Archive for Maggio, 2012
Paganini e…i ravioli

«…Sotto l’aspetto gastronomico Paganini è stato uno dei cultori e promotori dell’uso del pomodoro in cucina, in un’epoca durante la quale l’ortaggio rosso stava iniziando ad imporsi come alimento. L’artista, oltre ai ventiquattro Capricci per violino, ha scritto di suo pugno anche la ricetta del sugo di manzo per ravioli alla genovese, il cui manoscritto è oggi disponibile presso la Library del Congresso di Washington (Usa).

Ravioli di Paganini

Farina – polpa di manzo -cipolla – olio extravergine di oliva – conserva di pomodoro – funghi porcini secchi – borragine – cervella di vitello – salsiccia – uova – farina – parmigiano – sale – pepe

“Per una libbra e mezza di farina due libbre di buon manzo magro per fare il suco. Nel tegame si mette del butirro, indi un poco di cipolla ben tritolata che soffrigga un poco. Si mette il manzo, e fare che prenda un po’ di colore. E per ottenere un suco consistente si prende poche prese di farina, ed adagio si semina in detto suco affinché prenda il colore. Poi si prende della conserva di pomodoro, si disfa nell’acqua, e di quest’acqua se ne versa entro alla farina che sta nel tegame e si mescola per scioglierla maggiormente, e per ultimo si pongono entro dei fonghi secchi ben tritolati e pestati; ed ecco fatto il suco. Ora veniamo alla pasta per tirare le sfoglie senza ovi. Un poco di sale entro la pasta gioverà alla consistenza della medesima. Ora veniamo al pieno. Nello stesso tegame colla carne si fa in quel suco cuocere mezza libbra di vitella magra, poi si leva, si tritola e si pesta molto. si prende un cervello di vitello, si cuoce nell’acqua, poi si cava la pelle che copre il cervello, si tritola e si pesta bene separatamente, si prende quattro soldi di salsiccia luganega, si cava la pelle, si tritola e si pesta separatamente. Si prende un pugno di borage chiamata in Nizza boraj, si fanno bollire, si premono molto, e si pestano come sopra. Si prendono tre ovi che bastano per una libbra e mezza di farina. Si sbattano, ed uniti e nuovamente pestati insieme tutti gli oggetti soprannominati, in detti ovi ponendovi un poco di formaggio parmigiano. Ecco fatto il pieno. Potete servirvi del capone in luogo del vitello, dei laccetti in luogo del cervello, per ottenere un pieno più delicato. Se il pieno restasse duro, si mette nel suco. Per i ravioli, la pasta si lascia un poco molla. Si lascia per un’ora sotto coperta da un piato per ottenere le foglie sottili“.»

Questo libro è delizioso, pieno di curiosità e assai curato. Una ricetta per ciascuno dei personaggi: da Pitagora a Matilde di Canossa; da Giulio Cesare a Erasmo da Rotterdam; da Federico II a Napoleone; da Claudio Monteverdi a Paganini, Rossini, Oscar Wilde…. Una lettura leggera e insolita che raccomando volentieri.

Tacuinum de’ Eccellentissimi, Alex Revelli Sorini e Susanna Cutini, Edizioni  ali&no (Perugia 2009), 192 pp., 12,00 €.

Visita a Claudio Mariotto

Recarsi a far visita a Claudio Mariotto è sempre una faccenda assai gradevole. Occorre però non dover trovarsi a fare i conti con il tempo e con limitazioni di grado alcolico…Stavolta, in compagnia di Matteo c’erano altri tre amici: tutti granata sfegatati e tenerli a bada è durata fatica, pur se il vino, prima di Elisa e poi di Claudio, è servito a stemperare l’irrisolvibile e antitetica fede sportiva. Poi occorre dire che la compagnia era piuttosto insolita e variegata: Matteo (uno storico che fa anche il ristoratore), Francesco (torinese che lavora in campo ambientalistico, ma grande appassionato di vino), Nicola (da Roccaverano, che alleva oche da destinare a ottimi salumi e paté), infine Marco di Acqui Terme che lavora con grande passione con i fiori! La giornata è stata proficua, soprattutto in termini di gradazione alcolica e di simpatia. Non mi dilungo oltre a parlare dei vini di Claudio Mariotto: ne ho trattato a sufficienza; devo però segnalare l’eccezionale Timorasso 2011 ancora da imbottigliare. Stavolta ho anche apprezzato meglio alcuni suoi rossi per i quali occorre un certo distacco dialettico: qui il Territorio è davvero importante e definisce questi vini con caratteristiche particolari che sono di evidente riconoscibilità.

http://www.ocainlanga.it/

http://www.claudiomariotto.it/index.php/it/

 

