse dai jaina il concetto dell’Ahimsa (sintetizzato malamente come non-violenza, quando invece è amore universale per ogni essere vivente che non permette di fare del male neanche alle piante) e della Satya (la sincerità che però non deve spingersi a fare del male). Nell’etica jaina il solo pensiero di fare del male è male: ci arriverà il Cristo qualche anno dopo.

Mutare prospettiva è faticoso, scomodo, doloroso spesse volte. Ma è sempre proficuo, sempre speculativo, sempre affascinante, sempre stimolante: non risolve mai il problema ma aiuta a comprenderlo e a stemperarlo nell’oceano infinito del relativo. Fatto salvo poi decidere di affrontarlo scegliendo, appunto, il punto di vista più conveniente. Più conveniente, si badi, non più giusto: bene e male sono faccende assai assai relative, quando si parla di punti di vista flessibili.

Pasqua e dintorni: vini e cibi di tradizione

Lumache di Cherasco, Finanziera, Coniglio grigio con il Nebbiolo 2006 di Flavio Roddolo al ristorante de Il Circolo degli Artisti con la squisita cucina di tradizione di Stefano Fanti e i suggerimenti, sempre assai interessanti, del suo giovane sommelier Andrea Zoggia (per i vini dolci e rari: il valdostano Pierrots e il toscano Istrionico). E a Pasqua, a casa, insaccati calabresi fatti in casa e appena arrivati da Cirò con pasta al forno tradizionale, agnello al forno innaffiati con un magnum di Barbera d’Alba Bric du Luv 2007 di Beppe Ca’ Viola. E per finire, cuzzupe calabresi fatte in casa con il passito 2008 marchigiano di Sartarelli. What else?

Dipingere con il vino (painting with wine)

Questa è la copertina del mio primo depliant, stampato nel 2000, che illustra la mia attività di pittura con il vino. Riproduce un’opera che ho venduto qualche anno fa a un mio collezionista che oggi purtroppo non c’è più. E’ un lavoro di cui sono particolarmente orgoglioso: dipinto nel 1998 con un rosso del Vesuvio di Sorrentino. Oggi alcune persone si dedicano a dipingere con vino e più o meno pensano che il punto importante sia dipingere con il vino. Fesseria sesquipedale. Il fatto non è tanto la questione folcloristica e insolita (oggi certo non più) di usare il vino come colore: se i soggetti sono abusati paesaggi o altrettanto abusati e banali nudi, che siano dipinti con il vino, con le tempere, con gli acquarelli o a olio cambia nulla. Sono comunque brutti o insignificanti e non trasmettono emozioni. L’arte è un fatto estetico, innanzi tutto. E poi emotivo. E se il sedicente artista non mostra di essere dominato da ossessioni e di sentire forte lo stimolo a comunicarle altrui, egli non è un artista. A prescindere dalla materia che usa e a prescindere dal valore commerciale dei suoi lavori.

Con lo Sperss di Angelo Gaja e…. Gianfranco Vissani

https://www.vincenzoreda.it/sperss-un-sogno-di-nostalgia-ovvero-i-have-a-dream/

Definire lo Sperss come Barolo è a dire il vero, secondo le normative vigenti, quantomeno improprio. A partire dal 1996, infatti, Angelo Gaja decise di definire quasi tutti i suoi vini piemontesi (fanno eccezione il Barbaresco  e il Barolo Dagromis che sono a DOCG): Langhe DOC e quelli a base Nebbiolo, Langhe (altro…)

America’s Cup in Naples

Ci sono tanti posti belli in questo mondo, ma senza dubbio il Golfo di Napoli è uno degli scenari con più fascino (non si tratta soltanto di suggestioni meramente paesaggistiche): i catamarani esasperati che concorrono per guadagnare la sfida di San Francisco del 2013 si danno battaglia in questa incomparabile scenografia. Tutto sommato, questi aggeggi di complicatissima tecnica neanche ci stanno male: hanno un loro proprio fascino estetico, a prescindere…