A La Colombera con Elisa Semino

Elisa l’avevo incontrata un paio di anni fa al Vinitaly, i suoi vini – soprattutto Timorasso e il Suciaja(Nibiô) – me li aveva fatti conoscere Matteo a La Tana del Re. Sono andato a farle visita in quel di Vho, a due passi da Tortona, dove i circa 20 ettari dell’azienda si estendono a non più di 300 m. di quota sopra dolci colline argillose. Durante gli assaggi sono rimasto assai colpito dalla Barbera DOC Colli Tortonesi Vegia Rampana 2009: le Barbera di quihanno caratteristiche del tutto particolari, anzi bisognerebbe che neanche si chiamassero con questo nome perché assai differenti da ciò che ci si aspetta quando si dice Barbera e si pensa al Monferrato o alla Langa. Questo è un vino con frutto spiccato al naso e ancor più in bocca, rotondo, quasi amabile e con un colore rubino carico. Il 2009 ha 14% vol. che si sentono poco e un corpo notevole. Ma ripeto: bisogna dimenticare le Barbera classiche! Mi hanno sorpreso anche i vini che vendono sfusi a una clientela orami da anni affezionata. La Colombera ha una caratteristica abbastanza rara in Piemonte: una gran parte del fatturato è composta dalla vendita diretta di questi vini, soprattutto rossi: Freisa, Barbera, Dolcetto e anche un poco di Cortese. A poco più di un euro al litro si bevono vini schietti, semplici, vinificati correttamente e anche di una qualità tutt’altro che bassa! Chiaro, il Timorasso e il Suciaja sono altra cosa, ma anche – ovvio – altro prezzo. Mi stupisce sempre la simpatia e la passione di Elisa, persona schietta come i suoi vini.

http://www.lacolomberavini.it/

Tutti i proverbi calabresi dalla A alla Z

A faticare Micuzzu, Micuzzu; a mangiare Micuzzu nu cazzu..Significa che quando c’è da lavorare tutti chiamano Domenico (Micuzzu è il diminutivo), quando invece c’è da mangiare, nessuno lo chiama. Io conosco un’altra versione, cara a mio padre: A mangiare Micuzzu, Micuzzu. A fatigare: Micuzzu nu cazzu. Che invece significa che quando c’è da mangiare arrivano tutti e quando invece s’ha da lavorare non si fa vivo nessuno. E’ un bel librino, questo: l’ho trovato all’ultImo Salone del Libro di Torino, scorrazzando tra gli stand dei piccoli editori, laddove si possono scovare autentici gioielli che i grandi editori per lo più ignorano.

Si ‘i corna fusserannu arvuri, tuttu ‘u mundu fussera nu voscu: se le corna fossero alberi, tutto il mondo sarebbe un bosco. ‘U curnutu è canusciutu ‘nto paise soi e ‘u fissa aunde va: il cornuto è riconosciuto soltanto al suo paese, il fesso ovunque. I corna su como i denti: dolanu quannu nescianu, pue aiutanu a mangiara: le corna sono come i denti, fanno male quando nascono, poi aiutano a mangiare.

Fore du culu miu, duve piglia piglia. O: A nu parmu du culu miu futte cchi vo: in sostanza, l’importante che io non patisca… Pisa cchiù ‘na unza ‘n culu ca ‘nu quintala in testa: dà più fastidio una piccola cosa lì dentro che un quintale sul capo. Megliu vucca chiusa ca culu apiertu: meglio la bocca chiusa che il culo aperto….

Potrei continuare con le citazioni, soprattutto quelle con metafore sessuali: sono, per ogni dialetto, quelle più colorite; certo è che in Calabria – ma in tutti i dialetti meridionali – i colori sono assai più a tinte vivaci….

Tutti i proverbi calabresi dalla A alla Z, Antonio Coltellaro, Calabria Letteraria Editrice, Soveria Mannelli (CZ) 2008, pp. 174, 7,90 €

Coccale (1988), da Rime sghembe

Caccole caccoline caccolette

Lievi lievi

Fastidiose un poco

Insudiciano collose

Insistenti

Il vello lucido

Del mio esistere tiepido.

 

Furtivo

Mi scaccolo

Coccolandomi un poco.

 

Per ogni caccola

Una piccola coccola.

Antigua
Fu Pedro de Alvarado –  soprannominato Tonatiuh (Sole in lingua nahua) dagli indigeni – conquistatore del Guatemala, a fondare Antigua Guatemala (per la seconda volta, dopo un primo disastro nel 1527). Questa, l’11 settembre 1541, venne di nuovo distrutta da una tremenda valanga di acqua e fango precipitata dal sovrastante vulcano Agua. Nel 1543 venne rifondata“ La muy Noble y muy Leal Ciudad de Santiago de los Caballeros de Goathemala”, capitale fino al 29 luglio 1773, anno in cui fu devastata da un terremoto che la rase al suolo. La città però non fu mai abbandonata e dal 1830 riprese a crescere lentamente. Oggi La Antigua Guatemala è uno dei luoghi più affascinanti del mondo, dal 1979 Patrimonio dell’Umanità per l’UNESCO.
Mi sono fermato in questa città qualche giorno nel mio viaggio in Guatemala alla fine del 2008: posso affermare senza tema di smentite che Antigua è uno dei più bei posti in cui mi sia capitato di stare. Semplicemente, indescrivibile. Un luogo di colori di profumi di suoni di sapori credo come pochi altri al mondo. Di seguito pubblico alcune fotografie riprese allora, soprattutto del mercato. Rendono in piccola parte il fascino di questo posto meraviglioso più volte devastato da terremoti ed eruzioni vulcaniche.
Angelo Gaja about Cabernet & Nebbiolo

«Cabernet is to John Wayne as Nebbiolo is to Marcello Mastroianni. Cabernet has a strong personality, open, easily understood and dominating. If Cabernet were a man, he would do his duty every night in the bedroom, but always in the same way. Nebbiolo, on the other hand, would be the brooding, quiet man in the corner, harder to understand, but infinitely more complex».