Gaia Gaja: Di padre in figlia, HoReCa n. 64

«L’incipit è folgorante, biblico addirittura: Io sono impastato con questa terra…”. Sullo sfondo della saletta elegante del 5 stelle Westing Palace Hotel di Milano è proiettata una diapositiva in cui la piramide perfetta del Monviso sorveglia austera la Langa. Così, con questo biblico incipit, Angelo Gaja comincia la sua chiacchierata di un’ora abbondante che costituisce la prima parte dell’evento milanese, organizzato per celebrare il secolo e mezzo di vita dell’Azienda di famiglia.  (altro…)

Napoli Sotterranea

Ho avuto, nella primavera di questo 2012, l’occasione di visitare lo straordinario intrico scavato in epoca greca (VI/III sec. a.C.) nel tufo di Napoli: 400 km., di cui poco più di uno o due aperti al pubblico. Ho avuta la fortuna di essere guidato dall’amico archeologo napoletano Daniele Petrella, orientalista. E’ un’emozione che non si può descrivere.

Se vi capita di recarvi a Napoli, non fatevi scappare quest’occasione. L’ingresso è situato nel pieno centro storico barocco di Napoli (Spaccanapoli): un luogo di fascino straordinario e unico al mondo. Lì sotto si estendono le rovine di epoca greca e romana. Senza dimenticare che i Romani si recavano a Napoli con la consapevolezza di incontrare una città di cultura alta verso cui avevano immensa stima e di cui subivano un insopprimibile fascino intelletuale e culturale.

Mole di moda
Sperss: un sogno di “Nostalgia” ovvero…I have a dream

Il periodo era quello tra le due guerre. La severa valsusina Clodilde (Tildìn, in famiglia) mandava il figliolo Giovanni a vendemmiare i Nebbiolo in quel di Serralunga, ovviamente dopo la vendemmia delle vigne di proprietà in Barbaresco. E lì Giovanni si divertiva, gli piaceva lavorare senza il pesante assillo degli occhi di famiglia: e gli davano anche qualche soldo. E ancora: vendemmiare uve che sarebbero diventate Barolo costituiva una sorta di valore aggiunto per chi dai grappoli Nebbiolo spremeva da sempre Barbaresco. (altro…)

La Calabria al 46° Vinitaly, forse qualcosa si sta movendo….

Anche soltanto visitare uno stand può rappresentare un viaggio nel tempo e nello spazio: certo, un viaggio poco più che virtuale perché profumi e sapori sono soltanto una sorta di sensazioni diluite, liofilizzate che di lontano ricordano luoghi e momenti distanti, nel tempo e nello spazio. La mia regione di nascita, lì dove (altro…)

CasalFarneto su HoReCa n.62

L’occasione di conoscere una realtà assai interessante nel panorama vitivinicolo marchigiano mi è stata fornita dall’invito a partecipare, nelle vesti di relatore, al convegno “Verdicchio 2.0”. Ideato dalla Cantina CasalFarneto e dall’amico e grande enologo Alberto Mazzoni, il convegno aveva lo scopo di esaminare le nuove prospettive di comunicazione rappresentate dal Web, con le recenti e sorprendenti evoluzioni che vedono uno sviluppo quasi incontrollabile di siti, blog e social network. Il convegno è stato moderato da Giorgio Dell’Orefice (Il Sole 24 ore) e gli altri relatori erano: Luigi Bellucci (Tigullio vino), Franco Ziliani (Vino al vino), Monica Pisciella (Wineup) e Andrea Petrini (Percorsi di vino).  (altro…)

Terredavino, HoReCa n. 64

Concretezza, efficienza, qualità di processo, pochi fronzoli: quasi come spiegare in quattro concetti cosa significa rappresentare appieno il Piemonte che lavora. Quando scelsi di scrivere dell’azienda Terre Da Vino, in verità la molla che mi spinse fu la curiosità di capire i motivi per i quali un produttore di vino di una certa importanza decide di affidare a un unico brand linee commerciali diverse e quasi antitetiche come GDO e HORECA. Poco conoscevo i vini di questo produttore, certo avevo bevuto una Barbera che mi era parsa discreta, senz’altro ricordare. (altro…)