Angelo Gaja

Come dar torto a Gaja? Metafora azzeccatissima: d’altro canto c’è chi preferisce le faccende semplici e sicure e chi (come noi) ama le questioni più complicate…..

 

 

Angelo Gaja on german mazine Meininger’s

 

«Se l‘articolo l’avesse pubblicato una rivista italiana avrei pensato ad una onorificenza maliziosamente accompagnata all’invito ad andarmene in pensione, per fine carriera. 

I tedeschi non fanno di questi scherzi, gli anni che danno diritto al pensionamento li avevano già spostati in avanti in periodo anti-crisi, quando dico che a 72 anni non penso affatto di smettere di lavorare a loro sembra la cosa più naturale di questo mondo.


Con amicizia, 
Angelo Gaja»

Qui sotto pubblico con piacere l’articolo apparso sulla rivista tedesca MEININGER’S a seguito del Lifetime Achievement Award attribuito ad Angelo Gaja il 3 marzo 2012 a Dusseldorf.


Il Nibiö o Nibiô

Tempo fa, il mio amico Matteo, a La Tana del Re, mi aveva fatto assaggiare un vino particolare che mi era piaciuto non poco: era il Suciaja di La Colombera, azienda conosciuta soprattutto per essere uno dei 3/4 produttori eccellenti di Timorasso (insieme con Walter Massa, l’amico Claudio Mariotto e Franco Martinetti). Durante il mio soggiorno a Gavi, e grazie soprattutto a Alessandra Poggio che me ne ha fatto dono di due introvabili bottiglie, ho scoperto che in verità la zona di questo vitigno (la cui grafia è riportata con le due forme  Nibiö e   Nibiô) è compresa nei comuni di Tassarolo e Gavi, quindi un poco più a sud di Tortona. Questo vitigno è parente del Dolcetto, ma con il Dolcetto ha poco a che fare: è molto antico (vi sono citazioni già prima del X secolo, quando queste terre appartenevano alla Repubblica di Genova), predilige terre argillose, presenta tannini gentili, basse rese e ama essere bevuto vecchio di qualche anno (4/8). Alessandra Poggio ne vinificava circa un ettaro posto a ridosso del suo agriturismo: 5.000 bottiglie circa che ha smesso di produrre nel 2006. Da allora conferisce le sue uve alla sorella Francesca che, per l’azienda Il Poggio, produce un Rosso del Poggio che è un uvaggio in cui, oltre al Nibiö, c’è anche Dolcetto del Monferrato. Io mi sto godendo, con piccoli assaggi a distanza di ore, l’ultimo millesimo prodotto da Alessandra, il 2006. Il vino è delizioso e si presenta con un colore rosso aranciato scarico con riflessi giallognoli. Al naso è complesso con prevalenza di spezie e confettura di frutta rossa; al palato è di corpo gentile, buona acidità, franco e di lunghissima persistenza. Si capisce il nome: questo vino somiglia più a un Nebbiolo che a un Dolcetto! Presso il comune di Tassarolo (poco più di 500 abitanti, a pochi chilometri da Gavi) si è costituita un’Associazione di una quindicina di produttori che hanno la finalità di preservare la produzione di questo vino davvero notevole. Non posso che augurare loro di riuscire al meglio in questa operazione di alta cultura contadina. Così, qualche instancabile curioso e buongustaio come me avrà l’opportunità di apprezzare questo nobile e antico vino. In loco, come si conviene.

 

 

 

Agriturismo Marenco Superiore (Gavi, Piedmont – Italy)

Ci si arriva percorrendo almeno un paio di chilometri di strada sterrata che si imbocca appena entrati in Gavi, sulla sinistra (proveniendo da Serravalle). Il posto è magnifico, pur se la sera tardi, dopo abbondanti libagioni è stato problematico raggiungerlo con la mia auto, seguendo il fuoristrada di Alessandra Poggio, sorella di Francesca che invece si occupa del vino. Il Poggio è una piccola azienda – 20.000 bottiglie scarse soprattutto di Gavi DOCG – ereditata da una famiglia con antenati che sono la Storia del Gavi. Francesca lavorava a Milano nel campo dell’arredamento quando, nel 2003, decise di ripercorre la strada avita. E bene fece! Alessandra invece ristrutturò l’antico casale e ne ha fatto una piccola dimora (tre appartamenti per 15/20 posti-letto) curatissima e con una posizione per davvero eccezionale. Ho dormito benissimo e mi sono trovato più che bene. Consiglio vivamente, con la certezza di non deludere chi accetta il suggerimento. Del Nibiò, di cui Alessandra mi ha fatto omaggio, parlerò a parte.

http://www.marencosuperiore.it/                 http://www.ilpoggiodigavi.com/

‘Omar Khayyâm, Quartine

‘Omar Khayyâm fu un grande matematico, astronomo e filosofo persiano e visse tra il 1050 e il 1130 – sono citate date molto precise sulla sua nascita e morte, ma  in verità nessuna di queste è certa.

Probabilmente l’attività di poeta, nel componimento peculiare della poesia persiana che è la quartina, fu un’attività non predominante: forse ludica o comunque da “dilettante”. Non tutte le quartine riportate sulle molte antologie a lui dedicate in tutto il mondo sono di certa attribuzione, così come molti tra i numerosi aneddoti citati sono di certo apocrifi. Altrettanto falsa è la sua appartenenza alla dottrina sûfi.

Fu il poeta inglese E. Fitzgerald  a pubblicare, nel 1859 a Londra, per la prima volta in occidente una raccolta di 101 quartine del poeta persiano. Il libro in mio possesso  (con una introduzione di grande interesse del critico iraniano Mohammad ‘Alî Forughî, forse il più grande esperto di Khayyâm) ne riporta 192. Di seguito ne ho scelte 7 tra le mie preferite: manca quella che io chiamo Preghiera del vino, di cui ho già parlato e di cui riporto il link :https://www.vincenzoreda.it/omar-khayyam-la-preghiera-del-vino/

È il tempo della giovinezza e bere è la cosa migliore

Abbi come compagno un vino lucente e un volto splendente

Questa ruota che gira è solo rovina, e deserto

Se ci vivi con la testa fatta deserta dal vino, è meglio!


 

Vieni, accarezza le chiome di gentile fanciulla

Prima che il fato ti infranga le membra.

Godi una coppa di vino finché il tuo nome è sul Libro di Vita.

Il cuore domato dal vino non è preda di affanni.


 

Il Giardiniere del cielo, molti di noi seminò e molti ha mietuto

Vano è quindi ogni pianto, vano è ogni lamento.

Riempi la coppa di vino e porgila a me

Io bevo di nuovo, ciò che deve venire è già deciso.


 

Se sono sobrio la gioia mi è nascosta da un velo

Ma la mia Mente perde coscienza se bevo

C’è un attimo solo fra sobrietà e ubriachezza

Per cui tutto darei. È quello la Vita!


 

Se bevi vino, bevilo insieme ai sapienti

O insieme a una bella fanciulla dal volto di tulipano

Non prenderne molto, né di frequente, né in pubblico.

Ma poco, ogni tanto e in segreto.


 

Allorché sarò morto immergete il mio corpo nel vino

E per rito funebre datemi un canto di vino purissimo

Se poi nel Giorno del Giudizio vorrete trovarmi ancora vivo

Tornate a cercarmi nella polvere delle taverne.


 

Allorché recideranno il virgulto della mia vita.

Le mie parti saranno sparse lontane una dall’altra.

Se dal fango mio allora modelleranno una brocca

Fatela colma di vino e io tornerò alla vita.

Michael Douglas Coe, La Soluzione del Codice Maya (Breaking the Maya Code)

Ben curioso destino per uno dei più grandi epigrafisti della storia è la faccenda che il suo nome non sia mai trascritto in maniera uniforme. Michael Coe, suo grande estimatore, in questo libro fondamentale che scrisse nel 1992 e a lui espressamente dedicato, riporta: «Yuri Valentinovich Knorosov» nella dedica; invece, da pagina 188 e successive si legge: «Jurij Valentinovich Knorosov». L’enciclopedia Britannica trascrive: «Yury Valentinovich Knorozov», altre fonti riportano: «Yuriy Valentinovich Knorozov» ma precisano che il cognome può anche trascriversi: «Knorosov»….Mah! E questo straordinario personaggio era un epigrafista che per primo indicò – contro quasi tutti gli autorevoli esperti maya, archeologi in prima fila – la strada corretta per arrivare alla decifrazione della complessa scrittura maya.

Sebbene con i lavori degli ultimi anni questo volume di Coe è diventato ormai quasi obsoleto, resta un libro insostituibile per tutti coloro i quali sono appassionati alle faccende maya o anche mesoamericane in genere. Ricordo che oggi Michael Douglas Coe, nato a New York il 14 aprile del 1929, professore emerito all’Università di Yale, è uno degli esponenti con più esperienza nel campo delle ricerche di archeologia e storia precolombiana del Centroamerica: egli, oltretutto, può vantare di aver conosciuto personalmente i più grandi archeologi e studiosi, oggi scomparsi, in questo campo. Il volume fu aggiornato nel 1999, anno della scomparsa di Korozov: l’anno prima erano deceduti Linda Schele e Floyd Lounsbury. Con una prefazione di elevato profilo redatta da Davide Domenici – archeologo dell’Università di Bologna e oggi forse il nostro più autorevole esponente nel campo (con scavi in Messico, Guatemala e Usa) – il libro, realizzato quest’anno, è ben tradotto e assai curato anche nella redazione.

L’editore bolognese ha storia recente, ma una formazione a carattere antropologico dello staff dirigente lascia supporre interessanti iniziative future. Intanto, aver finalmente tradotto questa pietra miliare nel campo degli studi maya rappresenta un merito non di poco conto.

La Soluzione del Codice Maya, Michael D. Coe, Edizioni La Linea – Bologna – pp. 367, 19,00 €

www.edizionilalinea.it

 

E’ Forte questo Gavi. Gavi 2011, un vino da cinema

Il Forte di Gavi è una costruzione imponente la cui origine è anteriore al X secolo. E’ assai probabile che quella posizione strategica fosse già stata fortificata addirittura in epoca pre-romana. Subì numerosi ampliamenti e ristrutturazioni almeno fino al XVII secolo inoltrato. Di proprietà della Repubblica di Genova, svolse un ruolo importante in tutte le guerre tra Genovesi,Francesi, Savoia e Austriaci. Passò definitivamente ai Savoia nel 1815 e rimase attivo fino al 1859, anno in cui fu trasformato in luogo di detenzione (durante la Seconda Guerra Mondiale vi furono detenuti gli ufficiali inglesi fatti prigionieri). Il luogo possiede un fascino per certo peculiare che il panorama di ondulate colline intorno rende per davvero straordinario: sono colline in cui domina il verde del bosco, più che le ordinate geometrie delle vigne, che qui spuntano ogni tanto tra gli alberi a ricordare al visitatore che si è in territorio di vino prezioso.

Nel 2010 venne costituito il consorzio Golden Gavi: sono 9 produttori che si sono uniti con l’intento di svolgere in sinergia un’opera di tutela, conoscenza e sviluppo di questo territorio e del suo vino, che – è bene ricordarlo – è una DOCG.

Questa cui sono stato invitato a partecipare è la seconda edizione dell’iniziativa: E’ forte questo Gavi. La prima venne organizzata lo scorso anno e fu accolta con grande favore da professionisti e pubblico che vi presero parte. Quest’anno la presentazione del millesimo 2011 viene fatta seguire da una verticale che si spinge fino al 2000 e che sarà accompagnata da una sorta di storia del cinema relativa a ogni millesimo gustato. Una bellissima idea che, introdotti dal giornalista (La Stampa) Sergio Miravalle, il critico – nato da queste parti – Steve Della Casa e l’attore Riccardo Rossi hanno realizzato con competenza, leggerezza e simpatia.

Per dovere di cronaca, devo citare tra le gustazioni del 2011 – che mi pare ottima – i vini di Tenuta San Pietro, Fontanassa, Castellari Bergaglio e Giustiniana. Per le verticali mi sono parsi davvero eccellenti – e sorprendenti oltremodo – La Chiara 2006 Groppella e Castellari Bergaglio 2000 Rovereto-Vigna Vecchia: la dimostrazione che un grande bianco italiano ha potenzialità di invecchiamento che dobbiamo, seguendo i maestri francesi, imparare ad apprezzare e divulgare anche noi.

Prima della cena – per davvero particolare – nel refettorio della chiesa francescana di Nostra Signora delle Grazie (ne tratto a parte), è stato offerto un’aperitivo nel contesto di una delle ridotte del Forte con un panorama mozzafiato. E, tra una bevuta e una chiacchiera, Rossi e Della Casa hanno avuto modo mettere a dimora una loro personale barbatella di Gavi. Miravalle aveva provveduto a svolgere lo stesso, prestigioso (almeno per chi ama il vino) rito lo scorso anno.

In conclusione, una giornata di gusto particolare. Da ripetere senza ombra di dubbio.

www.circuitogoldengavi.com

https://www.vincenzoreda.it/cena-nel-refettorio-del-santuario-di-nostra-signora-delle-grazie-gavi/

Cena nel refettorio del Santuario di Nostra Signora delle Grazie (Gavi)

Come si fa a dimenticare una cena consumata al sicuro di un refettorio dentro un convento francescano e curata da uno chef che mette il territorio dentro il suo menu? Il convento è il Santuario di Nostra Signora delle Grazie a Gavi, lo chef è Fabrizio Rebollini, Ristorante Belvedere di Pessinate, che con la moglie Serena ha preparato un menu di quelli che non si dimenticano.

Finite le gustazioni, gli apertitivi e i riti di piantumazione delle barbatelle di Gavi, abbiamo raggiunto questo convento il cui aspetto esterno non presenta particolari attrazioni estetiche. Invece, ha un bel chiostro con affreschi originali risalenti al XVIII secolo e un refettorio con decorazioni e suppellettili della stessa epoca, tenuto in splendido stato di conservazione. Il nucleo originale dell’edificio risale alla prima metà del XV secolo. Il pellegrinaggio di San Bernardino da Siena donò al luogo un culto di particolare devozione e la semplice edicola originale fu successivamente ampliata. Per onorare il Santo qui si festeggia l’8 settembre, data di nascita del Predicatore francescano (1388-1444).

Davvero eccellenza di territorio il menu: memorabile la zuppa di legumi con pancetta fresca di maiale grigliata e crostini alla pancetta affumicata. Presentata dentro un’insolito barattolo di vetro con crostini a parte da aggiungere all’apertura della fumante zuppa. Ottimi pure i ravioli, portati in tavola come usa in Piemonte: dentro un tovagliolo e senza alcun condimento. Le acciughe ripiene e il dolce erano all’altezza di tutto il resto, con doveroso accompagnamento dei 9 Gavi DOCG 2011 dei produttori consorziati nel Goldengavi. Una menzione speciale all’olio di olive taggiasche che Sergio Miravalle spreme per sé e per gli amici: un olio di particolare pregio, direi di caratteristiche particolari rispetto agli olii liguri di cui ho memoria. Questo pareva più toscano che ligure: non nascondo che l’ho assai apprezzato. La serata è finita bevendo l’amaro che i frati minori preparano nel convento: giusto per non abbassare un tasso alcolico non proponibile a una prova-palloncino.

www.circuitogoldengavi.com

https://www.vincenzoreda.it/e-forte-questo-gavi-gavi-2011-un-vino-da-cinema/

Siamo noi, siamo noi: i campioni dell’Italia siamo noi!!

Torino la fredda, Torino granata (?) mette sulle vie e sulle piazze 400.000 dei suoi abitanti (e tanti ospiti venuti di fuori, da ogni parte d’Italia) per festeggiare con un calore e un colore mai visti la Sua Squadra: la nostra Juve. Ne ho visti tanti di scudetti nostri e altrettante feste: mai come questa che, credo, rimarrà nella storia. Per mille e uno motivi. Gli scudetti, a scanso di equivoci, sono 30 e questo, oltre a essere lo scudetto di Conte e di Pirlo, è lo scudetto di Alessandro Del Piero: il suo goal del 2-1 contro la Lazio è stato determinante. Nessuno nella storia della Juventus come lui.

Personalmente, ho festeggiato in via Cernaia, davanti al mio bar juventino, il Nostradamus di Paolo, sua moglie e Cristian: tutti juventini a DOCG.

XXV Salone del libro, i piccoli editori

Dentro un vorticare di libri, voci, squilli, colori, bambini, adolescenti, attempati signori, strani figuri ci aggiriamo a nostro agio cercando libri piccoli che non si trovano negli standoni affollatissimi dei grandi editori. Noi frequentiamo stand piccoli di piccoli editori dove troviamo i libri che non trovano posto nelle librerie, nelle loro vetrine che di solito mostrano ciò che tutti i media sono soliti mostrare e urlare e marchettare in ogni possibile maniera: e tutti a correre a comprare libri inutili che servono a nessuno, se non ai portafogli di chi li scrive e di chi li pubblica. Mah!

In queste fotografie alcuni piccoli editori con cataloghi interessanti e gli editori dei libri miei (Graphot) e del mio amico Nico Ivaldi (Giraldi). E altri ancora. Certo, se al pubblico si spiegasse che certi libri si trovano sempre e altri, magari più interessanti, soltanto in Salone, sarebbe una gran bella faccenda. Ma così non va il mondo, e allora occorre adattarsi, pur senza rassegnarsi e continuare a combattere battaglie perse in partenza…Ma noi così siam fatti.

XXV Salone del Libro di Torino

Prime immagini riprese il giorno di inaugurazione del XXV Salone del Libro di Torino. Tanti giovani, tanti bambini, nuove tecnologie digitali. Soprattutto, molti piccoli editori presso cui acquistare libri che normalmente non trovano posto nella normale distribuzione delle librerie: al Salone comprate i libri che non trovate in libreria. I grandi editori si trovano dappertutto, anche negli ipermercati….

Az. Agricola Anselma Giacomo di Serralunga

Proprio non lo sapevo, ma Gino Veronelli nel 2002 gli aveva assegnato il suo “Sole” nell’edizione di quell’anno della sua guida. Chi conosce le vicende legate a Luigi Veronelli sa cosa significa. La faccenda mi accende di entusiasmo perché di questa storia vengo a sapere dopo aver bevuto alcuni Barolo che mi sono sembrati eccezionali per davvero e di caratteristiche abbastanza uniche: allora, ho pensato tra me e me, vuol proprio dire che c’è sempre stato e sempre ci sarà un filo conduttore unico nel giudicare i vini. Ogni qual volta mi vien fatto di constatarlo, ne sono felice come un bambino.

Fino a pochissimi anni fa tutta la produzione ( che non supera comunque le 20.000 bottiglie) era venduta all’estero o consumata nel ristorante storico di famiglia, dunque il marchio in Italia era pressoché sconosciuto. Tutt’altro che sconosciuto era invece Giacomo Anselma, il figlio di Felice che aveva fondato l’azienda nei primi anni del Novecento e aveva inaugurato il ristorante Italia, trasformando una sorta di piccolo stabilimento termale in cui ci si poteva curare con l’uva, come predicavano i Romani (vedi Plinio e Sammonico) e più tardi la Scuola Salernitana. Giacomo – Giacolin – ha finito i suoi gloriosi giorni nel 2004, quasi novantenne, un anno prima del suo amico Gino. Chi lo ha conosciuto parla di un uomo di acuminata intelligenza, grande umanità e notevole ironia; un uomo di modi semplici ma di grande carisma che a Serralunga veniva considerato con rispetto e consultato ogni qualvolta c’era da prendere decisioni importanti, soprattutto per quel che riguardava le uve e le vigne che conosceva come nessun altro. Non per nulla per il suo vino aveva scelto i cru migliori: Rionda (che Veronelli nomina già nel 1961 e che chiama “Rotonda”) e Collaretto, esposti magnificamente a sud-ovest. Oggi l’azienda è curata dal figlio Franco, enologo (ha studiato nel prestigioso istituto di Alba) e dalla moglie Maria Maier, una donna energica, appassionata e attiva, figlia di padre tedesco e mamma romena. Il ristorante – che ospita più di un centinaio di coperti – è condotto da Grazia Anselma, sorella di Franco. Al piano superiore ci sono 8 belle camere in cui è possibile riposare dopo la cena che consiglio sapendo di non sbagliare: qui si parla di tradizione di Langa proposta come si deve e a prezzi che sono umani. Non posso non citare una strepitosa battuta di carne cruda di fassone, condita con olio ligure, che di rado ho gustato a questo livello (accompagnata da un Barolo riserva Rionda del 2004 di eccellenza assoluta).

Dei vini parlo in questo articolo:

https://www.vincenzoreda.it/i-barolo-di-giacomo-anselma/

I Barolo di Giacomo Anselma

Delle circa 20.000 bottiglie che costituiscono la piccola produzione di Anselma, più dei 3/4 sono costituite da Barolo. Per il resto è presente (2.000 bottiglie) un Dolcetto d’Alba, una Barbera d’Alba (1.500 bottiglie) e una piccola produzione, da poco in essere, di Nebbiolo. Le vigne sono state ripiantate una quindicina di anni fa e sono condotte a guyot, con sesti d’impianto che non oltrepassano i 4.500 ceppi per ettaro. Franco esegue, vista l’età giovane, un opportuno diradamento. Importante: non si usano concimi chimici, ma soltanto rigorosamente minerali da fogliame. In cantina non si fanno filtrature, la solforosa è tenuta bassissima, le fermentazioni avvengono parte in acciaio e parte in vasche di cemento vetrificato. La Riserva Rionda sta a riposare in botti di legno da 42 hl. per cinque anni, il Collaretto invece i classici 3 anni. Qui c’è un rispetto quasi maniacale per la tradizione e i vini al naso, al palato, in gola e nello stomaco testimoniano di questo tipo di santa cultura vinosa.

Ho bevuto, mentre lo stavano mettendo in bottiglia, la Riserva 2006: sarà un Barolo grandioso, con struttura notevole, naso complesso ma non troppo, palato in cui i potenti tannini sono già quasi morbidi, in gola resta per tanto tempo e i 14% di alcol non si sentono proprio.

In Cantina avevo assai apprezzato il Nebbiolo 2008: anche qui un Nebbiolo di nerbo, potente, elegante e persistente come pochi altri. Non mi erano parsi di particolare evidenza né la Barbera né il Dolcetto, entrambi 2010. Ovviamente, mi aveva colpito il Barolo Collaretto 2006: un Barolo di grande struttura (e un prezzo sotto ai 20€!). E mi aveva lasciato senza fiato il Riserva Rionda 2004: ne ho bevuti tanti di Barolo negli ultimi mesi, ma questo è fra i 3/4 che mi rimangono nella memoria. Diverso dai Barolo elegantissimi e assai raffinati di La Morra e Barolo; diverso dallo strepitoso Barolo di Novello di Beppe Caviola. Questo è un Barolo di colore scarico, aranciato con riflessi giallognoli (anche da giovane), con sentori delicati di marasca e confettura: ma in bocca e in gola è un portento. Un vino schietto, pulito dall’armonia tutta sua che ha la caratteristica di rimanere attaccato al palato e in gola per tempi lunghissimi e che senti scendere nello stomaco quasi con una scia di calore rilassante. Ho continuato a berlo a pranzo, compagno di carne cruda, vitello tonnato, e agnolotti del plin: sempre eccellente. E ancora più eccellente bevuto da solo a fine pasto, oltretutto la bottiglia, aperta ormai da oltre 2 ore, aveva avuto modo di respirare per bene.

Negli assaggi che ho fatto con i tempi dovuti ( i miei richiedo almeno 2/3 giorni) a casa mia ho apprezzato la Barbera, meglio ancora il giorno dopo la stappatura: colore rubino molto, molto carico, naso delicato e palato complesso per un vino che somiglia più a una Barbera del Monferrato che a quelle classiche di Alba. 13% vol. per un vino migliorato da una parte di uve che arrivano dalla vigna Rionda, e si sentono! Il Dolcetto (2010, 13% vol. colore non particolarmente carico e tipologia molto “bio”) mi ha lasciato indifferente: non è un vino di particolare qualità, pur essendo corretto e piacevole da bere. Certo,  il Nebbiolo 2008 e il Barolo Collaretto 2006 (14% vol. per entrambi) sono magnifici, specialmente se lasciati riposare. Li ho bevuti addirittura accompagnandoli con una salsa rara di pepe rosso macinato e bianchetti della mia Calabria: hanno fatto gran figura e credo che anche il classico Cirò si sarebbe complimentato. Non ho volutamente aperto le due bottiglie Rionda Riserva 2003 e 2005 (il prezzo in cantina non supera i 35€): ho nella memoria lo Sperss di Gaja 2003 e tra qualche tempo, con la dovuta calma e nell’occasione più appropriata, lo confronterò con questo Barolo Riserva Rionda 2003 di Giacomo Anselma. Per finire, un appunto dedicato alle etichette (sono una delle mie manie): a parte quelle della Riserva Rionda (anonime ma non certo scorrette, né brutte) le altre sono davvero tremende, in ogni senso. Dovrò adoperarmi con Franco e Maria perché le rivedano totalmente!

https://www.vincenzoreda.it/az-agricola-anselma-giacomo-di-serralunga/

La festa è qui
Juventus

Alcune immagini prese l’11 aprile 2012 allo Juventus Stadium: Juve-Lazio 2-1 con il goal della vittoria di Alessandro Del Piero.

Juve Juve Juve

 

 

Campioni ancora!! Un ricordo Capitano mai dimenticato.

Questa fotografia la presi quasi 30 anni fa a Villar Perosa un lontano agosto…Gaetano Scirea, un uomo, un calciatore, uno sportivo indimenticabile e indimenticato. Questo scudetto, il 30°. sia anche tuo.

COUNTRY BLOWJOB, da Quisquilie & Pinzillacchere

Non ricordo quale fosse il paese: ma era già buio.

La  rapida sequenza incisa nella mia memoria mi pare come se fosse stata girata e montata da Sergio Leone.

Sceneggiatura di Tonino Guerra.

Location: la riserva indiana, rossa che più rossa non si può, del Mugello…

Ero ormai solitario corridore: davanti a me gli atleti quelli veri, i professionisti; dietro di me, lontani, quelli della corte dei miracoli che arrancavano forse ancora sulle rampe di Fiesole, staccati di chilometri e chilometri.

Ho da poco superato l’ultimo casolare di chissà quale paesino di quelle montagne: è buio pesto e devo far bene attenzione alla strada ma i sensi sono vigili e tutt’intorno si sente, fortissimo, l’odore pungente del fieno umido appena tagliato.

Vedo, improvvisa, sul ciglio destro della strada, un’automobile scura che mi ostacola un poco il percorso: non ricordo il modello.

Gli sono a fianco, sto andando almeno a 12 chilometri l’ora: scorgo il finestrino del conducente abbassato; penzola, inerte lungo la portiera, il braccio sinistro.

Faccio in tempo a fissare nella memoria un’espressione di grande rilassamento, di soddisfazione, di quasi estasi nel volto reclinato di un giovane bruno.

Ho quasi sopravanzato quell’automobile nella mia corsa veloce quando, è un attimo tanto fugace quanto indelebile, riesco a cogliere un’ultima, definitiva immagine di quella piccola storia.

Sono le labbra, come in un primissimo piano di un film di Leone, di una fanciulla che sta uscendo dall’automobile: sono labbra che una lingua soddisfatta ripassa con voluttà, come a raccogliere l’ultima goccia di un sapore prezioso…..

Indimenticabile: mi è rimasta impressa nella memoria con la nitidezza di un lampo.

Tutta la sequenza sarà durata non più di qualche secondo: mi ha tenuto compagnia per qualche chilometro della mia corsa il pensiero di quella piccola storia.

Erano giovani, saranno stati fidanzati?

Sarà stata la prima volta?

Magari era una squallida storia di corna….o, peggio, una ripicca femminile, come spesso succede.

O, invece, quella fanciulla amava, e nel paese era risaputo, quei giochi meravigliosi di labbra e di lingua che tutti i maschietti apprezzano oltremodo: nessuna brava come lei!

Chissà. Chi può saperlo?

Tra tutti i miei pensieri, e questa è una considerazione importante, non ebbi per certo nemmeno il più piccolo, anche comprensibile, sentimento d’invidia che senza dubbio la bella espressione soddisfatta e rilassata del ragazzo avrebbe suggerito: io avevo la mia corsa nel buio, la mia strada, i miei chilometri, i miei sentori di fieno umido, le mie lucciole, la mia fatica.

Le crisi, terribili, cominciarono a farsi sentire a 30 chilometri dal traguardo: ma ero preparato a dominarle.

Conclusi la corsa estenuante in circa 13 ore e mezza, classificandomi intorno alla 380° posizione: avevo raggiunto il mio obiettivo con ampio margine e immensa soddisfazione.

Una soddisfazione che, pur di natura tanto differente, mi accomunava in qualche modo all’espressione di rilassato piacere impressa sul viso del ragazzo a bordo del veicolo lungo il ciglio della strada e al gesto voluttuoso di quella lingua passata, con altrettanta soddisfazione, sulle labbra ancora umide di sesso della giovane paesana.

………………

Se lo scritto qui sopra avesse la pretesa di essere un racconto a carattere sportivo, il mio desiderio sarebbe quello di dedicarlo al mitico Vito Melito, bolognese di Ariano Irpino: vinse 4 volte il Passatore tra il 1976 e il 1981. Stabilì un record che rimase imbattuto per molti anni: 6h.40’.31”.

Invece lo scritto qui sopra ha tutt’altre pretese e mi pare doveroso dedicarlo a Linda Susan Boreman, nata a New York, alle fine degli anni quaranta come Vito, e purtroppo scomparsa nel 2002 a Denver, causa un incidente.

Era meglio conosciuta con lo pseudonimo di Linda Lovelace, interprete nel 1972 del celeberrimo Deep Throat.